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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 275

Posts Tagged ‘assistenza’

Anziani cronici e rete di assistenza

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 luglio 2019

La rete dell’assistenza a lungo termine agli anziani, per funzionare bene, deve disporre di servizi di assistenza domiciliare (ADI) e residenzialità assistita (RSA) adeguati e diffusi sul territorio. Essi rappresentano uno dei pilastri su cui si fondano sostegno e cure offerte agli anziani, eppure risultano ancora carenti rispetto ai 14 milioni di anziani residenti in Italia. Lo dicono i dati del Ministero della Salute che ha ricalcolato al ribasso il numero dei cittadini che nel 2018 hanno beneficiato di questi servizi: solo il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%. “L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale. È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”, spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva, la Rete Nazionale di Ricerca sull’invecchiamento e la longevità attiva.
Quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni: siamo un popolo longevo, ma in molti casi i nostri anziani sono soggetti fragili, affetti da multimorbilità, cioè la concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci. Chi si prende cura di questi pazienti, quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? Quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al Pronto Soccorso sarebbe eccessivo? C’è una “terra di mezzo” in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi, che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale. Continuità perché mette in comunicazione ospedale, comunità e domicilio, per prendersi cura dei pazienti anziani fragili, indicandogli un percorso e non lasciandoli mai da soli.È questo il tema al centro della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia, curata per Italia Longeva da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute, e presentata nel corso della quarta edizione degli “Stati Generali dell’assistenza a lungo termine”, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care in corso a Roma al Ministero della Salute.
“L’Italia, si sa, viaggia a diverse velocità – conclude il prof. Bernabei –: ci sono esempi d’avanguardia, ma pure aree che stentano a decollare. Alcuni snodi della continuità assistenziale risultano ancora insufficienti, giacché la loro efficacia si dovrebbe fondare su una buona organizzazione. Da ciò trae ispirazione il nostro impegno: vogliamo far emergere le esperienze migliori, e mutuarle in zone del Paese sempre più vaste”.
andreina.depascali@italialongeva.it, a.delgiudice@vrelations.it,

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Senza infermieri si perde qualità dell’assistenza e aumenta il rischio di mortalità

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 giugno 2019

“Il Servizio sanitario nazionale senza professionisti e management all’altezza, impegnati in un’assistenza di qualità e nella sicurezza delle cure, sarebbe naufragato da un pezzo. Ma se l’appello lanciato dal presidente Fiaso, Francesco Ripa di Meana, alla presentazione del Report Aopi, l’Associazione degli ospedali pediatrici italiani, sull’assistenza nelle strutture pediatriche è per un cambio di passo che preveda nuovi modelli di assistenza, nuove tecnologie e un grande piano di assunzioni, è bene che i decisori politici guardino con attenzione il rovescio della medaglia, quello cioè che accadrebbe senza la buona volontà di chi gestisce e offre assistenza, se non si metteranno davvero in campo questi cambiamenti”.Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), commenta lo studio realizzato dal Gruppo di studio italiano RN4CAST@IT-Ped, ribadendo che è la volontà dei professionisti e la capacità manageriale delle aziende che finora ha garantito qualità e sicurezza, ma sottolineando che non per questo devono sfuggire i rischi che si corrono senza un cambio di passo nel sistema.Gli infermieri in area pediatrica hanno in media circa 2,5 assistiti in più di quelli che sarebbero i numeri ottimali: per ogni paziente extra il rischio di mortalità a 30 giorni aumenta del 7%. Un dato che si traduce in un aumento del rischio di circa il 17-18 per cento.Per il 10% di attività infermieristiche mancate (quelle proprie dell’assistenza di questi professionisti) il rischio di mortalità cresce questa volta del 16%, sempre a 30 giorni dal ricovero dei piccoli pazienti: la media rilevata dallo studio in Italia è di circa il 5%, che si traduce in un rischio di mortalità dell’8% in più.
“Sommati, i due dati portano a un aumento del rischio di mortalità del 25-26%, inaccettabile se legato a queste cause. E soprattutto perché per di più si parla di bambini”, commenta Mangiacavalli.Che aggiunge: “Sono dati che grazie alla buona volontà dei professionisti e alla capacità del management delle aziende non si sono realizzati, ma il livello di allarme è alto e di questo si deve tenere conto in modo determinante al momento della scelta delle politiche di programmazione. Oggi abbiamo una carenza di infermieri in costante aumento. Senza contare ‘Quota 100’ al tavolo del fabbisogno dei posti per i corsi di laurea, dove la FNOPI è presente con il ministero della Salute e le Regioni, la Federazione ha evidenziato che rispetto alla domanda dei cittadini ci sono circa 30.000 infermieri in meno che diventeranno 58.000 in meno nel 2023; circa 71.000 in meno nel 2028 e quasi 90.000 in meno nel 2033”.“Se poi a questi dati che rispecchiano gli effetti dei blocchi di turn over e di Quota 100 ai aggiunge che secondo lo studio Aopi il 25% circa degli infermieri delle pediatrie sono insoddisfatti del proprio lavoro e lascerebbero, se potessero, l’impiego nell’ospedale nel giro di un anno, l’allarme diventa un vero e proprio allarme rosso. E ancora se a questo si aggiunge che sempre lo studio ha verificato un burnout infermieristico (associato alla volontà di assicurare elevati livelli di qualità che non possono raggiungere mentre riscontrano l’insoddisfazione dei pazienti oltre alla loro volontà di cambiare il proprio ruolo o lasciare il lavoro) che sfiora il 20%, il quadro della situazione è davvero a rischio di naufragio evitato finora solo, come sottolinea il presidente Aopi e Dg del Gaslini Paolo Petralia, dalla buona organizzazione aziendale che ha fatto fronte alle carenze di personale e ha permesso di garantire comunque una buona qualità delle cure e la messa in sicurezza dei pazienti”.“Mancano tanti professionisti – conclude Mangiacavalli – e come dimostra lo studio a mancare in modo allarmante sono gli infermieri. Quei professionisti cioè che prendono in carico il malato dopo qualunque intervento abbia subìto e fino alle sue dimissioni. Quei professionisti che hanno il compito di seguirlo in ospedale come a domicilio per assicurare che si curi, lo faccia bene e non abbia complicazioni e se queste dovessero subentrare, a casa come in ospedale, far scattare il giusto allarme con tutti gli interventi che, come dimostrano i dati, sono anche salvavita”.

