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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

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“Hepatology in motion”: summit di esperti a Napoli

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

Università di Napoli “Federico II”JPGIl congresso organizzato congiuntamente dall’università Federico II di Napoli e dall’università di Palermo ha rappresentato l’occasione per mettere a punto, tra l’altro, lo stato attuale delle cure per l’epatite C erogate in Italia. E’ un momento in cui i farmaci hanno raggiunto percentuali di efficacia elevatissime – oltre il 95 per cento – il che significa sostanzialmente una cura universale disponibile per tutti. “Eppure ci sono ancora due ordini di problemi – sottolinea il Antonio Craxì, professore di Gastroenterologia all’università di Palermo e presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (Sige) – da un lato quello dell’accesso universale alle terapie, non nel senso delle possibilità di accesso – teoricamente possiamo darle a tutti – ma nel senso del reperimento dei pazienti. Siamo ancora largamente al di sotto del target fissato dall’AIFa di 80 mila terapie per anno – stimiamo di chiudere l’anno 2017 con non più di 60 mila pazienti trattati – quindi con un deficit importante rispetto al dovuto. E questo potrebbe causare un ritardo rispetto ai piani di eradicazione dell’epatite C che ci siamo posti a livello nazionale e che sono peraltro in linea con quanto l’Oms ci detta. Quindi c’è stato un forte richiamo a tutte le parti interessate e anche ai medici di medicina generale di attivarsi per inviare i pazienti per il trattamento”.“Dall’altro emerge sempre più il fatto che quel piccolo numero di pazienti non responsivi alle cure – aggiunge Nicola Caporaso, professore di Gastroenterologia all’università di Napoli – quelli che sviluppano resistenze, sono ancora un punto caldo che attende la registrazione di nuovi regimi terapeutici – come la combinazione voxilatavir/sofosbuvir/velpatasvir – e la possibilità di una rete di laboratori che possa valutare quali mutazioni sono presenti e quindi incidere più attivamente sulla qualificazione del miglior regime. Tutti punti che naturalmente sono più tecnici ed esecutivi che non scientifici – la battaglia contro l’epatite C sarebbe teoricamente vinta – rimane però l’applicazione pratica dei principi, che non è sempre la più facile”. Grande successo del congresso ‘Hepatology in motion: research and utilities’, la tre giorni appena conclusasi a Napoli che ha visto un confronto tra esperti provenienti da tutta Italia e dall’estero sulle novità a livello terapeutico, diagnostico e della ricerca in epatologia, che stanno modificando sostanzialmente l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, la pratica clinica e l’approccio alle nuove esigenze del paziente. Sotto la presidenza dei professori Nicola Caporaso di Napoli e Antonio Craxì di Palermo e la segreteria scientifica della professoressa Filomena Morisco dell’Università ‘Federico II’ di Napoli, gli epatologi hanno fatto il punto su tre patologie assai diffuse: le epatiti virali, la cirrosi epatica e la steatosi epatica non alcolica, la causa più frequente di epatopatia cronica nella pratica clinica ambulatoriale.
E parliamo di numeri veramente importanti: un milione di soggetti affetti da epatite C, 300 mila con epatite B, 200 mila con cirrosi epatica e 4-5 milioni con steatosi epatica non alcolica. “La maggior università palermoparte delle patologie croniche del fegato possono essere curate o controllate – e quindi la comparsa della cirrosi può essere di molto ritardata, se non addirittura bloccata – ha detto Nicola Caporaso – e abbiamo a disposizione farmaci in grado di inibire la replicazione del virus dell’epatite B. Ed essendo state eliminate tutte le restrizioni di accesso ai nuovi e straordinari farmaci anti-epatite C puntiamo all’eliminazione di questa infezione dal nostro Paese in 3 anni”. “Liberi dal singolo condizionamento degli sponsor, che ringraziamo per il contributo essenziale al meeting – ha sottolineato Antonio Craxì – abbiamo cercato di mettere a confronto ciò che la ricerca produce con ciò che poi diventa fruibile per i pazienti. L’Italia non è seconda a nessuno per qualità della ricerca e per livello di risultati ottenuti, nonostante lo spazio di cui l’epatologia gode nello scenario sanitario per vari motivi, non ultimo quello economico, in realtà molto minore di quanto non accada negli altri paesi”. “Ad oggi abbiamo curato in Italia l’8 per cento dei pazienti con Hcv – ha commentato Filomena Morisco – e il livello delle terapie è ottimo: il prossimo futuro ci vedrà impegnati per migliorare la durata e semplificare le cure, più che puntare nuovi farmaci”. Un dato interessante lo ha fornito il professor Caporaso: “sono Puglia e Campania le regioni che hanno trattato più soggetti rispetto al numero totale di pazienti, la maggior parte con cirrosi. E Sicilia e Campania vedono oltre il 70 per cento dei soggetti trattati con il genotipo 1”. ‘Guariti’ oltre il 95 per cento dei soggetti trattati, con scomparsa totale della malattia. “Ed è un successo dei medici italiani – conferma Caporaso – con il rammarico di aver cominciato tardi ad utilizzare gli ultimi farmaci”. È cambiato in modo sostanziale il panorama terapeutico dell’epatite C negli ultimi decenni. “In pochi anni siamo passati dall’uso ‘esclusivo’ dell’interferon – ha detto il professor Antonio Craxì parlando delle terapie – agli ultimi farmaci per la cura dell’Hcv con uso once daily, più potenti ed efficaci delle precedenti combinazioni. E anche i dati clinici confermano la loro utilizzabilità anche per tempi brevi e con una terapia semplificata, cosa che diventerà la chiave del successo con i pazienti. E senza effetti collaterali importanti e con una ottima sicurezza. Insomma, l’uso della rivabirina è ormai un ricordo del passato – ha concluso Craxì – e non per nulla le aziende hanno sospeso le sperimentazioni con questo farmaco”.

