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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

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Mostra Napoli assenze e presenze, 1978 – 2018

Posted by fidest press agency su lunedì, 3 dicembre 2018

Napoli Giovedì 13 Dicembre alle ore 18:30 i Private Banker Fideuram Vomero ospitano l’opening della mostra Napoli assenze e presenze, 1978 – 2018, a cura di Franco Riccardo.
Dopo vomerovivo, primo progetto espositivo del programma Complicità&Conflitti dedicato al mezzo fotografico, l’indagine sulla città contemporanea ed i suoi abitanti continua con gli scatti di Peppe Esposito.
Napoletano classe 1960, Esposito è protagonista di una personale ricerca artistica che investe da sempre vari linguaggi, dalla fotografia al visual design, dalla pittura alle installazioni, fino alle nuove tecnologie digitali e multimediali.
In mostra negli spazi Fideuram Vomero fino al 21 Febbraio 2019 quaranta immagini in bianco e nero e dieci ritratti a colori che insieme compongono un racconto visivo di Napoli, metropoli ideale immortalata dall’occhio fotografico di Esposito che conquista corpi e spazi rivelando le molteplici identità della città e le sue trasformazioni, dal 1978 ad oggi, in un gioco di conflitti tra presenze e assenze, artificio e realtà.
Il catalogo, pubblicato dalla EffeErre Edizioni, sarà disponibile a Marzo 2019.
Peppe Esposito vive e lavora a Napoli. Ha studiato Arte della Stampa all’Istituto d’Arte F. Palizzi e Pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ha seguito i corsi di Graphic Design di Renato Barisani e di Fotografia di Mimmo Jodice. E’ docente di Design dell’Arte del Libro e della Stampa al Liceo Artistico F. Palizzi di Napoli.

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Docenti, cade un altro tabù: i docenti del Sud si assentano meno di tutti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 novembre 2016

scuola-digitale-casnati-como-800x500_cDocenti, cade un altro tabù: i docenti del Sud si assentano meno di tutti. Invalsi: servono politiche scolastiche differenziate in base alle esigenze del territorio e delle scuole. L’Istituto nazionale di valutazione ha pubblicato il Rapporto nazionale “I processi e il funzionamento delle scuole”: non solo nel Meridione e nelle Isole ci si assenta poco, ma si ricorre anche “meno all’utilizzo di altri docenti per coprire le ore scoperte”. Anche sulla distribuzione del fondo per incentivare le funzioni aggiuntive, da Roma in giù “è utilizzato in modo più mirato, assegnando più soldi a un numero inferiore di persone”. Il tanto bistrattato Sud, quindi, almeno da questo punto di vista è più avanti delle altre parti d’Italia. Pure sul fronte delle strumentazioni scolastiche, l’Invalsi cancella delle convinzioni errate sulla geografia dell’offerta formativa dell’istruzione italiana: perché è nelle scuole “del Sud e Isole del II ciclo che si registra un numero superiore di scuole (35%) in cui sono presenti più di 2 laboratori ogni 100 studenti”. Chi pensava che in queste regioni la scuola fosse all’anno zero è servito.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): è un dato di fatto che gli studenti delle scuole del Nord hanno una scelta più ampia di aziende, dove svolgere percorsi di alternanza scuola-lavoro, ma se il territorio è carente di lavoro e quelle esistenti non credono nella formazione scolastica, c’è solo una cosa da fare: farla finita con la determinazione precostituita degli organici del personale, docente ma anche Ata, sulla base del numero ‘secco’ di iscrizioni di alunni. In determinate situazioni, sono altri i fattori che pesano: difficoltà del territorio, bassa presenza di agenti culturali, ridotto livello di studio delle famiglie di provenienza. Bisogna, quindi, incrementare il numero di insegnanti a Ata in quelle regioni, dove non a caso è più alto il livello di dispersione scolastica, con punte del 40 per cento. Ora a dirlo non è solo l’Anief ma anche l’Invalsi. È anche per questi motivi che l’Anief ha deciso, il 14 novembre, di scioperare e indire un presidio davanti a Montecitorio.

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Il Miur conferma lo stop alle supplenze per il primo giorno d’assenza dei docenti

Posted by fidest press agency su sabato, 24 ottobre 2015

ministero pubblica istruzione…e per la prima settimana di amministrativi e tecnici: così si portano le scuole al collasso. La nota n. 2116 del 30 settembre 2015 ha previsto una deroga solo per il “profilo di collaboratore scolastico”. Lasciando completamente scoperto il servizio in tutti i casi di assenza di assistenti amministrativi e tecnici. La scuola dell’autonomia avrebbe invece bisogno di maggiori risorse umane. Non va meglio per infanzia e primaria, dove quando manca il docente titolare si uniscono più gruppi-classe, comportando la formazione estemporanea di classi-pollaio. E di moltiplicazione dei rischi di culpa in vigilando. Alle medie e superiori si calpesta anche il diritto allo studio.Marcello Pacifico (presidente Anief): l’amministrazione farebbe bene ad estendere a tutte le categorie professionali la possibilità di sostituire il personale assente, altrimenti passeremo un anno con l’attività didattica perennemente bloccata. Presto, con i primi malanni autunnali, la situazione sarà già critica. Perché nello stesso periodo entrerà nel vivo il piano triennale delle scuole autonome previsto dalla riforma 107/15.

