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Posts Tagged ‘anticorpi’

Covid-19, dopo l’infezione quanto persistono gli anticorpi nei bambini?

Posted by fidest press agency su sabato, 17 settembre 2022

Da uno studio di coorte svolto su bambini e adulti italiani con infezione da COVID-19, prima autrice Costanza Di Chiara della Divisione di malattie infettive pediatriche presso il Dipartimento per la salute della donna e del bambino all’Università di Padova, emerge che le IgG anti-dominio di legame del recettore spike (S-RBD) SARS-CoV-2 persistono fino a 12 mesi dopo l’infezione in tutte le fasce di età, con picchi anticorpali più elevati nei più giovani. «La vaccinazione contro il virus SARS-CoV-2 è uno degli strumenti più efficaci per ottenere l’immunità di gregge nel breve periodo» scrivono gli autori su JAMA Network Open. Di conseguenza, una comprensione più profonda dei meccanismi relativi alla cinetica a lungo termine e alla durata della risposta immunitaria antivirale è fondamentale per ottimizzare le strategie vaccinali. A questo proposito, gli anticorpi IgG anti-SARS-CoV-2 S-RBD con la loro forte correlazione positiva con gli anticorpi neutralizzanti (NAbs), rappresentano uno strumento riproducibile, conveniente e preciso per definire la qualità della risposta immunitaria dell’ospite contro il COVID-19. Da qui lo studio di coorte, cui hanno preso parte 252 cluster familiari COVID-19 sottoposti a follow-up sierologico fino a 10 mesi dopo l’infezione con quantificazione delle IgG anti-S-RBD mediante chemiluminescenza. «Dei 902 partecipanti, 697 avevano un’infezione da SARS-CoV-2 confermata, inclusi 351 bambini o fratelli maggiori (età media 8,6 anni) e 346 genitori (età media 42,5 anni). «Di questi, il 96,7% erano casi asintomatici o lievi, e i bambini avevano livelli di IgG S-RBD significativamente più alti rispetto ai più anziani, con un titolo nei pazienti sotto i 3 anni che risultava 5 volte più elevato di quello degli adulti. Inoltre, l’analisi longitudinale di 56 partecipanti allo studio campionati almeno due volte durante il follow-up ha dimostrato la persistenza degli anticorpi fino a 10 mesi dall’infezione in tutte le classi di età, nonostante un progressivo declino nel tempo.«Questo studio può fornire una base per definire sia il programma di vaccinazione COVID-19 nei bambini non precedentemente infetti sia l’immunizzazione di richiamo nei pazienti in età pediatrica che hanno già sperimentato l’infezione da SARS-COV-2» concludono gli autori. (Fonte Doctor33)

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Il bersaglio di Putin e gli anticorpi dell’Occidente

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 aprile 2022

By Enrico Cisnetto (abstract) Diciamoci la verità, se dopo due mesi di guerra Putin non ha ancora chiuso la partita Ucraina è perché non ha interesse a farlo. Certo, è vero che l’eroica resistenza degli ucraini è stata al di sopra di ogni aspettativa, sia come intensità che come efficacia. Ed è altrettanto vero che la qualità dell’armamento russo e lo spirito dei militari impegnati sul campo si sono rivelati decisamente al di sotto delle attese. Inoltre, l’attivismo di Zelensky, che ogni giorno parla al telefono con presidenti e capi di Stato, tiene discorsi a parlamenti di mezzo mondo e spesso incontra leader europei e occidentali che vanno a trovarlo a Kiev, ha reso difficile per Mosca sferrare un attacco letale al bunker dove si nasconde il presidente ucraino. La cui eventuale capitolazione, tuttavia, rappresenterebbe un punto di non ritorno di questa guerra, ed è difficile immaginare che Putin voglia ma non riesca a centrare questo obiettivo. Io credo che Putin voglia sfidare l’Occidente, sapendo che né la Nato né tantomeno l’Europa – intesa come comunità e come singoli paesi – non possono permettersi di “fare la guerra”, perché le opinioni pubbliche continentali, già scosse se messe di fronte alla domanda se siano disposte a rinunciare a qualche ora di elettricità o qualche grado di freddo o caldo dei loro condizionatori per aiutare l’Ucraina, non lo tollererebbero. Tanto che neppure sul piano delle sanzioni economiche si riesce ad arrivare, principalmente per responsabilità della Germania e in seconda battuta dell’Italia, alla decisione che rappresenterebbe la vera svolta, e cioè quella di rinunciare completamente e subito al gas e petrolio russo. Per Putin è molto più importante riuscire a di spostare verso Ovest il limite tra democrazie autoritarie – o, come si usa dire adesso, autocrazie o democrature – e mondo occidentale. Ciò che vuole è combattere e limitare lo sviluppo della democrazia e delle democrazie, cioè di sistemi politici che mettono in difficoltà il suo potere, la sua figura, la sua visione del mondo. Ma se questo è lo schema di gioco di Putin, come reagisce l’Occidente? L’affermarsi, in Europa come negli Stati Uniti, di partiti e leader politici populisti e sovranisti con simpatie verso paesi autoritari come Russia e Cina, dovrebbe indurci a temere che la democrazia si stia indebolendo, o addirittura che sia in recessione. Tanto più che, a ben vedere, dittature e autocrazie controllano circa due terzi della popolazione globale. E anche nella Ue ci sono paesi affetti da derive autoritarie (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia). E, allora, che fare? A me sembra che oggi ci sia una sola risposta possibile all’imperialismo putiniano, e non sta (solo) nella fornitura di armi all’Ucraina e nelle sanzioni economiche alla Russia per costringerla al default. La risposta è: riguadagnare, e con gli interessi, il tempo perduto in questo trentennio nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Finora si è guardato a questo traguardo con – colpevole – scetticismo, considerandolo o un romantico idealismo o, peggio, una presunzione predatoria di qualche potere forte che se ne infischia delle identità nazionali. Io ho sempre pensato, invece, che fosse una necessità dettata dalle logiche, prima di tutto dimensionali, della competizione globale, pena la marginalizzazione nelle catene del valore e il conseguente declino economico. Poi i tempi e le forme della nuova integrazione possono anche essere diversi, considerato che l’unanimismo è il primo motivo di paralisi. Ma la risposta che va data a Putin deve essere di pari forza alla sua sanguinaria, ma lucida, ambizione planetaria. (fonte: http://www.terzarepubblica.it)

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Covid-19: nuova luce sugli anticorpi che popolano naso e bocca

