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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘antidiabetici’

I nuovi antidiabetici che eliminano il glucosio attraverso le urine

Posted by fidest press agency su domenica, 19 maggio 2019

Le gliflozine sono una nuova classe di molecole in grado di ridurre i livelli plasmatici di glucosio inibendo una proteina responsabile del 90% del riassorbimento del glucosio da parte dei reni, il co-trasportatore di sodio-glucosio 2 (SGLT2), favorendo la glicosuria, cioè l’eliminazione del glucosio con le urine, dimostratesi efficaci nel diminuire gli eventi e la mortalità cardiovascolari. Gli esperti AMD hanno verificato l’applicabilità di alcuni studi clinici (Cardiovascular Outcome Trials CVOTs), condotti su specifiche molecole SGLT2i[1], alla real life dei pazienti con diabete tipo 2 monitorati nella raccolta Annali AMD, fonte rappresentativa della realtà assistenziale diabetologica italiana. Dall’analisi è emerso come all’interno della popolazione Annali, su 40.039 soggetti eleggibili allo studio EMPA-REG OUTCOME, per i quali l’impiego di gliflozine sarebbe quindi particolarmente appropriato, solo 2.073 (5,2%) risultano assumere questi farmaci. Percentuali analoghe per lo studio CANVAS (43.883 pazienti eleggibili, di cui 2.917, il 6,6%, trattati con SGLT2i), per DECLARE (144.166 potenziali “candidati”, di cui 6.373, il 4,4%, in cura con gliflozine) e per VERTIS-CV (2.148 soggetti trattati su 46.631 eleggibili, il 4,9%).È quindi significativo il gap tra la platea che potrebbe beneficiare dell’utilizzo degli inibitori del co-trasportatore di sodio glucosio 2 e il numero dei pazienti effettivamente trattati con questi farmaci: questo è quanto messo a fuoco da AMD e oggetto della nuova monografia Annali “Applicabilità di una serie di studi clinici SGLT-2i CVOT in un ambito di popolazione Real World di pazienti con DM2”, realizzata con il contributo non condizionante di AstraZeneca.“Il miglioramento degli esiti cardiovascolari del diabete di tipo 2 è ormai un obiettivo imprescindibile”, commenta Domenico Mannino, Presidente AMD. “Le prospettive terapeutiche del DM2 hanno subito profonde modifiche, passando dal semplice controllo della glicemia a un approccio più olistico, di beneficio a lungo termine sulle complicanze. Tra i nuovi farmaci testati nell’ambito dei CVOT, gli SGLT2i sono, insieme agli agonisti recettoriali del glucagon-like peptide 1 (GLP1), quelli che hanno mostrato i risultati migliori. La nostra analisi ha rilevato come un gran numero di soggetti candidabili alla terapia con gliflozine, non riceva questo trattamento, almeno nell’anno indice 2016, su cui è effettuata l’analisi degli ultimi Annali AMD”.“Tuttavia – prosegue Mannino – il confronto fra le caratteristiche dei soggetti italiani potenzial­mente eleggibili e quelle dei pazienti arruolati nei diversi CVOT ha mostrato sostanziali differenze (per età, durata del diabete, BMI, controllo metabolico). Si tratta, pertanto, di popolazioni non sovrapponibili, dato ampiamente atteso considerando la natura molto diversa di uno studio clinico controllato rispetto a un archivio di dati clinici real world quali sono gli Annali. Ciò potrebbe in parte giustificare l’uso ancora limitato degli SGLT-2i nella pratica clinica; così come la relativa ‘recente’ disponibilità di queste molecole, introdotte in prontuario solo a partire dal 2015”.“L’analisi svolta evidenzia una trasferibilità solo parziale dei dati dei CVOT alla ‘real life’ e pertanto – mentre nei diabetici che hanno avuto un evento CV la scelta di un SGLT2i dovrebbe essere la norma – resta aperta la domanda su quali debbano essere i farmaci di prima scelta nel caso in cui occorra intensificare la terapia nei soggetti a rischio cardiovascolare medio-basso, che rappresentano la quota più numerosa di pazienti con diabete di tipo 2. D’altra parte, questo studio dimostra comunque un utilizzo troppo basso degli SGLT-2i fra i pa­zienti che rientrano nei criteri di eleggibilità dei CVOT, e che quindi potrebbero beneficiare di questi farmaci in termini di riduzione degli eventi cardiovascolari maggiori e di mortalità. È auspicabile che l’emergere di nuove evidenze e una maggiore diffusione delle nuove raccomandazioni, sia italiane che internazionali, possano portare a un uso più diffuso di questa classe di farmaci, con benefici clinici per i pazienti e anche economici per il sistema sanitario pubblico”.

