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La commissione sugli assalti al Campidoglio spaventa i repubblicani

Posted by fidest press agency su martedì, 1 giugno 2021

By Domenico Maceri. “Prego ancora che continuiamo ad avere 10 solidi patrioti”. Così Joe Manchin, senatore democratico del West Virginia, il quale spera di potere contare su 60 senatori (50 democratici e 10 patrioti repubblicani) per approvare la legge sulla Commissione che indaghi gli assalti al Campidoglio del 6 gennaio scorso. Come si sa, le leggi al Senato sono soggette al filibuster, la regola che dà alla minoranza di 40 senatori il potere di bloccare la votazione sui disegni di legge. Si tratta di una regola antidemocratica che mira a proteggere misure potenzialmente esagerate dal divenire leggi. In realtà, il filibuster è stato abusato per fermare leggi importanti, specialmente nell’area di giustizia sociale. La legge sulla Commissione del 6 gennaio è stata già approvata dalla Camera recentemente in maniera leggermente bipartisan con 35 voti repubblicani schierati coi democratici (252 sì, 175 no). Spicca fra i voti negativi quello di Greg Pence, parlamentare dell’Indiana e fratello di Mike Pence, ex vicepresidente, il quale era stato una delle potenziali vittime degli assalti. Le grida di “Impicchiamo Pence” furono lanciate da alcuni assalitori del Campidoglio e l’allora vicepresidente fu salvato dalle sue guardie del corpo.La politica per Greg Pence è più importante della famiglia. Ma non solo per lui. La Commissione per fare chiarezza sulle ragioni degli assalti al Campidoglio spaventa i repubblicani i quali vogliono dimenticare gli eventi poiché si sa che buona parte delle responsabilità per gli assalti ricadono su Donald Trump. L’ex presidente rimane tuttora leader e quasi padrone incontestato del Partito Repubblicano nonostante le recenti sconfitte del Gop. Al livello federale i repubblicani hanno perso la Casa Bianca e sono in minoranza nelle due Camere legislative. Da parte loro, i democratici vedono la Commissione come totalmente legittima anche se con ogni probabilità ci guadagnerebbero per le elezioni del 2022. Ci guadagnerebbe anche il Paese vista la fragilità della democrazia il 6 gennaio.La legge sulla Commissione è stata negoziata da rappresentanti democratici e repubblicani alla Camera. John Katko, il rappresentante repubblicano, parlamentare di New York, nominato dal leader Kevin McCarthy, ha detto di sentirsi tradito da suo capo. Katko è uno dei 35 repubblicani che ha votato per l’approvazione della Commissione la quale includerebbe 5 individui nominati da democratici e 5 da repubblicani. Il presidente sarebbe scelto da Nancy Pelosi, speaker della Camera, e il vice sarebbe nominato da McCarthy e Mitch McConnell, leader della minoranza al Senato. Si tratta di un accordo molto simile a quello della Commissione sugli attacchi terroristici venuti dall’esterno l’undici settembre 2001. Dopo le sue indagini il gruppo redasse un rapporto convincente che condusse a un riordinamento della sicurezza nazionale.Questa volta però gli attacchi sono venuti dall’interno e il Partito Repubblicano è in grande misura responsabile. Quindi ci vuole patriottismo, come ha detto Manchin, per convincere i repubblicani a investigare e alla fine raccomandare misure che rafforzino il sistema democratico americano. Non sorprende dunque la riluttanza della leadership repubblicana. McCarthy e McConnell si sono dichiarati contrari anche se subito dopo il sei gennaio ambedue avevano addossato la colpa per gli attacchi all’allora presidente Trump.Nonostante i cinque morti e centinaia di feriti e 400 arresti i repubblicani hanno cambiato la narrativa, cercando di addossare la colpa degli assalti al gruppo dei Black Lives Matter e altri gruppi di sinistra. Alcuni hanno persino indicato che non si tratta di nulla di serio. Se McCarthy e McConnell hanno cambiato idea, però, lo si capisce solo in chiave politica ma anche a livello personale. La Commissione indipendente avrebbe il potere di chiamare a testimoniare sotto giuramento parecchi parlamentari repubblicani, incluso persino McCarthy. Il leader della minoranza repubblicana avrebbe telefonato a Trump durante gli assalti pregandolo di fermare gli attacchi già in corso al Campidoglio. Secondo la parlamentare Jaime Herrera Beutler, terzo distretto, Washington, la conversazione fra i due sarebbe stata accesa e Trump avrebbe detto che “gli assaltatori si preoccupano più