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Posts Tagged ‘assistenza sanitaria’

Migranti: oltre 300.000 bambini venezuelani in Colombia hanno bisogno di assistenza umanitaria

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 aprile 2019

Almeno 327.000 bambini venezuelani vivono come migranti e rifugiati in Colombia. Secondo l’UNICEF, senza un maggiore sostegno, la loro salute, istruzione, protezione e benessere saranno in pericolo. La situazione economica e politica del Venezuela ha portato circa 3,7 milioni di venezuelani a lasciare le loro case per andare in Brasile, Colombia, Ecuador, Perù e altri paesi della regione. Circa 1,2 milioni di loro sono in Colombia, dove spesso vivono in comunità ospitanti vulnerabili con risorse già limitate. “In un momento in cui il sentimento anti-migranti sta crescendo in tutto il mondo, la Colombia ha generosamente tenuto le sue porte aperte ai suoi vicini venezuelani”, ha detto Paloma Escudero, Direttore della Comunicazione dell’UNICEF che ha appena terminato una missione di quattro giorni a Cucuta, sul lato colombiano del confine con il Venezuela. “Mentre sempre più famiglie prendono la dolorosa decisione di lasciare ogni giorno le loro case in Venezuela, è tempo che la comunità internazionale intensifichi il suo sostegno e aiuti a soddisfare i loro bisogni primari. Non possiamo permettere che la generosità diminuisca”. Sul ponte Simon Bolivar tra Colombia e Venezuela, Escudero ha parlato con le famiglie che ogni giorno fanno il viaggio per cercare cure mediche, portare i loro figli a scuola e portare cibo e altri beni di prima necessità alle loro famiglie. “Ho incontrato una madre che ha l’epilessia ed è incinta di otto mesi. Aveva bisogno di venire in Colombia per fare le visite prenatali e proteggere la sua salute e la salute del suo bambino”, ha detto Escudero. “Per la maggior parte delle famiglie, la decisione di andarsene è solo una misura di ultima istanza”. Visitando un centro sanitario sostenuto dall’UNICEF vicino al confine, Escudero ha incontrato mamme e bambini che hanno viaggiato per ore per sottoporsi a visite prenatali, vaccinare i loro figli o richiedere cure mediche gratuite. La Colombia offre anche istruzione gratuita ai bambini migranti provenienti dal Venezuela. Più di 130.000 bambini venezuelani sono oggi iscritti nelle scuole di tutta la Colombia, rispetto ai 30.000 del novembre dello scorso anno. Quasi 10.000 di questi studenti si trovano nella città di confine di Cúcuta e quasi 3.000 di loro si recano ogni giorno dal Venezuela per andare a scuola. “La gravissima situazione in Venezuela ha lasciato molti genitori senza altra scelta se non quella di perseguire opportunità di istruzione per i loro figli al di là del confine”, ha detto Escudero. “Ho visto centinaia di studenti attraversare Cúcuta alle prime luci dell’alba, sotto una pioggia battente, per andare a scuola. Questa dedizione all’apprendimento da parte di genitori e studenti è una lezione di impegno, perseveranza e determinazione per tutti noi”. L’UNICEF sta lavorando a stretto contatto con altre agenzie umanitarie, autorità nazionali e locali, organizzazioni non governative e comunità colombiane per fornire ai bambini migranti e ai bambini delle comunità ospitanti salute, nutrizione, istruzione e protezione. Le azioni finora intraprese comprendono il sostegno a team sanitari mobili, la creazione di spazi a misura di bambino per il sostegno psicosociale e la prevenzione della violenza, la fornitura di acqua potabile sicura e servizi igienico-sanitari, la promozione di pratiche igieniche, la creazione di spazi didattici protettivi, la distribuzione di materiale scolastico, la formazione di insegnanti e l’offerta di supporto nutrizionale.