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Sindrome dell’intestino irritabile Una malattia ‘in cerca d’autore’

Posted by fidest press agency su venerdì, 23 giugno 2017

intestinoDolori addominali, gonfiore, diarrea o stipsi sono i sintomi più frequenti di questa patologia che colpisce almeno un italiano su tre, con una netta prevalenza del sesso femminile, con un costo annuo per paziente di quasi 1800 euro.  Qualcuno l’ha definita una malattia inventata, ma è piuttosto una condizione ancora in gran parte da chiarire nelle cause e nei meccanismi, che compromette anche in maniera significativa la qualità di vita di chi ne soffre. Dolori addominali, gonfiore, diarrea o stipsi: sono i sintomi della sindrome dell’intestino irritabile, una condizione che in forme diverse e con gradi diversi di gravità colpisce il 20-40 per cento degli italiani, con costi stimati di circa 1.700 € l’anno a paziente. Le cause non sono note, anche se di certo le alterazioni del microbiota intestinale e l’interferenza nelle complesse relazioni tra intestino e cervello, dovuta allo stress, giocano un ruolo importante. La ricerca italiana è all’avanguardia nel mondo in questo campo, sia nello studio dei fattori alla base della malattia che nei criteri diagnostici, messi nero su bianco per la prima volta a Roma e dalla allora chiamati appunto ‘criteri di Roma’.
La sindrome dell’intestino irritabile è senz’altro una patologia vera, tutt’altro che inventata, molto complessa ed estremamente diffusa. Si stima che a soffrirne sia dal 20 al 40 per cento della popolazione generale con una netta prevalenza del sesso femminile, in rapporto di 2-3 a 1 rispetto al sesso maschile. Negli USA rappresenta il 12 per cento delle visite dal medico di famiglia ed è il motivo di una visita su 3 dal gastroenterologo. Forti le ricadute anche nel mondo del lavoro. Dati Usa evidenziano che le assenze per malattia dovute a sindrome dell’intestino irritabile superano quelle per l’influenza. E’ anche una sindrome complessa e costosa perché chi ne soffre prima di arrivare ad una diagnosi, passa da un medico all’altro e fa moltissimi esami, spesso inutili. I costi complessivi (diretti e indiretti) annui di questa patologia si aggirano in media su 1,761 € per paziente. Per quanto riguarda i costi a carico del servizio sanitario nazionale, oltre il 76 per cento di questi è dovuto ai ricoveri, più dell’11 per cento alla spesa per gli esami diagnostici e solo lo 0,6 per cento ai farmaci prescrivibili (fonte V. Stanghellini et al., 2015).
“La sindrome del colon irritabile è una patologia che appartiene al gruppo dei disordini funzionali gastrointestinali – precisa il professor Antonio Craxì, presidente della Sige – una categoria diagnostica identificata in base alla sola presentazione clinica e caratterizzata dall’assenza di un danno organico come causa patogenetica. La IBS viene definita come dolore o fastidio addominale ricorrente, presente per almeno 3 mesi all’anno, associato ad almeno due dei seguenti sintomi: alterazioni della frequenza dell’alvo, alterazioni della consistenza delle feci, miglioramento sintomatologico al passaggio delle feci. Sembra una patologia banale, ma sia per i costi diretti (visite mediche, indagini diagnostiche, farmaci) che per quelli indiretti (assenza dal lavoro) costa 30 miliardi di euro per anno nei primi 10 Paesi dell’Ue. Solo in Italia ne soffrono oltre 3 milioni di persone con forme più gravi e la IBS risulta ad oggi tra le principali cause di assenza dal posto di lavoro.
Professor Marchi, come viene fatta la diagnosi di questa condizione?