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Il carcere delle parole e delle assenze

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 gennaio 2012

Nuova edilizia penitenziaria, otto per mille per ristrutturare gli istituti di pena, porte girevoli da arginare, condanne residue da scontare agli arresti domiciliari-penitenziari, nessun indulto né amnistia per tentare di consolidare un senso di giustizia equa a una disumana ingiustizia.Rimangono ancora tanti problemi e non di poco conto sul carcere italiano, i troppi extracomunitari da riconsegnare ai propri paesi, la miriade di tossicodipendenti abbandonati dentro le celle in attesa della prossima tirata, del prossimo buco, l’esercito di persone miserevoli con le tasche vuote, tanti rumori nella testa, la sofferenza nel cuore da curare, da accompagnare fuori da un carcere che non si piega a nessuna utilità, scopo e prevenzione sociale.Questo carcere costringe a torsioni innaturali quanto il reato commesso, su questa linea di confine che sembra non appartenere ad alcuno, è fin troppo facile affermare con una verità comprata al supermercato delle parole che in galera non ci finisce più nessuno.Eppure chi scrive vi è ristretto da quarant’anni, senza dubbio c’è chi muore strozzato e disperato in una cella, c’è persino chi ci entra come cittadino adulto e ne esce come un adulto bambino, pronto alla detonazione che senz’altro avverrà.In carcere ci si va e come, si resta in un angolo dimenticato, non per pensare al male fatto agli altri ed a se stessi, ma perché schiacciati nella violenza del nulla, spingendo la mente a mosse obbligate per contenere l’ingiustizia di una pena, che sortisce l’effetto ipnotico autoassolvente, che mette in scacco la propria colpevolezza, figuriamoci le eventuali responsabilità.C’è in atto un nascondimento della follia individuale, dimenticando quella sociale in fase di implosione, peggio, di indifferente fatalità, al punto da accettare passivamente la tesi di un recinto dove ognuno è potenzialmente un morto che cammina.Non si tratta di emanare un atto di clemenza, occorre ripensare davvero ai tetti spropositati delle condanne, alle celle anguste che devastano ciò che è già sufficientemente ammaccato, ai benefici carcerari ridotti al lumicino. E’ necessario pensare ai programmi, ai progetti fattibili perchè chi esce non abbia a ritornarvi.Ma quali investimenti sono approntati, per rendere inattuabile la pratica darwiniana dell’alzare il tiro onde assicurarsi un’impossibile impunibilità.Cambiare è possibile, cambiare mentalità e atteggiamenti è un ‘opera di ricostruzione attuabile, ma nessuno si salva da solo.Quel che è sotto gli occhi di tutti induce a richiedere subito questo balzo in avanti, perché nelle carceri le persone muoiono, esse non scontano soltanto una condanna, ma un sovrappiù che consiste nelle sofferenze fisiche e psicologiche, negli abbandoni e nelle rese di una sconfitta che non esprime alcuna pietà.Ci sono situazioni devastanti, degradanti: alcune assolutamente non scelte, né mai totalmente descritte dalla cronaca o dalla romanzata fiction televisiva, permane il parassitismo strutturale che non consente responsabilizzazione nell’irresponsabile, ma altera e compromette ogni processo cognitivo, creando un arretramento culturale galoppante e una sorda commiserazione.Allora è davvero urgente una riforma che sottenda un valore in sé e trascini con sé la volontà a progettare e organizzare percorsi alternativi al carcere, per evitare inutili effetti spostamento-trascinamento.Posso assicurare che in carcere non si sta bene, è un luogo di afflizione, ma il sopravvivere abbruttendosi non ha alcun valore di interesse collettivo. Fino a quando non si comprenderà che in carcere si va perché puniti e non per essere puniti, questa dicotomia spingerà il detenuto privato della libertà a sedersi a tavola con la morte, decidendo di guardarla in faccia e sfidarla. Senza però tenere in considerazione che la morte quasi sempre vince. E’ una prova questa, che indica la paura del potere della morte, ma ugualmente il carcere continua a rimanere un luogo non autorizzato a fare nascere vita nè speranza, non rammentando che l’uomo privato della speranza è un uomo già morto.Momento dopo momento, giorno dopo giorno, anno dopo anno, in compagnia del solo passato che ricompone la sua trama, e passato, presente e futuro sono lì, in un presente che è attimo dove non esiste futuro.