Posted by fidest press agency su sabato, 23 aprile 2022

Dall’analisi della saliva arrivano nuove informazioni sulla risposta immunitaria attivata dal vaccino Pfizer-BioNTech anti-Sars-CoV-2 che spiegherebbero perché, nei primi mesi dopo l’iniezione, le persone risultano protette anche dall’infezione, non solo dalla malattia grave e dall’ospedalizzazione. Le scoperte sono state pubblicate su EMBO Molecular Medicine dal team di ricercatori Humanitas coordinati dalla prof.ssa Maria Rescigno, capo del Laboratorio di Immunologia delle mucose e microbiota di Humanitas e docente di Patologia Generale di Humanitas University, e dalla dott.ssa Chiara Pozzi, biologa e ricercatrice di Humanitas. I ricercatori sono partiti da una domanda: in che modo vaccini somministrati per via intramuscolare riescono, almeno nei primi mesi, a proteggere dall’infezione a livello delle mucose nasali e orali, ossia dove il virus entra per aggredire l’organismo? Per rispondere al quesito sono stati analizzati campioni di sangue e saliva provenienti da un centinaio di persone vaccinate con il vaccino Pfizer-BioNTech. Questa ricerca si inserisce in un progetto più vasto nel quale, dal 2020, più di 4000 professionisti degli ospedali Humanitas partecipano volontariamente a Covid Care Program: uno dei primi e più estesi studi epidemiologici e immunologici avviato in Humanitas per valutare la risposta immunitaria a Sars-CoV-2 e trovare risposte alle tante domande della pandemia.Restava da capire perché le IgA, invece, sono presenti nella saliva in bassissimi livelli dopo la vaccinazione. “Le IgA specifiche per SarS-CoV-2 riscontrate nel plasma e in bassissimi livelli nella saliva sono prodotte classicamente nel sangue periferico (IgA1), e hanno la caratteristica di essere molto instabili se si ritrovano in presenza di proteasi batteriche, come quelle presenti nella saliva – conclude la prof.ssa Rescigno -. Rischiano dunque di venire degradate in quell’habitat dal microbiota salivare. Da qui possiamo presumere perché vediamo IgA nel sangue e non nelle mucose”. Lo studio riconferma l’efficacia del vaccino che non solo protegge dalla malattia grave e dalla morte, ma è utile anche per dare una protezione a livello delle mucose prevenendo l’infezione. Questo effetto non è duraturo, perché gli anticorpi prodotti, una volta arrivati nella saliva, si disperdono facilmente. In futuro, potrebbe essere utile studiare un vaccino destinato proprio alla protezione delle mucose, da dove il virus entra nell’organismo. (abstract)

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Covid-19, quanto durano gli anticorpi nei guariti e negli asintomatici. Uno studio fa il punto

Posted by fidest press agency su lunedì, 14 febbraio 2022

La gran parte delle persone che si sono ammalate di Covid-19, specie se in forma grave, possiede anticorpi neutralizzanti contro il coronavirus per almeno 16 mesi. È quanto emerge da uno studio della Southern University of Science and Technology di Shenzhen pubblicato su Nature Microbiology. Comprendere quale sia la durata della protezione acquisita dopo l’incontro con il virus SARS-CoV-2 è uno dei quesiti che più ha appassionato la ricerca fin dall’inizio della pandemia. «È stato dimostrato che i coronavirus umani stagionali inducono risposte anticorpali di breve durata e la reinfezione con lo stesso coronavirus stagionale si verifica frequentemente nei 12 mesi dopo l’infezione. Tuttavia, i due coronavirus che causano malattie gravi negli esseri umani (il SARS-CoV e il MERS-CoV) inducono risposte anticorpali più forti e che durano fino a 3 anni», spiegano i ricercatori. Nel caso di SARS-CoV-2 ancora non esistono dati definitivi. La nuova ricerca ha preso in considerazione 214 pazienti seguiti per quasi 16 mesi. 51 di essi avevano avuto un’infezione severa, 134 una lieve e 29 erano stati completante asintomatici. Studiando l’andamento degli anticorpi neutralizzanti (soprattutto di quelli IgG diretti contro la porzione RBD della proteina Spike) i ricercatori hanno scoperto che la risposta immunitaria raggiunge un picco dopo circa tre mesi dall’infezione; successivamente comincia un calo lento seguito da una stabilizzazione a un livello di anticorpi considerato comunque protettivo. Questi livelli si erano mantenuti fino all’ultimo test eseguito sui volontari a 480 giorni da quando avevano contratto l’infezione. Non tutti i pazienti presentavano però la stessa risposta immunitaria: i ricercatori hanno scoperto che dopo 1 anno il 14% di quanti avevano avuto una infezione lieve e il 50% di chi aveva avuto un’infezione asintomatica non avevano livelli rilevabili di anticorpi neutralizzanti. Lo studio ha mostrato inoltre un calo dell’efficacia degli anticorpi contro le varianti Beta, Delta e Mu. Mentre non ha fornito dati sulla variante Omicron. (fonte: Doctor33)

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Far controllare i propri anticorpi prima di ricevere una terza dose di vaccino

Posted by fidest press agency su mercoledì, 1 settembre 2021

In Israele, alcune persone stanno già ricevendo la terza dose di vaccino. Anche in Germania si dice che una vaccinazione di richiamo potrebbe essere necessaria, poiché l’effetto immunizzante si esaurisce col tempo. Questo è specialmente il caso delle persone più anziane che sono state vaccinate da tempo.Roland Meißner, CEO di nal von minden GmbH, esorta le persone interessate a chiarire prima il loro stato immunitario: “In ogni caso, un individuo dovrebbe prima verificare se una terza vaccinazione contro il coronavirus sia effettivamente necessaria. Forse si potrebbero avere già abbastanza anticorpi nel sangue, il che significherebbe essere sufficientemente protetti e una terza dose potrebbe non essere necessaria”. Resta da vedere se il Comitato permanente per le vaccinazioni (in tedesco: STIKO) le raccomanderà in futuro.Controllare il proprio stato di vaccinazione non è complicato. Anzi, è proprio il contrario. È possibile valutare molto rapidamente se le due precedenti vaccinazioni contro il coronavirus hanno “funzionato” nei singoli casi: Il test NADAL COVID-19 S1-Nab rileva gli anticorpi in soli 10 minuti.Meißner spiega: “Dopo il primo – e talvolta il secondo – vaccino contro il coronavirus, vengono prodotti anticorpi nel sangue. Questi anticorpi assicurano che se l’individuo entra in contatto con i coronavirus, questi virus saranno immediatamente riconosciuti e rapidamente respinti. Sono questi anticorpi che possono essere rilevati utilizzando il nostro test rapido”. È sufficiente una piccola puntura del dito – la metà di quella necessaria per monitorare la glicemia. La goccia di sangue viene poi aggiunta alla cassetta del test fornita. I risultati sono disponibili entro 10 minuti. “È certamente preferibile ai potenziali effetti collaterali che potrebbero seguire ad una terza vaccinazione”, dice Meißner.Il test rapido degli anticorpi è già stato esaminato nel corso di studi. Meißner dice: “Con i nostri test anticorpali, è possibile determinare una risposta vaccinale a tutti i principali vaccini”.Cosa c’è da sapere: Chiunque sia interessato può fare un test per gli anticorpi NADAL COVD-19 S1-Nab presso lo studio del proprio medico al costo di circa 20 euro. (By Fabrizio Pivari)

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Covid-19, quando e a chi misurare gli anticorpi post-vaccino. Ecco le indicazioni

