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La politica: sport per i ricchi?

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 agosto 2010

“È abbastanza ricca da potere regnare”. Ecco come il sindacato degli infermieri californiani ha punzecchiato Meg Whitman, l’ultraricca candidata a governatore della California. La Whitman, ex amministratore delegato di eBay, ha infatti speso più di novanta milioni di dollari dei propri soldi per vincere la primaria repubblicana. Non è l’unica persona attiva in politica ad essere in una situazione economica che le permette di fare uso della sua fortuna per bruciare le tappe ed aspirare ad un ruolo di prima importanza nel governo. Per i candidati che non hanno i quattrini della Whitman una parte del loro compito è di chiedere contributi. Ciò vuol dire in effetti fare doppio lavoro, quello politico, spiegare agli elettori le proprie idee e allo stesso tempo passare notevole tempo a raccogliere fondi. Da non dimenticare ovviamente l’altro lavoro per guadagnarsi il pane.
Trovandosi a corto di fondi si traduce in un serio svantaggio in elezioni nazionali o statali come quelle per la California. Con i suoi trentasette milioni di abitanti e un territorio di 411.000 kilometri quadrati il Golden State è infatti quasi una nazione. Comunicare con l’elettorato a livello nazionale o quasi richiede un notevole uso della televisione che ovviamente costa molti soldi. Ne sa qualcosa Carly Fiorina, il candidato repubblicano a senatore della California. La Fiorina, ex amministratore delegato di Hewlett-Packard, è anche lei abbastanza ricca ma non quanto la Whitman. Ha contribuito alcuni milioni di tasca sua per vincere la primaria repubblicana ma adesso si trova in una situazione svantaggiata. La sua avversaria democratica, Barbara Boxer, tre mandati al Senato compiuti, non è povera ma è riuscita a raccogliere abbastanza fondi da surclassare la sua avversaria. Non è tipico pensare che il candidato repubblicano sia in una situazione di svantaggio economico quando si compara a un candidato democratico. La Fiorina dovrà dunque continuare a “prestare” i propri soldi alla sua campagna oppure aspettare che il Partito Repubblicano venga in suo soccorso. Ciò forse non avverrà date le altre elezioni costose in altri Stati dove le possibilità di successo sono più favorevoli al Gop. La Camera di Commercio Americana ha fornito ingenti contributi a Joe Sestak (Pennsylvania) e Rob Portman (Oregon), candidati repubblicani al Senato. I candidati repubblicani ricevono più contributi dalle corporation dei democratici considerando i legami ideologici con il partito conservatore. Ma in California le elezioni sono costosissime e le corporation “investiranno” in Stati dove potranno avere molto più impatto. Dopotutto un voto al Senato è un voto non importa se rappresenta mezzo milione di abitanti o trentasette. Essere ricchi e usare le proprie risorse non garantisce però il successo politico. Nelle primarie democratiche del 2008 Hillary Clinton prestò parecchi milioni di dollari alla sua campagna. Perse lo stesso anche se non di molto.  Secondo uno studio del National Institute on Money in State Government solo l’undici percento dei candidati che si autofinanziano vincono le elezioni a governatore. Non tutti gli elettori saranno completamente informati sulle questioni politiche ma riescono a vedere oltre il portafoglio del candidato. La ricchezza in un certo senso può chiarire agli elettori che il candidato non potrà mai capire i problemi del cittadino comune. Un esempio ce lo diede George Bush padre nell’elezione del 1992. Dopo avere visitato un supermercato Bush disse di essere “stupefatto” dalla tecnologia usata alla cassa. Si trattava della cassa scanner che legge automaticamente i prezzi dei prodotti. La tecnologia era già in uso dal 1980 ma Bush diede l’impressione di non essere mai entrato in un supermercato suggerendo di non avere nessun contatto con la vita quotidiana degli americani. Questa mancanza di esperienza con la vita comune dei cittadini non si applica solo ai politici repubblicani. La metà dei senatori americani sono milionari e ciò include membri di ambedue partiti. Infatti alcuni fra i più ricchi senatori fanno parte del Partito Democratico. Herb Kohl (Wisconsin), John Kerry (Massachusetts), Jay Rockefeller (West Virginia) e Diane Feinstein (California), tutti senatori democratici non hanno molto da invidiare ai loro colleghi repubblicani come Lincoln Chafee (Rhode Island), John McCain (Arizona), Elizabeth Dole (North Carolina) per quanto riguarda la loro fortuna personale o familiare. Il fattore economico ovviamente scoraggia non pochi individui a partecipare alla politica. Ci vorrebbero i finanziamenti pubblici ma ciò naturalmente richiede soldi che sia il governo nazionale che quelli statali non possiedono specialmente di questi giorni. Ciò impedisce di implementare l’ideale americano di democrazia, ossia un governo “del popolo, dal popolo e per il popolo”. (Domenico Maceri)

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Laurea “breve”

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2009

Dalle riflessioni di un genitore: “Mio figlio quattro anni fa, durante il suo primo anno accademico, ha scelto il vecchio ordinamento ed ora è al quinto anno di psicologia ma con ancora 8 esami da sostenere e, quindi, diciamo con un prevedibile paio d’anni di fuori corso. Ed è crisi. A 23 anni pensa di vivere per conto suo ma non trova lavoro e si accontenta di piccoli incarichi. Tutto ciò lo allontana sempre di più dal percorso universitario e lo sospinge verso la deriva della “rinuncia” con esami che “salta” o con esami che supera con un misero “18”. A questo punto mi chiedo se avesse scelto la laurea breve avrebbe potuto disporre di un titolo che gli avrebbe permesso di aspirare ad un percorso lavorativo meno generico e probabilmente con una gamma di opportunità maggiori. Mi sono chiesto, altresì, ma gli altri coetanei di mio figlio cosa stanno facendo in proposito? Personalmente ne conosco pochi e, diciamo, due di essi non hanno avuto dubbi di sorta. La prima, una ragazza, si è laureata dopo i quattro anni di università in economia e commercio con 110 e lode, il secondo ha scelto la laurea breve ed in luogo dei 3 anni l’ha ottenuta in quattro ed ora prosegue negli studi universitari. Gli altri tre sono ancora al chiodo ma con la possibilità di uscirne prima di mio figlio anche se allo studio hanno affiancato un lavoro in part-time. In tutti ho avvertito un certo “affanno esistenziale” anche se in misura ed intensità diversa e più che altro legato al rapporto tra la vita accademica e le possibili risposte dal mondo del lavoro. In altri termini si accorcia sempre di più il tempo per i giovani che dallo studio vogliono, anzi pretendono, delle risposte precise ed immediate e che mal digeriscono i lungi anni di formazione senza controbilanciarli con l’opportunità di un lavoro che possa renderli contestualmente indipendenti. Ecco perché mi convinco, sempre di più, che l’attuale curricolo di studi debba essere ulteriormente abbreviato e ridotto all’essenziale. Vorrei che fosse sostituito da un “aggiornamento professionale” continuo che permetta ai giovani di crescere contemperando le due fondamentali esigenze esistenziali che vanno dalla scuola come formazione di base alla vita come formazione di stabilità e opportunità di successo professionale costruito sulla pratica professionale oltre che dalla teoria e dal metodo, ovvero per “laureare l’esperienza”.

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