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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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Israele e la cosiddetta “annessione”: facciamo chiarezza

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 Maggio 2020

By Ugo Volli. Durante il processo di Oslo, la Cisgiordania viene divisa in tre aree. Area A è sotto il pieno controllo civile e militare dei Palestinesi– 17.1 %. Area B è sotto il pieno controllo civile dei Palestinesi e sotto il controllo militare congiunto di Palestinesi e Israeliani– 23.9 %. Area C è sotto il totale controllo civile e militare di Israele– 59%.I segni premonitori ci sono tutti: un tentativo di imporre sanzioni da parte dell’Unione Europea (bloccato da “cattivi sovranisti” come l’Austria e l’Ungheria, ma la Francia dice che andrà avanti da sola); una manovra complessa per estendere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale anche sullo stato di Israele che ne è esente non avendone firmato la convenzione istitutiva; una lettera minacciosa di diciotto senatori americani. Perfino una settantina di deputati italiani hanno firmato una dichiarazione (l’origine politica è molto significativa, Pd, Leu, 5 Stelle, trovate qui la dichiarazione e le firme); il dittatore palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha cercato di fare più rumore possibile dichiarando (per l’ennesima volta, ma giura che questa è la volta buona) di interrompere ogni collaborazione con Israele e gli Usa, facendo eco al re di Giordania Abdallah. Una durissima offensiva politico-diplomatica e giuridica contro Israele è annunciata per le settimane che verranno.L’oggetto di questa campagna viene spesso definito “l’annessione” che Israele si proporrebbe di compiere su alcuni territori della cosiddetta Cisgiordania. Il termine è chiaramente sbagliato perché annessione significa “Atto mediante il quale uno Stato estende la propria sovranità sul territorio di un altro Stato o su parte di esso” (così il dizionario di Repubblica), “atto con cui uno stato amplia il proprio territorio estendendo la propria sovranità su quello di un altro stato” (Garzanti), ecc. e non c’è nessuno stato del cui territorio si vorrebbe impadronire. I territori della Giudea e Samaria su cui Israele intende estendere la sua legge civile, circa il 20%, per lo più il deserto della valle del Giordano oltre ai blocchi di insediamenti, appartengono tutti alla “zona C” che gli Accordi di Oslo del 1993, firmati oltre che dall’ “Organizzazione per la Liberazione della Palestina” anche dall’Unione Europea e dagli USA come testimoni, attribuiscono all’amministrazione israeliana, erano sotto il controllo israeliano già dal 1967, in seguito alla vittoria nella Guerra dei Sei Giorni contro l’aggressione degli eserciti arabi. Essi non sono stati però sottratti ad alcuno stato, perché prima erano occupati illegalmente e senza alcun riconoscimento internazionale dalla Giordania, che vi ha rinunciato del resto col trattato di pace del 1994. La Giordania li aveva occupati nel 1948 durante la guerra in cui con Egitto Siria e altri stati arabi cercò di impedire la nascita dello stato di Israele. Prima ancora Giudea e Samaria facevano parte del Mandato britannico di Palestina, istituito dalla Società delle Nazioni nel 1922 su tutto il territorio attuale di Israele e della Giordania, allo scopo esplicito di costituire una “national home” (una casa nazionale, cioè uno stato) per il popolo ebraico, con il compito preciso per la Gran Bretagna che lo amministrava di favorire l’immigrazione e l’insediamento ebraico. Prima ancora, dal XVI secolo, tutto il Levante era una colonia turca. Il territorio del Mandato subì subito una divisione in due regioni politiche, una parte per gli arabi che divenne poi il regno di Giordania a Est del Giordano e una per gli ebrei a Ovest. Coloro che parlano di due stati dovrebbero tener presente che i due stati ci sono già, da quasi cent’anni.Israele dunque non occupa nulla, non annette nulla, semplicemente abolisce il regime militare che ha retto finora i territori liberati nel ‘67 usando le leggi britanniche ed estende loro la legge civile israeliana, molto più garantista. Perché protestano allora non solo l’Autorità Palestinese, che coglie ogni occasione per cercare di mettere in difficoltà Israele, ma anche i democratici americani e quelli italiani e Macron e l’Irlanda e il Belgio (promotori della mozione europea contro Israele)? Vi sono due ragioni, una di principio e una più politica. Quella di principio è che tutti i “progressisti” in Europa e negli Usa, inclusi alcuni nel mondo ebraico, hanno deciso che i territori al di là delle linee armistiziali del 1948 (che non sono confini, per esplicita dichiarazione dei trattati di armistizio, ma solo linee di cessate il fuoco) devono andare allo “stato di Palestina”. Non esiste nessuna base legale per questa pretesa, non solo perché l’Autorità Palestinese non è uno stato secondo i criteri internazionalmente riconosciuti , ma soprattutto perché nessuno ha mai ceduto al governo di Ramallah la sovranità su quei territori: non Israele, non l’Onu, che non ha l’autorità per farlo, non un qualche trattato. Lo stato di Palestina sovrano su Giudea e Samaria è un pio desiderio di molti movimenti e stati, ma ha la stessa realtà della Catalogna o della Padania di Bossi: progetti politici senza base legale. Certo, è bello per soggetti ex coloniali come la Francia o il Belgio sentirsi titolati a decidere come debbano essere i confini di stati che sono fuori dalla loro portata, fa sentire di nuovo la grandeur… ma da questo gioco del Risiko allo stabilire principi legali ce ne passa.Poi c’è una ragione più politica. Per imperialisti e multilateralisti (che oggi paradossalmente sono quasi la stessa cosa), l’esistenza di negoziati, magari pomposamente intitolati “processi di pace” è molto rassicurante, sostituisce la pace vera con un’infinita trama di incontri, discorsi, chiacchiere progetti. Così, dato che fra Israele e Autorità Palestinese la pace non c’è e non è prevedibile, avere una “base di trattativa” sembra fondamentale. E una volta che – ahimè con la complicità di Peres e anche di Rabin – a Oslo si sono trasformati i terroristi in “legittimi rappresentanti del popolo palestinese”, per mantenere questa “base” bisogna accordare loro in linea di principio quel che vogliono come base di partenza per iniziare a parlare e cioè tutta la Giudea e Samaria. Che questo non basti l’hanno sperimentato per ultimi Olmert e Barak, con la testimonianza di Clinton e di Bush jr. Perché questa concessione è solo la partenza per ottenere l’obiettivo vero, che è la distruzione di Israele, come i palestinisti e i loro protettori iraniani apertamente dichiarano. Ma ai “progressisti” questo non importa, anche perché si tratta della vita di Israele e degli ebrei, non della loro. Dunque non lasciare intatta e impregiudicata la sovranità di Giudea e Samaria è un crimine contro i “due stati” e contro la trattativa.Trump, che è un realista, molto più intelligente dei piccoli giornalisti e dei minuscoli politici che lo sfottono, ha capito che la strada della pace non passa per il mantenimento di questa “base della trattativa” e ha proposto una soluzione diversa, su cui certamente si può discutere, ma che ha una sua logica. Di essa fa parte la possibilità per Israele di applicare la sua sovranità sulle zone di Giudea e Samaria essenziali per la sua sicurezza. Se i palestinisti vorranno cercare di ottenere la loro parte dell’accordo non potranno più stare fermi e rifiutare di discutere con Israele e con l’America. Dovranno muoversi, fare controproposte e non tirate retoriche. Insomma la dichiarazione di sovranità di Israele (questa è l’espressione giusta, non “annessione”) non solo mette in maggiore sicurezza lo stato ebraico ma potrebbe (ripeto: potrebbe) aprire una fase nuova al di là delle sterili liturgie di trattativa che si ripetono da trent’anni e aprire una strada che porti davvero alla necessità della pace.Vedremo se questo avverrà. Per ora c’è il fatto che Netanyahu ha ottenuto come condizione per la formazione del nuovo governo la possibilità di decidere, d’accordo con gli Usa, la sovranità su zone di Giudea e Samaria. E’ l’aspetto più positivo dell’accordo di governo, forse il solo davvero positivo. Certamente una tappa storica nel rapporto fra gli ebrei e la loro terra. Per questo gli antisemiti e i loro amici si agitano. Nelle prossime settimane ne vedremo delle belle.