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2021

Sollecitare le autorità competenti a livello nazionale e regionale affinché sia possibile attivare nei centri di riferimento la valutazione degli anticorpi anti Sars-CoV-2, con metodi “validati”, per avere un quadro “della risposta immunitaria di soggetti e pazienti fragili (ad esempio immunocompromessi, in terapia con farmaci immunoregolatori come i trapiantati d’organo, anziani oltre 70 anni)”. A lanciare l’appello sono tre scienziati italiani: Mario Plebani, del Dipartimento di Medicina di laboratorio dell’Azienda-ospedale università di Padova; Giuseppe Banfi dell’Irccs Istituto ortopedico Galeazzi e dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, e Giuseppe Lippi, della Sezione di Biochimica clinica dell’università di Verona. Il tema è al centro dell’attenzione con l’avvento dei vaccini anti-Covid e le riflessioni successive sulla necessità o meno della terza dose: quando fare il test per la misurazione degli anticorpi e a chi? Che utilità e limiti può avere questo tipo di analisi? Ha senso o sono solo “soldi buttati”? Gli esperti, in un intervento a loro firma che entra nel cuore del dibattito, riflettono su questi punti. E sottolineano in primo luogo un aspetto, che riassumono con la formula “one size does not fit all”. “Lo studio della cinetica di risposta anticorpale e la sua eterogeneità correlata a variabili quali età, sesso, indice di massa corporea, patologie croniche e utilizzo di farmaci immunosoppressori, in epoca di medicina di precisione, permette” di dirlo. Per gli studiosi, “specialmente in alcune categorie di soggetti e pazienti, l’analisi anticorpale dovrebbe essere utilizzata per verificare la qualità della risposta immune e per guidare successive decisioni cliniche e terapeutiche, finanche l’utilizzo di dosi ulteriori di vaccino (‘boost’) in soggetti in cui si risconti una modesta/insufficiente risposta anticorpale alla dose consueta e raccomandata”, fanno notare. Lo studio della risposta immunitaria verso Sars-CoV-2, scrivono Plebani, Banfi e Lippi, “ha assunto importanza rilevante fin dall’inizio della pandemia da Covid-19, e risulta ancor più importante oggi nel contesto dello sviluppo di nuovi vaccini e nella valutazione dell’efficacia di quelli approvati e utilizzati. Benché la risposta adattativa al virus sia determinata dall’insieme di varie componenti, lo studio degli anticorpi specifici, soprattutto quelli neutralizzanti, è l’aspetto più studiato e valutato”. Gli esperti sottolineano dunque “l’importanza di valutare i rapporti fra anticorpi e anticorpi neutralizzanti, che rimangono il reale riferimento per valutare la risposta immunitaria umorale del soggetto all’infezione. Attualmente, a fronte dello sviluppo di oltre 270 candidati vaccini, 90 dei quali nella fase di trial clinico, la valenza della sierologia anti Sars-CoV-2 assume maggiore rilievo”, osservano. “L’analisi dei risultati dei trial di 7 vaccini attualmente in uso – proseguono – ha dimostrato come gli anticorpi anti-S rappresentino un correlato idoneo di protezione, e ancor più hanno documentato una stretta relazione fra titolo di anticorpi neutralizzanti ed efficacia vaccinale, quanto meno nel prevenire le forme più gravi di malattia”. Un altro aspetto, rimarcato dagli esperti, chiama in causa la medicina di precisione: “Una valutazione del titolo basale di anticorpi neutralizzanti anti Sars-CoV-2 consente di razionalizzare la somministrazione delle dosi successive di vaccino, ad esempio evitando la seconda dose, o riducendo il dosaggio, mantenendo inalterata l’efficacia nei pazienti che abbiano già sviluppato la cosiddetta ‘memoria immunologica’”. “Inoltre, lo studio degli anticorpi specifici e dell’eventuale capacità delle nuove varianti di evadere (almeno parzialmente) l’attività neutralizzante”, rappresenta un altro motivo a detta di Plebani, Banfi e Lippi “per suggerire una loro razionale utilizzazione, specialmente in categorie di pazienti fragili e con possibile compromissione della risposta immunitaria”. Infine: cosa dire dell’analisi degli altri elementi che caratterizzano la risposta al virus? “Se è vero che lo studio della memoria cellulare, delle cellule T, ed anche dell’immunità innata può integrare i dati della sierologia – concludono gli esperti – è altrettanto vero che queste metodologie sono molto meno standardizzate, meno disponibili per la maggior parte dei laboratori clinici e quindi di più difficile applicazione routinaria. Almeno per ora”. (fonte:doctor33)

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Covid-19, l’importanza degli anticorpi monoclonali per chi ha ricevuto un trapianto

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 giugno 2021

Il trattamento con anticorpi monoclonali in pazienti trapiantati con Covid-19 da lieve a moderato è sicuro e aiuta a prevenire la malattia grave. A dirlo è uno studio condotto dalla Mayo Clinic. «La terapia con anticorpi monoclonali è veramente importante per la popolazione trapiantata poiché questa ha meno probabilità di sviluppare la propria immunità. Fornire ai pazienti questi anticorpi li aiuta a riprendersi dal Covid-19» ha dichiarato Raymund Razonable, ultimo firmatario dello studio pubblicato su Open Forum Infectious Diseases.L’uso di bamlanivimab e casirivimab-imdevimab per trattare il Covid-19 da lieve a moderato è stato autorizzato come uso di emergenza dalla Food and Drug Administration nell’autunno del 2020 per quei pazienti con un alto rischio di malattia grave. Molte istituzioni hanno però esitato a procedere nei pazienti trapiantati in quanto l’efficacia e la sicurezza della terapia in questi soggetti non era nota. Lo studio retrospettivo ha così incluso 73 pazienti con trapianto di organo solido che avevano ricevuto infusioni di anticorpi monoclonali (soprattutto bamlanivimab) per il trattamento di Covid-19 da lieve a moderato tra novembre 2020 e gennaio 2021. Entro 28 giorni dall’infusione, 11 pazienti si sono recati al pronto soccorso, inclusi 9 che sono stati ricoverati per un tempo mediano di 4 giorni. Tra i risultati emersi si è visto che nessun paziente ha avuto bisogno di ventilazione meccanica, è deceduto o ha avuto un rigetto. «Benché ci aspettavamo che la terapia con anticorpi monoclonali fosse vantaggiosa per i pazienti, siamo stati piacevolmente sorpresi dai risultati. Solo un paziente ha necessitato di cure in unità di terapia intensiva per un’indicazione non-Covid-19 e, soprattutto, non si sono verificati decessi» ha spiegato Razonable.Poiché da studi recenti è emerso che i vaccini per Covid-19 non sono particolarmente efficaci nei pazienti trapiantati, è fondamentale sapere come trattarli al meglio. E lo studio sottolinea l’importanza degli anticorpi monoclonali per coloro che hanno una malattia da lieve a moderata. «È importante che questi pazienti abbiano accesso precoce al trattamento con anticorpi monoclonali» ha commentato Razonable. «I nostri dati mostrano che gli esiti per i pazienti sono migliori se ricevono l’infusione più precocemente» ha concluso. (fonte Doctor33)

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Emicrania e anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

Buone notizie per gli emicranici in cura con anticorpi monoclonali: AIFA ha tempestivamente accolto la richiesta, presentata ad aprile scorso dalla Società Italiana di Neurologia (SIN), in collaborazione con ANIRCEF (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee) e SISC (Società Italiana per lo Studio delle Cefalee), di rivedere il periodo di sospensione previsto nell’utilizzo degli anticorpi monoclonali anti-CGRP per la cura dell’emicrania in regime di rimborsabilità. nella seduta del 24 maggio la CTS di AIFA ha, infatti, ritenuto possibile prevedere la ripresa del trattamento nel momento in cui (a partire dal primo mese di sospensione) si dovessero ripresentare i criteri che ne hanno previsto la prima prescrizione ovvero almeno 8 episodi di emicrania con punteggio MIDAS ≥ 11. Finora, secondo quanto stabilito dall’ AIFA nella GU n. 182 del 21/07/2020, si prevedeva che al termine di 12 mesi di trattamento il paziente dovesse necessariamente sospendere il farmaco (in regime di rimborsabilità) per poi essere eventualmente trattato dopo 3 mesi dalla sospensione della terapia (ovvero dopo 4 mesi dall’ultima somministrazione) qualora si ripresentassero le caratteristiche che ne supportano la prescrivibilità. I dati scientifici su cui fondare l’individuazione di un periodo di tempo adeguato nel corso del quale il quale il paziente debba essere sottoposto alla somministrazione degli anticorpi anti CGRP non sono univoci e le poche evidenze disponibili in letteratura relativamente alle esperienze di “real life” mettono in evidenza un peggioramento graduale e progressivo dei pazienti emicranici a seguito della sospensione della terapia con anticorpi anti-CGRP, pur in assenza di un costante ritorno ai valori baseline. Tali dati risultano sovrapponibili alla esperienza clinica dei centri Cefalee italiani in quanto appare chiaro il peggioramento clinico cui vanno incontro i pazienti emicranici nei mesi in cui il trattamento con anticorpi monoclonali anti-CGRP viene sospeso. Fonte Ufficio stampa SIN: GAS Communication

