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In Appennino “spunta” un rettile marino di 100 milioni di anni fa

Posted by fidest press agency su sabato, 5 dicembre 2020

Parma. Resti di un rettile marino di 100 milioni di anni fa sono stati ritrovati nei giorni scorsi nel Comune di Neviano degli Arduini, nell’ambito di una campagna che porta la “firma” dell’Università di Parma. L’eccezionale rinvenimento è avvenuto nell’ambito del Progetto Inter Amnes, durante le ricerche sul territorio parmense e reggiano dirette dalla Alessia Morigi, docente di Archeologia classica al Dipartimento delle Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali – DUSIC dell’Università di Parma, e coordinate sul campo dagli archeologi Francesco Garbasi e Filippo Fontana (allievi e ora borsisti del DUSIC) con il coinvolgimento degli studenti delle discipline di Archeologia classica e Archeologia del paesaggio dell’Ateneo. Il Progetto Inter Amnes è una costola del più vasto Programma S.F.E.R.A., del quale l’Università di Parma è capofila. Gli ittiosauri erano rettili marini con un corpo affusolato e idrodinamico, simile a quello dei delfini. A differenza, però, di questi mammiferi marini, che hanno soltanto le pinne anteriori e coda orizzontale, gli ittiosauri mostrano due paia di pinne pari corrispondenti ai quattro arti tipici dei rettili e coda disposta verticalmente. Grazie a reperti eccezionali scoperti in Nord Europa, è stato possibile determinare che il loro adattamento alla vita acquatica era così avanzato da rendere possibile la nascita dei piccoli in mare qualificando gli ittiosauri come ovovivipari. Se si considera che essi abitarono i mari dal Triassico inferiore fino al Cretacico superiore, l’esemplare di Neviano pare corrispondere a uno degli ultimi esponenti di questo tipo di rettili marini. Gli eccezionali rinvenimenti rappresentano il primo fossile di vertebrato marino del mesozoico scoperto nella Provincia di Parma e tra i più importanti e completi dell’Italia del Nord, ove i fossili di rettili marini mesozoici sono rarissimi e restano, per questo, una fonte insostituibile per la ricerca archeologica. Nell’ottica interdisciplinare che contraddistingue il Programma S.F.E.R.A., il reperto è attualmente in fase di studio da parte dei paleontologi coinvolti nel progetto Inter Amnes Simone Cau e Alessandro Freschi, prima allievi e ora collaboratori del Dipartimento di Scienze chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale dell’Università di Parma. Una volta perfezionato lo studio, i risultati si affiancheranno a quelli raggiunti dai progetti su Parma, Reggio Emilia e sul territorio parmense e reggiano, che rappresentano l’asse portante del Programma S.F.E.R.A. e che sono in corso ormai da una decina d’anni come manifestazione dell’interesse prioritario dell’Università per il territorio dove opera.

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Le acque sotterranee dell’Appennino segnalano i terremoti dell’altra parte del mondo

Posted by fidest press agency su lunedì, 26 ottobre 2020

Un nuovo studio, frutto della collaborazione tra Sapienza, Ingv e Cnr, ha rilevato alcune variazioni del livello delle acque di falda in Italia centrale, riconducibili a terremoti lontani, avvenuti persino in altri continenti.La “caccia” al precursore sismico continua, stavolta con un elemento in più. Come già documentato negli ultimi anni in numerosi studi, esiste una associazione tra lo scatenarsi dei terremoti e le variazioni nella circolazione delle acque sotterranee. Quello che ancora non è adeguatamente noto è come tale fenomeno riguardi anche i telesismi, terremoti lontani, avvenuti in altri continenti, i cui effetti sono avvertiti a migliaia di chilometri dall’epicentro.A far luce sulla inaspettata relazione tra sismicità e falde acquifere è un nuovo studio, frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche. I risultati, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, rappresentano un ulteriore passo verso una possibile futura identificazione di precursori sismici nelle acque.I ricercatori hanno monitorato per cinque anni il livello di una falda acquifera a Popoli, in Abruzzo, dove hanno osservato, oltre ai segni lasciati da eventi sismici avvenuti nelle immediate vicinanze, un comportamento anomalo delle acque, il cui motore scatenante era dall’altra parte della Terra: sono state identificate 18 forti oscillazioni come risposta “impulsiva” delle acque sotterranee ai terremoti di magnitudo superiore a 6.5 avvenuti in tutto il mondo, anche a oltre 18.000 chilometri di distanza dal sito di osservazione.“Dall’indagine idrogeologica e sismica è emerso che le onde sismiche responsabili delle perturbazioni sono le onde di Rayleigh che viaggiano sulla superficie terrestre, raggiungendo enormi distanze – spiega Carlo Doglioni della Sapienza e presidente Ingv. Ora che abbiamo individuato le perturbazioni causate dai terremoti lontani abbiamo uno strumento in più per distinguerle dai segnali precursori indotti dai sismi vicini”.Lo studio inoltre attesta una correlazione tra la distanza del terremoto e la sua magnitudo con l’entità dell’oscillazione della falda freatica: una evidenza che conferma l’importanza di questi fattori nel controllo del comportamento delle acque sotterranee in un determinato sito, e non solo. “La natura degli acquiferi – spiega Marco Petitta del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza – gioca un ruolo sicuramente fondamentale nella risposta delle acque all’attività sismica. Contrariamente a quanto avviene per gli acquiferi porosi, gli acquiferi carbonatici intensamente fratturati, come quello da noi monitorato in Abruzzo, si rivelano molto più sensibili agli eventi deformativi. Proprio questo aspetto diventa essenziale nell’identificare un sito idrosensibile alla sismicità”. Il fenomeno, recentemente evidenziato anche da uno studio simile condotto in Cina, rimane ancora materia di approfondimento del team di ricerca. Intanto i risultati dello studio aprono nuove vie sui criteri di cui tener conto nella scelta del sito che si intende monitorare e rappresentano una guida nel campo dei monitoraggi idrogeologici applicati ai fini sismici.

