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Posts Tagged ‘anticorpo’

Covid-19: avvio della sperimentazione clinica per la cura a base di anticorpi monoclonali

Posted by fidest press agency su sabato, 6 marzo 2021

L’impegno contro il COVID-19 del Monoclonal Antibody Discovery (MAD) Lab di Fondazione Toscana Life Sciences prosegue con l’avvio degli studi clinici per la verifica della cura a base di anticorpi monoclonali. Toscana Life Sciences Sviluppo annuncia, infatti, che l’anticorpo monoclonale umano MAD0004J08, individuato dal team di ricerca coordinato dal Prof. Rino Rappuoli come il più promettente in risposta all’infezione da SARS-CoV-2, sarà sottoposto ai trial clinici. Nello specifico il farmaco è stato prodotto per conto di TLS dal partner industriale Menarini Biotech, presso lo stabilimento di Pomezia, che ha sviluppato il complesso processo tecnologico e produttivo necessario per questi prodotti. Infialato dall’Istituto Biochimico Italiano Giovanni Lorenzini, l’anticorpo sarà testato, nei prossimi mesi, prima sui volontari sani (fase I) per verificarne la sicurezza, e poi su pazienti positivi al COVID19 (fasi successive di sviluppo clinico) per l’ottimizzazione della dose e le verifiche di efficacia. La fase di industrializzazione dell’anticorpo selezionato si è svolta nell’ambito del Joint Venture Agreement siglato con AchilleS Vaccines, con cui è stato condotto lo sviluppo del farmaco fino all’inizio della sperimentazione clinica, prolungando così la collaborazione all’attività di Project Management regolatorio e autorizzativo. L’anticorpo oggetto della sperimentazione clinica ha dimostrato finora (in vitro e in vivo) una potenza di neutralizzazione tale per cui è sufficiente un dosaggio più basso rispetto ad altri trattamenti analoghi e potrà così essere somministrato attraverso una iniezione intramuscolare; una modalità che potrebbe dimostrarsi meno invasiva per il paziente, più agevole per il medico e con un impatto ridotto su strutture ospedaliere e SSN. Inoltre, si tratta di un anticorpo monoclonale capace di neutralizzare anche la variante inglese e virus che contengono le mutazioni chiave delle varianti sudafricana e brasiliana. E’ recente, infatti, la pubblicazione sulla prestigiosa rivista scientifica Cell del paper “Extremely potent human monoclonal antibodies from convalescent COVID-19 patients” che riporta i principali dati prodotti dal lavoro del team di ricercatori della Fondazione Toscana Life Sciences insieme a VisMederi, INMI Spallanzani, Università di Siena e di Torino, Imperial College di Londra (UK), University of Kent (UK), University of Georgia (USA), The Scripps Research Institute of La Jolla (CA, USA).
La fase clinica di sperimentazione di fase uno si svolgerà presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma e nel Centro di Ricerche Cliniche di Verona, per verificare la sicurezza dell’anticorpo su persone sane. In questo caso, quindi, gli anticorpi verranno sperimentati su 30 volontari adulti sani, per verificare l’assenza di effetti collaterali, valutandone sicurezza e alcuni parametri di farmacocinetica. I trial clinici di fase I saranno gestiti, per conto di TLS Sviluppo, dalla CROSS Research. La sperimentazione prevede di dividere i volontari in bracci di studio distinti per modalità di trattamento (placebo e dosi incrementali di anticorpo). I primi dati disponibili da questa fase sono attesi dopo circa un mese e mezzo dall’arruolamento del primo soggetto. Con un positivo rapporto sulla sicurezza del farmaco, dal primo round di trattamento sperimentale si passerà alle fasi successive allargando il numero di soggetti coinvolti ed entrando in un contesto clinico per la sperimentazione su persone adulte con infezione da Covid19.

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Nota AIFA su anticorpo monoclonale Bamlanivimab

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 dicembre 2020

Sul sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco una nota, pubblicata qualche giorno fa, si smentiscono alcune ricostruzioni giornalistiche apparse nei giorni scorsi su quotidiani nazionali, secondo le quali AIFA avrebbe opposto resistenza all’utilizzo in Italia di un farmaco, l’anticorpo monoclonale Bamlanivimab, prodotto dall’azienda farmaceutica Eli Lilly sul territorio nazionale, e che la stessa azienda avrebbe offerto gratuitamente senza ottenere riscontro. Nella nota L’AIFA precisa tra l’altro di non avere mai ricevuto alcuna proposta di cessione gratuita, uso compassionevole né fornitura per studi clinici dell’anticorpo monoclonale Bamlanivimab da parte dell’azienda produttrice, che all’inizio di ottobre aveva avanzato una generica disponibilità a cooperare con le autorità per individuare modalità d’impiego del farmaco in Italia, senza mai offrire partite gratuite di prodotto. La nota dell’AIFA è disponibile a questo link https://www.aifa.gov.it/web/guest/-/impiego-in-italia-dell-anticorpo-monoclonale-bamlanivimab-per-la-cura-del-covid-19