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“Gli anticorpi monoclonali: una svolta nel trattamento dell’emicrania”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 Maggio 2021

Venerdì 21 maggio alle 17.30, l’Accademia di Medicina di Torino riprende le proprie sedute in presenza ed in condizioni di massima sicurezza, pur continuandone la trasmissione via web, organizzando una riunione scientifica on line dal titolo “Gli anticorpi monoclonali: una svolta nel trattamento dell’emicrania”. Introduce l’incontro Adriano Chiò, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Torino e socio dell’Accademia di Medicina. Il relatore sarà Innocenzo Rainero, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Torino. L’emicrania è una malattia ad elevata prevalenza che colpisce i pazienti nelle fasi più produttive della loro vita. Nonostante i significativi passi in avanti nella comprensione dei meccanismi fisiopatologici della malattia, la maggior parte dei farmaci attualmente utilizzati non sono stati studiati in modo specifico per l’emicrania. Diversi studi negli animali da esperimento e nell’uomo hanno dimostrato che il neuropeptide correlato al gene della calcitonina (CGRP) svolge un ruolo fondamentale nei circuiti centrali e periferici dell’emicrania. Sono stati messi a punto, pertanto, farmaci che agiscono direttamente sul CGRP o sul suo recettore per il trattamento della malattia. Negli studi clinici randomizzati, questi nuovi farmaci hanno dimostrato una elevata efficacia con un eccellente profilo di sicurezza. Il trattamento a lungo termine con i monoclonali anti-CGRP non ha evidenziato effetti collaterali di rilievo. I primi studi nella pratica clinica di routine (“real-word”) hanno confermato i risultati degli studi randomizzati, suggerendo che gli approcci terapeutici che bloccano la trasmissione a CGRP hanno le potenzialità per aprire una nuova era nel trattamento di prevenzione dell’emicrania.Si potrà seguire l’incontro sia accedendo all’Aula Magna dell’Accademia di Medicina (via Po 18, Torino), previa prenotazione da effettuare via mail all’indirizzo accademia.medicina@unito.it, sia collegandosi da remoto a http://www.accademiadimedicina.unito.it.

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Anticorpi monoclonali contro il Covid

Posted by fidest press agency su domenica, 2 Maggio 2021

Gli anticorpi monoclonali se somministrati all’insorgere dei primi sintomi, meglio se entro i primi 4-5 giorni, permettono di tenere sotto controllo il decorso della malattia e di evitare la forma più grave. Sono concordi su questo gli infettivologi che questa mattina hanno fornito il quadro generale dell’uso dei monoclonali nelle diverse realtà regionali durante l’instant webinar organizzato da Motore Sanità dal titolo “ANTICORPI MONOCLONALI ANTI COVID” al fine di aprire un franco scambio di idee non basate sulla ricerca di visibilità ma sui dati scientifici disponibili sino ad ora e sulle prospettive future. Se in Liguria l’impiego degli anticorpi monoclonali sta procedendo a passo spedito grazie alla collaborazione tra ospedale e territorio, dalla Toscana la notizia è quella che entro luglio potrebbero essere messi a disposizione anticorpi monoclonali più potenti e potranno evitare ai pazienti Covid positivi di essere curati in ospedale. L’EMA, AIFA ed altre istituzioni internazionali e nazionali (NIH) si sono espresse sull’utilità dell’uso degli anticorpi monoclonali contro l’infezione da SARS COV 2 che ha già provocato oltre 120mila morti. Attualmente le linee guida e i trial in corso sdoganano l’impiego dei medesimi più come profilassi che come terapia nei pazienti con malattia grave e conclamata. Così come gli antivirali, gli anticorpi monoclonali sono indicati in pazienti positivi entro 10 giorni dall’esordio dei sintomi e non in pazienti che necessitano di elevati volumi di ossigeno. Gli anticorpi monoclonali non sono stati ancora completamente studiati e non hanno ricevuto l’approvazione definitiva dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ma un parere scientifico positivo all’uso da parte degli enti regolatori dei vari paesi europei, in conseguenza degli studi sino ad ora presentati in pazienti con le caratteristiche definiti nella slide precedente. Sono stati oggetto di autorizzazione temporanea AIFA l’anticorpo monoclonale bamlanivimab e l’associazione di anticorpi monoclonali bamlanivimab-etesevimab, prodotti dall’azienda farmaceutica Eli Lilly, nonché l’associazione di anticorpi monoclonali casirivimab-imdevimab dell’azienda farmaceutica Regeneron/Roche.“Gli anticorpi monoclonali se somministrati all’insorgere dei primi sintomi, meglio se entro i primi 4-5 giorni permettono di tenere sotto controllo il decorso della malattia e di evitare la forma più grave. In Liguria circa 200 persone sono state trattate così senza nessun decesso. Si tratta di una “cura efficace” contro il virus. Peccato che in Italia non sia ancora sfruttata al massimo in tutte le regioni.

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Gli anticorpi neutralizzanti contro il SARS-CoV-2 nei pazienti convalescenti sono ancora attivi a undici mesi dall’infezione