La diagnosi della sindrome dell’intestino irritabile si basa su alcuni sintomi e segni, descritti all’interno dei cosiddetti ‘criteri di Roma’, giunti alla quarta edizione (Roma 4) I criteri di Roma riguardano tutta la patologia funzionale del tubo digerente e in riferimento alla sindrome dell’intestino irritabile la definizione attuale prevede che per fare diagnosi di IBS debba esserci dolore addominale (basso non a livello dello stomaco) diffuso a tutto l’addome, ricorrente (almeno un giorno alla settimana negli ultimi tre mesi) e associato ad almeno due altri criteri, che sono il miglioramento o la scomparsa del dolore con la defecazione e il cambiamento nelle modalità di defecazione, per esempio da un alvo normale passare a un alvo diarroico o a un alvo stitico (si distinguono diverse varianti di Ibs, quali la variante diarroica e la variante stitica) oppure un alvo alternante (alternanza di periodi di stipsi e periodi di diarrea), e questa è la forma mista, la terza forma di sindrome dell’intestino irritabile. Il quarto sintomo che caratterizza la sindrome dell’intestino irritabile è la modificazione delle caratteristiche delle feci, che magari passano da essere feci caprine – nella variante stitica – a feci acquose o comunque non formate nella variante prevalentemente diarroica.
Il dolore addominale (almeno una volta alla settimana negli ultimi tre mesi), le modificazioni e il miglioramento del dolore in seguito alla defecazione, la variazione delle modalità di defecazione nel tempo e la variazione delle caratteristiche delle feci sono i criteri che definiscono la sindrome dell’intestino irritabile. Sulla base di questi sintomi che compaiano in un soggetto giovane e ovviamente in assenza di qualunque sintomo di allarme (come dimagrimento, anemia, familiarità per il cancro del colon) che devono portare ad una valutazione più approfondita è possibile fare con ragionevole certezza una diagnosi di sindrome dell’intestino irritabile.
Perché la diagnosi è così difficile e come può esordire la sindrome dell’intestino irritabile?
Il paziente con sindrome dell’intestino irritabile arriva anche dopo molto tempo dall’insorgenza dei sintomi a una valutazione medica, perché spesso diventa quasi ‘tollerante’ nei confronti del suo problema, si adegua cioè alla sua situazione. La sindrome dell’intestino irritabile si associa spesso ad altri sintomi funzionali, quali ad esempio un esofago ipersensibile. Alcuni pazienti, per un certo periodo della loro vita, possono avvertire sintomi da reflusso gastroesofageo, bruciore retrosternale e per questo possono andare incontro ad una valutazione endoscopica o ad esami ancora più approfonditi. Salvo scoprire poi che non hanno nessun tipo di reflusso, ma solo un esofago ipersensibile. Può capitare che dopo un certo periodo questa sintomatologia svanisca e compaiono invece sintomi riconducibili alla parte bassa dell’intestino. Si tratta di una sorta di switch sintomatologico tra la sindrome funzionale esofagea e la sindrome funzionale intestinale.
Qual è l’identikit del paziente con sindrome dell’intestino irritabile? Questa condizione si presenta in soggetti abbastanza giovani, di età media compresa tra i 20 e i 40 anni. L’altro elemento caratterizzante è che spesso questi soggetti presentano altre patologie, come una sindrome depressiva, disturbi d’ansia, problemi nella vita sessuale (ad esempio dispareunia, cioè rapporti sessuali dolorosi). E’ sempre bene indagare a fondo tutta la componente della sfera psicologica perché sono spesso presenti comorbilità di questo tipo.
Quando invece bisogna sospettare che non si tratti di sindrome dell’intestino irritabile ma di altre patologie?
I ‘segni rossi’, i sintomi d’allarme e questi sono estremamente importanti che devono far pensare ad altre patologie sono ad esempio la perdita di peso e l’anemizzazione. Un soggetto con dolori addominali va sempre visitato con attenzione perchè la palpazione dell’addome può portare a scoprire ad esempio masse addominali sospette. Molto importante è poi la fascia d’età di comparsa dei sintomi addominali. Una sintomatologia tipo sindrome dell’intestino irritabile che compare nei soggetti al di sopra dei 50 anni, che non abbiano mai avuto alterazioni della funzione intestinale, né sintomatologia di quel tipo è sicuramente un elemento che ci deve portare a riflettere e a fare altre indagini che sicuramente in un soggetto giovane non faremmo.
Quali altre patologie vanno tenute presenti nella diagnosi differenziale?