Quando il sentimento dell’amore è segregato, sei ancorato a una stanchezza che ti fa sentire perduto; hai in comune con il tuo simile solo un dolore sordo, che evita di guardare all’indietro nè di pensare al domani, e allora riconoscere i propri errori è un’impresa ardua.Le analisi sistematiche a questo punto servono poco, per rendere più umano l’inumano: sono più propenso a credere che dobbiamo convincerci noi, quelli dentro, della possibilità di raggiungere dei traguardi e degli obiettivi, per ritornare a volerci un po’ bene, per riuscire a essere persone e non solo numeri usati per la statistica.Finchè i ragionamenti saranno un’estensione degli atteggiamenti negativi, le rappresentazioni mentali si trasformeranno in eventi negativi.Spesso la voce sociale indica il carcere come extrema ratio sulla carta ma prima necessità nelle intenzioni di chi sta all’angolo della paura e della sofferenza. Un carcere-medico sprovvisto di lauree per intervenire sui sintomi, sulle malattie, le terapie da apportare, affinché sordi, muti e ciechi non abbiano a continuare a calpestare i diritti altrui.Quando l’investimento ( non mi riferisco esclusivamente a quello finanziario ) copre quasi interamente il comparto della sicurezza, riservando poca attenzione-volontà, quella vera per la prevenzione-ricostruzione individuale, si produce una torsione che ammutolisce la coscienza.La stessa richiesta di giustizia giusta, perché pronta, equa, corrispondente alla esigenza di riparazione, non riceve alcun conforto, così che la sensazione comune indossa la maschera e i denti affilati della solitudine, spingendo ad affidarci al carcere che ancora non c’è.Sicurezza, rieducazione, risocializzazione, riparazione, appaiono sempre meno come il collante che può tenere insieme una società e farla crescere, politica e stili di vita si travestono di ideologie d’accatto, gli obiettivi a tutela delle persone divengono esigenze contrapposte, una didattica inversa a una pedagogia in costante affanno, come se ognuna di queste facce della stessa medaglia fossero improvvisamente vissute come aut aut al fare sicurezza: mettere in salvo il benessere delle persone, eliminando la parte di interventi che riguardano un preciso interesse collettivo, quella ricomposizione della frattura sociale, da attuare attraverso pratiche, funzioni, trattamenti che rimandano a una giustizia che rispetta la dignità delle persone, di quanti sono detenuti e stanno scontando la propria condanna, e intendono ritornare parte attiva del consorzio sociale, non certamente come soggetti antagonisti, perché ancora delinquenti.Le parole tentano di nascondere assenze e mancanze politiche, giungendo a fare di qualche certezza il terreno fertile della dubitosità, al punto da raccontare che sulla giustizia, sulla pena, sul carcere, le modalità da registrare sono quelle che vorrebbero la prigione come un albero senza radici, una città senza storia, un luogo di castigo sommerso indicibile, una sopravvivenza-negazione di una reale possibilità di riscatto da parte di chi paga il proprio debito alla collettivitàQuest’ultima pretende giustamente sanzioni efficaci a ripristinare l’ordine violato, ma deve evitare che l’esclusione del reo diventi una mera conseguenza di un sonno intellettivo, rimandando a tempo indeterminato la rielaborazione del reato, soprattutto dell’atteggiamento criminale, diventato nel frattempo uno status quo per lo più miserabile, ma non per questo meno pericoloso.Istituzione carceraria bistrattata e umiliata nei suoi contenuti “tutti”, ma tirata per i gomiti senza tanti complimenti, allorché sale disperata la richiesta di assolvimento dei problemi sociali, una specie di strategia studiata a tavolino, affinché sul carcere scenda un silenzio auto-assolvente, che produce noncuranza indifferente sui doveri e pure su qualche diritto di chi sta in cella. Forse la condicio sine qua non per una carcerazione meno brutale sta nel non indulgere in umanitarismi falsificanti le responsabilità, ritornando a consegnare al carcere la sua funzione, che non può essere basata su un versante prettamente retributivo, in quanto ciò non combatte efficacemente la recidiva, anzi la aumenta spaventosamente. (Vincenzo Andraous)

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P.A.: Dati su assenze malattia