Posted by fidest press agency su venerdì, 16 aprile 2021

Roma. Gli anticorpi neutralizzanti sviluppati dall’organismo umano dopo l’infezione ad opera del Sars-CoV-2 sono ancora presenti a livelli consistenti anche a distanza di undici mesi dall’infezione: è quanto emerge da una ricerca realizzata dal laboratorio di virologia dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, diretto da Maria Rosaria Capobianchi, appena pubblicato sulla rivista Viruses.I ricercatori del laboratorio di virologia hanno analizzato, tra febbraio 2020 e gennaio 2021, 763 campioni di siero da 662 pazienti Covid-19, prelevati durante il ricovero all’INMI “Lazzaro Spallanzani” o dopo il superamento dell’infezione, nel corso dei controlli di follow-up o degli screening per potenziali donazioni di plasma immune. Questi campioni sono stati quindi sottoposti a sieroneutralizzazione, tecnica virologica classica con la quale si verifica la capacità dei campioni ematici di neutralizzare il virus vivo, e che rappresenta il gold standard per la determinazione dell’efficacia protettiva degli anticorpi, essendo più precisa ed affidabile della tecnica degli pseudovirus alla quale molti gruppi di ricerca oggi ricorrono, soprattutto quelli che non dispongono di laboratori di biosicurezza quali quelli presenti presso l’INMI.Dalla ricerca è emerso anzitutto che i livelli (o titoli) di anticorpi neutralizzanti sono più elevati nelle persone di età superiore ai 60 anni, e tanto più elevati quanto più severi sono stati i sintomi respiratori manifestati dai pazienti. I livelli più elevati sono stati raggiunti dai pazienti che manifestavano la cosiddetta ARDS (Acute Respiratory Distress Syndrome) con una P/F ratio (il rapporto tra la pressione dell’ossigeno nel sangue arterioso e la percentuale di ossigeno inspirata dal paziente) inferiore a 200 mmHg. L’aspetto più significativo della ricerca è stata tuttavia la conferma che la maggior parte dei pazienti seguiti per almeno sei mesi e per un massimo di undici mesi ha mantenuto un livello consistente di anticorpi neutralizzanti. Nel 60% circa dei casi seguiti gli anticorpi neutralizzanti hanno raggiunto il picco tra uno e due mesi dopo l’infezione, hanno subito un lieve calo tra i due e i tre mesi, e successivamente sono rimasti stabili sino a undici mesi dopo l’infezione. Nel 24% dei casi gli anticorpi hanno manifestato un trend di discesa continua, senza tuttavia arrivare mai al livello di non essere rilevabili. Nel 15% circa dei casi, infine, gli anticorpi neutralizzanti hanno evidenziato un trend opposto, di incremento nel corso del periodo osservato.I dati che emergono dalla ricerca hanno importanti conseguenze pratiche: i ricercatori dell’INMI hanno infatti sviluppato un algoritmo per lo screening dei donatori di plasma convalescente, che ha permesso di ridurre il numero di campioni sottoposti a test di neutralizzazione, e quindi il carico di lavoro del laboratorio, senza una perdita significativa di donazioni idonee. Ma i dati che emergono dalla ricerca sono importanti soprattutto dal punto di vista epidemiologico, perché forniscono supporto all’ipotesi che la durata della protezione conferita dall’infezione naturale e dai vaccini possa andare oltre gli otto-dieci mesi sino ad oggi ipotizzati dalla letteratura sull’argomento. “Questa ricerca conferma la bontà dell’approccio che da sempre persegue l’INMI, di stretta collaborazione tra l’attività di laboratorio e l’attività clinica, in questo caso il follow-up dei pazienti dopo la fase acuta dell’infezione”, così Maria Rosaria Capobianchi, direttrice del laboratorio di virologia dell’INMI. “Mentre i medici seguono i pazienti nel percorso successivo all’infezione, i loro campioni biologici ci aiutano a capire meglio la risposta del nostro organismo all’infezione e ad elaborare nuove ipotesi sull’evoluzione della malattia e sulla durata della protezione garantita dall’infezione naturale o dai vaccini, in un circolo virtuoso che mette sempre al centro il paziente e le cure”.

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Roma: Somministrazione anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su giovedì, 8 aprile 2021

A partire da oggi la Asl Roma 6 entra a far parte delle 13 strutture identificate dalla Regione Lazio per la somministrazione degli Anticorpi monoclonali (Mabs) anti-SARS-CoV-2 a pazienti positivi all’esordio della malattia con sintomi lievi-moderati e specifici fattori di rischio. Si tratta di anticorpi prodotti grazie a tecniche di immunologia cellulare e ingegneria genetica, specifici contro un solo antigene, in questo caso la proteina spike del virus SARS-CoV-2. “Nell’ultimo anno- afferma il direttore generale Narciso Mostarda- la pandemia ha messo a dura prova la tenuta delle strutture ospedaliere che si sono trovate ad affrontare un marcato aumento delle ospedalizzazioni e dell’intensità delle cure a causa del COVID-19. Ciò ha determinato la creazione di posti letto dedicati che hanno inevitabilmente ridotto le risorse per le altre patologie, con squilibri nella gestione di malattie croniche, acute e nella diagnosi precoce di malattie severe. La situazione di emergenza creatasi ha spinto la ricerca scientifica a concentrarsi su due fronti: la prevenzione con lo sviluppo dei vaccini e la terapia con farmaci che potessero essere utili a evitare la progressione della malattia verso una forma severa troppo spesso a rischio vita. Gli studi effettuati finora, seppur preliminari, suggeriscono che l’utilizzo dei MAbs anti-SARS-CoV-2 in contesti precoci sia associato alla riduzione del numero di ospedalizzazioni, visite e accessi in Pronto Soccorso (PS). Con l’attivazione del Centro per la somministrazione degli Anticorpi monoclonali l’Ospedale dei Castelli entra a far parte di un network di Istituti di Ricerca e di Università che partecipano alla fase iniziale della somministrazione di cure innovative per la popolazione. In questo modo la ASL Roma 6 afferma ancora una volta il proprio impegno a portare le cure al domicilio del paziente”. (Fonte Agenzia Dire)

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Vaccini e anticorpi monoclonali: le nuove strategie di cura a un anno dall’inizio della pandemia

Posted by fidest press agency su martedì, 9 marzo 2021

Dopo un anno dallo scoppio della pandemia e dai primi incontri per parlare di cure e di possibili vaccini, quelle che erano solo ipotesi a inizio 2020, oggi sono realtà. Le risposte alle domande e ai dubbi sull’efficacia dei vaccini, sul ruolo degli anticorpi monoclonali, su eventuali effetti collaterali o resistenza alle varianti del Covid-19 e sulle prospettive di uscita dalla pandemia, sono state al centro, oggi pomeriggio, della web conference online “Vaccini e anticorpi monoclonali: nuove strategie di cura”, organizzata dal Centro Studi Americani in collaborazione con Edra e moderata dall’Onorevole Beatrice Lorenzin, Deputata e coordinatrice Health&Science Bridge, già Ministro della Salute.Il professor Claudio Pignata, Immunologo dell’Università Federico II di Napoli ha spiegato che “oggi l’aspetto prioritario è fermare la circolazione del virus e bloccare le varianti. Per fare questo è importante favorire la copertura vaccinale della popolazione ed è essenziale la rapidità con cui la campagna vaccinale va portata avanti”.Oggi la disponibilità di vaccini è una ricchezza, ma la distribuzione va valutata a seconda della tipologia di soggetti e di fasce d’età, come ha ricordato il professor 𝗗𝗮𝗻𝗶𝗲𝗹𝗲 𝗡𝗼𝘁𝗮𝗿𝗮𝗻𝗴𝗲𝗹𝗼 del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, Washington D.C.: “Siamo in una situazione in cui si deve procedere nei tempi più rapidi alla vaccinazione di massa. Dobbiamo tenere presente che abbiamo vaccini diversi, con natura chimica diversa, alcuni basati su RNA e altri veicolati tramite virus e abbiamo soggetti diversi e fasce età diverse: dobbiamo tenere conto di questi fattori per programmare l’intervento vaccinale più efficace. I vaccini a base di RNA richiedono due dosi: questi vaccini danno una risposta efficace anche nei confronti delle varianti con una minore efficacia sulla variante Sudafricana e i risultati si hanno in particolare solo dopo la seconda dose. I vaccini a base di virus che divengono vettori del vaccino, hanno efficacia maggiore già a partire dalla prima dose. Gli anziani hanno una risposta diversa dai soggetti giovani, quindi vanno protetti in maniera più aggressiva e devono ricevere le due dosi in modo ravvicinato. Lo stesso gli operatori sanitari e i soggetti che hanno patologie che li rendono vulnerabili. Per i soggetti giovani è diverso: per questo potrebbero essere vaccinati con il vaccino AstraZeneca”. Giuseppe Novelli, Genetista e Professore di genetica medica presso l’Università Tor Vergata di Roma e l’Università del Nevada negli Stati Uniti ha poi ricordato i risultati straordinari raggiunti in un anno: “A distanza di un anno abbiamo 73 vaccini già in sperimentazione clinica, 21 che hanno raggiunto lo stadio finale per andare in sperimentazione umana, 78 in fase preclinica (in vitro e su animali): questo era un risultato impensabile soltanto un anno fa. Lo scorso anno parlavamo di monoclonali perché non sapevamo quale sarebbe stata la situazione dei vaccini. Oggi siamo vicini al risultato. Non ci sono vaccini di serie A e di serie B, anche perché le Agenzie del farmaco sono molto serie e quelli che vengono approvati sono efficaci. Ci può essere un vaccino più adatto di altro per determinate categorie. I risultati ottenuti in Inghilterra e Scozia sono incredibili e lì hanno usato più che altro Astra Zeneca: l’analisi sul campo supera ogni sperimentazione”. Ha poi aggiunto: “L’obiettivo è impedire la circolazione del virus. Le varianti originano dove c’è stato meno controllo del virus. Secondo i primi dati, anche i vaccinati iniziano ad avere una diminuzione di infettare. Sugli anticorpi monoclonali guardiamo con grande fiducia, perché i vaccini non bastano, abbiamo anche pazienti da curare ma il plasma iperimmune, su grandi numeri, non ha funzionato. Attualmente gli anticorpi monoclonali sono tanti, una cinquantina, in fase di sperimentazione. Quelli già disponibili, sono un paio, ma sono i primi; quelli nuovi possono avere risultati sulla risposta a cellulo-mediata e stanno dando risultati interessanti. Resta il problema dei costi e degli investimenti sul processo produttivo. Per questo, il rapporto pubblico privato per questo tipo di tecnologie è fondamentale”.