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Fondazione TLS individua l’anticorpo monoclonale più potente

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 ottobre 2020

Monoclonal Antibody Discovery (MAD) Lab di Fondazione Toscana Life Sciences annuncia la scelta dell’anticorpo monoclonale (MAD0004J08) che si è dimostrato più potente contro il virus e che sarà testato nelle prove cliniche il cui avvio è atteso per fine 2020. Una decisione scaturita dall’attuale fase di sviluppo e produzione dei tre anticorpi migliori (selezionati a luglio scorso) e che valuta sia la capacità dell’anticorpo di legare la proteina spike e di inattivare il virus, sia la resa da un punto di vista dello sviluppo e produzione della terapia contro coronavirus SARS-CoV-2 (Progetto MAbCo19).Inoltre, il gruppo di ricerca ha recentemente pubblicato su BioRxiv il lavoro scientifico “Extremely potent human monoclonal antibodies from convalescent Covid-19 patients” relativo alle evidenze dell’attività svolta finora. Il preprint, firmato da oltre venti ricercatori, tra i principali a livello nazionale e internazionale delle realtà INMI Spallanzani, Toscana Life Sciences, VisMederi, Università di Siena e Imperial College di Londra, mostra gli avanzamenti dell’attività di laboratorio che ha selezionato, dal sangue dei pazienti guariti da COVID-19, oltre 4.000 cellule B producendo circa 450 anticorpi da testare, tra i quali lo scorso luglio sono stati individuati i 3 più promettenti, capaci di neutralizzare due varianti del virus SARS-CoV-2 in vitro con potenza neutralizzante compresa tra 4 e 10 ng/mL.I risultati promettenti illustrati nel paper aprono nuove strade sul fronte dell’approccio scientifico, ad esempio l’ipotesi di una combinazione di anticorpi come possibile terapia. Inoltre, risultati preliminari dei test in vivo (sui criceti) mostrano che gli anticorpi monoclonali selezionati agiscono sia come mezzo preventivo che terapeutico. Il gruppo di ricerca di Toscana Life Sciences sta, dunque, lavorando a una pubblicazione per una rivista peer reviewed che raccolga i risultati finora generati incluse le prove in vivo, per le quali i risultati definitivi sono attesi entro la fine di ottobre 2020. Il MAD Lab di Fondazione Toscana Life Sciences, coordinato dal Dr. Rino Rappuoli, lavora secondo l’approccio sperimentale della Reverse Vaccinology 2.0. Il progetto MabCo19, avviato a fine marzo 2020 grazie a un accordo di collaborazione con l’INMI Spallanzani, successivamente esteso anche alla Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese, è stato possibile grazie a un finanziamento parziale con risorse derivanti dalla Regione Toscana nell’ambito del Centro Regionale di Medicina di Precisione (C.Re.Me.P.), a risorse provenienti da una raccolta fondi pubblica e, successivamente, ad un rilevante finanziamento dall’EU Malaria Fund, supportato anche dalla Fondazione MPS, che ha consentito la creazione di un joint venture agreement tra AchilleS Vaccines, destinataria delle risorse del fondo, e la Fondazione TLS. Gli anticorpi monoclonali Umani sono già ampiamente impiegati in terapia tumorale e approvati da tutte le agenzie regolatorie. Recentemente sono stati usati anche per malattie infettive e nel caso dell’infezione da Ebola hanno rappresentato la prima e unica soluzione per terapia e prevenzione. Inoltre, gli anticorpi monoclonali hanno tempi di sviluppo più rapidi rispetto ai vaccini o ad altri farmaci antivirali e si ritiene, inoltre, che tali tempi si riducano ulteriormente trattandosi di virus, entità biologica molto piccola e meno complessa rispetto ai batteri. L’approccio sperimentale seguito dal gruppo di ricerca di TLS consiste nel reclutare pazienti convalescenti o guariti da infezioni batteriche o virali e nel prelevarne il sangue che è utilizzato per isolare le cellule B, produttrici di anticorpi monoclonali.

