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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 301

Posts Tagged ‘antropologica’

Il Papa: sono preoccupato per i poveri

Posted by fidest press agency su sabato, 1 gennaio 2011

(fonte Il Messaggero del 1° gen. 2011) Il pontefice dimentica o trascura di ricordare che il cristianesimo attuale si coniuga con l’Occidente e, quindi, con il capitalismo; l’affermazione pontificia circa le “Radici cristiane dell’Europa”, condivisa da Pera, ne è la documentata prova,  riduce il cristianesimo a supporto del capitalismo e lo pone come una categoria antropologica distintiva di una razza, appunto la “razza occidentale” Cristianesimo quindi sta all’Occidente e insieme stimolano il capitalismo. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è  diventato il pilastro portante  dell’ordine costituito, e non si leva nessuna voce a difesa dei più deboli, perché non basta “essere preoccupati”  se non viene data voce a chi non ha più fiato.
La globalizzazione dei mercati, intesa come momento culminante del capitalismo spinto, per essere accettata, richiede d’essere imposta; il consumismo a cui porta non può essere accettato passivamente dai popoli, che non vogliono privilegiare i consumi fittizi, ma le necessità reali.
Tra l’altro proprio la globalizzazione provoca l’acuirsi dello sfruttamento del lavoro minorile, del lavoro femminile sottopagato, nonché contratti di lavoro atipici, diretti a tutelare i diritti dei datori di lavoro a danno dei diritti dei prestatori d’opera, utilizzando la vile arma del ricatto, perché produce esigenze di manovalanza a basso costo, tutto a discapito dei livelli di istruzione, perché gli stessi genitori inseriscono i figli nel panorama sordido dello sfruttamento prima possibile; lo impone la legge della sopravvivenza. Dopo avere usato tutte le leve del marketing avanzato, la politica della globalizzazione deve imporsi con altri mezzi, anche con i mezzi della violenza, sia pure morale.
Questo capitalismo avanzato e spinto alle estreme conseguenze, promosso indiscriminatamente dall’opulento mondo occidentale, conduce a diverse forme di consumo; oggi non si produce più per soddisfare i bisogni del consumatore, o per migliorare la qualità della vita, oggi si produce e basta, quindi, attraverso l’uso indiscriminato delle leve di marketing, si creano falsi bisogni; il consumatore è solamente un’entità da sfruttare attraverso l’imposizione di falsi bisogni. Alla base delle guerre, in questo esordio cruento del 3° millennio, c’è l’interesse economico, sia di singole multinazionali, che di Stati i cui vertici sono assoggettati a quelle stesse multinazionali che ne hanno sponsorizzato la formazione; questo interesse trova nella globalizzazione dei mercati la sua attualità.
Possiamo affermare che l’economia capitalistica genera la globalizzazione dei mercati, la loro fusione consequenziale, per affermarsi sempre più, genera le politiche aggressive. Esiste l’alternativa della quale dovrebbe parlare il pontefice, facendo seguito a quanto sviluppato dai suoi predecessori, che, al contrario vengono smentiti. Di segno opposto è l’indicazione operativa del cooperativismo, che si realizza nella integrazione fra i popoli, l’integrazione fra i popoli non è altro che la internazionalizzazione del concetto portante del cooperativismo, che a sua volta è l’aggiornamento dell’originario concetto di ‘corporativismo cattolico’. Con il concetto di integrazione fra i popoli viene recuperato il ruolo etico dell’economia, che ritorna ad essere una funzione al servizio dell’uomo, e non, come accade nel sistema capitalistico, un modo per asservirlo alle esigenze dell’economia, fino alle estreme conseguenze, con lo sfruttamento, con una nuova schiavitù, con l’aggressività camuffata da nobili ideali, ma in realtà finalizzata alla rapina delle materie prime e delle fonti energetiche che servono al capitalismo in maniera sempre più esponenziale, mentre intere popolazioni, che, peraltro, costituiscono la grande maggioranza della popolazione mondiale, covano la ribellione motivata e giustificata dall’indigenza.  Rimane ancora valida l’architettura sociale impostata da Giuseppe Toniolo nel clima di vivace apertura sociale negli anni della RN, riconosciuta universalmente come la risposta cattolica al marxismo rivoluzionario, che proseguirà la sua strada culminando nella rivoluzione di ottobre del 1917, quando realizzerà una ulteriore forma di capitalismo, quello di Stato, anch’esso distante dalle reali necessità delle classi intermedie e di quelle operaie. Qualunque forma di capitalismo, vuoi che sia in senso marxista di Stato o in senso neo-liberista dei singoli capitalisti, necessita di una politica forte, in grado di agevolare i programmi di penetrazione nei mercati degli altri paesi. Per questo sostengo che il capitalismo in sé genera la violenza, che si realizza nelle attività belliche.
La posizione intermedia di Toniolo apparve subito come la grande risposta, in campo economico-sociale, sia all’ideologia liberale con il suo capitalismo individuale, sia al sistema socialista, con il suo capitalismo di Stato. Nel mondo del capitalismo spinto emerge una figura anomala, quella dell’ imprenditore, praticamente un capitalista senza capitali, che usufruisce di prestiti da parte dei capitalisti o delle banche da questi ultimi create (senza disdegnare l’apporto di capitali mafiosi), assume manodopera e produce, accollandosi i rischi. Questa è una figura tipica del capitalismo d’assalto, perché l’imprenditore, in effetti, pur se teoricamente assume i rischi dell’impresa, in pratica non rischia molto, se non un fallimento con conseguente insolvenza, che andrà a pesare su quanti gli hanno prestato fiducia, dalle banche, ai privati, ai fornitori. A sostegno del capitalismo puro deve intervenire anche l’autorità pubblica, spesso sollecitata dagli stessi capitalisti e/o imprenditori, con leggi protettive, imposte doganali sui prodotti concorrenti, cambi internazionali controllati, permessi di importazione, facilitazioni nella delocalizzazione produttiva. Inoltre, per ottenere il credito necessario per incrementare le imprese, servono i servizi delle banche, che spesso non sono trasparenti. L’imprenditore d’assalto, infatti, crea una serie di scatole cinesi vuote o semi-vuote, ognuna di queste scatole fornisce garanzie bancarie alle consociate; basta superare il primo livello dei fidi perché il meccanismo venga a trovarsi nella condizione ottimale di ottenere i prestiti necessari allo sviluppo, in un crescendo esponenziale di volume monetario. L’itinerario prosegue fino a quando il ritmo imposto alla dinamica di crescita risulta credibile; ma quando arriva il tonfo, la voragine che si apre è direttamente proporzionale al tempo che è stato concesso per operare impunemente. (Rosario Amico Roxas)