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L’UNHCR chiede con urgenza i fondi necessari per l’assistenza degli sfollati interni e dei rifugiati camerunensi

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 marzo 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oggi rivolge un appello a tutti i donatori affinché incrementino il sostegno a favore del mezzo milione di camerunensi costretti alla fuga sopravvissuti ad oltre un anno di violenze ininterrotte in differenti aree del Paese.Gli scontri violenti verificatisi in Camerun fra militari e separatisti armati nell’arco degli ultimi tredici mesi hanno costretto migliaia di persone alla fuga, anche attraversando il confine con la Nigeria.La situazione umanitaria continua ad aggravarsi. Si teme, inoltre, che un numero sempre più elevato di persone sarà costretto a fuggire nei prossimi mesi.Secondo le stime delle Nazioni Unite, attualmente vi sono oltre 437.000 sfollati all’interno del Camerun, di cui 246.000 nella Regione del Sudovest, 105.000 nella Regione del Nordovest e 86.000 nelle Regioni del Litorale e dell’Ovest.La maggior parte di essi sono donne e minori. Tutti le persone in fuga devono far fronte a condizioni estremamente difficili, che si trovino in Camerun o in Nigeria: fuggiti con pochi effetti personali, giungono in comunità di accoglienza povere, con scarsissime scorte alimentari e poche strutture per l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’approvvigionamento idrico e i servizi igienico-sanitari.Oltre a generare un elevato numero di sfollati nelle Regioni del Nordovest e del Sudovest, in Camerun, la brutalità del conflitto ha costretto 35.000 camerunensi alla fuga in Nigeria per cercare asilo. Col proseguire degli scontri, è previsto che tale numero aumenti.
L’UNHCR ora chiede 184 milioni di dollari USA per le operazioni in Camerun e Nigeria, di cui 35,4 milioni sono necessari con urgenza per garantire primo soccorso.
A febbraio, il Coordinatore delle operazioni umanitarie in Camerun ha lanciato il Piano di risposta umanitaria 2019 (Humanitarian Response Plan/HRP) che prevede l’intervento nelle Regioni del Sud e del Nordovest. Le attività dell’UNHCR e i fondi necessari relativi per questo programma in Camerun fanno parte del Piano HRP. L’UNHCR chiede che il Piano sia sostenuto da tutta la comunità internazionale.All’interno del Camerun, la maggior parte delle persone sfollate nelle Regioni del Sudovest e del Nordovest vivono in condizioni di sovraffollamento, senza alloggi o servizi medici e igienico-sanitari adeguati.L’insufficienza di fondi e le condizioni di insicurezza hanno ridotto l’erogazione di attività tese a garantire protezione e assistenza alle popolazioni colpite. Per l’UNHCR, la sicurezza di donne, bambini, minori separati e non accompagnati, persone con disabilità, e donne in gravidanza o allattamento costituisce una questione di primaria importanza alla luce del numero crescente di incidenti legati all’impossibilità di garantire protezione e alla grave carenza di fondi. Gli incidenti legati alla sicurezza denunciati con maggior frequenza riguardano la distruzione delle abitazioni e di altre proprietà a uso domestico, estorsioni, torture e trattamenti disumani fra i quali stupro, aggressioni sessuali e sfruttamento sessuale. In Nigeria, attualmente i rifugiati sono accolti all’interno di insediamenti e di oltre 47 villaggi lungo il confine. La pressione a cui sono sottoposti i servizi sociali esistenti e le strutture per l’assistenza sanitaria e l’istruzione è considerevole. Le esigenze di base dei rifugiati che vivono negli insediamenti dipendono dagli aiuti umanitari.

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Assistenza domiciliare agli anziani

Posted by fidest press agency su martedì, 19 marzo 2019

In Italia l’assistenza domiciliare agli anziani continua ad essere sottodimensionata rispetto ai bisogni di una popolazione che invecchia, con un carico crescente di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Nel 2030, si stima saranno 8 milioni gli anziani con almeno una malattia cronica grave, di questi 5 milioni saranno disabili. Eppure, ad oggi, sono assistiti a domicilio solo 3 over-65 su 100, a fronte di 3 milioni di persone affette da multi-cronicità e disabilità severe che necessitano di cure continuative, che dovrebbero essere effettuate a domicilio, o almeno nel territorio, realizzando la ‘famosa’ Assistenza domiciliare integrata (ADI). Anche perché il nostro Servizio sanitario non è in grado – e ancor più non lo sarà – di curare tutte queste persone negli ospedali, già oggi in sofferenza, con i Pronto Soccorso presi d’assalto, per lo più proprio da anziani.
I dati emergono dall’incontro “La Babele dell’Assistenza Domiciliare in Italia: key player a confronto”, promosso da Italia Longeva, la Rete nazionale sull’invecchiamento e la longevità attiva, che ha riunito a Milano, presso la sede di Regione Lombardia, tutti gli attori coinvolti nella filiera dell’assistenza domiciliare. L’iniziativa ha preso il via dalle due indagini di approfondimento sull’ADI realizzate da Italia Longeva nel 2017 e nel 2018, che hanno coinvolto 35 ASL di 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.Gli anziani, pochi, curati tra le mura domestiche – riportano le indagini – ricevono, in media, 20 ore di assistenza domiciliare ogni anno, a fronte di Paesi europei che garantiscono le stesse ore in poco più di un mese. Inoltre, si osserva una forte disomogeneità dell’offerta lungo lo Stivale – che non segue in maniera chiara un gradiente Nord-Sud –, talvolta anche all’interno di una stessa regione. Prendendo in esame le sole Lombardia, Lazio, Toscana, Marche e Puglia si osserva, ad esempio, che due ATS lombarde (Brianza, Milano) e l’ASUR Marche riescono a garantire ai loro anziani oltre il 90% delle prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei LEA, a fronte di valori di altre ASL che superano di poco il 60%. Un’evidente disomogeneità riguarda il numero di accessi in un anno (si va da un minimo di 19 ad un massimo di 48 registrato nelle Marche) e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nell’ASL Roma 4, quasi il quadruplo della media nazionale. Per quanto riguarda, infine, il costo pro capite dei servizi, prendendo ad esempio la regione Lombardia, si va dai 543 euro dell’ATS Montagna agli 891 euro dell’ATS Brianza, dunque un delta significativo nell’ambito di una stessa regione. Tuttavia, la differenza non è sempre ascrivibile a inefficienze delle aziende sanitarie. Al contrario, l’esistenza di modelli organizzativi così eterogenei, che presuppongono differenti gradi di intensità assistenziale, è dovuta alla suddivisione dei servizi stessi tra il sistema delle cure domiciliari e gli altri attori che contribuiscono alla long-term care. Tali differenze non sono altro che il frutto dell’adattamento dei servizi alle esigenze dei singoli territori.