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150 anni per generare uno Stato

Posted by fidest press agency su lunedì, 7 marzo 2011

Ricorrono 150 anni dall’unificazione dell’Italia sotto un unico scettro, quello dei Savoia. Nacque allora una nazione, forzata dentro la “piemontesizzazione” del resto d’Italia, ma particolarmente con l’annessione del Regno delle Due Sicilie, in assoluto i territori più ricchi e più  floride del resto d’Italia. L’oro del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli servì a promuovere l’economia di quel   Nord della nuova nazione, che versava in condizioni penose; fu questo il contributo più importante che dette Garibaldi all’unificazione: la rapina “manu militari” di quell’oro, che ancora oggi costituisce i 4/5 delle riserve auree della Banca d’Italia. Ma fu una nazione, non uno Stato, perché lo Statuto Albertino non poteva essere considerato una Costituzione-guida per un popolo. Così l’Italia divenne Stato quando  maturò la coscienza democratica  e si dette, dopo il disastro della 2° guerra mondiale,  una delle Costituzioni più garantiste del mondo. Divenne uno Stato ma non è ancora una Patria comune, in quanto manca l’idea di una “società comune”; per paradossale che possa sembrare, questa assenza la puntualizzò  Giovanni Gentile,  il filosofo assorbito dal regime fascista, il quale regime non capì nulla di quanto il filosofo sosteneva. L’esistenza di uno Stato si impone dall’esterno, determinato dall’esigenza dei ritmi organizzativi che devono essere comunitari e non selettivi o di casta. La società è parto umano e contiene in sé quella socialità che si realizza e attualizza nella libertà individuale che si fonde nella libertà di tutti: la libertà o appartiene a tutti o non è (cosa ci facesse nel fascismo Giovanni Gentile non è dato ancora da capire!). L’uomo (è sempre il pensiero di Gentile) è naturalmente socievole, perché il singolo ha bisogno degli altri, come gli altri necessitano del singolo; i problemi sorgono quando le prevaricazioni succedono alla naturale solidarietà, con la formazione di “classi” che diventano antagoniste: oggi è superata anche la distinzione tra classi, essendo emersa la “casta” che si impone al di sopra degli altri cittadini anche di fronte a quelle leggi che la Costituzione vuole “uguale per tutti”. L’idea della “casta” è frutto dell’affermarsi del liberismo che divide il popolo in “governanti” e “governati”, chi comanda e chi è costretto ad ubbidire, chi decide e chi ne subisce le conseguenze, dividendo con un muro di gomma le due parti, generando una struttura contingente, economica e/o amministrativa, destinata a non diventare mai Patria comune, come momento culminate dell’itinerario che parte dalla nazione, diventa Stato e si fa e si sente come Patria comune, perché la Patria è tale solo se assume la dimensione temporale “eterna”, sostenuta da valori morali ed educativi in grado di strutturare l’organizzazione stessa  della società e indirizzarla al “bene comune”. (Rosario Amico Roxas)