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Osteoporosi e pazienti con il diabete Complicanza poco nota ma ‘pesante’

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 ottobre 2013

Mentre nel diabete di tipo 1 ad essere alterata è soprattutto la capacità di formare nuovo tessuto osseo – fatto che comporta un bilancio ‘negativo’ a livello dello scheletro – nel tipo 2, paradossalmente la massa ossea risulta addirittura aumentata, ma ad essere compromessa è la qualità dell’osso. “Questo è provocato dal fatto che le fibre collagene presenti nella matrice dell’osso – spiega Claudio Marcocci, professore ordinario di endocrinologia all’Università di Pisa e direttore dell’U.O. di endocrinologia 2 dell’azienda ospedaliera universitaria pisana nel suo intervento a ‘Pianeta Diabete’, il meeting della Società Italiana di Diabetologia (SID) in corso a Riccione – nella persona con diabete di tipo 2 subiscono una glicosilazione; è un po’ come se nel diabete fuori controllo, l’eccesso di glucosio si andasse ad ‘incollare’ sulle proteine (anche il collagene è una proteina), come una melassa, andandone così ad alterarne della qualità. In questa maniera, l’osso diventa più fragile, nonostante la sua densità risulti aumentata. Nel caso dei ‘tipo 2’ poi bisogna anche ricordare che l’osteoporosi è una patologia molto legata all’età”.Quando l’età ha il suo ‘peso’. E paradossalmente è proprio il miglioramento delle cure del diabete che prolungando l’aspettativa di vita, già aumentata nella popolazione generale, a far sì che il soggetto diabetico sia esposto a quella terza parte della vita dove il rischio di fratture osteoporotiche è aumentato proprio in quanto evento legato alla senescenza. Il problema delle fratture da osteoporosi nel paziente con diabete è legato in gran parte anche alle complicanze vascolari e neurologiche che, unite all’età avanzata, rendono più frequenti e più facili le cadute. E se ad essere più colpite dall’osteoporosi in età avanzata sono certamente le donne, va altresì ricordato che neppure gli uomini sono immuni: il rapporto di prevalenza per le fatture osteoporotiche tra femmina e maschio è di 3 a 1.Il rischio di fratture da osteoporosi poi è particolarmente evidente nei soggetti con ‘tipo 1’, col diabete giovanile. In questi soggetti c’è un’aumentata evidenza di rischio fratturativo in una fascia di età nella quale i soggetti non diabetici difficilmente si fratturano a causa della fragilità ossea. Da non dimenticare poi che per alcuni farmaci anti-diabetici, quali i glitazoni, è stato messo un effetto ‘pro-osteoporotico’.E’ importante dunque portare a conoscenza sia i soggetti con diabete che i medici di famiglia che il diabete rappresenta un fattore di rischio per fatture osteoporotiche non trascurabile. E’ dunque fondamentale mettere in atto tutte le misure che possono ridurre questo rischio – dal migliorato controllo glicemico, all’ottimizzazione dei livelli di vitamina D – oltre ad instaurare terapie anti-osteoporosi specifiche e alla prevenzione delle cadute.“La presenza dell’osteoporosi, soprattutto nella donna diabetica – afferma il professor Stefano Del Prato, presidente della Società Italiana di Diabetologia – rappresenta un’ulteriore dimostrazione della complessità di questa patologia. Un motivo in più, perché il diabetologo sia quello specialista in grado di governare le alterazioni metaboliche e le complicanze che interessano tutti gli organi del corpo. Comprese le ossa”.

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Rischi per il pancreas dei nuovi antidiabetici

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 marzo 2013

L’Agenzia europea dei medicinali (Ema) sta riesaminando i dati di un gruppo di ricercatori universitari indipendenti che suggeriscono un aumento del rischio di pancreatite e modificazioni cellulari pre-cancerose chiamate metaplasie del dotto pancreatico nei pazienti con diabete di tipo 2 trattati con gli incretino-mimetici, agonisti del recettore del peptide-1 glucagone-simile (Glp-1), o con gli inibitori della dipeptilpeptidasi-4 (Dpp-4). I risultati si basano sull’esame di un piccolo numero di campioni di tessuto pancre atico, ottenuti da donatori con o senza diabete mellito, morti per cause diverse dal diabete. Il Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’Agenzia e il Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) stanno attualmente riesaminando le informazioni fornite dai ricercatori per determinare la necessità di eventuali ulteriori azioni regolatorie. L’Agenzia non ha ancora raggiunto alcuna conclusione e non vi è necessità per i pazienti di interromperne l’assunzione. Gli effetti sul pancreas erano stati identificati come un possibile rischio di questi medicinali già durante la valutazione iniziale per l’autorizzazione all’immissione in commercio. Attualmente centri di farmacovigilanza indipendenti in tutta l’Unione europea sono impegnati nella raccolta dei dati di sicurezza sui farmaci per il diabete. Lo studio Safeguard, finanziato dalla Commissione europea e realizzato nell’ambito della Rete europea dei centri per farmacoepidemiologia e farmacovigilanza (ENCePP), sta esaminando, tra l’altro, evidenze di pancreatite farmaco-indotta per medicinali che agiscono sul Glp-1 autorizzati prima del 2011, quando è stato avviato lo studio. Gli incretino-mimetici in commercio in Europa sono: exenatide, liraglutide, lixisenatide, sitagliptin, saxagliptin, linagliptin e vildagliptin.(Fonte farmacista33)