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Mostra Giuseppe Ciracì

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 marzo 2010

Milano 27 marzo – 4 maggio 2010 in Corso Garibaldi 117 Dream Factory mostra Giuseppe Ciracì. All in the face è la prima importante esposizione personale di Giuseppe Ciracì. Nato a Brindisi nel 1975 il giovane artista pugliese ora vive e lavora a Milano. Il suo percorso parte da una pratica di pittura accademica basata sulla pura mimesi, sulle campiture precise di colore e su un’analisi del volto trattato in maniera iperrealista attraverso un’eleganza talentuosa ed un’esecuzione esemplari. Con il passare del tempo Ciracì ha cominciato a spingere la sua ricerca verso una sottrazione ed un’asciugatura delle forme rappresentate fino a giungere ad un linguaggio personale che non abbandona il rigore, ma si accompagna a spazi di inquietudine con un’indagine analitica e antropologica intelligente quanto profonda.
All in the face è un’esposizione che mette a nudo il dominio del corpo. I tratteggi a matita di tendini, ossa e muscoli accompagnati dalla indipendenza del pennello intriso di olio concedono libertà all’impeto mediante colori forti e accesi quasi si trattasse di eccessi di furore o trattenuta violenza. Se, infatti, i suoi disegni sono installazioni sempre raffinatissime pervase da una certa ieraticità accompagnata da assenze e tratti, talvolta trasfigurati, di brani di anatomia, le tele dipinte difendono la corrispondenza costruttiva delle relazioni presentandosi con ambivalenze e pulsioni dinamiche differenti.