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Assistenza sanitaria ad elevato valore

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 gennaio 2019

La crisi di sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale ha determinato un crescente interesse per la promozione di un’assistenza sanitaria ad elevato value, in grado di ridurre gli sprechi ed aumentare il ritorno in termini di salute del denaro investito in sanità. In tal senso, l’eccesso di test diagnostici è una pratica dal basso value molto diffusa e, in particolare, la continua ripetizione di esami di laboratorio di routine nei pazienti ospedalizzati determina effetti avversi prevenibili, sia clinici (es. anemia da ospedalizzazione, aumento della mortalità nei pazienti con patologie cardiopolmonari) sia economici (es. esecuzione di ulteriori test diagnostici, trasfusioni inappropriate, aumento della durata della degenza). Peraltro, anche se gli esami di laboratorio rappresentano meno del 5% della spesa ospedaliera, l’impatto economico è molto più elevato perchè i loro risultati influenzano circa 2/3 delle decisioni cliniche relative ad ulteriori test diagnostici o interventi terapeutici.«Il fenomeno è molto complesso – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – perché le prescrizioni ripetute di esami di laboratorio nei pazienti ospedalizzati conseguono alla variabile interazione di vari fattori: medicina difensiva, incertezza diagnostica, sottostima degli effetti avversi, scarsa consapevolezza dei costi, mancato feedback sulla prescrizione dei test, differente background formativo dei medici. Tuttavia, oggi consistenti evidenze scientifiche oggi documentano sia l’efficacia di vari interventi per ridurre i test di laboratorio inappropriatamente ripetuti in ospedale, sia che tale riduzione non si associa ad un aumento di eventi avversi, quali mancate diagnosi, re-ospedalizzazione o mortalità».Per tali ragioni, previa revisione sistematica della letteratura, la Fondazione GIMBE ha realizzato un Position Statement per offrire a professionisti e ospedali un framework multidisciplinare e basato sulle evidenze per promuovere iniziative finalizzate a ridurre la ripetizione dei test di laboratorio di routine in ospedale.Tre gli interventi efficaci per ridurre la ripetizione inappropriata di test di laboratorio di routine nei pazienti ricoverati: la formazione, l’audit & feedback ai professionisti sull’appropriatezza delle prescrizioni e la loro restrizione tramite cartella clinica informatizzata. «Nonostante l’efficacia dei singoli interventi – precisa Cartabellotta – una riduzione significativa e prolungata dei test superflui si ottiene dalla loro combinazione multifattoriale, coinvolgendo opinion leader clinici e decisori per promuovere il cambiamento nell’organizzazione ed estendendo gli interventi a tutti i professionisti sanitari e non solo ai medici prescrittori».«In base alle evidenze scientifiche – conclude Cartabellotta – oggi possiamo affermare sia che la continua ripetizione dei test di laboratorio nei pazienti ospedalizzati genera sprechi e danni, sia che la loro riduzione non ha alcun impatto negativo sulla sicurezza dei pazienti. Auspichiamo che il Position Statement GIMBE venga utilizzato dagli ospedali e dai medici, sia per ridurre una pratica costosa e rischiosa, sia per il potenziale impatto culturale, visto che ridurre pratiche dal basso value migliora la sicurezza, l’efficacia e la costo-efficacia dell’assistenza e contribuisce alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale».

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L’assistenza sanitaria gioca un ruolo primario per la salute delle madri e dei loro figli