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Le faglie dell’Appennino centrale studiate con un metodo innovativo multidisciplinare

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 agosto 2020

Attraverso una innovativa analisi multidisciplinare, risultato delle osservazioni geodetiche di circa 20 anni e di un gran numero di dati aggiornati sulla direzione dello sforzo tettonico, è possibile quantificare la velocità del movimento delle faglie attive dell’Appennino centrale. Questo approccio potrebbe essere decisivo per determinare meglio la velocità del movimento delle faglie in un modo completamente innovativo e complementare alle classiche ed affidabili tecniche geologiche. È quanto è stato fatto nello studio “Partitioning the Ongoing Extension of the Central Apennines (Italy): Fault Slip Rates and Bulk Deformation Rates from Geodetic and Stress Data” pubblicato sulla rivista ‘Journal of Geophysical Research – Solid Earth’. La ricerca, che ha coinvolto competenze geodetiche, geologiche e modellistiche dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), è stata condotta in collaborazione con il Department of Earth, Planetary, and Space Sciences dell’University of California di Los Angeles (UCLA).
Come è noto, i terremoti sono generati da faglie, grandi piani in corrispondenza dei quali porzioni della crosta terrestre si muovono in tempi geologici l’una rispetto all’altra parallelamente al piano della faglia stessa. La velocità media su tempi geologici con cui questo processo avviene, chiamata slip rate nella letteratura scientifica, è un parametro cruciale perché quantifica il potenziale di ciascuna faglia all’interno dei modelli elaborati per valutare la pericolosità sismica di una data regione.

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Vacanze in Appennino

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 agosto 2020

L’andamento della stagione turistica sull’Appennino modenese è a tinte chiaroscure: molti turisti, ma crollano del 40% le prenotazioni fino a fine luglio nelle strutture alberghiere che risultano invece essere vicine al tutto esaurito soltanto nella settimana di ferragosto. Per le vacanze si preferisce la sistemazione in casa: altissima la richiesta di affitti turistici e netta ripresa della compravendita di immobili. Sono i primi dati raccolti da Assoturismo Confesercenti: “Questo scenario è un’occasione per ripensare il sistema turistico: è necessario riqualificare le strutture ricettive e promuovere il nostro Appennino ad ampio raggio”Effetto covid anche sulle vacanze estive, che – vuoi per difficoltà economiche, vuoi per la preoccupazione di spingersi oltre i confini nazionali mentre il virus è ancora in circolazione – spinge i modenesi, come la maggioranza degli italiani, a optare per mete vicine: una forte percentuale di turisti sta infatti ripopolando le montagne del nostro Appennino.
Assoturismo Confesercenti fa un primo bilancio della stagione, tastando il polso alle attività commerciali e ricettive della zona: ristoratori e commercianti non si lamentano, poiché per loro il calo del giro d’affari dei mesi scorsi dovuto allo stop forzato sta in parte rientrando.Chi invece continua a risentire del post pandemia sono gli hotel: i vacanzieri preferiscono sistemarsi in case e appartamenti e oltre agli affitti turistici sono ripartite anche le compravendite, con una risalita del valore degli immobili.
Al 31 luglio alberghi, pensioni e hotel hanno perso il 40% degli incassi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: sono mancate le prenotazioni dei vari gruppi organizzati (ancora fermi) e quelle dei campus estivi delle società sportive; bene i primi quindici giorni di agosto: fino a ferragosto le strutture ricettive sono quasi tutte al completo, ma dal 21 in poi le prenotazioni crollano nuovamente, quindi anche il mese in corso sarà in negativo rispetto al 2019.

