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Esposizione azionaria riportata a neutrale”

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 luglio 2019

A cura di Maya Bhandari, Gestore di portafoglio, Multi-asset. Ogni rischio ha un prezzo. Negli ultimi tempi la situazione è cambiata, perlopiù in negativo: le guerre commerciali sono riemerse, i rischi di una Brexit senza accordo sono tornati in primo piano e da alcune aree dei mercati finanziari giungono segnali d’allarme sulla dinamica futura della crescita economica e degli utili. Le banche centrali mondiali hanno assunto un orientamento più accomodante, motivato da questo mix di sfide. Ciononostante, i prezzi degli attivi hanno registrato un’impennata e alcuni mercati hanno sfiorato i massimi. “Quando cambiano i fatti io cambio le mie opinioni, e voi?”. Nei portafogli multi-asset, da fine febbraio abbiamo assunto un orientamento meno favorevole al rischio azionario e più ottimista sulle obbligazioni societarie. La comunità degli analisti sembra condividere queste opinioni poiché, ad esempio, le aspettative sugli utili (in termini aggregati e in prospettiva bottom-up) per le azioni globali sono calate del 9% rispetto a un anno fa, sia per il 2019 sia per il 2020. Oggi la crescita degli utili attesa per le azioni globali per il 2019 è pari a zero, rispetto al 10% nel quarto trimestre dello scorso anno. Anche i segnali provenienti dai mercati dei titoli di Stato globali sono allarmanti: tenuto conto dell’esperienza degli ultimi 40 anni, una curva dei rendimenti USA invertita su oltre la metà delle scadenze e spread non superiori a 10 pb su quasi il 70% dei tratti segnalano un rischio crescente di recessione. Le curve dei rendimenti sono un indicatore imperfetto dell’attività reale e sebbene gli indicatori economici risultino più sottotono che in passato, i segnali indicanti una recessione sono scarsi, ragion per cui non anticipiamo una contrazione economica né per questo né per il prossimo anno. Tuttavia, non si può ignorare l’inversione delle curve: è uno dei principali driver del modello Probit che la Fed di New York monitora da vicino e che, al momento, indica una probabilità su tre che una recessione si verifichi nei prossimi 12 mesi. La Fed e i mercati finanziari ne tengono conto.Si pensi alle banche centrali globali, la cui recente “svolta” in senso più accomodante è stata motivata da una combinazione di modelli (come quello della Fed di New York) e di rischi esterni in aumento connessi alla perturbazione dei flussi commerciali. Oggi i mercati scontano tagli dei tassi per oltre 100 punti base negli Stati Uniti entro la fine del 2020 e maggiori probabilità di altri tassi d’interesse negativi in Europa, forse già a partire da quest’anno. Come discusso nell’aggiornamento del mese scorso (Aggiornamento multi-asset mensile, Maggio 2019), finché il calo dei tassi di attualizzazione rimarrà sufficiente a controbilanciare la debolezza degli utili o dei flussi di cassa, gli attivi di rischio come le azioni dovrebbero continuare a essere supportati. Ma è un equilibrio fragile, più adatto alle obbligazioni societarie.Giunti a questo punto, non farlo comporterebbe, presumibilmente, un inasprimento indesiderato delle condizioni finanziarie. Ciò potrebbe sostenere le aspettative legate alle crescita e agli utili societari. È anche possibile che i rischi collegati alle guerre commerciali e alla Brexit svaniscano, oppure che i premi al rischio tornino su livelli medi, ripristinando così un margine di valutazione in grado di proteggere da tali rischi.
Al momento le nostre previsioni indicano un numero inferiore di tagli dei tassi rispetto a quanto attualmente scontato dai mercati, sia negli Stati Uniti sia in Europa, e restiamo convinti che la Bank of England incrementerà i tassi d’interesse, nonostante i recenti sviluppi abbiano indebolito le nostre convinzioni.
Prevediamo che la minaccia di guerre commerciali proseguirà almeno fino a novembre 2019, data limite per la decisione sui dazi auto, mentre la Brexit si trascinerà fino al 2020. I Tory possono cambiare leader ma non la composizione parlamentare che rimane profondamente divisa su tutti gli scenari di uscita. Tutto sommato, considerando lo stato attuale dei fatti e in assenza di segnali provenienti dalle valutazioni, ci sembra appropriato portare a neutrale l’esposizione azionaria e ridurre la propensione al rischio complessiva. La politica monetaria accomodante e la crescita mediocre ma non recessiva dovrebbero continuare a sostenere le obbligazioni societarie.

