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Alitalia: Un disastro annunciato?

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 aprile 2017

alitaliaL’esito della frenetica e drammatica trattativa sulle sorti di quello che rimane della ex compagnia di bandiera è la cronaca di un disastro annunciato. Non poteva essere altrimenti in una trattativa basata su un piano industriale giudicato da tutti gli esperti del settore come totalmente fallimentare, sostenuto solo dai soldi pubblici degli ammortizzatori sociali e dal “bancomat” di tagli pesantissimi sul costo del lavoro, senza alcuna prospettiva seria di sviluppo e condizionato dall’ultimatum posto dagli azionisti sull’accettazione dell’accordo, pena il “presunto fallimento” dell’Azienda.USB, insieme ad altre forze sindacali Alitalia aveva fin da subito ritenuto che una trattativa con questi presupposti non avrebbe portato che a un esito del genere. Per questo aveva aperto sin dall’inizio una vertenza che ha visito 4 scioperi e grandi momenti di mobilitazione per reclamare una soluzione politica per il futuro dell’Azienda e di tutto il settore. Occorreva mettere in discussione alla radice il piano industriale presentato e chiedere l’intervento del governo sia per un ingresso diretto nella gestione dell’azienda, sia per la regolamentazione di un settore ultra-deregolamentato.
Il “verbale di confronto” partorito ieri sera alla presenza di quasi tutto il governo e delle massime cariche di cgil, cisl, uil e ugl, avalla il piano, certifica esuberi che sono creati da cessioni di attività aziendali, taglia in modo insostenibile il costo del lavoro del personale navigante sulla scorta delle richieste aziendali e soprattutto accetta integralmente il ricatto alla base di una trattativa completamente sbagliata. Tra l’altro non sono state accolte alcune condizioni minime che USB aveva posto almeno come argine agli effetti negativi per i lavoratori, come ad esempio alcuni interventi sui diritti salariali acquisiti. Come non c’è alcuna intervento sulla ulteriore mattanza dei precari e nessuna accenno, neanche minimo, alla riforma del settore.
Le parti firmatarie affermano che questi punti rappresentino la massima mediazione possibile e lasciano la patata bollente in mano ai lavoratori in un referendum il cui tema sarà “o accetti tutto questo o l’azienda fallirà”, trasformando un momento democratico in una tagliola.I lavoratori Alitalia, dopo decenni di sacrifici e di tagli occupazionali, non meritavano di essere messi di nuovo in una condizione del genere; era compito di tutto il sindacato, della politica e delle istituzioni fare in modo che il Piano fosse un reale progetto di rilancio. Si poteva e si doveva fare; non è vero che l’alternativa è soltanto il fallimento. L’alternativa esiste e si chiama intervento diretto dello stato. Non averlo fatto è una scelta politica del governo e dei sindacati firmatari che USB condanna con fermezza.I prossimo giorni saranno decisivi e USB lavorerà perché i lavoratori Alitalia possano esprimere nel modo più visibile ed efficace possibile il loro dissenso.

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Referendum: un disastro annunciato