I tumori del colon, ma anche le malattie infiammatorie croniche intestinali, come la colite ulcerosa e soprattutto il morbo Crohn. La malattia di Crohn, specie nella sua localizzazione ileale, alta (nel 70 per cento dei casi interessa la sede ileo-cecale), viene molto spesso confusa con una sindrome dell’intestino irritabile. Anche la celiachia può presentare caratteristiche abbastanza vicine alla sindrome dell’intestino irritabile soprattutto nella variante diarroica.
Nel caso dell’IBS sono stati individuati degli eventi scatenanti?
Un tempo si ipotizzava che fosse lo stress a scatenare la sindrome dell’intestino irritabile. Ma sicuramente la genesi è multifattoriale. Di certo lo stress ha un ruolo importante, ma altrettanto importanti sono le infezioni intestinali che, anche se guarite, possono lasciare un’alterazione funzionale dell’intestino (Ibs post-infettiva), i cui sintomi persistono a lungo e possono sfociare nella sindrome dell’intestino irritabile. Se indagate correttamente, il 30 per cento delle forme di IBS risultano di genesi post-infettiva. Le infezioni intestinali alterano le difese della mucosa intestinale e soprattutto il microbiota intestinale, che appare sempre più importante patogenesi della sindrome dell’intestino irritabile. Tornando allo stress, c’è una stretta connessione tra funzione cerebrale e funzione intestinale, tradotta nel concetto di brain-gut axis, asse cervello-intestino. Il cervello con i suoi mediatori, nervosi e neuroendocrini, agisce modificando la funzionalità, la motilità, la secrezione, la percezione del dolore intestinale. E viceversa, sappiamo anche che un’alterazione della funzione intestinale e del microbiota possono condizionare lo stato d’animo del paziente.
La diagnosi di IBS è soprattutto clinica e anamnestica; ma ci sono esami strumentali o di laboratorio che possono facilitarla?
Si possono fare alcune indagini, indagini che però non devono essere caotiche o eccessive. Basta un emocromo e gli esami ematochimici di base. La tiroide va sempre studiata perché in qualche modo può dare alterazioni dell’alvo – sia in senso diarroico (ipertiroidismo), sia dando stipsi (ipotiroidismo). Si può richiedere poi la calprotectina fecale, una proteina infiammatoria, ch risulta alta nelle malattie infiammatorie croniche intestinale (Mici), come il Crohn e la retto colite ulcerosa e bassa nella sindrome dell’intestino irritabile.
Come si tratta la sindrome dell’intestino irritabile?
Intanto dobbiamo valutare la tipologia di paziente che ci troviamo di fronte: il trattamento sarà diverso se il paziente ha un’Ibs diarroica o stitica. Abbiamo a disposizione farmaci per entrambi i casi. Per la forma stitica sono certamente utili le fibre, soprattutto quelle solubili e i liquidi, perché rendono le feci più soffici e in grado di avanzare più facilmente all’interno del colon. Più di recente è stata proposta una dieta cosiddetta ‘low-FODMAPs’, che esclude inizialmente tutti gli oligosaccaridi, disaccaridi e monosaccaridi fermentabili e i polioli, presenti in moltissimi alimenti (in pratica i carboidrati e alcuni frutti, come pere e mele). Si fa per qualche settimana; poi si reintroducono poco a poco gli alimenti eliminati, sotto la guida del nutrizionista che ci affianca, che individua l’alimentazione più adatta al singolo soggetto. In questo modo è anche possibile individuare i cibi che scatenano i sintomi. Questa dieta ha effetti positivi sia sul dolore intestinale, che sul meteorismo (gonfiore).
Terapia farmacologica. La rifamixina, un antibiotico utilizzato nelle infezioni intestinali, migliora in maniera significativa i sintomi (dolore, gonfiore e consistenza fecale) nelle forme diarroiche. Per la variante ‘IBS-stipsi’, la linaclotide è efficace sul dolore addominale e sul meteorismo, oltre ad aumentare la frequenza delle evacuazioni. Per la variante diarroica, oltre alla rifamixina e alle fibre, è di recente stata approvata da FDA e EMA una nuova molecola, l’eluxadolina, che riduce la motilità gastrointestinale, facilita il riassorbimento della quota idrica, riduce la secrezione intestinale, rendendo così più compatte le feci. Il nuovo farmaco inoltre riduce la sensibilità viscerale presente nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, alla base del dolore.