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La soluzione per l’assistenza del futuro è nell’infermieristica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 febbraio 2019

“Quella dell’infermiere è la professione più vicina al paziente che segue 24 ore su 24 sia in ricovero che a domicilio. Ma non allo stesso modo in tutte le Regioni”, sottolinea all’assemblea di tutte le professioni sanitarie e sociali che si è svolta Roma Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche, il maggior Ordine italiano con oltre 450mila iscritti.“Due dati per comprendere – aggiunge -: il rapporto infermieri pazienti che studi internazionali indicano come ottimale per abbattere la mortalità del 20% è di 1:6. In Italia abbiamo Regioni che sono a 1:17 (la Campania ad esempio) e altre a 1:8 come il Friuli-Venezia Giulia. La carenza di infermieri, soprattutto sul territorio e quindi accanto ai più fragili e bisognosi di assistenza continua (malati cronici, anziani, non autosufficienti ecc.) è di circa 50-53mila unità, ma ci sono Regioni dove i numeri potrebbero considerarsi a posto (ad esempio Emilia-Romagna, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ecc.) e Regioni dove invece l’assenza di organici è pesante e mette l’assistenza a rischio (in Campania sono circa il 48% in meno di quelli che sarebbero necessari, raggiungono il 55% in meno in Calabria e il 56% in Sicilia)”.“In questo modo – prosegue – anche l’introduzione della figura innovativa dell’infermiere di famiglia e comunità a fianco del medico di medicina generale – voluta fortemente anche dai cittadini – non può essere omogenea: al Nord infatti ci sono già esperienze e modelli affermati, al Sud gli infermieri sono troppo pochi anche solo per assistere i pazienti in ricovero, figuriamoci sul territorio”.Secondo i dati Eurostat, l’Ufficio Statistico dell’Unione Europea, una Direzione Generale della Commissione europea, che collabora a stretto contatto anche con Onu e Ocse, l’Italia nel 2016 aveva 557 infermieri ogni 100.000 abitanti (negli anni successivi sono diminuiti), mentre sei Paesi dell’Ue 28 tra cui i maggiori partner come Germania e Francia, superavano i mille (dai 1.172 del Lussemburgo ai 1.019 della Francia) e altre sette, tra cui anche il Regno Unito, erano comunque tra i 981 infermieri per 100.000 abitanti della Danimarca e i 610 dell’Estonia.Anche volendo solo raggiungere il livello medio di questi Paesi, in Italia mancherebbero tra i 50 e i 60mila infermieri. Per farlo ci si dovrebbe adeguare all’Europa, prevedendo più infermieri in formazione e occupazione, con evidenti progressi nell’eliminazione della carenza globale entro il 2030. La Commissione europea sottolinea che tutti i piani nazionali per la realizzazione della copertura sanitaria universale formulano proposte specifiche per migliorare e sviluppare il ruolo degli infermieri come professionisti della salute più vicini alla comunità; almeno il 75% dei paesi ha un infermiere con responsabilità di alta gestione in materia di salute; quel che serve è una rete globale di leadership infermieristica. Mangiacavalli fa anche riferimento alla diversa epidemiologia della popolazione: le malattie croniche l’anno scorso – secondo i dati Istat da poco evidenziati nel rapporto Osservasalute – hanno interessato quasi il 40% della popolazione, cioè 24 milioni di italiani dei quali 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.Attualmente infatti nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di euro.
E le cronicità si acuiscono anche secondo le aree geografiche. La prevalenza più elevata di almeno una malattica cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione. I Comuni sotto i 2.000 abitanti sono quelli con la quota più elevata di cronicità, quasi il 45%, mentre nelle periferie delle città Metropolitane si riscontra la quota più elevata di persone che soffrono di malattie allergiche, il 12,2% della popolazione residente.
“Anche per questo gli infermieri vogliono dare un contributo ancora maggiore al miglioramento della salute – ha detto -. Nel XXI secolo – conclude Mangiacavalli – vedremo più comunità e servizi a domicilio, una migliore tecnologia e la cura centrata sulla persona: gli infermieri saranno in prima linea in questi cambiamenti e per questo devono imparare a essere leader perché tutte queste qualità le hanno già sviluppate e fanno parte della loro vocazione e della loro professionalità: una nuova epidemiologia richiede nuovi modelli di assistenza e, per questi, c’è già il nuovo infermiere che deve essere specializzato e presente h24 sul territorio. Ma deve essere disponibile ovunque e in tutte le Regioni senza carenze e in modo omogeneo”.

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Assistenza umanitaria ai migranti

Posted by fidest press agency su giovedì, 27 settembre 2018

La necessità di distinguere i trafficanti di esseri umani da individui e organizzazioni umanitarie che aiutano i migranti irregolari sarà al centro di un dibattito nella commissione per le libertà civili in programma giovedì 27 settembre alle 15:30I deputati del Parlamento europeo sono preoccupati per l’incertezza cui sono confrontati gli attori umanitari che assistono i migranti in situazioni irregolari, perché sotto l’attuale legislazione dell’UE (il “pacchetto facilitatori”) rischiano di essere criminalizzati. La direttiva “Facilitazione” del 2002 prevede sanzioni penali per chiunque “faciliti” l’ingresso irregolare, il transito o la residenza dei migranti. Tuttavia, come sottolineato in una risoluzione plenaria adottata lo scorso luglio, la legge offre agli Stati membri anche il potere di esentare l’azione “umanitaria” dalla lista dei crimini. Il Parlamento si rammarica del fatto che finora pochi paesi dell’UE abbiano incorporato nelle loro leggi nazionali l’esenzione per “assistenza umanitaria”. Giovedì, i deputati discuteranno dell’attuazione di tale legislazione con i rappresentanti della Commissione europea, di Frontex e del governo francese oltre ad ascoltare le testimonianze di operatori umanitari coinvolti in operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

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Alle falde del …Kilimangiaro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 settembre 2018

Ho scritto non molto tempo fa che gli italiani, a mio avviso, sono dei “rassegnati e cinici”. Resto dello stesso avviso aggiungendo che ora si comportano come un malato terminale: sa di morire e reagisce staccando la spina, rifiutando di curarsi e preferendo spendere gli ultimi giorni che gli restano, utilizzando i pochi risparmi che ancora possiede, per darsi alla bella vita o spendendo ciò che ha al gioco nella speranza di una grossa vincita. I giovani si sentono in trappola. C’è ancora chi resiste, ovviamente, e s’ingegna a trovare uno sbocco esistenziale, anche modesto, ma gli altri rinunciano a cercarsi un lavoro, restano in famiglia, si chiudono nella loro ristretta cerchia degli amici. I precari si affannano ma sanno di combattere la stessa battaglia del cavaliere don Chisciotte contro i mulini a vento. I disoccupati sono avvelenati, ma cercano di barcamenarsi alla bell’è meglio: “ciò famiglia”, paiono dire, non possono permettersi colpi di testa, devono giocoforza sperare e arrangiarsi in qualche modo. E tutti gli altri dalla casalinga ai lavoratori dipendenti e autonomi sentono di trovarsi in una situazione migliore della disperazione e si attaccano a questa fragile ancora di salvezza. Poi vi sono i pensionati. Sono quelli che chiedono poco e ottengono nulla. Sono quelli che riescono ancora a finanziare i figli e i nipoti disoccupati o in cassa integrazione o precari. Sono quelli che continuano a essere osservati con diffidenza e già qualcuno si chiede se non sono un “peso morto”. Solo la pietà cristiana li salva dalla lapidazione. E tutti insieme ci chiediamo cosa stanno a fare 55 milioni di italiani a raccattare le briciole dei restanti 5 milioni che hanno i soldi ma non disdegnano a raschiare il barile degli altri pur di continuare ad arraffare ciò che resta della miseria altrui. Mi chiedo se non siamo ritornati ai tempi dei patrizi e dei plebei. Allora, per lo meno, vi erano dei tribuni del popolo che riuscivano ad arringare il popolo. Oggi se qualcuno lo fa è per poi essere assunto nel partito dei patrizi. Altro che potere dal basso da “popolo sovrano”. (Riccardo Alfonso)