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 luglio 2018

A livello globale e nei singoli paesi, è in atto una serie d’iniziative volta a migliorare l’accesso alle cure della salute materna e infantile, come ispirato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite che ha ampiamente approvato la Strategia Globale per la Salute delle Donne e dei Bambini che si propone di salvare diciotto milioni di vite entro il 2020 attraverso un approccio del “continuum di cure”. Come parte di questa strategia, il focus su settori specifici è:
• Un Piano globale d’azione per i vaccini che lavora verso l’accesso universale all’immunizzazione entro il 2020. La vaccinazione è una delle azioni più efficaci gestite dal paese e supportate a livello mondiale, perché oggi evita da due a tre milioni di morti ogni anno in tutte le fasce d’età a causa di difterite, tetano, pertosse (tosse convulsa) e morbillo. Nel 2017 si stima che l’83% (111 milioni) di bambini in tutto il mondo hanno ricevuto tre dosi contro difterite-tetano-pertosse (DTP3).
• Circa 176 paesi hanno firmato “A Promise Renewed” – un richiamo all’azione promosso dai Governi di Etiopia, India e Stati Uniti, insieme con l’UNICEF per un impegno globale per evitare la morte dei bambini per cause che possono essere facilmente prevenute.
• La Commissione delle Nazioni Unite sui Prodotti salvavita per donne e bambini è aiutare i paesi a migliorare l’accesso ai farmaci essenziali come antibiotici di base e sali per la reidratazione orale.
• All’inizio del 2017, l’OMS e l’UNICEF hanno raccolto altri partner per la creazione di un nuovo Piano globale d’azione per la polmonite e la diarrea, che si propone di porre fine, entro il 2025, alle morti evitabili dei bambini sotto i cinque anni dovute a queste due principali cause. Il piano promuove pratiche conosciute per proteggere i bambini dalle malattie, come la creazione di un ambiente domestico sano e di misure per garantire che ogni bambino abbia accesso a collaudate e adeguate misure di prevenzione e trattamento.
• Allo stesso modo, i partner stanno lavorando su Every Newborn: un piano d’azione globale per porre fine alle morti evitabili. L’obiettivo è di lanciare questo piano d’azione globale per i neonati e fornire indicazioni strategiche per prevenire e gestire le più comuni cause di mortalità neonatale, che rappresentano circa il 44 per cento di tutte le mortalità sotto i cinque anni.
• L’UNICEF, l’OMS e il Gruppo della Banca Mondiale supportano il movimento globale Scaling Up Nutrition (SUN) nella collaborazione con i paesi sulla realizzazione di programmi su vasta scala per rispondere a un’alimentazione inadeguata con un focus particolare sull’empowerment delle donne. (Riccardo Alfonso)

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L’assistenza sanitaria di base e specialistica per i cittadini rischia di non essere assicurata