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Anziani a rischio overdose con antitrombotici e antidiabetici

Posted by fidest press agency su sabato, 14 gennaio 2012

Un gruppo di ricercatori americani, dei Centers for disease control and prevention (Cdc) di Atlanta (Usa), guidato da Daniel S. Budnitz, si è occupato degli effetti avversi dei medicinali negli anziani e ha avviato un’indagine per determinare sia la frequenza dei ricoveri ospedalieri, riconducibili a questa causa, sia il contributo dei singoli farmaci alle ospedalizzazioni. Tra le persone che superano i 65 anni, è molto frequente il ricorso a più farmaci e l’aumento della popolazione anziana ha fatto crescere anche i casi d’emergenza. Il report ha identificato 5.077 casi di ricoveri di emergenza dovuti alle reazioni avverse ai farmaci. In due casi su tre gli effetti avversi sono stati conseguenza di sovradosaggi non intenzionali. Inoltre si è visto che 4 farmaci o classi di farmaci sono stati implicati nel 67% di questi episodi, da soli o in combinazione con altri principi: il warfarin (33,3%), le insuline (13,9%), gli antipiastrinici orali (13,3%) e gli ipoglicemizzanti orali (10,7%). Invece, i farmaci ad alto rischio o ad alto livello di attenzione sono stati responsabili solo dell’1,2% dei ricoveri. In ultima analisi, i pericoli maggiori derivano da antitrombotici e antidiabetici: ed è qui che occorre intervenire per migliorarne il corretto uso e ridurre maggiormente le ospedalizzazioni da eventi avversi ai farmaci. N Engl J Med, 2011; 365(21): 2002-12

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Farmaci antidiabetici a rischio cancro?

Posted by fidest press agency su domenica, 12 giugno 2011

Sospesi dall’Agenzia francese del farmaco (Afssaps) due farmaci antidiabetici, l’Actos e il Competact, contenenti il principio attivo pioglitazone, responsabile di un aumento del cancro alla vescica. La notizia è stata riportata dalla nostra associazione. Il pioglitazone ha un’azione insulino-sensibilizzante e viene utilizzato nel diabete mellito di tipo 2, in particolare per i pazienti in sovrappeso. I due farmaci, Actos e Competact, sono in commercio anche in Italia. Sulla base della decisione dell’Agenzia francese e degli analoghi studi della Food and Drug Administration americana (FDA) abbiamo sollecitato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, a seguire l’esempio dell’Afssaps (analoga alla nostra Agenzia del farmaco) e sospendere la prescrizione dei due farmaci. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc).

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Nuova arma nella lotta al diabete

Posted by fidest press agency su sabato, 6 novembre 2010

La terapia laser non chirurgica nella cura del diabete si dimostra oggi ancora più efficace. Dopo che esperimenti precedenti avevano dimostrato, su base scientifica, la validità del trattamento nell’abbassamento del livelli di glicemia in soggetti affetti da diabete, permettendo anche una progressiva riduzione della somministrazione di insulina ed antidiabetici orali, fino a eliminarli del tutto, l’attenzione si è spostata sulla terapia di mantenimento. Fra il giugno 2004 e il dicembre 2009, 80 pazienti, uomini e donne di età compresa fra i 18 e i 65 anni sono stati coinvolti in una sperimentazione che aveva come obiettivo quello di dimostrare la possibilità di consolidare i risultati ottenuti con il trattamento laser. La metà di loro ha ricevuto un apparecchio composto da fotodiodi, che accelera il metabolismo glicidico, favorendo quindi la normalizzazione dei livelli di glucosio e impedendo le iperglicemie post-prandiali. Dopo i 5 anni di sperimentazione, durante i quali i pazienti hanno indossato il dispositivo acceso dopo ogni pasto, per tutto il periodo della digestione, i risultati confermano nella maggioranza dei casi l’efficacia dell’irradiazione post-prandiale nel mantenimento dei normali livelli di glicemia nel sangue.

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