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Troppi italiani affetti da “fegato grasso”

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 aprile 2017

antonio craxiUn italiano su 4 è affetto da ‘fegato grasso’, ovvero da ‘steatosi epatica non alcolica’ (Nafld), una patologia un tempo ritenuta innocua ma che è ormai noto essere un fattore predisponente alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari. “Nel corso degli ultimi millenni – spiega Antonio Craxì, presidente SIGE – l’evoluzione costante della specie umana ha selezionato gli individui più capaci di accumulare grassi, premiandone la maggiore resistenza alla malnutrizione. Questo assetto genetico “’frugale’ costituiva un importante vantaggio in tempi di fame e carestie, ma si è trasformato in uno svantaggio potenzialmente letale, per le conseguenze metaboliche (diabete, malattie cardiovascolari) nel momento in cui il nostro profilo alimentare si è arricchito a dismisura di fonti caloriche e nel contempo l’attività fisica si è ridotta. Il fatto poi che si viva assai più a lungo, grazie ai progressi nel curare malattie e traumi, favorisce ulteriormente la comparsa delle malattie degenerative legate all’accumulo di grassi in molti organi e sistemi del nostro corpo”. Se dunque nasciamo già predisposti ad accumulare troppo, a peggiorare le cose generando una vera e propria epidemia di ‘fegato grasso’ (al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90 per cento degli obesi e nel 30-50 per cento dei diabetici) interviene un fattore potenzialmente correggibile, e cioè una dieta ricca di grassi e di calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo ‘occidentale’, che si sono troppo discostati dalle nostre radici alimentari, dal regime dietetico amico della salute per eccellenza, la dieta mediterranea. Negli ultimi anni tuttavia ci si è resi conto che questo effetto negativo delle diete piene di ‘cibo spazzatura’ non è sempre diretto, ma anche mediato da un ospite silenzioso e importantissimo per la salute, il microbiota intestinale.“Per microbiota intestinale – spiega Ludovico Abenavoli, professore associato di gastro-enterologia dell’Università Magna Graecia di Catanzaro – si intendono quei miliardi di batteri localizzati in particolare nel piccolo intestino, che possono raggiungere una massa di 2-3 chili”. Il microbiota facilita la digestione e l’assorbimento degli alimenti che passano dallo stomaco nell’intestino. Ma la relazione tra il microbiota e il suo ospite, cioè l’uomo, è ‘bidirezionale’, nel senso che il tipo di alimenti che compongono la dieta abituale di un individuo è in grado di ‘modellare’ la composizione del microbiota.Di anno in anno si vanno moltiplicando i lavori a conferma di questa osservazione, che risale ad uno studio molto importante di Carlotta De Filippo e colleghi pubblicato nel 2010 su PNAS. Questa ricerca ha valutato la flora batterica intestinale di un gruppo di bambini di Firenze, paragonandola a quella di un gruppo di bambini del Burkina Faso. I bimbi africani, che hanno una dieta a base di verdura, frutta e fibre, presentavano una maggiore variabilità nella composizione del microbiota intestinale, rispetto a quello dei bambini italiani, che seguono un regime alimentare ricco di carne, fruttosio e altri zuccheri complessi. “E oggi sappiamo – spiega Abenavoli – che una ridotta variabilità del microbiota intestinale predispone ad una serie di patologie: aumenta la suscettibilità allo stress ossidativo, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e quindi predispone al sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza e al diabete mellito, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica.