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Una sorgente magmatica profonda sotto l’Appennino meridionale

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 gennaio 2018

catena appenniniI terremoti e gli acquiferi dell’Appennino meridionale svelano la presenza di magma in profondità nell’area del Sannio-Matese. A scoprirlo, uno studio condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia (DFG-UNIPG). Il lavoro ‘Seismic signature of active intrusions in mountain chains’, pubblicato su Science Advances, impatta sulle conoscenze della struttura, composizione e sismicità delle catene montuose, sui meccanismi di risalita dei magmi e dei gas e su come monitorarli. (http://advances.sciencemag.org/content/4/1/e1701825).“Le catene montuose sono generalmente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici”, spiega Francesca Di Luccio, geofisico INGV e coordinatore, con Guido Ventura, del gruppo di ricerca, “tuttavia, studiando una sequenza sismica anomala, avvenuta nel dicembre 2013-2014 nell’area del Sannio-Matese con magnitudo massima 5, abbiamo scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 km di profondità. Un’anomalia legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 km), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 km), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche”.I dati raccolti mostrano che i gas rilasciati da questa intrusione di magma sono costituiti prevalentemente da anidride carbonica, arrivata in superficie come gas libero o disciolta negli acquiferi di questa area dell’Appennino.“Questo risultato”, aggiunge Guido Ventura, vulcanologo dell’INGV, “apre nuove strade alla identificazione delle zone di risalita del magma nelle catene montuose e mette in evidenza come tali intrusioni possano generare terremoti con magnitudo significativa. Lo studio della composizione degli acquiferi consente di evidenziarne anche l’anomalia termica.
“È da escludere che il magma che ha attraversato la crosta nella zona del Matese possa arrivare in superficie formando un vulcano”, aggiunge Giovanni Chiodini, geochimico dell’INGV. “Tuttavia, se l’attuale processo di accumulo di magma nella crosta dovesse continuare non è da escludere che, alla scala dei tempi geologici (ossia migliaia di anni), si possa formare una struttura vulcanica”.
Durante lo studio sono stati raccolti dati sismici e geochimici e sviluppati modelli sulla risalita dei fluidi. La ricerca è iniziata con l’analisi della sismicità della sequenza del Sannio-Matese, per poi concludersi con la modellazione delle condizioni di intrusione magmatica. La conoscenza dei segnali riconducibili alla risalita di magmi in zone non vulcaniche deve essere ancor estesa ad altre grandi catene come l’Alpino-Himalayana, Zagros (tra Iraq e Iran), le Ande e la Cordigliera Nord-Americana.“I risultati fin qui raggiunti”, conclude Di Luccio, “aprono nuove strade non solo sui meccanismi dell’evoluzione della crosta terrestre, ma anche sulla interpretazione e significato della sismicità nelle catene montuose ai fini della valutazione del rischio sismico correlato”.

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Appennino Folk Festival 2010

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 luglio 2010

Nibbiano (Piacenza) 17 luglio, ore 21,30 Al confine tra Lombardia ed Emilia, in Val Tidone, Nibbiano, è il teatro del terzo appuntamento dell’Appennino Folk Festival 2010, rassegna volta a valorizzare il repertorio popolare delle Quattro Province di Pavia, Piacenza, Genova e Alessandria, curata da Regione Emilia Romagna e Provincia di Piacenza con il sostegno di  12 comuni dell’Appennino piacentino.  Nanni Svampa, accompagnato alla chitarra da Antonio Mastino, porta a Nibbiano il suo Cabaret Concerto. Sul filo teso tra Emilia e Lombardia, Nibbiano è un equilibrista che, sopra la rete della Val Tidone, mostra l’influenza delle zone oltre il confine regionale, dovuta alla vicinanza di Milano. Ed è quindi il luogo ideale per questo spettacolo composto di canzoni e racconti umoristici, un percorso divertente dentro e fuori dagli aneddoti. Svampa, noto al pubblico per i passaggi televisivi, le collaborazioni con i Gufi, con Lino Patruno, compie un viaggio ideale dall’infanzia trascorsa sul Lago Maggiore alla gioventù a Milano, passando per le tappe della carriera di Svampa con brevi racconti tra le canzoni che hanno segnato il suo successo. Canzoni nate al cabaret, canzoni tradotte in milanese ma provenienti dal repertorio francese di Brassens, canzoni che derivano direttamente dai canti popolari da osteria. Svampa conduce per mano per quasi due ore di umorismo e poesia, per far conoscere ai giovani un patrimonio che va perdendosi, per recuperare memorie parallele nei più “grandi”, per far interessare più generazioni su temi tradizionali, sempre attuali. Per valorizzare la cultura italiana e raffrontarla con le altre, a partire da quelle europee più vicine. (nanni)

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