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Un anticorpo monoclonale per contrastare la sindrome di Clouston

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 giugno 2020

Un recente studio dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) di Monterotondo, coordinato da Fabio Mammano e co-finanziato dalla Fondazione Telethon, ha permesso di individuare un anticorpo monoclonale, denominato abEC1.1, che legandosi ad una proteina chiamata connessina 30 (Cx30), è in grado di ripristinarne il normale funzionamento in presenza di mutazioni che causano la sindrome di Clouston.I risultati della ricerca svolta in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia “G. Galilei” dell’Università di Padova e lo Shanghai Institute for Advanced Immunochemical Studies della ShanghaiTech University (Siais), sono pubblicati su EBioMedicine, del gruppo Lancet.“La sindrome di Clouston è causata da mutazioni del gene GJB6 che fornisce le istruzioni per produrre la connessina 30 (Cx30), una proteina che si trova in diversi tessuti in tutto il corpo, inclusa la pelle, specialmente sul palmo delle mani e della pianta dei piedi, follicoli piliferi e letti ungueali, e svolge un ruolo nella crescita e nello sviluppo di questi tessuti”, spiega Fabio Mammano. “Le mutazioni del gene GJB6 che causano la sindrome cambiano i blocchi costitutivi di singole proteine, gli aminoacidi, nella Cx30. Sebbene gli effetti di queste mutazioni non siano completamente compresi, portano ad anomalie nella crescita, divisione e maturazione delle cellule nei follicoli piliferi, unghie e pelle”.Il lavoro è stato possibile grazie alla disponibilità dell’unico modello animale di questa malattia umana presso l’infrastruttura di ricerca Infrafrontier/Impc di Monterotondo, coordinata dal Cnr, della quale Fabio Mammano è delegato nazionale.La sindrome di Clouston, conosciuta anche come displasia ectodermica idrotica, è una malattia ereditaria caratterizzata da anomalie dei capelli (alopecia), delle unghie (distrofia ungueale) e della pelle (ipercheratosi palmoplantare); aree della pelle, in particolare sopra le articolazioni, che sono di colore più scuro rispetto alla pelle circostante (iperpigmentazione); e punte delle dita allargate e arrotondate (clubbing). Attraverso questo studio i ricercatori hanno potuto esaminare l’efficacia di un potente anticorpo che agisce sulla connessina.“Al momento non esiste un trattamento per la malattia ma gli studi condotti dal Cnr-Ibbc con l’anticorpo monoclonale abEC1.1 indicano che il trattamento, sia topico che sistemico, è in grado di ripristinare la normale omeostasi nei tessuti della pelle affetti dalle mutazioni di Cx30 che causano la sindrome di Clouston”, conclude il ricercatore Cnr-Ibbc.

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Cancro al seno e nuovo marcatore di resistenza a terapie