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Alan Rankle – Kirsten Reynolds

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2010

Roma fino al 29/5/2010 via Margutta, 14 First Gallery On the Edge of Wrong First Gallery presenta On the Edge of Wrong, una bipersonale degli artisti inglesi Alan Rankle e Kirsten Reynolds; questo progetto composto da una ventina di opere e realizzato a quattro mani, e’ il risultato di un vero e proprio sodalizio artistico, in cui le rispettive cifre stilistiche si armonizzano in una sorta di continuum nell’opera di Reynolds e Rankle, anche compenetrandosi nella vivida contaminazione.  Il risultato è la creazione di rappresentazioni di paesaggio votate all’annessione e al contagio reciproci, in cui le vedute stranianti di Rankle ricevono l’influsso magico delle tavole luminose di Reynolds, dando forma e sostanza a una cifra estetica, quella di Rankle, che e’ già di per se’ un attraversamento di stili e culture diversi e a una ricerca artistica, quella di Reynolds, anch’essa votata alla contaminazione: una sinestesia estetica occasionata dalla stimolazione sensoriale.  Il risultato e’, appunto, una moltitudine di approcci, intellettuali e di ordine sensibile, che fanno compiere al pensiero incredibili scorribande nella storia dell’arte, dal vedutismo imperfetto d’un Turner a vaghi accenni informali a la Mathieu, soprattutto per quelle linne di luce derivanti dalle tavole luminose di Reynolds pittoricamente annesse alle tele di Rankle, come se ivi nascessero per partenogesi. (alan)

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L’Accordo di Racconigi 100 anni dopo

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 ottobre 2009

Torino, 24 ottobre 2009 dalle ore 9,15 alle 13,00. presso la Biblioteca Storica dell’Educatorio della Provvidenza in corso Trento 13 (Isola pedonale della Crocetta)  Ingresso libero. Relazioni internazionali e cultura politica. La visita dello zar Nicola II a Racconigi: tra le ultime tappe del Risorgimento (1909-2009). Relazioni di: Mariano Gabriele, Roberto Coaloa, Vittorio G. Cardinali, Massimo Introvigne, Luca Martini, Bianca Valota Cavallotti, Donatella Taverna e Francesco De Caria.
«L’accordo di Racconigi fu la risposta offerta dalla Russia e dell’Italia all’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Impero austro-ungarico nel 1908. Con tale accordo l’Italia riceveva dalla Russia il via libera, che ancora le mancava, all’occupazione della Libia. A questa, come noto, sarebbero seguite ben due guerre balcaniche, che avrebbero destabilizzato ulteriormente l’area geopolitica, da cui avrebbe tratto occasione il primo conflitto mondiale. L’incontro di Racconigi rappresentò un ulteriore giro di valzer, dopo quello compiuto con gli accordi italo-francesi del 1902. Non è un caso che Barrière, l’attivissimo ambasciatore francese a Roma, si sia molto adoperato a favore della visita dello Zar ed affinché i rapporti italo-russi si facessero più intensi e cordiali. Dopo l’incontro di Racconigi nulla appariva pregiudicato e tutto sembrava reversibile. Si tratta tuttavia di un avvenimento importante, che non merita il relativo oblio in cui è stato relegato dalla storiografia». cfr. Bartolo Gariglio, Un viaggio, un’epoca. La visita dello zar Nicola II a Racconigi (23-25 ottobre 1909), Soprint. per i beni architettonici e per il paesaggio del Piemonte, Società per gli studi storici, archeologici e artistici della Provincia di Cuneo, vol. XXXIV, Cuneo 2002.

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