Chi consuma una dieta ricca di frutta e verdura – aggiunge Abenavoli – ha un microbiota ricco di tante specie batteriche diverse (Actinobatteri, Bacteroides, Firmicutes, Proteobatteri), mentre chi indulge in una dieta occidentale o nel cibo da fast food presenta un microbiota ricco solo di Firmicutes. Questo squilibrio predispone a maggior stress ossidativo, ad un aumento della permeabilità a livello dell’intestino (soprattutto del piccolo intestino), con conseguente passaggio delle tossine batteriche (soprattutto del lipopolisaccaride batterico) e di altre componenti tossiche nel circolo portale, che le veicola al fegato,dove provocano danni e facilitano l’infiammazione.Questo microbiota dalla composizione squilibrata e dalla scarsa variabilità induce un aumento dei livelli circolanti di citochine infiammatorie, che predispongono alla formazione della placca ateromatosa e favoriscono l’aggregazione piastrinica; fattori questi che a loro volta Ludovico Abenavolipredispongono allo sviluppo di eventi cardiovascolari nel medio-lungo termine. Avere il fegato grasso (cioè le cellule epatiche piene di trigliceridi) va dunque considerato un campanello d’allarme non tanto per oggi, quanto per gli anni futuri. Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C (che grazie alle nuove terapie e al vaccino sono destinate a ridursi nel tempo) e la cirrosi alcolica. Ma il modo per contrastare questa epidemia di malattie epatiche e cardiovascolari dei prossimi decenni esiste. “La dieta mediterranea – afferma Abenavoli – è una nostra caratteristica culturale e la nostra ricchezza, anche da un punto di vista economico. Investire in dieta mediterranea significa avere un importante ritorno in salute per la società. La dieta mediterranea, bilanciata e facilmente accessibile, non determina quegli squilibri nutritivi tipici delle diete vegetariane o peggio di quella vegana, che a lungo andare possono avere importanti ripercussioni sulla salute (anemia, problemi neurologici, possibile predisposizione dei vegani Alzheimerall’Alzheimer). Allo stesso tempo ci consente di ‘coltivare’ il nostro amico microbiota intestinale che è molto importante, ci accompagna per tutta la vita e ci protegge da una serie di malattie”.
Di recente si è visto che la dieta vegana può influenzare la salute di un individuo, agendo sul suo microbiota intestinale. Ma non si può certo affermare che questa sia una dieta ideale. “Dieta mediterranea o dieta vegetariana/vegana – afferma Abenavoli – hanno effetti simili per quanto riguarda il microbiota intestinale, anche se gli studi pubblicati non hanno fatto confronti diretti tra queste tre diete, ma tra dieta vegana-vegetariana o dieta mediterranea e dieta occidentale, piena di grassi e cibi da fast food. Posto che dieta vegetariana, vegana e mediterranea hanno tutte un effetto positivo sulla composizione del microbiota intestinale, esistono tuttavia grandi differenze tra questi tre regimi alimentari per quanto riguarda il deficit di alcuni nutrienti. Una dieta mediterranea bilanciata non determina deficit nutritivi, cosa che invece è possibile osservare nei soggetti che seguono una dieta vegetariana e ancor di più in quelli a dieta vegana. Non consumare carne determina un deficit di vitamine del gruppo B e di ferro. Nei vegani stretti si possono verificare deficit di vitamine del gruppo B, D, ferro, zinco e altri micronutrienti. (foto: antonio craxi, Ludovico Abenavoli)

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Quanto sei rock? Faccelo vedere ascoltando, ballando e… donando!