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Roma: bando aperto per reperimento alloggi per i Sassat

Posted by fidest press agency su venerdì, 31 agosto 2018

Roma È aperto l’Avviso Pubblico per manifestazione di interesse del Dipartimento Patrimonio e Politiche Abitative di Roma Capitale finalizzato al reperimento di alloggi da destinare al servizio di assistenza alloggiativa temporanea Sassat. La scadenza per la presentazione delle domande è alle ore 12 del 21 settembre. Il bando rientra nel percorso di dismissione delle antieconomiche strutture dei Caat, attualmente in corso, per approdare al nuovo Servizio di Assistenza e Sostegno Socio Alloggiativo Temporaneo Sassat, dedicato ad accogliere e accompagnare le famiglie in condizioni di fragilità verso l’autonomia. All’avviso pubblico potranno partecipare tutti i cittadini, anche con un singolo immobile. Sono infatti ammessi a fare domanda persone fisiche, imprenditori individuali, società o enti pubblici, agenzie immobiliari senza costi di intermediazione a carico di Roma Capitale, imprese di costruzioni, società di gestione del risparmio, fondi immobiliari, fondazioni, società commerciali, società cooperative, persone fisiche ed organismi economici che abbiano la disponibilità della titolarità legale di alloggi proposti. Sono previsti contratti di affitto con il Comune di sei anni o comunque, a seconda dei casi, non inferiori ai tre, con rinnovo automatico. Nella selezione degli alloggi da locare sarà data priorità ai proprietari che avranno indicato la disponibilità a stipulare forme contrattuali ‘rent to buy’, ovvero la possibilità per il conduttore di acquistare l’immobile detraendo dal prezzo parte dei canoni pagati. L’avviso pubblico e i relativi allegati sono disponibili sul sito di Roma Capitale: https://www.comune.roma.it/web/it/bando-concorso.page?contentId=BEC159228 “Questo bando rappresenta un passaggio fondamentale per superare il sistema antieconomico dei residence e soprattutto fornire una risposta concreta alle famiglie in difficoltà. Chiunque possegga un appartamento da valorizzare potrà cogliere questa opportunità, contribuendo così anche al benessere collettivo”, dichiara l’assessora al Patrimonio e alle Politiche Abitative di Roma Capitale Rosalba Castiglione.

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Lavoro tra previdenza e assistenza

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 luglio 2018

Se mi limito a considerare l’emergere dei nuovi modelli d’organizzazione del lavoro, mi sembra per lo meno strano che anche sul fronte “previdenziale” non si possa essere conseguenti.
Considero, ad esempio, la tendenza oggi in atto dell’accresciuto numero, rispetto al passato, degli impieghi temporanei, come una vera e propria anomalia del sistema, sebbene la sua impostazione possa avere una sua validità, sia pure a determinate condizioni.
Mi riferisco alla cosiddetta “forza lavoro contingente” costituita da chi è occupato in impieghi a tempo parziale, temporanei o sono lavoratori autonomi. Questo fenomeno è tipico di una società che si evolve nel settore dell’informatica e della comunicazione. Significa, anche, che in futuro il lavoro si baserà sempre più sulla conoscenza e diventerà sempre più dematerializzato. Se la tendenza è questa sarà necessario, quanto prima, inventare nuovi strumenti per garantire la flessibilità degli impieghi, ma senza generare disoccupazione. D’altra parte la stessa educazione e formazione non potranno non essere radicalmente mutate.
Ho persino prefigurato scenari diversi con i miei progetti di fattibilità, dove ho paventato la possibilità di risolvere i processi evolutivi del lavoro attraverso forme previdenziali con cadenza decennale. Ho considerato la previdenza nient’altro che una forma di assicurazione dove il beneficiario paga un certo premio mensile e dopo due lustri si trova nella possibilità di trasformare i suoi versamenti in una piccola rendita o nel rilanciare la stessa per raddoppiarne l’importo nel decennio successivo e così via. Nel frattempo si possono aprire vari scenari dove, ad esempio, il fattore disoccupazione, per un cinquantenne, non diventi tanto drammatico quanto accade ora se ha alle spalle una rendita realizzata con venti o trent’anni di lavoro. Può sempre avere una disponibilità economica sia pure modesta. Non solo. Può andare alla ricerca di un lavoro meno retribuito ben sapendo che può avere la compensazione con la rendita che nel frattempo percepisce contestualmente. Nel frattempo si possono intersecare altre forme lavorative volte a ridurre i tempi morti come quelli delle ore spese per recarsi dalla propria abitazione al posto di lavoro, in specie se la distanza è ragguardevole e il traffico è snervante. E in questo le tecnologie ci possono offrire un supporto rilevante.
Ho già parlato, in uno dei miei precedenti libri, del telelavoro e dell’homework e vi ritorno ora solo per dire che al riguardo non esiste una normativa precisa che li regoli. Eppure i vantaggi sono indubbi sia nel settore pubblico sia in quello privato.
Il primo è il fattore tempo e, secondo, la sua capacità di essere in grado di determinare consistenti aumenti di produttività. Considero poi una circostanza, non marginale, poiché le attrezzature elettroniche potranno aumentare la produttività del lavoro o, alternativamente, ridurre il numero degli addetti, ma stimolando, nello stesso tempo, la creazione di nuove professioni.
Non dimentico che gli scenari futuri, in specie se li consideriamo come una sorta di proiezione esasperata di quanto accade oggigiorno, ci presenteranno un ambiente socio-economico più competitivo, le differenze di reddito si accentueranno e il lavoro verrà sempre più regolato a livello aziendale, dove i sindacati sono deboli. Ciò potrà diminuire la disoccupazione ma farà aumentare la povertà. La soluzione ideale mi sembra un’altra ed è offerta dalla cooperazione. Essa comporta sistemi di produzione orientati in senso globale, una maggiore libertà di scelta nell’allocazione del tempo e genera cambiamenti radicali nelle norme di lavoro.
Tutte queste riflessioni, in parte raccolte da studi e ricerche recenti, mi danno la misura dell’arretratezza dell’Italia sia per quanto riguarda la strumentazione hardware sia per gli aspetti normativi e giuridici. Posso annotare sino a oggi che solo la Telecom, in Italia, ha introdotto, con un accordo stipulato con i sindacati nel 1995, le nuove modalità di prestazione lavorativa, mentre all’estero i casi non si contano più. Da allora a oggi sono trascorsi numerosi anni, ma i progressi ottenuti son misera cosa rispetto alle attese del mondo del lavoro.
E’ evidente che sta emergendo un nuovo paradigma sociale, ma la nostra incapacità è stanziale, fermi come siamo al calcolo, con il bilancino del farmacista, degli anni di “anzianità” e delle pensioni “d’annata”. Tutto questo ciacolare al vento ci mette nelle condizioni di arretrare pericolosamente.
Al solo pensiero, ad esempio, di dover sconvolgere la gerarchia delle funzioni e dei ruoli, la cosa ci traumatizza e ci lascia notti insonni. Sta di fatto che molti, in futuro, sceglieranno di lavorare a casa e quando lo capiremo, ci renderemo anche conto che queste cose potevamo già farle senza essere considerati antesignani al tempo che li proponemmo.
Non vi è dubbio, a questo punto, considerare la forza lavoro come una delle parti essenziali dell’attività imprenditoriale e le rispettive forme di riorganizzazione vanno stimolate in termini di efficienza, produttività e allocazione. Nel loro insieme sono destinate a gestire i rispettivi progressi e a vincere o a perdere le sfide per il futuro.
R.J. Forbes nel suo libro “L’uomo fa il mondo” (Piccola biblioteca Einaudi) asseriva che “Nel nostro mondo moderno tanto la tecnologia quanto l’ingegneria sono branche di scienza applicata.” E rilevava: “Durante tutta la sua lunga esistenza sulla terra, l’uomo ha dovuto usare la propria intelligenza, osservare la natura intorno a lui, ricordare i fatti percepiti, e cercare di utilizzarli in modo d’accrescere sicurezza e benessere.” Su questo punto, ovviamente, s’incentra la mia attenzione nel prefigurare il lavoro come una parte essenziale e imprescindibile per la stessa esistenza umana e che noi dobbiamo garantire, in assoluto, a tutti unitamente a una valida istruzione, l’assistenza sanitaria e il diritto all’accesso alle fonti energetiche e alimentari. In proposito ho sostenuto che dobbiamo assicurare due diritti: alla vita e a vivere e che mentre per il primo abbiamo riservato un interesse prioritario nel secondo, non è stata la stessa cosa. Abbiamo, in altri termini, lasciato, dopo il primo vagito, che una moltitudine di esseri umani fosse lasciata a se stessa con le miserie dei loro genitori, con la penuria di acqua e di cibo, con l’esposizione a gravi malattie e un’istruzione carente. Ai sopravvissuti di questa difficile fase che parte dai primi anni della propria vita all’età adulta e sino alla vecchiaia, non abbiamo offerto che poche garanzie per vivere un’esistenza decente. Il tutto si è voluto tradurre in termini di rassegnazione e con la speranza tanto vaga quanto lontana di un futuro migliore oltre la vita. Come se soffrire, subire maltrattamenti e angherie d’ogni genere fosse il prezzo da pagare per il nostro diritto a vivere, in altre parole una colpa d’attribuire a chi peccati non ne ha. E’ tempo d’invertire tale perversa tendenza e di farlo all’inizio, sul piano culturale e religioso, perché tagliare la tunica per darne la metà a chi ha freddo e spezzare un tozzo di pane per dividerlo per chi ha fame non è solo un gesto di fede ma di giustizia, di civiltà e di libertà. (Riccardo Alfonso)