Posted by fidest press agency su domenica, 11 giugno 2017

medicoPerché il progressivo ed elevato pensionamento dei medici non è compensato da un numero adeguato di medici specialisti in formazione. I provvedimenti del governo sul blocco del turnover per esigenze di contenimento della spesa pubblica hanno peggiorato ulteriormente la situazione. Anche il numero di medici laureati che non hanno la possibilità di accedere alla formazione post-laurea e, conseguentemente, al mondo del lavoro è in costante aumento. Discutiamo come ridurre il problema della carenza dei medici attraverso le misure proposte.La situazione europea per i medici è questa: noi abbiamo la libera circolazione di persone e merci ma l’autonomia nell’organizzazione dei servizi sanitari nazionali è totale, per cui abbiamo delle grosse disparità, lavorative e di funzionamento dei servizi sanitari e, se la mettiamo assieme alla carenza del 13% di medici e infermieri prevista per il 2020 (però non è che comincerà nel 2020, stiamo arrivando a quel punto lì), questo porta di fatto a una consistente migrazione di medici e di personale infermieristico da Paesi dove le condizioni di lavoro sono peggiori verso Paesi dove le condizioni di lavoro sono migliori.In Italia noi abbiamo questa situazione: il 70% dei medici ospedalieri attualmente in servizio è nato tra il 1950 e il 1960.
Sono 70000 medici che in dieci anni usciranno. Per entrare a lavorare in un ospedale è necessario essere già specialisti in Italia, non solo in Italia, ma in Italia è molto stretta questa regola, ma la specializzazione si prende esclusivamente nelle scuole universitarie cioè, a differenza di quel che succedeva in passato, il laureato in medicina deve fare un concorso per entrare in una scuola di specializzazione universitaria con un problema: che il numero previsto di laureati necessari per l’Italia è attualmente attorno ai 10000, anche se si sta discutendo di ridurne il numero, a fronte comunque del 13% di carenza europea non so quanto sia centrato il problema, è un problema da studiare, però c’è un collo di bottiglia che ammette non più di 6000 medici laureati alle scuole di specializzazione.Quindi si crea un duplice problema: ogni anno 4000 laureati in medicina non possono specializzarsi, quindi non hanno prospettive di lavoro in Italia perché se non sei specialista non puoi, neanche nel privato. E questo in più comporta che questo numero di medici che avanza ogni anno va crescendo di 4000 ogni anno e il numero di specialisti che noi avremo a disposizione per gli ospedali è, nei prossimi 10 anni, marcatamente inferiore al numero di specialisti che, per motivi di età, andrà fuori dal sistema. Quindi è un problema che è da risolvere.Potremmo arrivare al paradosso che per poter riempire le piante organiche italiane dovremo ricorrere a specialisti stranieri, mentre un grosso numero di medici italiani, laureati, non sono specialisti e, se vogliono fare il medico, dovranno andarsi a specializzare all’estero e magari, in molti casi, come già succede ora, rimanerci. Quindi noi perdiamo i nostri studenti che sono costati all’Italia per la formazione e vanno a lavorare in Paesi esteri che non hanno speso nulla per la loro formazione, si trovano dei laureati belli e fatti e anche di buona qualità, devo dire. Questo per quanto riguarda il numero. Il problema riguarda anche la qualità perché quando hanno deciso di portare il numero degli specializzati, circa negli ultimi due o tre anni, da 5000 a 6000 l’anno, non è che hanno potenziato la ricettività delle scuole, hanno semplicemente aumentato il numero di medici che stanno lì in queste piccole scuole. Ora, l’Università grossomodo copre il 5% dei letti nazionali. I medici specializzandi, anno per anno, sono complessivamente 25000, che sono pari a un quarto di tutta la rete medici in tutta la rete ospedaliera, quindi è un grossissimo numero. Pensare che chiusi nelle Università questi medici possano avere la possibilità di imparare veramente il mestiere è un’illusione.
Del resto, mentre in tutti i Paesi europei per lo specialista che esce garantiscono un’autonomia professionale, i nostri specialisti, questa autonomia professionale non ce l’hanno, specialmente nelle specialità dove c’è da usare le mani, quindi le chirurgie, l’anestesia, la cardiologia interventista, la radiologia interventista. Quindi abbiamo un problema, non solo di numero ma anche di qualità di specialisti che vengono immessi nel sistema.
In sintesi i problemi sono tre: il dove, il come e la verifica e il controllo. Il dove, l’ho detto, tutti quanti gli ospedali italiani devono far parte di una rete di ospedali di insegnamento. L’ospedale più piccolo con meno casistica farà la sua parte per la casistica che ha. Va organizzato in modo che lo specializzando possa ruotare per alcuni periodi in diverse strutture ospedaliere, la qual cosa peraltro è di forte utilità anche per chi li riceve questi specializzandi, perché non sono degli incapaci, è gente con la laurea in Medicina che nel giro di pochi mesi è già in grado di essere produttiva quindi, con la carenza di personale, sarebbe anche incentivata a lavorare.
Il come farlo: tutti quanti dovrebbero essere considerati in una rete di ospedali di insegnamento, poi se l’Università vuol prendersi carico della messa in rete organica di tutte le strutture che ci sono sul territorio regionale, perché noi abbiamo la sanità divisa per regioni, e quindi facciano questi programmi per assegnare gli specializzandi nelle strutture e, la cosa che alla fine diventa la più importante perché, quando noi abbiamo davanti un sistema complesso, uno dei punti, e quello della Sanità è sicuramente un sistema molto complesso, uno dei punti è l’analisi dei bisogni, quindi noi dobbiamo essere in grado realmente di capire quale sarà il bisogno prospettico a sette, otto, dieci anni di specialisti di determinate specialità e, più in generale, di quanti laureati ci sarà bisogno, quindi bisogna prima prevedere e studiare il numero dei laureati che usciranno dalle Università.Tutti questi laureati devono essere messi in condizione di entrare in una specialità, possibilmente di loro scelta, perché non si può pensare di prendere uno che ha passione per fare il chirurgo e gli si dice “vabbè è rimasto solo un posto da dermatologo” o viceversa uno che vuol fare il pediatra, gli si dice “no, c’è solo il posto da neurochirurgo” perché ci sono anche delle tendenze personali. Quindi la previsione delle necessità è un altro degli aspetti che vanno considerati.
di Enrico Reginato, Presidente della Federazione Europea dei Medici Dipendenti (FEMS) fonte blog 5 stelle di Grillo) (foto: reginato)