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 ottobre 2016

corte costituzionaleQuale che sarà il risultato, il 4 dicembre per il referendum costituzionale avremo pagato un prezzo altissimo. Assolutamente ingiustificato. Il paese è fermo da sei mesi, e ci attendono altre otto settimane di una campagna elettorale totalizzante, oltre che becera, con due eserciti – ma sarebbe meglio dire due armate Brancaleone – che si fronteggiano assai poco nel merito e troppo nella reciproca demonizzazione. Nessuna riforma, neppure la migliore del mondo – e questa è tutt’altro, per stessa ammissione di molti sostenitori del Sì – potrebbe mai giustificare una simile paralisi. Altro che paura del dopo – fine della democrazia se vince il Sì, caos politico e crack finanziario se prevale il No – qui c’è da disperarsi per quanto è già avvenuto e per quanto ancora accadrà nei prossimi due mesi.Eccesso di pessimismo? Basta vedere i dati dell’economia e il surreale dibattito sui dati previsionali contenuti nel documento programmatico del Governo (il Def) per vedere che ce n’è ben donde. Sulla base delle ultime rilevazioni Istat non solo chiuderemo l’anno con una striminzita crescita di sei o al massimo sette punti decimali – che ci distanzia di un punto di pil abbondante dalla media Ue, più del doppio della nostra – ma quel che più conta lo chiuderemo a “crescita zero”, perché quel poco di ricchezza in più prodotta è stata accumulata nella prima parte dell’anno, e in particolare nel primo trimestre. E se il 2016 è stato a decrescere, il 2017 non può che inerzialmente cominciare piatto. E infatti, non è un caso che tutti gli analisti, nazionali e internazionali, abbiano rivisto al ribasso le stime per il prossimo biennio. Stime che stridono con quelle fornite dal Governo, del tutto irrealistiche (a parità di condizioni). Si dice: ma la differenza è solo di qualche decimale. E per forza: se la previsione inserita nel Def è di crescere dell’1%, la distanza non può che correre sul filo dei decimali.
La verità è che il Paese è fermo. Renzi può anche girare per fabbriche e capannoni – e avere la scusa per comiziare e rilasciare interviste a giornali e tv locali sul referendum – sostenendo che l’Italia è ripartita e che quegli imprenditori sono i protagonisti del rilancio in corso, ma non è raccontando le favole che si accumula prodotto interno lordo. Lui e il ministro Padoan, seccati che qualcuno abbia opinioni diverse, ribattono che le cifre non sono buttate lì a caso – ma neppure i rilievi di Bankitalia, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di Bilancio sono stati fatti giocando a dadi – ma discendono dalle politiche espansive che, Ue o non Ue, il Governo è intenzionato a mettere in campo. Vero: quell’1% di crescita – che non è ambizioso, come si ostinano a dire, perché felicemente temeraria sarebbe una crescita del 2-2,5%, mentre il +1% è irrealizzabile nelle condizioni date e fin troppo prudente in circostanze diverse – sarebbe tranquillamente raggiungibile se solo ci fossero delle politiche espansive. Ma dove sono? Dipendono dalla famosa flessibilità pietita a Bruxelles?Certo non si può definire espansiva la scelta di spendere quel poco che c’è e quello che non c’è (facendo più deficit) a favore del pubblico impiego e per creare meccanismi di anticipo della quiescenza. Non sappiamo ancora quanto costeranno queste due voci, ma se anche fosse qualche miliardo (ma sarà di più, o si deluderanno le attese, trasformando in boomerang quei provvedimenti) si tratterrebbe comunque di soldi che il famoso coraggio sbandierato da Renzi come suo tratto distintivo dovrebbe indirizzare verso ben altre tipologie di spesa. Qui ci vogliono investimenti diretti e indiretti (cioè fiscalmente favoriti), non altra spesa pubblica improduttiva. Questa idea che dando un po’ più di soldi alla gente si genera domanda interna o, peggio, che se va in pensione anticipatamente qualche padre o madre i figli trovano lavoro e la disoccupazione diminuisce, ha già dimostrato di essere fallace. Noi abbiamo sempre detto che non solo è possibile, ma anche giusto che in una fase congiunturale come questa, in cui la stagnazione fa da spartiacque tra la ripresa (che finora non c’è stata) e la recessione (che rischia seriamente di riaffacciarsi), si possa fare più deficit e si possano bypassare i vincoli europei. Anche di brutto, senza timidezze. Ma a due condizioni: che le risorse siano spese per gli investimenti e che all’Europa si presenti un piano di riduzione straordinaria del debito con il concorso del patrimonio pubblico e privato. All’orizzonte non c’è nulla di tutto questo. E credere e far credere che la riforma costituzionale – comunque la si voglia giudicare – surroghi queste scelte e diventi propedeutica ad una politica economica salvifica non solo non è vero, anzi – come dimostra un anno intero buttato via per un’assurda campagna elettorale – è purtroppo vero il contrario.Qui non si tratta di quella che è stata chiamata la personalizzazione della battaglia referendaria da parte di Renzi, e su cui pure il primo ministro oscilla tra “ho commesso un errore, coinvolgendomi troppo ho fornito l’alibi ai miei avversari per attaccare il Governo” e la ripetizione fino alla noia de “se perdo vado a casa” e dell’apocalittico “in ballo c’è il futuro dell’Italia”. No, francamente del destino personale di Renzi non ce ne può importare di meno (come di qualunque altro protagonista della vita politica e istituzionale, un paese maturo di fronte a problemi complessi non può cadere nel ricatto insito nel leaderismo). Quello che conta è il governo del Paese. Ed è proprio ciò che è mancato e sta mancando.Era già successo nel 1993 con il (nefasto) referendum Segni, quando l’Italia credette che il nocciolo dei suoi problemi fosse la legge elettorale proporzionale e l’assetto politico che ne discendeva, che il Paese si fermasse ad occuparsi d’altro. Il risultato è stato un ventennio disastroso, quello della Seconda Repubblica, che ha prodotto un declino strutturale nel quale siamo immersi. Ora rischiamo di commettere di nuovo lo stesso errore. Importa forse a qualcuno che l’Fmi, quando ancora, qualche mese fa, stimava che il pil avrebbe fatto +1,1 quest’anno e +1,25% nei prossimi due, abbia profetizzato che continuando così l’Italia recupererà solo “a metà degli anni 20”, cioè tra un decennio, i livelli di reddito esistenti prima della grande crisi finanziaria mondiale? E c’è qualcuno che sta ragionando sul fatto che in giro per il mondo si avvertono sinistri scricchiolii che fanno temere (ai più accorti) che lo tsunami del 2008 potrebbe ripetersi con effetti ancora più devastanti? Continuiamo pure a baloccarci con il Senato delle Regioni e i premi di maggioranza che consegnano il parlamento e il governo in mano a esigue minoranze nel Paese… Da quelle riforme non passa la ripresa dell’economia. Non sarebbe così neppure se fosse il più perfetto dei ridisegni dell’intera architettura istituzionale, tanto meno lo è visto che la riforma è parziale, contraddittoria e sbagliata in alcuni passaggi essenziali. (Enrico Cisnetto direttoreo http://www.terzarepubblica.it (n.r. E’ che noi siamo un popolo molto strano. Facciamo il diavolo a quattro perchè il sindaco di Roma ha perso tre mesi per completare la sua giunta e non ci stupiamo se il governo ne perde sei per dedicarsi animo e corpo al referendum. Ma Renzi fa ancora di più convince la commissione europea che il suo impegno è volot a contrastare il populismo delle opposizioni, ma lui non fa del populismo con gli 80 euro ai lavoratori di una certa fascia di reddito e a promettere 12 euro al mese ai pensionati con basse pensioni e altrettanto ai dipendenti pubblici?)