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Assistenza a lungo termine: l’Italia investe solo il 10% della spesa sanitaria

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 luglio 2018

L’Italia, il Paese più vecchio d’Europa, sta vivendo – e sempre più lo farà – le conseguenze della pressione demografica: aumento del carico di cronicità, disabilità e non autosufficienza. Il sistema, però, ‘resta al palo’ nell’organizzazione di una rete capillare e sostenibile di servizi sul territorio, a partire dalle cure domiciliari: siamo il fanalino di coda in Europa per quanto riguarda la Long-Term Care, alla quale destiniamo poco più del 10% della spesa sanitaria – a fronte di percentuali che superano il 25% nei Paesi del Nord Europa –, pari a circa 15 miliardi di euro. Di questi, solo 2,3 miliardi (l’1,3% della spesa sanitaria totale) sono destinati all’erogazione di cure domiciliari, con un contributo a carico delle famiglie di circa 76 milioni di euro.
I dati emergono dalla seconda Indagine sull’Assistenza Domiciliare in Italia (ADI): chi la fa, come si fa e buone pratiche, realizzata da Italia Longeva e presentata al Ministero della Salute nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento e confronto sulle soluzioni sociosanitarie a supporto della Long-Term Care. L’Indagine, che ha aperto una finestra sulla Long-Term Care in Europa, completa la panoramica sullo stato dell’arte dell’ADI nelle diverse regioni, avviata nel 2017, includendo ulteriori 23 Aziende Sanitarie, che si sommano alle 12 esaminate lo scorso anno, per un totale di 35 ASL distribuite in 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a circa 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana.Il trend dell’offerta di cure domiciliari agli anziani si conferma in crescita (+0,2% rispetto al 2016), ma resta ancora un privilegio per pochi: ne gode solo 3,2% degli over65 residenti in Italia, con una forte variabilità a seconda delle aree del Paese, se non all’interno della stessa Regione, per quanto riguarda l’accesso al servizio, le prestazioni erogate rispetto quelle inserite nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), le ore dedicate a ciascun assistito, la natura pubblica o privata degli operatori e il costo pro capite dei servizi. Mediamente, le ASL coinvolte nell’indagine garantiscono ai loro anziani l’87% delle 31 prestazioni a più alta valenza clinico-assistenziale previste nei LEA, arrivando, in alcuni casi, ad offrire fino al 100% dei servizi, come avviene a Catania, Chieti e Salerno. Un’evidente disomogeneità riguarda invece il numero di accessi in un anno – si va da un minimo di 8 ad un massimo di 77 della ASP di Potenza – e le ore di assistenza dedicate al singolo anziano, che oscillano da un minimo di 9 ad un massimo di 75 nella ASL Roma 4. In tutti i casi, si tratta di interventi principalmente a carattere infermieristico e, a seguire, fisioterapico e medico. All’ampia variabilità in termini di assistiti ed attività erogate, corrispondono anche costi differenti per la singola presa in carico che variano dai 543 euro della ATS Montagna agli oltre 1000 euro della ASP Potenza, e non sempre ad un maggior carico assistenziale corrisponde una spesa più elevata.

