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Cuore di tenebra

Posted by fidest press agency su sabato, 28 dicembre 2013

Berlusconi-GheddafiIn un racconto di Joseph Conrad, “Cuore di tenebra”, emerge la figura di Kurtz, personaggio che anticipa i caratteri dominanti dell’uomo di potere, pur se ormai vecchio e malandato. Il racconto fu pubblicato nel 1902 e conta tre episodi, diventati poi un romanzo, considerato uno dei più importanti classici del XX secolo. Da personaggio letterario, parto della fantasia, Kurtz ha trovato la reincarnazione in molti personaggi dell’attualità dopo oltre un secolo di mimetizzazione nel silenzio. Lo si può paragonare ad uno “swarovski” con tutte le sue sfaccettature, ognuna delle quali ci mostra un aspetto diverso della realtà, ma tutti riconducibili ai difetti umani. La visione globale appartiene alla perenne tentazione del potere, che diventa avidità del potere, ma se giriamo il monoblocco di puro cristallo, ecco che appare la pavidità di misurarsi con il mondo, imponendo un pensiero unico, che poi è quello del nostro Kurtz. Come è riservato agli Dei, vive solo per il presente, manifestando un deciso disinteresse per il futuro, così come per il passato che non servirebbe a nulla; ai tempi della sua creazione Kurtz non aveva la possibilità di interpellare i sondaggi per scoprire i punti deboli della massa da dominare, così doveva contentarsi del manipolo di adulatori e adoratori, rinunciatari della propria autonomia in cambio di riconoscimenti, incarichi ben remunerati, benefici e contiguità con il capo che adora i consensi per ogni parola, gesto, azione che compie, anche quando si tratta di gaffes mortificanti.
La critica al moderno Kurtz è esclusa: chi osasse sarebbe disprezzato ed estromesso. Convinto di rappresentare l’alfa e l’omega del suo presente, non si cura di assegnare il ruolo di successore, non ritenendo nessuno all’altezza di subentrare nel suo ruolo. Il denaro gli fornisce l’autorità e quest’ultima tenta il gran passo per diventare autorevolezza e carisma. Kurtz sa bene che senza denaro sarebbe “Nessuno”, come lo era quando iniziò la scalata al potere, senza badare ad un minimo di rispetto delle regole; anche l’amore diventa merce di potere, perché Kurtz è vittima del troppo amore che suscita intorno alla sua persona, amato dalle donne che sa bene di pagare per avere, in cambio, concrete manifestazioni di dipendenza ai suoi voleri
Le regole sono considerate da Kurt come un mezzo per pilotare le masse, ma lui è al di sopra delle masse, quindi è privo di regole e di freni inibitori. Le masse di Kurtz sono gli indigeni che ha assoggettato alla sua persona, così come per il Kurtz moderno sono le masse popolari.
Joseph Conrad non poteva neanche immaginare che tanti Kurtz sarebbero giunti nella realtà, con tutti i difetti e con tutta l’assenza di ogni pregio; ha disegnato una macchietta che nel romanzo identifica l’onnipotenza dell’uomo occidentale, che si trasforma in un mostro quando nessuna regola o convenzione esterna impedisce che la sua libertà si spinga oltre ogni limite, coronando il grande sogno di onnipotenza.
Prossimo alla fine Kurtz afferma di voler uccidere tutti gli indigeni, pur di non lasciarli senza la sua illuminata guida. Nello stesso modo ha liquidato ogni possibile successore, resosi conto che la sua dimensione non può essere oggetto di prosieguo. Gli eredi del potere di Kurtz scompaiono dopo essere stati illusi e vanamente esaltati, ma solo per marcare l’abisso che si frappone tra il solo detentore del potere e quanti aspirano a succedergli.
L’incapacità di predisporre una successione diventa una maledizione, che impone la sua sola presenza.
Kurtz somiglia tanto a Berlusconi, anche nell’approssimarsi della sua fine, ben sapendo che con la sua fine tutto finirà, ed è ciò che vuole, per tramandare nella storia l’impossibilità di trovare un analogo capo, per cui tutto sarà destinato a finire. Ma “tutto” cosa ? Non ha realizzato nessuno dei cambiamenti promessi (per fortuna), nessuno degli impegni assunti, nessuna delle promesse spese con dovizia: nessuno potrebbe mai succedere (né sarebbe disposto a farlo) al nulla gonfiato di parole, ma vuoto di fatti.
Per questo ha liquidato gli aspiranti da Antonio Martino, a Marcello Pera, a Pierferdinando Casini, a Giulio Tremonti, a Roberto Formigoni, a Gianfranco Fini e, finalmente, ad Angelino Alfano; se altri dovessero presentarsi verrebbero inchiodati alla parete come trofei: non c’è spazio per il pensiero critico, nell’accampamento di Kurtz/Berlusconi, ma solo per la devozione, l’obbedienza, la riconoscenza e l’adesione acritica al suo pensiero-unico. (Rosario Amico Roxas)

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Decreto sviluppo e linea programmatica del governo