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Diesse e AchilleS Vaccines insieme per le nuove terapie basate su anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su domenica, 21 febbraio 2021

Diesse Diagnostica Senese S.p.A. e AchilleS Vaccines S.r.l. annunciano oggi la firma di un accordo strategico che porterà allo sviluppo congiunto da parte di Diesse, di test quantitativi rapidi di nuova generazione per i terapeutici basati su anticorpi monoclonali che verranno sviluppati da AchilleS Vaccines “Siamo orgogliosi di mettere a disposizione di AchilleS Vaccines la nostra lunga esperienza nello sviluppo e progettazione di test diagnostici per la quantificazione della risposta immunitaria contro agenti patogeni. I test rapidi semi-quantitativi di nuova generazione, che verranno sviluppati in associazione con il terapeutico dedicato, permetteranno di valutare l’opportunità o meno di somministrazione del farmaco in maniera semplice e accurata” – dichiara Massimiliano Boggetti CEO di Diesse. Questo accordo tra un’azienda biofarmaceutica ed una diagnostica, del territorio senese, dimostra l’importanza di mettere a sistema conoscenze complementari nel mondo della salute per accelerare l’innovazione e garantire cure più moderne ed efficaci con l’ottica di raggiungere un reale impatto globale.

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Anticorpi monoclonali, al via la distribuzione

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 febbraio 2021

Anche l’Italia può contare sul suo farmaco anti-Covid. Dopo gli Stati Uniti, e qualche settimana fa la Germania, via libera dal ministro della Salute, Roberto Speranza, alla distribuzione, in via straordinaria, degli anticorpi monoclonali.Il ministro ha annunciato infatti di aver firmato un decreto ad hoc “sulla base delle indicazioni dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del parere del Consiglio Superiore di Sanità” così, insieme ai vaccini “abbiamo, una possibilità in più per contrastare il Covid 19”.Annuncio che mette il sigillo all’accelerazione impressa in questi ultimi giorni dallo stesso ministro, scrivendo l’inizio di un nuovo percorso di lotta al virus e superando così le polemiche sui ritardi che aveva pesato sullo sblocco di questi farmaci. L’Aifa ripercorre, infatti, nell’incipit del proprio parere, l’iter che era stato chiesto alle due aziende per produrre i dati necessari al parere stesso.Due gli anticorpi monoclonali che il 3 febbraio avevano ricevuto il via libera, quelli prodotti da Regeneron e Eli Lilly. Nel parere pubblicato, la Commissione tecnico scientifica dell’Aifa, ha ritenuto “a maggioranza, che in via straordinaria e in considerazione della situazione di emergenza, possa essere opportuno offrire comunque un’opzione terapeutica ai soggetti non ospedalizzati che, pur con malattia lieve/moderata, risultano ad alto rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19” pur considerando, scrivono gli esperti “l’immaturità dei dati e la conseguente incertezza rispetto all’entità del beneficio offerto”. Sottolineando anche che gli anticorpi monoclonali “non possono essere attualmente considerati uno standard di cura”.
Gli anticorpi monoclonali sono ritenuti una delle più promettenti armi contro il Covid-19. Come il plasma, sono anticorpi ‘esogeni’ ovvero sostituiscono quelli prodotti dall’individuo stesso in seguito all’esposizione al virus o al vaccino. Diversamente dal plasma, però, consentono di industrializzare il processo produttivo. Già nei giorni scorsi, il presidente dell’Aifa Giorgio Palù aveva definito tali terapie come “salvavita” e il dg Nicola Magrini aveva comunicato che il Governo ha individuato un fondo per questi farmaci, garantendo così una disponibilità per coprire “diverse decine di migliaia di pazienti”.In merito all’efficacia, nel caso del bamlanivimab ed etesevimab di Eli Lilly, il trattamento riduce il rischio di ospedalizzazione e morte per Covid-19 del 70% in pazienti ad alto rischio, come hanno dimostrato i risultati della sperimentazione di Fase 3 presentati dall’azienda lo scorso 26 gennaio. Gli anticorpi neutralizzanti sono stati utilizzati anche dall’ex presidente Usa, Donald Trump. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, subito dopo l’ok di Aifa, ha dato disponibilità all’uso.
Infine, la Commissione Tecnico Scientifica Aifa, che si è riunita in seduta straordinaria il 2, 3 e 4 ribadisce tuttavia “l’assoluta necessità di acquisire nuove evidenze scientifiche” per “stimare più chiaramente il valore clinico degli anticorpi e definire le popolazioni di pazienti che ne possano maggiormente beneficiare” ma anche il Comitato per i medicinali ad uso umano (Chmp) dell’Agenzia europea del farmaco Ema ha avviato la revisione dei dati disponibili sull’uso degli anticorpi monoclonali casirivimab, imdevimab, bamlanivimab ed etesevimab per il trattamento di pazienti affetti da Covid-19 che non richiedono supplementazione di ossigeno e che sono a elevato rischio di progressione verso la forma severa di malattia. Lo ha comunicato l’ente regolatorio Ue, precisando che il Chmp condurrà due revisioni distinte: una per l’associazione casirivimab/imdevimab e l’altra per bamlanivimab/etesevimab. La revisione dell’Ema, spiega l’Agenzia, “ha lo scopo di fornire un parere scientifico armonizzato a livello dell’Ue, che supporti un’eventuale decisione a livello nazionale di utilizzare gli anticorpi prima che sia concessa un’autorizzazione formale”. Fonte Doctor33

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Coronavirus: gli anticorpi materni possono proteggere i neonati