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I limiti dell’assistenza universale

Posted by fidest press agency su martedì, 3 luglio 2018

La voglia d’offrire il meglio di se, a tutti indistintamente, con quella che potremmo chiamare l’assistenza universale e le obiettive difficoltà nel reperire risorse per rispondere a tali aspettative, sono i nostri limiti culturali. E’ il cinismo di chi trasforma la medicina in un bene di lusso e non una necessità inderogabile per tutti.
La ricerca attraverso la farmacopea mondiale di cure palliative che creano dipendenza ma non sempre si possono considerare indispensabili per assicurare un miglior profilo salutare. Nello stesso tempo il fronte dei nemici avanza e si fa aggressivo. Penso a tutte le diverse forme tumorali che attaccano in vario modo, e con conseguenze spesso devastanti, il corpo umano.
Penso alle sofferenze che generano e alle dipendenze che creano per le quali la società non riesce a contenere e a sostenere con terapie adeguate.
Penso alle famiglie che vivono con il dramma di un loro caro che soffre, si dispera e che vedono spegnersi un poco alla volta irreversibilmente.
Penso all’impotenza di una medicina che per molti versi ha toccato traguardi impensabili solo qualche anno prima e che ora sembra voler gettare la spugna al cospetto di un nemico, riguardo a certe forme tumorali aggressive, che appare invincibile. Ci sono, ovviamente, dei successi o dei tentativi che tendono a bloccare o, per lo meno, a rallentare il corso del male, ma diventano ben poca cosa rispetto alle tante sconfitte che si devono, tuttavia, mettere in conto. Su tutto questo vi è la consapevolezza che si possa fare di più e di meglio se sapessimo ottimizzare le pur modeste risorse disponibili. Dovremmo mettere da parte, ad esempio, gli sprechi.
Dovremmo ricercare una migliore organizzazione del sistema sanitario sul territorio senza lasciarci sedurre dai facili guadagni e nel trasformare la medicina in una sorta di roulette in cui si gioca la salute sul tavolo di chi ha, rispetto a chi è. Manca spesso una medicina dal volto umano, una medicina che sappia coniugare il cuore la mente in un solo afflato umanitario e solidale per un valore che ci appartiene ed è indivisibile. E’ anche una questione di priorità. (Riccardo Alfonso da Medicina online parte prima)

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In Europa, ogni anno spendiamo 200 miliardi di euro per l’assistenza socio-sanitaria ai malati reumatici

Posted by fidest press agency su sabato, 16 giugno 2018

Oltre 4 miliardi l’anno solo in Italia. Si tratta di malattie in netta crescita in tutto il continente. L’obiettivo deve essere quello di incrementare la prevenzione e il numero di diagnosi precoci, per garantire risparmi per il sistema sanitario e ridurre le spese sanitarie dirette ma anche i costi indiretti rappresentati dalle pensioni di invalidità o dalle giornate lavorative perse. Ma individuare tempestivamente una malattia reumatica spesso risulta difficile ed è un compito che va affidato solo al reumatologo. Per ottenere questi risultati è necessario che vi siano più strutture sanitarie specializzate attive nelle varie Regioni. Questa è la direzione in cui va l’Europa. E in cui deve andare l’Italia, dove esiste una reumatologia di assoluto livello”. E’ questo l’appello lanciato dal prof. Roberto Caporali, segretario nazionale della Società Italiana di Reumatologia (SIR) nella prima giornata dell’EULAR, il congresso continentale che si è aperto ad Amsterdam, con la partecipazione di oltre 15mila esperti da tutto il mondo. La ricerca clinica in reumatologia sta facendo passi da gigante anche grazie a molti studi scientifici condotti in Italia. A breve saranno disponibili nuove terapie mirate che, grazie a innovativi meccanismi d’azione, saranno in grado di contrastare in modo sempre più efficace le forme più gravi di artrite. “Dobbiamo quindi riuscire a garantire ai pazienti le migliori cure. Al momento, però, – spiega il prof. Mauro Galeazzi, Presidente Nazionale SIR – nel nostro Paese spesso viene imposto, solo per ragioni di budget, l’uso di farmaci biosimilari. Al medico va sempre garantita la libertà prescrittiva -. Siamo a volte obbligati allo switch e cioè dobbiamo sostituire il farmaco biologico originator con un biosimilare. Di fatto si tratta di un cambio di terapia e il 26% dei pazienti reumatici devono interromperne l’assunzione a causa della comparsa di avventi avversi. Nel 3% dei casi si riscontra addirittura la ricomparsa di patologie gravi ed invalidanti come l’artrite reumatoide, artrite psoriasica o la spondilite anchilosante. I biosimilari sono farmaci assolutamente sicuri ed efficaci. E’ però preferibile che siano prescritti solo a pazienti mai precedentemente trattati”. Al momento non esistono evidenze scientifiche a supporto della necessità dello switch ma solamente evidenze di ordine farmacoenomico – aggiunge il prof. Luigi Sinigaglia, Presidente Eletto della SIR -. E’ necessario implementare gli studi osservazionali e inserire i dati dei pazienti che ricevono biosimilari nei registri Nazionali attualmente esistenti. Al momento attuale nulla contrasta con l’impiego dei biosimilari nei pazienti naive ma si deve mantenere una adeguata cautela nei pazienti già in trattamento con agenti biologici per garantire loro il principio della continuità terapeutica. D’altra parte se questo principio fosse disatteso l’arrivo di nuovi biosimilari a sempre minor costo ci obbligherebbe a un continuo cambio di farmaco biologico in contrasto con alcune evidenze scientifiche che testimoniano che switch ripetuti possono essere alla base di reazioni immuno-mediate anche a lunga distanza di tempo dall’inizio del farmaco biologico”. Durante il meeting di Amsterdam un tema rilevante è quello della medicina di genere. “Per colpa di una maggiore predisposizione genetica e ormonale le patologie reumatiche interessano prevalentemente il genere femminile – sottolinea la prof.ssa Angela Tincani, Consigliere Nazionale SIR -. Si calcola che in totale siano oltre 84 milioni le donne europee colpite. Da alcuni mesi in Italia abbiamo avviato un progetto con l’Istituto Superiore di Sanità per favorire la ricerca scientifica in questo ambito. Non solo, stiamo svolgendo corsi di formazione specifici per i medici di medicina generale e anche una forte attività sui media per le famiglie. E’ un’iniziativa d’avanguardia che può diventare un modello da esportare in altri Paesi del Vecchio Continente”. “E’ importante giocare d’anticipo contro le malattie reumatologiche e – conclude il prof. Alessandro Mathieu, Consigliere Nazionale SIR -. Si tratta di 150 malattie diverse che colpiscono complessivamente oltre cinque milioni di cittadini. La prevenzione primaria rappresenta un’arma importantissima a nostra disposizione ma è ancora scarsa la consapevolezza da parte della popolazione. Il 15% degli italiani sostiene addirittura di non aver mai sentito parlare di queste patologie. Per colmare queste gravi lacune, la SIR ha avviato nei mesi scorsi una campagna educazionale itinerante in 11 città italiane che ha riscosso grande successo e che sarà ripetuta dopo l’estate. Non solo, nei prossimi mesi lanceremo su tutto il territorio nazionale, nuovi progetti destinati specificatamente sia agli studenti che agli over 65. Occorre inoltre ricordare che il rischio di sviluppare alcune della affezioni reumatologiche più severe è associato sia a fattori genetici di cui occorre tenere conto in relazione alla frequenza delle singole malattie nel territorio nazionale, sia a fattori ambientali in parte ben noti, la cui considerazione può consentire una prevenzione dello sviluppo di malattia o un contenimento delle espressioni di malattia o delle co-patologie che ne determinano un impatto negativo sulla qualità e aspettativa di vita ”.