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Cosa è successo alle valute?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2016

indici di valuta globaleDall’inizio dell’anno, le valute si sono mosse nella direzione opposta rispetto alle aspettative. Riassumiamo cosa è accaduto e cosa sta succedendo sia nelle valute nei paesi sviluppati che nelle economie emergenti. Dall’inizio dell’anno abbiamo visto affermarsi sulle valute alcuni trend molto forti, come il deprezzamento della sterlina e del dollaro e l’apprezzamento dell’euro e dello yen. A stupire molto gli analisti è stata la direzione di questi movimenti, contraria a quanto previsto dalla teoria economica.In teoria, un abbassamento dei tassi d’interesse seguito da aspettative sui tassi futuri sempre più basse (appiattimento della curva dai tassi d’interesse) dovrebbe essere seguito da rendimenti più bassi per una determinata valuta, in questo mondo spingendo gli investitori a preferire altre valute, e dato l’abbassamento della domanda, la valuta coi rendimenti più bassi dovrebbe deprezzarsi.Finora, nonostante tassi negativi in Giappone e Germania (e nell’Eurozona nel suo complesso), lo Yen e l’Euro si sono apprezzati. Al contrario, economie che dovrebbero essere più solide e in crescita, come il Giappone e gli Stati Uniti, dove i tassi d’interesse sono alti e la politica monetaria è meno (esplicitamente) accomodante, hanno visto la propria valuta deprezzarsi.Fino ad ora, da inizio anno, il dollaro statunitense ha perso circa il 5% sia contro le principali valute sviluppate sia contro le valute emergenti.
La sterlina ha fatto ancora peggio, perdendo il 6% contro le valute più liquide e il 7.5% contro le valute emergenti. Nello stesso periodo lo yen è salito del 7%, seguito dall’euro che finora ha guadagnato il 2.5%.Il posizionamento degli investitori ha giocato un ruolo importante in questi movimenti apparentemente contro intuitivi.Per quanto riguarda la sterlina, i timori circa la possibilità di Brexit hanno causato un aumento del posizionamento “corto” sulla valuta. La volatilità implicita prezzata dal mercato delle opzioni è più alta nelle scadenze brevi (2 – 3 mesi), segnalando un incremento della domanda per la copertura dal rischio di cambio per le scadenze vicine al referendum. Così, nonostante il contesto macroeconomico più favorevole a una sterlina forte, non è difficile vedere perché i mercati si sono posizionati in un determinato modo.
Passando al dollaro USA, la recente debolezza ha sorpreso quanto si aspettavano la parità tra euro e valuta americana. Una ragione per il deprezzamento del dollaro può essere che il tasso d’interesse reale statunitense (misurato come differenza tra tassi d’interesse nominali e l’inflazione prezzata dai relativi bond indicizzati all’inflazione) si è deteriorato negli ultimi mesi. Tassi sempre più bassi e aspettative d’inflazione più alte hanno compresso il tasso reale, che è sceso in termini assoluti e relativi se paragonato con le altre maggiori economie. Ad ora è difficile pensare a una Fed che possa invertire la rotta e, solo fattori di rischio esogeni (come movimenti del petrolio o Brexit), potrebbero portare a un rafforzamento del petrolio.Alla base del rafforzamento dello Yen troviamo le stesse dinamiche, ma capovolte. I tassi nominali sono sì diminuiti anche in Giappone, ma le aspettative di inflazione sono crollate, portando il tasso d’interesse reale a rafforzarsi sia contro il dollaro USA che contro l’euro, anche se i tassi nominali sono scesi in territorio negativo. Per invertire la tendenza, la Bank of Japan ha bisogno o di aspettative d’inflazione in crescita o di una Fed più hawkish.Lasciandosi alle spalle il mondo delle valute sviluppate, molte soprese sono arrivate pure dalle valute emergenti, che dopo aver perso più del 7% nel 2015, sono ora largamente in positivo dall’inizio dell’anno.Dal punto di vista dei fondamentali, le preoccupazioni sul mondo emergente rimangono. Una Fed in attesa combinata con politiche espansive da parte della Banca Centrale Europea e della Bank of Japan hanno favorito la propensione al rischio degli investitori. Il dollaro debole ha giocato un ruolo importante nel rimandare ancora la fase di deleverage dell’economia, mantenendo le condizioni di credito nel mondo emergente relativamente accomodanti e contribuendo a dare un floor al prezzo del petrolio (che è stato il maggior driver di mercato del 2016).Il contesto quindi è tuttavia limitato ad una visione tattica. La convinzione degli investitori su questa asset class non è ancora molto forte, e finora si è trattato più di approfittare del contesto favorevole che a uno spostamento massiccio a favore dei mercati emergenti.I recenti movimenti valutari hanno sottolineato l’importanza di una gestione nel breve/medio termine che tenga conto anche dell’esposizioni in valuta estera. Soprattutto per i portafogli obbligazionari, con i rendimenti molto bassi, i movimenti sul mercato dei cambi possono cancellare un anno di performance in poco tempo. La diversificazione tra le asset class, si deve tradurre anche in una diversificazione sulle valute. (foto: indici di valuta globale) (fonte: MoneyFarm.com)