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La famiglia al centro della politica

Posted by fidest press agency su martedì, 26 gennaio 2010

L’intervento del card. Bagnasco in apertura dell’incontro dei vescovi italiani contiene una ricca messe di spunti di riflessione e che toccano temi particolarmente cari alle famiglie italiane, perché, come lo stesso cardinale afferma “la vicenda sociale è oggi, a giudizio della Chiesa, radicalmente antropologica”. «Ma quello per il quale sentiamo di dover ringraziare in modo tutto particolare il presidente della Cei» commenta Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari «è l’invito a “ricentrare la politica, anche quella fiscale, sul perno delle famiglie, in particolare quelle con figli, perché da elemento di risulta, che attenua i contraccolpi negativi, diventino soggetto propulsivo di sviluppo”.  «Da tempo il Forum cerca nelle Istituzioni e nella politica una disponibilità a porre la famiglia al centro della politica fiscale. Ma questa disponibilità appare e scompare come un fiume carsico e di fatto non si approda a nulla, nonostante le proposte da noi presentate a tutto il governo possano anche non portare alcun aggravio alla spesa pubblica. «Ma quello che avvertiamo ancora più urgente e che trova un’autorevole e lucida conferma dalle parole di Bagnasco è l’apparente incapacità della società di “ragionare della famiglia per ciò che realisticamente essa è, ossia la più grande risorsa sociale e culturale del nostro Paese. Non applicarsi ad essa, non darle forza e vigore, non riconoscerle la soggettività di cui è capace è come pretendere di volare continuando tuttavia ad appesantirsi le ali. Bisogna invertire questa tendenza e farlo con la nostra tenacia migliore”. Famiglia non ‘problema’ ma ‘risorsa’ per l’intera ‘cosa pubblica’. Sembrerebbe dover essere scontato, eppure è diventata una  vera e propria rivoluzione epocale» conclude Belletti «al servizio della quale il Forum è da sempre impegnato».

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L’enciclica di Benedetto XVI

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 agosto 2009

Noi tutti fedeli laici di della Chiesa cattolica di Piacenza-Bobbio ci sentiamo corresponsabili e compresenti nella complementarietà nell’azione che ci sospinge nel nome del Signore a testimoniare la fede in Gesù Cristo. Ma teniamo presente che si sentiamo autorevoli nel testimoniare la nostra fede solo perché l’unico che ci può testimoniare la presenza di Dio è Gesù Cristo. È questo fondamento in Gesù Cristo che ci rende forti e parte del suo ‘corpo mistico’. E ne siamo tanto convinti nella misura che ci affidiamo obbedienti alla guida del nostro Magistero che è stato scelto dallo Spirito Santo. È solo nella misura che siamo portati da questi suddetti fondamenti che allora il Padre si fa presente in noi rendendoci Santi. Una ‘fede antropologica’ che si identifica in ogni persona umana nella misura che viviamo il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. ‘Antropoligica’: perché se la nostra libertà ci sospinge dinamicamente con una tensione sempre rivolta oggettivamente più in alto e in avanti, allora lo Spirito si risveglia in noi che ha scolpito fin dall’origine la nostra natura umana; perché se la nostra intelligenza sospinge il raziocinio a riconoscere la Parola di Dio nella Bibbia, allora Cristo è la nostra fede; perché se viviamo quotidianamente lo Spirito di Cristo in noi in comunione con il nostro prossimo che è la Chiesa, allora il Padre diventa presente nella nostra identità cristiana. Allora perché non trascrivere qualche pensiero per il bene di tutta la Chiesa di Piacenza-Bobbio su quanto l’enciclica del Papa Benedetto XVI ci può aver stimolato. Il tempo ci può mancare, il riposo estivo ci può bloccare, l’enciclica è forse troppo difficile, forse non è traducibile per la nostra semplice vita quotidiana… Ma allora dove abbiamo messo la nostra azione di corresponsabilità, compresenza e complementarietà? Sentiamoci cristiani fino in fondo con la testimonianza, rispettandoci innanzitutto nei nostri pensieri che non sono assoluti ma complementari l’uno all’altro. (Ciani Vittorio)

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