Posted by fidest press agency su martedì, 25 ottobre 2016

antonio-craxiRoma stasera alle 21 al Planet di Roma in via del Commercio 36, un grande evento: il concerto di Massimo Scaccabarozzi e la JC band a sostegno della ricerca italiana in diabetologia. Il progresso nelle conoscenze nel campo del diabete è stato vertiginoso negli ultimi decenni. E’ grazie a questo che oggi l’aspettativa di vita e la qualità della vita di gran parte delle persone con diabete sono decisamente migliori e assimilabili alle persone non affette da questa condizione. Tutto ciò è merito del lavoro costante, silenzioso e lontano dalle luci dei riflettori di decine di migliaia di ricercatori attivi nell’area del diabete. Sono decine di migliaia nel mondo e qualche centinaio in Italia. Tutti loro meritano rispetto, riconoscenza e fiducia. Ma non basta. La ricerca per dare i suoi frutti migliori ha bisogno di essere sostenuta economicamente. Le aziende farmaceutiche fanno un’ottima ricerca che ha portato ad avere farmaci che consentono di vivere bene e a lungo col diabete. L’aspettativa di vita, anche per un paziente con diabete di tipo 1 oggi è di 80 anni e oltre. Ogni giorno milioni di persone nel mondo sopravvivono grazie ai farmaci anti-diabete. Ma i capitoli della ricerca non si esauriscono in quella farmacologica. La ricerca ‘indipendente’ ha bisogno di essere sostenuta. “In Italia – ricorda il professor Enzo Bonora, Presidente dell’Associazione Diabete Ricerca – facciamo ricerca indipendente in tutti i campi del diabete: dalla genetica all’epidemiologia; dai meccanismi responsabili della malattia, ai marcatori delle complicanze; dal monitoraggio, alla terapia innovativa con pancreas artificiale o trapianti di cellule staminali. In 15 anni la ricerca della SID ha prodotto qualcosa come 5.000 pubblicazioni sulle principali riviste scientifiche nazionali e internazionali. E questo nonostante questo settore della ricerca sia carolina-ciaccisostanzialmente ‘orfano’ di donazioni. Sono i numeri a parlare: per la ricerca sul diabete si sono raccolti finora una media di 100 mila euro l’anno, contro i 100 milioni raccolti per quella sul cancro”.“Quale migliore iniziativa di questa può farci affermare che la ricerca è nelle nostre corde? L’impegno filantropico di Janssen che con la Jc Band si esibisce ormai dal 2008 a favore di numerose ONLUS e Associazioni, in questo caso va a supporto di un un’associazione prestigiosa per supportare la ricerca, perché crediamo che sia un fattore sempre più fondamentale per il progresso sociale” dichiara Massimo Scaccabarozzi, voce e chitarra, Managing Director dell’azienda e Presidente di Farmindustria. La Società Italiana di Diabetologia sostiene da oltre 50 anni i ricercatori italiani nel campo del diabete e ha fondato l’Associazione Diabete Ricerca onlusper cercare un aiuto concreto anche dal pubblico. Ci auguriamo che il pubblico si ‘accorga’ anche del diabete, un’epidemia che ci sta travolgendo al punto che ormai c’è una persona con diabete in ogni famiglia. Abbiamo bisogno di fare ricerca per trovare soluzioni a questo problema”.
Per maggiori informazioni è possibile visitare il sito della SID (www.siditalia.it) e quello di Diabete Ricerca (www.diabetericerca.org) ricco di notizie sui ricercatori italiani, sui luoghi di cura, sulla legislazione, sulla gestione della malattia, sulle iniziative di tutela delle persone con diabete intraprese dalla SID negli ultimi anni. (foto: antonio craxi, carolina ciacci)

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