dell’elezione” di McCarthy.Non c’è dubbio che McCarthy vorrebbe evitare di essere chiamato a testimoniare ma il pericolo per il suo partito verte però sulle conseguenze politiche. Le eventuali testimonianze e sequenze televisive delle procedure metterebbero in cattiva luce il suo partito erodendo le buone possibilità di vittorie nell’elezione di midterm del 2022.L’incapacità di trovare il coraggio di affrontare gli eventi del 6 gennaio continua a dimostrare che quando c’è da scegliere fra il partito e il Paese la maggior parte dei repubblicani opta per la strada che li conduce a mantenere il potere. In buona parte ciò si deve alla paura causata da Trump sui suoi “nemici”. Ne sa qualcosa Liz Cheney, fino a qualche settimana fa, numero 3 nella leadership repubblicana alla Camera, ma fatta fuori per le sue dichiarazioni anti-Trump. La Cheney ha anche spiegato che molti altri repubblicani avrebbero votato per l’impeachment a Trump all’inizio del 2021 eccetto per il clima di paura imposto da Trump al suo partito. Cheney, in un’intervista televisiva, ha dichiarato che alcuni parlamentari le hanno confessato di “temere per la loro vita” a causa dei feroci potenziali attacchi da parte di sostenitori dell’ex presidente. La realtà alternativa di essere il legittimo presidente è continuata da Trump ed è creduta da una maggioranza di elettori repubblicani. L’insistenza di Trump sulla “big lie” (la grande menzogna) dell’elezione rubata, continua a dominare l’ambiente politico dei repubblicani. In effetti, il tentativo di dimenticare gli eventi del 6 gennaio, fa parte della strategia di continuare a contestare qualunque risultato elettorale futuro. Trump e la stragrande maggioranza del Partito Repubblicano hanno abbracciato il concetto che la realtà non è affatto obiettiva ma si può creare, a seconda dei propri desideri. Ci vuole coraggio per combattere Trump e quelli come Cheney sono pochissimi.La strategia di un partito perdente è sempre di cambiare la piattaforma per conquistarsi altri elettori. I repubblicani non lo stanno facendo e continuano a rifugiarsi dietro di Trump. Sembra però che il controllo dell’ex presidente sia in calo. Ce lo conferma un sondaggio condotto dalla Nbc e Wall Street Journal secondo cui il numero dei fedeli nella base di Trump è sceso dal 94 al 75 percento. Una Commissione approvata dal Senato con udienze e testimoni eroderebbe le chance dei repubblicani, non solo di Trump, ma anche sulle possibilità della loro conquista di maggioranza alle camere legislative. Da aggiungere anche che i più recenti sondaggi sorridono a Biden. Il 62 percento degli americani lo vede in termini positivi fino a questo mese. Da comparare che Trump nel mese di maggio del 2017 riceveva solo il 45 percento di gradimento.L’approvazione della Commissione al Senato sembra essere in salita anche se una mezza dozzina di repubblicani ha suggerito il suo supporto. McConnell, secondo Politico, un giornale online, avrebbe detto ai suoi colleghi di opporsi alla formazione della commissione perché “danneggerebbe il messaggio politico del partito” alle prossime elezioni. Manchin, reagendo con delusione a queste affermazioni, ha dichiarato che questa situazione richiede di mettere “il Paese prima della politica”. Sarà questa la situazione a convincerlo che il filibuster meriti l’eliminazione? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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U.S.A.: Trump e gli assalti al Campidoglio

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 gennaio 2021

By Domenico Maceri, “Quello che non può fare… è ispirare violenza”. Così Gabriel Sterling, alto funzionario delle elezioni nello Stato della Georgia, il primo dicembre dell’anno scorso in un’accesissima conferenza stampa, dirigendosi direttamente a Donald Trump. Sterling non scoraggiava il presidente uscente di usare vie legali per ribaltare l’elezione ma esprimeva le sue preoccupazioni per il linguaggio che incitava alla violenza che lui subiva in prima persona. Sterling, come altri funzionari di elezioni in parecchi Stati, era soggetto di minacce da sostenitori di Trump perché le sue analisi indicavano che il candidato democratico Joe Biden aveva vinto l’elezione.Il pericolo della violenza annunciato da Sterling si è concretizzato nella recente insurrezione dei sostenitori del presidente uscente il 6 gennaio, il giorno in cui il Congresso si era riunito per contare i voti elettorali e proclamare Joe Biden 