Posted by fidest press agency su martedì, 9 febbraio 2021

Secondo uno studio pubblicato su Jama Pediatrics, gli anticorpi materni IgG diretti contro Sars-CoV-2 passano attraverso la placenta al figlio se la donna contrae l’infezione da nuovo coronavirus durante la gravidanza, sia in forma asintomatica che sintomatica. «Gli anticorpi di derivazione materna sono un elemento chiave dell’immunità neonatale. Comprendere le dinamiche delle risposte anticorpali materne a SARS-CoV-2 durante la gravidanza, e il successivo trasferimento transplacentare di anticorpi può aiutare a organizzare la gestione neonatale e le strategie di vaccinazione materna» afferma Dustin Flannery, del Children’s Hospital di Philadelphia e della University of Pennsylvania, a Philadelphia, primo autore dello studio. I ricercatori hanno valutato l’associazione tra concentrazioni di anticorpi specifici per Sars-CoV-2 nella madre e nel neonato. La coorte in studio era composta da 1.714 donne, con età mediana di 32 anni, di cui 450 identificate come nere/non ispaniche, 879 come bianche/non ispaniche, 203 come ispaniche, 126 come asiatiche e 56 come appartenenti ad altra razza/etnia. In particolare, sono stati analizzati i dati di 1.471 coppie madre/neonato per le quali erano disponibili il sangue materno e il cordone ombelicale per la ricerca di IgG e IgM. Tra queste coppie sono stati rilevati anticorpi IgG e/o IgM per Sars-CoV-2 in 83 donne al momento del parto e anticorpi IgG sono stati rilevati nel sangue del cordone ombelicale di 72 su 83 neonati. Le IgM non sono state rilevate in nessun campione di sangue del cordone ombelicale e gli anticorpi non sono stati rilevati in nessun bambino nato da madre sieronegativa. Undici bambini nati da madri sieropositive erano sieronegativi; di questi, cinque erano nati da madri con soli anticorpi IgM e sei da madri con concentrazioni di IgG significativamente inferiori rispetto a quelle riscontrate nelle madri di neonati sieropositivi. Le concentrazioni di IgG nel sangue del cordone ombelicale erano correlate positivamente con le concentrazioni di IgG materne, e rapporti di trasferimento placentare superiori a 1,0 sono stati osservati sia tra le donne con infezioni asintomatiche che tra quelle con Covid-19 lieve, moderato e grave. I rapporti di trasferimento sono aumentati con l’aumentare del tempo tra l’inizio dell’infezione materna e il parto. «I nostri risultati dimostrano che gli anticorpi specifici per Sars-CoV-2 di derivazione materna possono fornire protezione da Covid-19 ai neonati» concludono gli autori. (fonte: Doctor33)

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Uso dei due anticorpi monoclonali anti-Covid delle americane Eli Lilly e Regeneron

Posted by fidest press agency su venerdì, 5 febbraio 2021

La Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha autorizzato l’uso dei due anticorpi monoclonali anti-Covid delle americane Eli Lilly e Regeneron, per l’impiego in fase precoce in pazienti ad alto rischio. L’ok è stato dato ma con alcune condizioni, previste legge 219/2006 già utilizzata nel 2015 per l’Ebola, e per una categoria limitata di pazienti”, così Andrea Fiasconaro, consigliere del M5S Lombardia. “Seguo questo tema da tempo e ho depositato anche un’interrogazione in Regione. L’approvazione da parte di Aifa è sicuramente una buona notizia perché ora possiamo contare su un’altra arma di difesa contro il virus. Ora mi auguro che regione Lombardia sia tra le prime a utilizzarli per attuare, negli ospedali lombardi, la terapia con anticorpi monoclonali ‘in emergenza’ o per ‘uso compassionevole’”, conclude Fiasconaro.

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Covid-19, si accende il dibattito sugli anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 febbraio 2021

Non ci si può accontentare solo dei vaccini quando si hanno a disposizione altre armi per combattere il Covid-19. La battaglia tra noi e il virus potrebbe restare ancora impari se non si valutano anche altre opzioni terapeutiche, prime fra tutte quelle a base di anticorpi monoclonali. Il presidente dell’Aifa Giorgio Palù, fa sapere di aver sottoposto al ministro della Salute Roberto Speranza l’utilizzo degli anticorpi già utilizzati in altri Paesi, «insisterò con il ministro perché si arrivi ad usare i monoclonali, non c’è nessuna controindicazione. Se il ministro accoglie la proposta si potrebbe partire subito». In effetti, anche senza approvazione Ema, che necessita di più tempo non avendo un’approvazione di emergenza, i singoli Stati europei possono adottare un decreto d’urgenza e procedere all’acquisto, come del resto ha fatto la Germania, comprando 200 mila dosi di anticorpi monoclonali per una cifra di 400 milioni di euro. Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute, invita l’Aifa a essere «più coraggiosa» e seguire le orme della Germania. «Febbraio e marzo saranno i mesi più difficili», precisa Ricciardi. Gli anticorpi monoclonali «vengono prodotti anche in Italia, riducono del 70% l’aggravamento. Cosa stiamo aspettando?». Per di più, l’Aifa che aveva promosso uno studio clinico randomizzato, al fine di verificare se gli anticorpi monoclonali possano rappresentare una reale opzione terapeutica nella prevenzione della progressione del Covid-19 nei pazienti in fase precoce di malattia, ha posticipato di due settimane il termine di partecipazione. La scadenza, inizialmente fissata al 1 febbraio, è ora prevista per il 15 febbraio. Gli anticorpi monoclonali, fino all’arrivo della pandemia, avevano tre grandi aree terapeutiche di applicazione: antinfiammatoria (artrite reumatoide, artrite psoriasica), immunosoppressiva (patologie autoimmuni, nella prevenzione del rigetto nei trapianti d’organo e nel trattamento di alcuni tipi di linfomi) e antitumorale. Si tratta di molecole biologiche prodotte in laboratorio che imitano la capacità del sistema immunitario di combattere antigeni nocivi come i virus. L’organismo viene inondato con anticorpi neutralizzanti specifici contro il Covid-19 in grado di aiutare il paziente a liberarsi del virus più in fretta. Con un ulteriore vantaggio: i monoclonali restano in circolo ancora per qualche settimana proteggendo, così, dall’infezione. Di monoclonali ce ne sono diversi, alcuni già in commercio e altri in sperimentazione, come quello tutto italiano guidato dal ricercatore microbiologo di fama mondiale Rino Rappuoli che porta la firma di un gruppo di ricercatori della Toscana Life Science in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata e l’Istituto Spallanzani. Tra i più noti e con maggiore efficacia c’è il monoclonale Bamlanivimab, prodotto dall’azienda farmaceutica Ely Lilly, le cui dosi vengono prodotte, tra l’altro, dallo stabilimento Bsp Pharmaceuticals di Latina.Negli Usa la Fda ha dato via libera all’uso sperimentale degli anticorpi monoclonali dai primi di dicembre e «so che giorno dopo giorno, da quello che mi dicono i colleghi, sta andando bene e, come peraltro venuto fuori anche dalla sperimentazione Eli Lilly, c’è una notevole efficacia degli anticorpi, sia quando utilizzati precocemente in terapia sia utilizzati in profilassi. Avere anticorpi vuol dire anche essere nella stessa condizione di un vaccinato. L’Aifa non ha aperto a questo uso. Il rapporto costo-beneficio non è migliore del vaccino, ma va detto che due giorni di ricovero evitati ripagano il costo dell’anticorpo», spiega all’Adnkronos Salute Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano. A lamentare l’assenza dei monoclonali nel nostro Paese è anche l’ex ministro della Salute Beatrice Lorenzin, «non possiamo aspettare altri otto mesi per lo studio. I monoclonali vanno somministrati prima possibile ai lungodegenti nelle Rsa e ai pazienti più fragili. Gli strumenti normativi ci sono tutti, li ho creati io stessa. Siamo in emergenza, l’Aifa deve avere più coraggio». Lorenzin sostiene che per affrontare il Covid ci sia bisogno di una «strategia integrata, come ci sta dimostrando la vicenda di questi giorni con il ritardo nell’approvvigionamento dei vaccini. A maggior ragione avere presto le cure è fondamentale. Prevenzione e terapia, solo questo consentirà di trattare il Covid come una malattia grave, senza che travolga il sistema». Anna Capasso fonte: doctor33)