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Libia: Un disastro bellico annunciato

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 febbraio 2016

libiaBarbara Spinelli è intervenuta nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo nel punto in agenda dedicato alla situazione in Libia, alla presenza di Bert Koenders, ministro degli affari esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza della Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.“Sono meno ottimista di lei, Signor Koenders”, ha detto la deputata del GUE/NGL. “Temo l’ennesima guerra in Libia, perché conosciamo ormai i disastri delle guerre antiterroriste dell’Occidente. Non dimentichiamo che i rifugiati sono il frutto del caos che da anni seminiamo ovunque. I foreign fighters parlano confusamente di Islam, ma pensano soprattutto se stessi come War Generation”.“Non avete saputo sciogliere il nodo siriano ed evidentemente non lo volete, visto che alla Conferenza di Ginevra accettate il diktat turco: niente rappresentanti curdi ai negoziati, per ora. L’unico a volerli è Putin: forse il solo che sa l’indispensabilità dei Curdi ai fini di una vittoria contro l’Isis”.
“Stessa cecità in Libia: il fallito intervento del 2011, più il caos siriano, hanno finito con l’aprire le porte libiche all’Isis, e ora preparate altri interventi militari senza preoccuparvi che in quel Paese vi sia di nuovo uno Stato, cioè il monopolio sull’uso della violenza legittima”. “Non per ultimo: penso che il governo italiano non debba mettere i piedi in Libia, per difendere interessi economici o di prestigio, a causa del suo passato coloniale”.

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G8: lettera aperta a Silvio Berlusconi

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 luglio 2009

“Caro Presidente, l’Italia e il mondo intero hanno veramente bisogno di fiducia! Non di promesse, di parole, di sfilate. Ma di fatti! Risposte! Politica vera! Quella politica che protegge ogni essere umano, ogni cittadino e ogni suo diritto. A partire da quelli già riconosciuti dalla Convenzione Universale dei diritti umani. Dalla nostra Costituzione. Dagli impegni internazionali che più volte avete annunciato, proclamato, sottoscritto! Ma non ancora mantenuto”. È l’appello lanciato da Guido Barbera – presidente del Cipsi, Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale che raggruppa oggi 42 associazioni italiane – al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi impegnato a presiedere l’incontro allargato del G8 a L’Aquila. Non è il gossip che ci preoccupa e che minaccia la credibilità del nostro paese e la fiducia dei cittadini, quanto piuttosto le tante promesse non mantenute e gli impegni disattesi. Non c’è altro tempo da perdere, se vogliamo difendere la vita! continua Barbera. L’ambiente, i cambiamenti climatici, la lotta alla miseria e alla fame, la salute, l’acqua, l’istruzione, la dignità di ogni persona aspettano risposte concrete immediate! Questi problemi vitali, non trovano risposta alcuna in nuovi pacchetti di liberalizzazione commerciale. Per affrontare concretamente la crisi economica globale e ridare fiducia alla vita sociale internazionale, è indispensabile mantenere gli impegni assunti per il raggiungimento non solo degli Obiettivi del millennio, ma anche della garanzia dei diritti fondamentali ed essenziali a tutti i cittadini del pianeta. Per questo, conclude Barbera, ti chiediamo, caro Presidente, di dare l’esempio e di essere credibile mantenendo gli impegni assunti a livello internazionale per il raggiungimento degli Obiettivi del millennio, per il Global Found, per la cooperazione. Ti chiediamo di liberare ed erogare i fondi del 5 per mille, indispensabili a sostenere l’opera sociale nel nostro paese. Ti chiediamo di bloccare il processo di privatizzazione dell’acqua in Italia, riconoscendola come bene comune e sostenendone il riconoscimento come Diritto universale. Ti chiediamo di rivedere il pacchetto sicurezza e tutte le norme, procedure e azioni che violano i diritti delle persone immigrate e rifugiate, evitando in ogni modo il ritorno di una politica razzista nel nostro paese. Ti chiediamo di tagliare gli investimenti di morte e moltiplicare invece gli investimenti italiani per la pace, la solidarietà e la cooperazione. Ti chiediamo di essere sempre, comunque e dovunque un difensore dei diritti di tutti, non solo di pochi. Se sarai capace di dimostrarci che mantieni questi impegni veramente, allora, come cittadini italiani, inizieremo a riavere fiducia. (www.cipsi.it)

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