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Certificati medici on line: compensi

Posted by fidest press agency su martedì, 28 giugno 2011

Nessun compenso per la pratica di invio dei certificati medici online, ma solo spese extra per il corretto funzionamento di supporti tecnologici ed informatici. I medici di medicina generale, infatti, inoltrano regolarmente all’Inps la documentazione telematica tramite il Sistema di Accoglienza Centrale (Sac). Attività che non prevede alcuna remunerazione e che, come se non bastasse, costringe i camici bianchi a sostenere costi aggiuntivi relativi ai mezzi informatici. Il tutto eseguito con un rilevante impiego di tempo e di energie a scapito dell’assistenza sanitaria dei pazienti. Per questi motivi il Sindacato dei Medici Italiani del Lazio (Smi), ha dato mandato, ai propri legali, di richiedere all’Inps il pagamento dei compensi professionali per la compilazione e l’invio dei certificati di malattia ondine. «Secondo il Ministero della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione – dichiara Pina Onotri, segretario organizzativo regionale Smi-Lazio e responsabile nazionale del servizio di Continuità Assistenziale – grazie alla digitalizzazione, sono stati risparmiati dall’Inps (per un totale annuo di 25 milioni di certificati), circa 590 milioni di euro. Il processo di data-entry dei certificati di malattia ondine è stato completamente azzerato con il licenziamento di centinaia di precari della pubblica amministrazione – ha sottolineato infine la sindacalista -e il lavoro svolto da questi ultimi è stato completamente scaricato completamente sui medici ». Aggiunge Cristina Patrizi, responsabile area convenzionata Smi-Lazio: «Chiediamo il riconoscimento di un giusto indennizzo per mansioni burocratche che ci sono state unilateralmente ed arbitrariamente imposte, perché il risparmio della pubblica amministrazione non si traduca in un danno totale per i medici di medicina generale. Fermo restando che saremmo disposti a rinunciare agli eventuali indennizzi economici, se fossimo alleggeriti di questi ulteriori ed impropri compiti burocratici».

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Assistenza sanitaria ai detenuti

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 dicembre 2009

“L’ordine di servizio del Dap che consente ai medici e familiari di detenuti degenti al Pertini di colloquiare anche in assenza dell’iter di autorizzazione del magistrato, coglie uno degli aspetti più deboli del sistema carcerario che deve andare nella direzione della tutela del diritto alla salute dei detenuto nel senso più ampio del termine, ovvero, anche dal punto di vista psicologico e sociale. – Lo afferma Vladimiro Rinaldi, Capogruppo della Lista Storace alla regione Lazio. – Tuttavia, il passaggio dell’assistenza sanitaria dei detenuti al sistema sanitario della Regione, avvenuto di fatto ad ottobre 2008, pur rappresentando una conquista, continua a creare non pochi problemi anche a causa della mancanza dei presupposti logistici.  Nel Lazio – specifica Rinaldi – alla condizione di precarietà e inadeguatezza delle strutture detentive si aggiunge, infatti, la carenza di personale e macchinari sanitari, nonché la difficoltà di accedere alle strutture esterne. Ne è un esempio il caso, denunciato oggi dal Garante del detenuto di Regina Coeli che da 5 mesi attende di essere accettato da una delle strutture ospedaliere competenti.  In prospettiva  – conclude Rinaldi – visto che il numero di detenuti sembra destinato, purtroppo, ad aumentare dovrà essere pianificata una pianta organica adeguata al conseguente incremento della domanda degli interventi sanitari e ricoveri d’urgenza, cosa su cui la Regione non è stata  in grado di intervenire.”