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Oncoematologia: la nuova frontiera degli anticorpi BiTE

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

Una vera rivoluzione, quella che caratterizza gli anni recenti della ricerca in oncoematologia. Oggi per alcuni tumori del sangue si può parlare di eradicazione della malattia, una prospettiva impensabile fino a poco tempo fa. Questo grazie a terapie innovative con un’efficacia profonda, che riescono a debellare la malattia minima residua, e allo stesso tempo maneggevoli, perché somministrabili a domicilio.Con l’evolversi delle terapie cambiano anche le metafore usate dai media per descriverle: la nuova frontiera oggi è rappresentata dal ‘ponte’ che contraddistingue l’innovativo meccanismo d’azione degli anticorpi BiTE (Bi-specific T-cell Engagers) detti anche a doppio bersaglio, perché si legano contemporaneamente a due target, connettendo le cellule T, gli agenti più potenti del sistema immunitario, alle cellule tumorali. Grazie a questo ponte, le cellule T possono agire a distanza ravvicinata sulle cellule tumorali, riconoscendole, legandosi ad antigeni specifici e rilasciando molecole che ne provocano la morte.Oggi, con l’emergenza sanitaria Covid in corso, assume ancora più valore la possibilità di fare la terapia infusionale al proprio domicilio, consentendo ai pazienti in trattamento, categoria fragile ed esposta ai rischi del contagio, di evitare continui spostamenti. Blinatumomab, capostipite della classe degli anticorpi BiTE, può essere somministrato a casa dal paziente con Leucemia Linfoblastica Acuta. Ogni 3-4 giorni è necessaria la sostituzione della sacca presso il Centro ematologico, che in alcune realtà può essere fatta a domicilio grazie a un servizio di assistenza domiciliare. L’obiettivo, alimentato anche dalle necessità della pandemia, è quello di poter arrivare ad attivare la sostituzione della sacca a domicilio per tutti i pazienti sul territorio. In Europa vengono diagnosticati ogni anno circa 7.000 nuovi casi di Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA), tumore del sangue che colpisce i precursori dei linfociti, un particolare tipo di globuli bianchi deputati a combattere le infezioni e altri tipi di malattia1. Tra questi, si stima che almeno 5.000 siano pazienti pediatrici; in Italia ogni anno circa 400 bambini ricevono una diagnosi di LLA.2Blinatumomab è stato recentemente approvato da AIFA per il trattamento della Malattia Residua Minima (MRD) in pazienti adulti con LLA originata da precursori delle cellule B (con espressione della molecola CD19 sulla superficie delle cellule leucemiche e negativa per il cromosoma Philadelphia) e per il trattamento di pazienti pediatrici di età pari o superiore a 1 anno con LLA originata da precursori delle cellule B (con espressione della molecola CD19 sulla superficie delle cellule leucemiche e negativa per il cromosoma Philadelphia) quando la malattia si ripresenta o non regredisce dopo due precedenti linee di trattamento o dopo essere stati sottoposti a trapianto di cellule staminali. L’efficacia di blinatumomab è confermata anche nella pratica clinica quotidiana. Il trattamento della Malattia Residua Minima – vale a dire debellare le cellule invisibili alla valutazione al microscopio ottico, che possono permanere anche quando la malattia non dà più sintomi e i parametri sono rientrati nella norma, aumentando il rischio di ricadute – è considerato la premessa per arrivare in futuro all’eradicazione della LLA in pazienti in remissione completa. Blinatumomab è la prima e unica terapia ad aver ricevuto questa approvazione regolatoria a livello globale. Il futuro è già qui, ma sono ancora molte le prospettive che si aprono con l’utilizzo degli anticorpi bispecifici BiTE, anche in combinazione con altre terapie e anche per altri tipi di tumore: tra queste, è già stata testata con successo la possibilità per i pazienti con LLA di una terapia completamente ‘chemio free’, associando blinatumomab a una terapia a bersaglio molecolare.

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COVID-19: risultati promettenti per il progetto di ricerca su anticorpi monoclonali umani di Fondazione TLS e INMI Spallanzani

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 Maggio 2020

A circa due mesi dall’avvio del progetto MAbCo19 arrivano i primi risultati della ricerca di Fondazione Toscana Life Sciences (TLS), in collaborazione con l’Ospedale INMI Spallanzani , per lo sviluppo di anticorpi monoclonali umani in risposta all’infezione da SARS-CoV-2, con l’intento di utilizzarli a scopo profilattico/terapeutico e come esca molecolare per la ricerca di antigeni per lo sviluppo di vaccini. I dati sono stati recentemente pubblicati nel preprint “Identification of neutralizing human monoclonal
antibodies from Italian Covid-19 convalescent patients” su BioRxiv1 . Il lavoro, firmato da oltre venti ricercatori, tra i principali a livello nazionale e internazionale delle realtà Spallanzani, Toscana Life Sciences e VisMederi, mostra gli avanzamenti dell’attività di laboratorio che ha selezionato oltre 1.000 cellule B producendo un numero significativo di anticorpi da testare, tra i quali 17 anticorpi sono risultati estremamente promettenti poiché mostrano effetto neutralizzante sul virus vivo. “In questo momento – precisa Claudia Sala, Senior Scientist del MAD (Monoclonal Antibody Discovery) Lab presso Fondazione TLS – i 17 anticorpi stanno per essere clonati ed espressi in laboratorio in modo da poterne disporre di una quantità maggiore per saggi che confermino la loro attività biologica contro il coronavirus SARS- CoV-2. Questa ulteriore fase di controlli e selezione potrebbe durare circa 3 settimane”. A breve, si concluderà dunque la selezione degli anticorpi che permetterà di avere uno o più candidati da proporre per i test clinici sull’uomo in modo da testarne sicurezza ed efficacia. “Prevediamo che questo flusso, antecedente alla fase di testing – precisa Claudia Sala – possa durare nella migliore delle ipotesi circa 6 mesi e comporterà la produzione dei monoclonali candidati su larga scala, grazie alla collaborazione con un partner dotato della necessaria expertise”. Per MabCo19, la collaborazione iniziale con lo Spallanzani è stata già estesa al Policlinico Universitario di Siena e coinvolgerà anche altre realtà ospedaliero-universitarie del territorio toscano, mentre il progetto è finanziato in parte con risorse proprie derivanti dal finanziamento della Regione Toscana per il Centro Regionale di Medicina di Precisione e riceverà a breve anche un rilevante finanziamento europeo. Grazie anche al
contributo della Fondazione MPS, il progetto è stato approvato e riceverà fondi dall’EU Malaria Fund, con specifiche condizioni in fase di definizione. “I risultati ottenuti in questa prima fase della ricerca ci pongono in una posizione di primo piano nel panorama
internazionale – afferma il direttore scientifico INMI Spallanzani, Giuseppe Ippolito – e confermano la bontà della nostra scelta di puntare su una tecnologia con ampio potenziale come quella degli anticorpi monoclonali.” La Fondazione Toscana Life Sciences si prepara dunque ad altre importanti collaborazioni e sinergie per percorrere la strada di una soluzione “made in Italy” al coronavirus SARS-CoV-2 e lo fa partendo dal territorio e dall’ecosistema innovativo che ha creato negli anni, con realtà come VisMederi e Achilles Vaccines al suo fianco nel progetto MabCo19. Un Hub integrato delle scienze della vita, quello di TLS, che ruota attorno a
partnership pubblico-private e costituitosi anche grazie al supporto strategico di attori istituzionali del territorio come Regione Toscana, Fondazione MPS e Comune di Siena.

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