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 ottobre 2011

Antonio Martino

Image via Wikipedia

Tra pochi giorni il governo sarà alle prese con la presentazione del decreto sviluppo, diventato ormai uno degli adempimenti fondamentali per far si che il paese ritorni a correre verso una crescita degna di una paese occidentale. Il problema che riscontro nelle analisi e nelle proposte degli addetti ai lavori è che di là di alcuni proclami non ci sia una vera e propria linea programmatica, ma piuttosto una sorta di rincorsa per trovare le fantomatiche risorse “tappa buchi”
Prima l’ipotesi di un condono fiscale, poi quella di una mini patrimoniale,poi quella di un contributo di solidarietà;tutto questo per “fare cassa”e destinare risorse alla crescita. Il mio modesto parere invece va’ in tutt’altra direzione perché l’approccio al problema è sia pragmatico che ideale. L’attuale governo si era presentato nel 2008 con una larga maggioranza parlamentare ed era li che aveva il dovere di presentare agli italiani riforme coraggiose, anche impopolari ma che sicuramente sarebbero state percepite dall’opinione pubblica come “doverose” per risollevare le sorti del paese.
Abolizione delle province e degli enti inutili,innalzamento dell’età pensionabile,privatizzazioni, ma soprattutto liberalizzazioni, unico sistema per migliorare i servizi e diminuire il costo della sua relativa offerta. Questo non è avvenuto o è avvenuto in parte per responsabilità che non sono da attribuire esclusivamente al Presidente del Consiglio come molti vorrebbero far credere ma che sono state frutto di un insieme di cause-effetto che hanno portato a questa situazione di impasse(situazione economica internazionale, uscita di Fini dalla maggioranza,attacchi giudiziari di tutti i tipi al capo del governo ecc ecc). Ora, non si può guardare esclusivamente al passato e piangersi addosso piuttosto bisognerebbe trovare il sistema per dare una scossa all’economia e farla ripartire. In questi casi come suggerisce il Professor Antonio Martino ci vorrebbero terapie d’urto. Queste terapie possiamo infliggerle soltanto ed esclusivamente dando respiro alle categorie produttive ovvero le imprese che a loro volta se messe in condizione genereranno ricchezza e contribuiranno a creare nuovi posti di lavoro, quindi a far diminuire la disoccupazione aumentando il potere d’acquisto e stimolando i consumi. Tutto ciò dovrebbe avvenire non tappando buchi o limitandosi a mettere in campo politiche “assistenziali” da parte dello stato ma partendo proprio dal principio che in momenti come questi bisognerebbe avere più mercato e meno stato. Con meno stato intendo meno burocrazia, meno assistenzialismo, meno intervento pubblico in economia. Ovviamente un governo soprattutto in questi periodi si trova a far fronte alla necessità di trovare risorse sia per rispondere ai vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea, sia per poter trasferire una parte di esse allo sviluppo. Bisogna però, prima di tutto cambiare approccio culturale altrimenti non se ne esce. Ridurre la spesa deve essere prioritario ed ognuno di noi dovrebbe fare la sua parte,poi c’è l’aspetto delle privatizzazioni e aggiungo:delle privatizzazioni dello Stato. Non dico di vendere tutti gli immobili compresi nel conto generale del patrimonio dello Stato che ammonterebbero a 2400 mila milioni di euro (circa il 160% del debito pubblico) ma di avere come obiettivo la gestione ottimale delle attività patrimoniali dello Stato soprattutto attraverso la loro “cartolarizzazione”. Bisogna avviare concretamente la privatizzazione del patrimonio dello stato e la finanza di progetto (“progect financing”) per gli investimenti pubblici in cooperazione con le iniziative private dando attuazione alla logica per cui la pubblica amministrazione non possa pù prescindere dai condizionamenti esterni dell’economia, delle variazioni quantitative e qualitative della domanda, perché la liberalizzazione di tutti i rapporti con il cittadino che si realizza , la privatizzazione crescente delle risorse e del rapporto di pubblico impiego comportano la definizione dei rischi sociali da gestire con criteri di economicità. L’operatore pubblico si deve porre nell’ottica dell’imprenditore privato e ponderare la probabilità degli eventi esterni alla sua attività, considerando le possibili variazioni della domanda e dell’offerta del marcato derivanti da eventi naturali o determinati da fattori di mercato. A questo punto è necessario che si abbandonino i vincoli che solitamente predispongono gli amministrativisti per delineare e gestire schemi di contabilità pubblica che si rapportino alla flessibilità delle decisioni e alle responsabilità dei centri di costo, per dare luogo ad una finanza di progetto che coinvolga congiuntamente iniziative private ed investimenti pubblici per lo sviluppo di reti produttive molto utili alla crescita competitiva del tessuto impresario. Bisogna quindi avviare una nuova fase politica che, invece di procedere con investimenti tampone di controllo dei flussi di tesoreria che deresponsabilizzano gli operatori sui risultati da raggiungere, predispongono nuovi strumenti strutturali che mirano ad adeguare la realtà economico finanziaria del paese a quella degli altri partner europei e soprattutto responsabilizzano la nuova classe dirigente sulla promozione dello sviluppo produttivo. Il governo si trova ora a fare una scelta coraggiosa:tappare un buco oppure ridare una visione programmatica che porti ad avere una prospettiva del nostro paese più moderna ed efficiente. La possibilità ancora c’è, bisogna che il regista della squadra riprenda la palla e segni il gol decisivo per portare l’Italia a competere sui campi internazionali. (Riccardo Lucarelli Presidente Rete Liberal)

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