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Cardiologia. Riflessioni su un congresso

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 maggio 2009

Si è concluso a Matera, il congresso regionale sic-anmco di Puglia e Basilicata, che vedeva la partecipazione dei medici e infermieri provenienti dalle due regioni contigue. Due giorni di relazioni, dibattiti, dimostrazioni, hanno permesso di fare il punto sullo stato dell’arte della cardiologia moderna.  Il prof. alessandro villella – direttore della struttura complessa di cardiologia utic dell’ospedale “lastaria”  di lucera e presidente regionale dell’anmco di puglia – esprime un commento estremamente positivo che deriva dall’ampia partecipazione di medici e relatori agli incontri del convegno: “si sono realizzate negli ultimi due anni importanti sintonie tra i cardiologi ospedalieri ed universitari, con grandi benefici nell’assistenza sanitaria. in particolare due sono gli aspetti che hanno caratterizzato il miglioramento nelle cure in puglia: l’estensione del servizio di tele-cardiologia al servizio di emergenza sanitaria 118. questa tecnologia ha comportato, dal novembre 2004 fino a marzo 2009, l’esecuzione di 155.000 elettrocardiogrammi consentendo un’accurata diagnosi per una più tempestiva cura dei pazienti affetti da patologie cardiovascolari ed evitando ospedalizzazioni inutili. un’altra importantissima esperienza, sempre in puglia, ha visto iniziare il percorso di certificazione di qualità delle strutture di cardiologia utic, per cui sei strutture cardiologiche hanno conseguito la certificazione conforme allo standard iso 9001. questa è una garanzia dell’affidabilità di un sistema che deve erogare delle cure badando a tutti gli aspetti, diagnostici e terapeutici, alla sicurezza dei pazienti e degli operatori; l’esperienza pone la puglia, insieme alle strutture della regione toscana, ai primi posti di questa importante innovazione.” Il dott. tommaso scandiffio, direttore dell’unità operativa complessa di cardiologia utic dell’ospedale madonna delle grazie di matera, descrive il congresso come “un incontro estremamente importante non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello organizzativo, per le nuove problematiche trattate. il sistema sanitario della basilicata è in dirittura d’arrivo per la formazione della rete per la cura dell’infarto del miocardio acuto con st sopraslivellato. la rete ricopre un’importanza fondamentale nell’orientare il paziente nell’unità coronarica più opportuna, ma soprattutto ha come scopo l’esecuzione immediata, quando necessaria, della fibrinolisi, che consiste nell’iniezione di un farmaco che dissolve il trombo e riapre il vaso precedentemente occluso. ottenuto l’elettrocardiogramma a domicilio, l’esame sarà trasmesso all’unità coronarica di riferimento dove un cardiologo, in collegamento diretto con il servizio 118, porrà l’indicazione se sia il caso di eseguire tale procedura, fornendo inoltre utili ragguagli sull’unità coronarica più opportuna per ricoverare il paziente, considerando che oggi anche l’ospedale di matera è dotato di emodinamica interventistica atta ad eseguire angioplastica coronarica.”   infine, tra le iniziative pratiche che hanno suscitato maggiore attenzione, va menzionata la lezione tecnico pratica interattiva di anatomia patologica su cuori ischemici, tenuta dalla prof. gilda caruso, dell’università degli studi di bari.  sito internet del congresso:www.incongressmatera.it/sicanmco

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P.A. Gravissimo attacco alle lavoratrici

Posted by fidest press agency su sabato, 4 aprile 2009

Dopo aver confermato la decisione del Governo di innalzare l’età pensionabile, il Ministro Brunetta ha lanciato un violentissimo attacco alle lavoratrici pubbliche. “Le donne della P.A. vengono utilizzate da anni per colmare il vuoto dello stato sociale nel nostro paese, supplendo alla mancanza assoluta di servizi pubblici, di nidi pubblici, di assistenza sanitaria e domiciliare per anziani malati, di assistenza adeguata ai portatori di handicap”, denuncia Paola Palmieri, della Direzione Nazionale RdB-CUB Pubblico Impiego. “E’ quindi evidente che il vero obiettivo è quello di espellere le donne dal mondo del lavoro, a cominciare dalle lavoratrici pubbliche, per obbligarle a svolgere definitivamente le funzioni che dovrebbero essere assicurate  dallo stato sociale. Oltre a questo – prosegue Palmieri –  il Governo vuole costringerle al lavoro per ulteriori 5 anni, cancella il divieto del lavoro notturno per le donne in gravidanza e fino ad un anno di vita del bambino, licenzia centinaia di migliaia di lavoratrici precarie dai nidi comunali, dalle scuole, dalle aziende sanitarie e dagli enti di ricerca”, conclude la dirigente RdB-CUB P.I. Per tali ragioni la RdB-CUB ha formalizzato una richiesta di incontro urgente al Ministro per le pari opportunità, On. Mara Carfagna, ed ha invitato le parlamentari elette in ambedue gli schieramenti politici a sostenere l’appello lanciato dalla stessa RdB-CUB e firmato da migliaia di lavoratrici pubbliche contro l’aumento dell’età pensionabile.