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Meno del 3% degli over 65 con disabilità riceve assistenza a domicilio

Posted by fidest press agency su domenica, 10 giugno 2018

“Solo 370 mila dei nostri anziani ha la possibilità di ricevere cure pubbliche in casa propria – sottolinea Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico – su un totale di 3 milioni di over 65 affetti da disabilità.” Secondo i dati Istat il 2,8% degli anziani (28 ogni 1000 abitanti) risiede in strutture residenziali socio-assistenziali e sociosanitarie ma c’è un forte divario tra Nord e Sud: il 3% degli anziani non autosufficienti è ospitato nelle strutture del Nord Italia contro lo 0,9% del Sud; un gap dovuto soprattutto alla maggiore disponibilità di posti letto delle regioni del Nord. Inoltre, in tutti i servizi sono diminuiti gli anziani presi in carico: -9,1% di utenti nelle strutture residenziali, -0.6% di beneficiari dell’indennità di accompagnamento e -0,9% di comuni che offrono l’ADI (assistenza domiciliare integrata). “La soluzione adottata dalle famiglie per far fronte a queste lacune assistenziali è pagare di tasca propria. Il problema – prosegue Gasparrini – è che le famiglie cercano di risparmiare assumendo badanti in nero. La quota di lavoratori non regolari, che attualmente si stima intorno ad un milione, continuerà a crescere finché non sarà progettato un welfare familiare di lungo periodo. L’obiettivo di DOMINA è di collaborare con il nuovo Governo all’instaurazione di un tavolo di lavoro per la creazione di un piano di supporto concreto che preveda la defiscalizzazione dei costi del lavoro domestico.”

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X Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

Il sistema sanitario italiano rischia di “collassare” se non viene riconosciuta e tutelata quanto prima la figura del caregiver oncologico, cioè la persona che assiste il malato di cancro in maniera volontaria e informale. La sostenibilità del sistema è messa a dura prova anche dall’insufficienza delle cure palliative domiciliari. “Nel 2016 le persone decedute nei reparti per acuti con diagnosi di cancro sono state 44.049 (circa il 25% della mortalità per tumore), con una modalità di cura ad alto costo, ma con benefici limitati e con la privazione del diritto a morire nel proprio domicilio con ben altra qualità di vita – spiega il prof. Francesco De Lorenzo, presidente FAVO (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) -. È stato dimostrato che, se a queste persone fosse assicurata un’adeguata assistenza domiciliare e palliativa, la degenza in ospedale si ridurrebbe da 20 a 4 giorni, con un risparmio di circa 2.000 euro a paziente. L’insuccesso e l’emergenza rappresentati dai dati sono da ricercare in un’offerta eccessivamente frammentata, che varia non soltanto da regione a regione, ma addirittura da provincia a provincia. Le rilevazioni effettuate continuano a rappresentare un panorama di intollerabile disparità territoriale: è la residenza, infatti, a determinare l’accesso alle cure palliative e non una efficace programmazione né tanto meno un’adeguata organizzazione dei servizi”. Ogni anno, in Italia, 183 mila nuovi casi di tumore sono diagnosticati negli over 70. E il 60% dei 3 milioni di persone che vivono dopo la diagnosi ha più di 60 anni. “Sono i numeri di un’emergenza sociale che rendono evidente la centralità, da un lato, dell’assistenza domiciliare per le cure palliative, dall’altro dei caregiver che, nel pieno della loro età lavorativa, sono costretti a subire una compressione delle loro capacità di produrre reddito e di previdenza – continua il prof. De Lorenzo -. In Italia la legge di Bilancio per il 2018, per la prima volta, ha previsto un fondo di 20 milioni di euro all’anno, per il triennio 2018-2020: in totale 60 milioni di euro destinati al sostegno dei caregiver, riconoscendone dunque la funzione, ma rinviando a una normativa non ancora approvata la definizione delle regole per l’accesso alle risorse disponibili. È quindi urgente un provvedimento in questo senso, perché senza criteri chiari non è possibile finanziare alcuna azione concreta. Inoltre occorre promuovere lo sviluppo delle Unità di Cure Palliative Domiciliari, in analogia con quanto avvenuto per gli hospice e in conformità con i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, attraverso un programma specifico finanziato ad hoc da parte dello Stato”. L’appello è contenuto nel X Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato oggi al Senato nel corso della XIII Giornata nazionale del malato oncologico, organizzata da FAVO.
“L’attività svolta dai caregiver, letteralmente coloro che si prendono cura, rappresenta un fattore imprescindibile per il funzionamento dei sistemi sociosanitari – continua il prof. De Lorenzo -. Una crescente consapevolezza, a livello sociale e politico, del ruolo determinante di questo ‘welfare invisibile’ ha suscitato i primi interventi normativi, sia a livello nazionale che europeo, volti a riconoscere i caregiver e a prevedere misure di tutela. Sostenere e valorizzare la figura del ‘prestatore di cura’ costituisce, infatti, un vero e proprio investimento per la sostenibilità dei sistemi sanitari europei, la cui tenuta complessiva è minacciata dai cambiamenti demografici, dalla trasformazione dei sistemi produttivi, dal mutamento delle strutture sociali – prima tra tutte la famiglia – e ovviamente dalla prolungata depressione economica”. “Nella legislatura appena conclusa ben tre disegni di legge agli atti del Senato, di iniziativa parlamentare, intendevano trattare il tema del riconoscimento di coloro che prestano volontariamente e informalmente assistenza a un familiare o ad un congiunto e degli strumenti per il loro sostegno – continua l’Avv. Elisabetta Iannelli, segretario FAVO -. Le tre proposte erano state riunite in un testo unificato per dettare una disciplina organica della materia. Il nuovo Parlamento dovrà con urgenza riprendere l’esame di tali argomenti”. I numeri del cancro ed il suo elevato impatto socio-economico giustificano un’autonoma considerazione, nel contesto della futura regolazione del “welfare informale”, delle cure fornite ai malati oncologici dai familiari o da altre “persone di fiducia”. “Le peculiarità delle malattie neoplastiche e gli specifici bisogni di assistenza che generano, rischiano, infatti, di non trovare adeguata tutela nel contesto di una regolazione rivolta a tutti i caregiver genericamente intesi – spiega l’Avv. Iannelli -. Attualmente, la tutela del caregiver lavoratore consiste in Italia soprattutto nella concessione di permessi o congedi retribuiti, nell’adattamento dell’orario di lavoro o nella giustificazione di assenze, ma riguarda esclusivamente i lavoratori dipendenti. I legislatori dovranno al più presto estendere misure di sostegno ai lavoratori autonomi, finora drammaticamente privi di tutela. Il recentissimo ‘Pilastro Europeo dei diritti sociali’ proclamato da Parlamento, Consiglio e Commissione UE, all’art. 12 afferma, infatti, che anche ‘i lavoratori autonomi hanno diritto ad un’adeguata protezione sociale’. Infine, affinché l’assistenza prestata sia più efficace, anche il caregiver informale dovrebbe essere destinatario di iniziative di formazione specifiche”.
La rete di supporto informale costituita dai caregiver si assume inoltre l’onere di molte funzioni di assistenza domiciliare. Ricevere cure palliative al domicilio, oltre a rispondere alle preferenze di pazienti e familiari, favorisce una migliore qualità di vita e costituisce una scelta assistenziale decisamente sostenibile dal punto di vista economico ed è per questo motivo che incentivare questo tipo di setting è divenuta una priorità delle politiche sanitarie della maggior parte dei paesi occidentali. Ciononostante, una delle più gravi emergenze rilevate nel X Rapporto riguarda proprio la disponibilità e l’accesso a tale tipologia di assistenza, registrandosi un tasso di decessi in ospedale ancora troppo elevato. A inizio 2018, l’Istat ha reso noti i dati aggiornati dell’Archivio “Cause di morte”, secondo i quali il 39,6% dei decessi del 2015 è avvenuto in casa, il 42,6% in ospedale, il 5,7% in un hospice, il 9,2% in una RSA (Residenza sanitaria assistenziale) ed il restante 2,8% per strada, nel luogo di lavoro o in carcere. “Eppure, dal 2010, l’Italia può contare sulla Legge n. 38 (‘Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore’) che ha fornito una solida base per la costruzione delle reti di cure palliative e l’erogazione di tali servizi in modo omogeneo su tutto il territorio – conclude il prof. De Lorenzo -. In seguito, in sede di Conferenza Stato-Regioni sono stati approvati provvedimenti attuativi di fondamentale importanza, nell’ottica di favorire un’offerta omogenea, valutabile e controllabile. Una importante sfida per le Regioni sarà dunque l’implementazione dei sistemi di Cure Palliative, anche attraverso la loro integrazione con le reti per patologia, e soprattutto con le reti oncologiche. Il volontariato oncologico, insieme ad AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), alla Federazione Cure Palliative Onlus e al mondo del no profit, sulla base dei dati prodotti dal Ministero della salute, non si limita a lanciare un allarme, ma si impegnerà affinché la disuguaglianza non comprometta la dignità degli ultimi momenti di vita dei pazienti, alimentando il dibattito sulle cure palliative, contribuendo a tenere alta l’attenzione su questo tema, promuovendo iniziative specifiche di lobbying ed advocacy in tutte le sedi istituzionali coinvolte”.