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 Maggio 2015

cancro-al-senoUn nuovo biomarcatore permette di predire, nel tumore mammario HER2 positivo, la resistenza a terapie mirate di recente sviluppo. La proteina detective è hMENA11a, una variante del gene MENA. Lo studio pubblicato su Oncogene dal team di Paola Nisticò del Laboratorio di Immunologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena in collaborazione con l’Anatomia Patologica dell’Istituto, dimostra che hMENA11a sostiene l’attivazione di oncogeni importanti, quali HER2 ed HER3, e la proliferazione e la resistenza alla morte cellulare.
I ricercatori hanno provato che la riduzione della quantità della proteina nelle cellule tumorali le rende suscettibili a nuovi farmaci, in grado di bloccare la via di segnale di PI3K, la cui attivazione è un evento frequente nei tumori e favorisce la progressione tumorale, oltre alla resistenza alla chemio- e alla radioterapia.
Lo studio ha importanti implicazioni cliniche e suggerisce che l’espressione di hMENA11a può rappresentare un biomarcatore di risposta a terapie mirate, grazie anche alla disponibilità di un anticorpo monoclonale che permette di riconoscere nei tessuti tumorali l’espressione della proteina.Lo studio è finanziato da AIRC – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro.
Le terapie mirate ai recettori HER2-HER3 hanno migliorato in maniera significativa la sopravvivenza delle pazienti affette da carcinoma mammario. A volte tuttavia i tumori di queste pazienti diventano resistenti alle terapie. Ecco perché molti ricercatori studiano i meccanismi della resistenza e provano strategie per aggirarli.
Il lavoro di ricercatori dell’Istituto Regina Elena dimostra che una forma particolare della proteina MENA, hMENA11a, può collaborare con l’attività oncogenica dei recettori della famiglia EGFR, rendendo le cellule tumorali resistenti alla morte cellulare e attivando quindi i meccanismi di resistenza che il tumore adotta per sopravvivere.
“Il gene hMENA – spiega Paola Trono, primo autore dello studio – è presente nel corso della trasformazione da cellula normale a cellula tumorale e produce diverse forme proteiche durante la progressione del carcinoma della mammella, utilizzando un meccanismo biologico chiamato splicing alternativo. Lo splicing alternativo è un meccanismo altamente complesso che consente di produrre varianti di una stessa proteina, con funzioni anche opposte, a partire dallo stesso gene. L’espressione di hMENA11A, nei tumori HER2 positivi, è correlata con l’espressione dell’oncogene HER3 e soprattutto con il suo stato di attivazione che è considerato determinante nei meccanismi di resistenza a terapie mirate nel carcinoma della mammella.”
Lo studio è stato realizzato grazie a una nuova piattaforma tecnologica (Reverse Phase Protein Array, RPPA), disponibile presso l’Istituto Superiore di Sanità, che permette di valutare l’attività di una proteina nel complesso network delle vie di segnale associate al tumore.
“Una volta validato su grandi casistiche – evidenzia Paola Nisticò – l’impiego di hMENA11a potrà essere indicativo di successo o fallimento di terapie antitumorali dirette verso PI3K. Pertanto l’analisi della sua espressione guiderà gli oncologi verso una scelta terapeutica con il massimo beneficio per i pazienti”.
“PI3K è il gene più frequentemente alterato nei tumori della mammella – conclude Ruggero De Maria, Direttore Scientifico IRE – Pertanto aver scoperto che questa proteina hMENA11a conferisce resistenza agli inibitori di PI3K apre delle nuove prospettive terapeutiche molto importanti. In futuro speriamo di identificare farmaci in grado di inibire l’espressione e l’attività di questa proteina in modo da poter aumentare l’efficacia delle terapie attualmente in sperimentazione clinica”.

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L’obesità associata al diabete possibile fattore di rischio per l’autoimmunità

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 gennaio 2015

obesoUn nuovo marcatore di autoimmunità per il diabete è stato recentemente associato all’obesità. Lo studio condotto da un gruppo di ricercatori della Sapienza è stato pubblicato sulla rivista medica statunitense Diabetes Care. Un nuovo marcatore di autoimmunità per il diabete è stato recentemente associato all’obesità. Il lavoro, messo a punto da un gruppo di ricercatori della Sapienza (Raffaella Buzzetti, Marialuisa Spoletini, Simona Zampetti, Giuseppe Campagna, Lidia Marandola, Francesca Panimolle, Francesco Dotta, Claudio Tiberti for the NIRAD Study Group – NIRAD 8) suggerisce che l’obesità possa favorire la comparsa di anticorpi coinvolti nella genesi della autoimmunità. Infatti lo studio ha individuato un anticorpo che agisce verso una proteina trans-membrana (la tirosina-fosfatasi frammento 256-760) della beta-cellula pancreatica che produce insulina. I ricercatori hanno scoperto che tale anticorpo aumenta con l’aumentare dell’indice di massa corporea (BMI) in soggetti obesi con precedente diagnosi di diabete tipo 2.
Questi risultati sono stati raggiunti grazie ad una sperimentazione effettuata su un ampio numero di pazienti (1850) con diagnosi di diabete tipo 2. Il 6.5% dei pazienti è risultato positivo ad almeno un anticorpo caratteristico del diabete tipo 1 ed inoltre lo studio ha evidenziato che l’anticorpo di recente individuazione, aumenta con l’incremento del BMI dei pazienti.
“La presenza di un autoanticorpo diretto verso la beta-cellula pancreatica in pazienti diabetici obesi che aumenta con l’aumentare del BMI” – afferma Raffaella Buzzetti coordinatrice della ricerca – “lascia ipotizzare che il tessuto adiposo in eccesso possa avere una genesi nella formazione degli stessi anticorpi”.
Lo studio è stato effettuato nell’ambito del progetto NIRAD (Non Insulin Requiring Autoimmune Diabetes) finanziato dalla Fondazione della Società italiana di Diabetologia grazie ad un contributo della NOVO Nordisk. Il NIRAD o LADA è una forma di diabete clinicamente simile al diabete tipo 2 caratterizzata dall’insorgenza in età adulta, dalla presenza di marcatori anticorpali caratteristici del diabete tipo 1 ad insorgenza giovanile e dalla evoluzione frequente verso la terapia insulinica. (Raffaella Buzzetti)

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