Posted by fidest press agency su sabato, 11 dicembre 2010

L’Ufficio Stampa del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione ci informa: “In risposta alle dichiarazioni di Vincenzo  Di Biasi, responsabile Dipartimento sindacale della Fp CGIL, che contesta i dati sulle assenze per malattia che il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione stima mensilmente in collaborazione con l’Istat, si precisa quanto segue. A quasi trenta mesi dall’approvazione della L. n. 133/2008 la riduzione media delle assenze per malattia procapite dei dipendenti pubblici è pari a circa -35%, che corrisponde a  65.000 dipendenti in più ogni anno sul posto di lavoro. I tassi di assenteismo del settore pubblico si sono così riallineati a quelli del settore privato, successo che si traduce in una maggiore qualità e quantità dei  servizi erogati a cittadini e imprese. I dati sulle assenze sono puntualmente pubblicati sul sito http://www.innovazionepa.gov.it, in modo che tutti ne possano conoscere le procedure seguite, i metodi utilizzati e i risultati mensili. Le critiche di Vincenzo Di Biasi sul metodo seguito per la stima dei dati sono ferme a oltre due anni fa, quando la rilevazione si basava unicamente sulle risposte fornite dalle amministrazioni che inviavano i dati. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta. Da settembre 2008 l’indagine è campionaria ed è è curata per la parte metodologica dall’Istat; inoltre lo scorso dicembre la Ragioneria Generale dello Stato  ha pubblicato un documento dedicato all’andamento delle assenze nel pubblico impiego (basato sui dati del Conto Annuale 2008) in cui, pur riconoscendo differenze metodologiche con la rilevazione che svolge DFP,  ammette l’esistenza di una piena compatibilità “anche sull’entità”, tra le riduzioni delle assenze indicate dal Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione e quelle presentate nel Conto Annuale.  Anche in questo caso, la documentazione è disponibile on line” (www.contoannuale.tesoro.it).

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Assenze nella P.A.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 agosto 2010

Nel mese di luglio 2010 i risultati provvisori della rilevazione indicano una sostanziale stabilità delle assenze per malattia rispetto allo stesso mese del 2009 (+0,07%). Le stime sono elaborate sulle risposte di 3.719 amministrazioni pubbliche rispondenti, senza l’usuale procedura di riporto all’universo. A settembre verranno resi pubblici i dati definitivi di luglio e agosto 2010. Prendendo a riferimento le assenze registrate nell’anno precedente l’entrata in vigore della legge 133/08 (periodo giugno 2007-maggio 2008), la variazione annua dei giorni di assenza per malattia pro capite è stata pari a:  -38,0% nel primo anno di applicazione (giugno 2008 – maggio 2009)  -30,2% nel secondo (giugno 2009 – maggio 2010) Confrontando il periodo giugno-luglio 2010, inizio del terzo anno di operatività della norma, con lo stesso periodo del 2007 (pre norma) i giorni di assenza per malattia pro capite si attestano su valori significativamente più bassi (1,3 contro il 2,1), e la variazione percentuale risulta pari a circa -35%

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Assenze dal lavoro malati oncologici

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 giugno 2009

Con riferimento all’articolo apparso sul Corriere del  Veneto dal titolo “Telelavoro per i malati di cancro, vergogna”, apparso sul numero del 17 giugno, il Capo Dipartimento della funzione pubblica, Antonio Naddeo, intende fare alcune precisazioni. La circolare n. 1/2009 del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione è nata esclusivamente dalle sollecitazioni delle associazioni che operano a favore dei malati oncologici (in particolare, la F.A.V.O. – Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) ed è il risultato di un intenso lavoro svolto  con le associazioni stesse che si sono fatte portatrici verso il Ministro Brunetta delle istanze e delle esigenze dei lavoratori della pubblica amministrazione costretti a confrontarsi con il cancro. Ciò si può constatare visitando il sito della federazione http://www.favo.it.  Con la circolare sono state prioritariamente date alle Amministrazioni indicazioni circa le modalità di espletamento del controllo dell’assenza per malattia tramite richiesta di visita del medico fiscale, evidenziando come l’Amministrazione, nei casi di assenza dal servizio per sottoposizione a cicli di cure oncologiche, possa valutare l’opportunità di procedere alla richiesta di visita fiscale solo se sussistano effettive necessità di verifica. Su esplicita richiesta delle associazioni, con le quali si sono avuti numerosi incontri, la circolare ha, inoltre, richiamato l’attenzione delle Amministrazioni pubbliche sulle norme di legge e contrattuali già esistenti che consentono ai dipendenti affetti da patologie oncologiche che ne facciano richiesta (solo in questo caso) di accedere a forme flessibili di lavoro, come il part time e il telelavoro. Poiché le associazioni hanno, infatti, lamentato come le Amministrazioni, a volte, frappongano ostacoli e ritardi nel rispondere positivamente ai dipendenti che chiedono la trasformazione del loro orario di lavoro, il Ministro Brunetta ha voluto invitare ad una più attenta considerazione delle esigenze dei lavoratori ed alla corretta e sollecita applicazione delle norme di miglior favore già presenti nell’ordinamento. Comunque  il Dipartimento della funzione pubblica, da me diretto, è disponibile a intervenire per chiarire eventuali dubbi interpretativi sulla normativa in questione.

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