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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘antiipertensivo’

Nefropatia ipertensiva

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 maggio 2010

In caso di nefropatia ipertensiva, che spesso porta a una progressiva perdita della funzione renale nonostante l’adeguato controllo farmacologico della pressione, l’assunzione quotidiana di bicarbonato di sodio per via orale costituisce, insieme all’Ace-inibizione, un’efficace protezione per il rene, complementare al trattamento antipertensivo. È questo l’esito di una sperimentazione effettuata nei dipartimenti di Medicina interna di due strutture ospedaliere di Temple (Texas), il Texas A&M college of medicine e lo Scott and White healthcare. Ashutosh Mahajan, prima firma del lavoro, e collaboratori avevano già scoperto che, dopo due anni di somministrazione per os di citrato di sodio, rallentava il declino della velocità di filtrazione glomerulare (Gfr) in pazienti la cui Gfr stimata (eGfr) era molto bassa (media: 33 ml/min). Questa volta si è voluto testare il bicarbonato di sodio in soggetti affetti da nefropatia ipertensiva ma con eGfr ridotta o relativamente conservata (media: 75 ml/min) tramite uno studio prospettico, randomizzato, placebo-controllato e di intervento in cieco. I pazienti, abbinati per età, etnia, albuminuria ed eGfr, hanno ricevuto ogni giorno un placebo oppure cloruro o bicarbonato di sodio, mentre venivano mantenuti i regimi antipertensivi (compresa l’inibizione dell’enzima di conversione dell’angiotensina) non potendo derogare dai target pressori loro raccomandati. Dopo 5 anni la velocità del declino dell’eGfr, valutato misurando nel plasma la cistatina C, era diminuita e l’eGfr risultava più elevata nei pazienti del gruppo bicarbonato di sodio rispetto a quelli trattati con placebo o cloruro di sodio. (fonte doctor news)

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Demenze: ruolo preventivo ACE-inibitori

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 luglio 2009

Gli ACE-inibitori in generale non prevengono la demenza negli anziani trattati per l’ipertensione, ma quelli centralmente attivi sembrano di fatto essere in grado di ridurre il declino cognitivo del 65 percento per ogni anno di esposizione, un effetto probabilmente dovuto alla loro capacità di attraversare la barriera emato-encefalica. Se ciò verrà confermato in uno studio clinico randomizzato, verrà aggiunta una nuova potenziale opzione terapeutica per la prevenzione del morbo di Alzheimer. La decisione di cambiare la terapia ai pazienti ipertesi per passare ad un ACE-inibitore centralmente attivo andrebbe comunque presa caso per caso, in quanto spesso le ragioni alla base della scelta di un agente antiipertensivo in luogo di un altro sono molteplici: in assenza di cointroindicazioni specifiche, però, il passaggio ad un ACE-inibitore centralmente attivo appare ragionevole, anche se il paziente sta già assumendo un ACE-inibitore generico. (Arch Intern Med. 2009; 169: 1195-202)

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