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Verso una direttiva contro tutte le discriminazioni

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 aprile 2009

Il Parlamento si è espresso riguardo alla direttiva sulla lotta alla discriminazione basata su religione, disabilità, età o orientamento sessuale, per rendere effettiva la parità di trattamento nell’assistenza sociale e sanitaria, nell’istruzione e nell’accesso a beni e servizi, come gli alloggi. Chiede di precisare le norme sugli gli obblighi di banche e assicurazioni quando discriminano in base all’età e sull’accesso alle scuole religiose, nonché di rafforzare i diritti dei disabili. Il Parlamento auspica anche l’esclusione dalla direttiva delle disposizioni nazionali sulla famiglia, la laicità dello Stato, l’istruzione e la pubblicità. Chiede poi ai governi di adottare le misure necessarie affinché il danno subito a causa di una discriminazione sia effettivamente indennizzato o risarcito.

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Salute: Cutrufo, la prevenzione è la chiave

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 marzo 2009

“La prevenzione è la chiave per una buona assistenza sanitaria”. A parlare il sen. Mauro Cutrufo, Vicesindaco di Roma alla conferenza stampa di presentazione di un mezzo sanitario per effettuare screening cardiovascolari che si è tenuta oggi in Campidoglio. “Queste malattie che nel  mondo sono generate anche dal sovrappeso – ha detto Cutrufo – costano agli Stati molto più di una sana prevenzione. Di questi problemi ci siamo occupati con l’associazione Adao (Associazione per lo studio e la ricerca dei disturbi alimentari e obesità)  – ha spiegato il Vicesindaco – ed abbiamo presentato al Senato un disegno di Legge che è all’attenzione della Commissione Sanità, ma che proporremo al Governo di fare proprio trasformandolo in decreto perché il sovrappeso e l’obesità sono in allarmante aumento nel nostro Paese”.

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Solo un medico su due pratica davvero

Posted by fidest press agency su venerdì, 6 marzo 2009

Troppi medici iscritti all’albo professionale non fanno davvero i medici. Solo il 56,2% dei camici bianchi e degli odontoiatri, infatti, pratica la professione nel pubblico o privato. Gli altri sono impiegati nel settore farmaceutico o biotecnologico, con una grande “dispersione di risorse per l’assistenza”. Lo denuncia il Rapporto Osservasalute 2008, presentato ieri mattina al Policlinico Gemelli di Roma, che offre un’approfondita analisi dello stato di salute della popolazione e della qualità dell’assistenza sanitaria nelle Regioni italiane. Il volume è frutto del lavoro di 266 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano, che collaborano con l’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane, con sede all’università Cattolica di Roma. E’ bassa, dunque, la percentuale dei professionisti destinati a fornire prestazioni sanitarie alla popolazione rispetto alla totalità del personale medico disponibile. Solo in tre Regioni la quota sale sopra il 59%: Valle d’Aosta, Toscana ed Emilia Romagna. In Calabria addirittura solo il 47,6% dei medici e odontoiatri iscritti all’Enpam, l’ente di previdenza dei camici bianchi, pratica effettivamente la professione. Il resto è attivo nel settore farmaceutico o in altri settori non collegati con la sanità. Dal rapporto emerge, inoltre, che in media il 50,94% dei medici in attività nelle strutture sanitarie è inquadrato come dipendente del Ssn presso Asl e aziende ospedaliere. La Regione con maggiori dipendenti pubblici tra i camici bianchi è la Valle d’Aosta (84,38%), seguita dalla Basilicata (73,89%). La percentuale minore di medici dipendenti dal Ssn, invece, si registra in Lombardia, con un valore pari al 40,60%, inferiore del 10,34% rispetto alla media nazionale. (fonte DoctorNews)

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