46esimo presidente. Lo stesso giorno, però, Trump ha avuto un raduno a poco più di un miglio del Campidoglio, nel corso del quale ha reiterato ciò che andava dicendo da due mesi: l’elezione è stata truccata e gli è stata rubata la vittoria. I suoi sostenitori hanno creduto la menzogna e anche prima che finisse il discorso di Trump hanno cominciato a dirigersi verso il Campidoglio. Le conseguenze sono note: cinque morti, molti feriti, caos al Campidoglio, scene imbarazzanti trasmesse in tutto il mondo che hanno fatto vedere la fragilità della democrazia americana causata da un presidente che non crede alla realtà condivisa ma quella della sua mente. Il pericolo è che milioni di persone lo seguono, incapaci di credere che Trump possa avere torto.Il presidente uscente sa benissimo che il suo linguaggio battagliero conduce alle pressioni violente dei suoi sostenitori. Nella campagna del 2016 disse in un’occasione che anche se lui sparasse qualcuno sulla Fifth Avenue non avrebbe perso consensi poiché i suoi sostenitori lo seguirebbero ciecamente. Aveva ragione. Alcuni sono stati sorpresi dagli eventi del 6 gennaio al Campidoglio ma in realtà era troppo facile prevederli. Il linguaggio di Trump anche dall’inizio della sua campagna elettorale era stato battagliero e senza filtri. Il 45esimo presidente ha usato le parole bellicose per proiettare l’immagine dell’uomo forte che si prende controllo e potere, pretendendo di farlo per il bene degli altri. In realtà lo fa solo per se stesso, incitando i suoi sostenitori a mettere pressione a quelli che gli sbarrano il cammino. Questa pressione spesso sfocia in pericoli all’incolumità dei suoi avversari. Persino il dottor Anthony Fauci, rispettatissimo virologo che ha dissentito molto diplomaticamente con Trump sul Covid-19, è caduto nel mirino di possibili attacchi e deve vivere sotto scorta.Le parole violente sono state il modus operandi di Trump. Attaccare verbalmente i sui avversari, specialmente con tweet velenosi, e facendo perno sui sostenitori per mantenerli in riga. Bisogna combattere, secondo Trump, perché gli altri ci rubano non solo le elezioni ma anche il Paese. Nel suo discorso del raduno il 6 gennaio Trump ha usato la parola “combattere” più di venti volte. Alla fine del discorso il presidente uscente ha incoraggiato i sostenitori a “marciare sulla Pennsylvania Avenue” verso il Campidoglio. Lui sarebbe stato con loro. In realtà si è ritirato alla Casa Bianca ed ha guardato gli assalti alla TV. Un videoclip divenuto virale ci fa vedere la felicità di collaboratori e familiari di Trump mentre guardano il saccheggio del Campidoglio.
Il linguaggio pericoloso di Trump e le sue responsabilità per l’insurrezione al Campidoglio sono stati anche riconosciuti dai colossi dei digitali. Twitter che aveva in precedenza etichettato alcuni dei tweet di Trump come potenzialmente falsi ha deciso di sospendere il suo account per violazione delle regole. Facebook poco dopo ha bloccato l’account di Trump in modo definitivo, seguito da altre piattaforme. Poche ore più tardi Twitter ha chiuso definitivamente l’account di Trump. La app Parler, favorita da gruppi di estrema destra, e apparentemente usata dagli assaltatori al Campidoglio, è stata anche bandita. Alcuni hanno visto abusi contro la libertà di espressione da parte di queste piattaforme. In realtà Trump le aveva già abusate spudoratamente senza subire conseguenze ma gli eventi del 6 gennaio sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso.Per il suo incitamento alla violenza il Congresso ha approvato gli articoli di impeachment con 237 a favore e 197 contrari, ma solo 10 parlamentari repubblicani hanno votato contro Trump. Il Senato dovrebbe aprire il processo per una possibile condanna e Mitch McConnell, presidente della Camera Alta fino al 20 gennaio, ha dato qualche segnale che, a differenza dell’impeachment dell’anno scorso, questa volta potrebbe votare per la condanna.
Trump avrà capito che le sue parole saranno state esagerate ed ha dato qualche segnale di essere contrario alla violenza. Troppo poco. Sembrerebbe che le sue espressioni di contrarietà alla violenza gli siano state suggerite dai suoi collaboratori poiché oltre alle ripercussioni politiche potrebbe anche essere soggetto a denunce penali, specialmente quando fra una manciata di giorni perderà l’immunità da presidente. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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