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Italiani un popolo di animalisti o vegetariani?

Posted by fidest press agency su martedì, 1 febbraio 2011

Il Rapporto Italia dell’Eurispes rileva si’, che “per l’87,2 % degli italiani, quello nei confronti degli animali e’ un sentimento positivo”, ma anche che il 93,7% degli Italiani, gli animali li mangia. Infatti, il rapporto conferma che solo “il 6,3% della popolazione ha eliminato dalla propria dieta carne e pesce” e che di questo 6,3%, solo il 44%, ovvero meno della meta’ (il 2,77% del totale), e’ mosso in tal senso da ideologie animaliste. Nulla in confronto ad un 17,8% degli italiani che considera la caccia “un’abitudine accettabile” o ad un 23,9% che pur “poco” ma la approva. Nulla in confronto ad un 14,1% che valuta positivamente il fatto di indossare capi di pelliccia o di un 24,2% che pur “poco” ma lo approva. Nulla in confronto ad un  10,1% di italiani che giudica positivamente l’utilizzo degli animali all’interno degli spettacoli circensi. Che poi Eurispes metta in luce che un 58,8% non approvi “per niente” i capi di pelliccia, puo’ essere: l’analisi parla di un 70,9% di italiani che privilegia l’acquisto di prodotti di abbigliamento presso punti vendita piu’ economici come grandi magazzini, mercatini, outlet e di una crisi economica che costringe a risparmiare ed adattarsi!… Un 56,6% che non approva per niente la caccia, e’ possibile in un Paese dove oltre il 98% degli abitanti a caccia non ci va e probabilmente della caccia sa solo quello che gli propinano certi media. Ma cosa centra il fatto che non piacciano gli animali al circo a chi comunque non metterebbe mai piede sotto un tendone?!… Eppure Carla Rocchi dell’Enpa sembra sia stata subito pronta a dire: “sembra indiscutibile che gli italiani abbiano le idee molto chiare, cioe’ assolutamente contrarie a ogni forma di sfruttamento e maltrattamento”; il che e’ piu’ che probabile, ma lo e’ altrettanto che gli italiani abbiano un’idea dello sfruttamento e del maltrattamento ben diversa da quella della Rocchi. Ma FederFauna questa volta approva anche un commento di Felicetti della Lav, il quale avrebbe detto: “questi dati sono un nuovo forte monito alla classe politica nazionale ma anche alle amministrazioni locali”. Infatti, visto che cacciatori, pescatori, allevatori, commercianti, circensi e gli altri facenti parte del 93,7% degli italiani, non hanno mai chiesto di vietare le carote o i finocchi a quel 2,77% di animalisti vegetariani, FederFauna auspica che la classe politica nazionale ma anche le amministrazioni locali, ne tengano conto e non permettano mai piu’ che una minoranza, anche se ricca e invadente, possa prevaricare i diritti di altri, maggioranza o minoranza che siano. FederFauna, in fine, fa notare come possano essere diversamente presentati gli stessi dati e che, guarda caso, i primi commenti pubblicati su quelli relativi agli animali, siano stati proprio degli animalisti. Eurispes, che riprende essa stessa, nel suo rapporto, dati forniti da Lav e Aidaa, rileva che per il 53,1% degli italiani, il sistema informativo del nostro Paese non puo’ essere considerato libero da influenze esterne.

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