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Programma di assistenza per i pazienti colpiti da tumore del pancreas

Posted by fidest press agency su domenica, 20 maggio 2018

Brescia. Fondazione Poliambulanza è il primo ospedale in Italia a rendere disponibile gratuitamente un programma di assistenza per i pazienti colpiti da tumore del pancreas. Si chiama Pancreas Energy Program ed è stato studiato per sostenere i pazienti durante la terapia (medica e chirurgica) a mantenere un’adeguata performance fisica, elementi indispensabili per poter ricevere i pesanti trattamenti necessari alla cura. Un’alimentazione adeguata e un corretto movimento contribuiscono a contenere la perdita di peso e a stimolare le difese immunitarie, migliorando gli esiti del percorso di cura e riducendo le complicanze legate alla terapia. Pancreas Energy Program è nato dalla collaborazione di Fondazione Poliambulanza di Brescia e Fondazione Nadia Valsecchi. Da oggi i pazienti assistiti nell’ospedale bresciano hanno a disposizione un medico nutrizionista, che li aiuta a mantenere un peso adeguato seguendoli regolarmente, un fisiatra e un coach, che propongono dei programmi specifici di attività fisica, studiati su misura per la patologia e lo stato di salute, e una infermiera coordinatrice dell’intero percorso di cura, quindi prima e dopo l’intervento chirurgico. Per attivare questo servizio è sufficiente che il medico di medicina generale faccia una richiesta telefonica. Il programma viene presentato in occasione della XIII Giornata Malato Oncologico che si celebra in tutta Italia.
“Ogni anno in Italia i nuovi casi di carcinoma pancreatico sono 13.700 e rappresentano il 3% di tutte le neoplasie – afferma il dottor Edoardo Rosso, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Generale e specialistica di chirurgia del pancreas e del fegato -. Solo nella nostra struttura sanitaria assistiamo circa 100 malati all’anno con tumore pancreatico nei vari stadi. E’ dimostrato scientificamente come un corretto stato nutrizionale possa diminuire le complicanze legate alla terapia oncologica contribuendo al benessere del paziente. Anche l’esercizio fisico svolto regolarmente è d’aiuto. La stanchezza è sistematica a seguito di cure come la chirurgia, la chemioterapia. La lotta alla perdita di peso e l’esercizio fisico guidato permettono di stimolare le difese immunitarie, migliorare la qualità della vita e la resistenza. Un recente studio ha inoltre attestato come lo sport sia tollerabile in pazienti con tumore al pancreas sottoposti a chemioterapia neo-adiuvante e quindi in fase pre-operatoria”. “Pancreas Energy Program è un progetto pioneristico a livello mondiale – aggiunge la dottoressa Federica Valsecchi, Vice Presidente della Fondazione Nadia Valsecchi -. La nostra Fondazione ha come obiettivo specifico proprio sostenere la ricerca scientifica, la cura e la prevenzione del tumore del pancreas. Abbiamo voluto avviare insieme alla Poliambulanza quest’iniziativa volta a dare un’assistenza altamente qualificata e specialista a pazienti alle prese con una malattia oncologica particolarmente insidiosa e difficile da trattare. E’ nostra intenzione estendere, il prima possibile, il Pancreas Energy Program anche ad altre strutture sanitarie e ospedali italiani”.

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Interventi a favore dei familiari che assistono persone disabili

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 aprile 2018

Il caregiver (familiare assistente) è una persona che aiuta, in maniera gratuita e quotidiana, un proprio parente di primo grado non autosufficiente fisicamente e/o mentalmente. La gratuità e la disponibilità h/24 è la principale differenza fra un caregiver e la classica figura del/della badante così come comunemente è intesa. Nello svolgimento di questa amorevole attività, il familiare assistente può operare in maniera diretta (lavare, vestire, cucinare, …) o indiretta (adempiere agli obblighi amministrativi) il proprio congiunto, così come adottare tecniche di sorveglianza attiva (intervenire in caso di pericolo per l’assistito o gli altri) o passiva (paziente a letto che ha bisogno di controllo). Nell’ultima legge di Bilancio è stata inserita questa mansione fra i lavori gravosi in modo che questa particolare categoria di persone, a tutti gli effetti lavoratori, possano accedere a un indennizzo di tipo pensionistico.
Negli ultimi anni, infatti, è emersa sempre più l’esigenza di fornire una qualche forma di tutela e assistenza per coloro che assicurano assistenza a congiunti con disabilità o comunque non autosufficienti.Data la grandissima rilevanza sociale, causata anche da una grave carenza nelle strutture e negli strumenti di assistenza messi a disposizioni dal Servizio Sanitario Nazionale e dagli enti locali, non vi è dubbio che il tema sarà al centro dei prossimi lavori parlamentari.Nel corso della scorsa legislatura e in particolare nel 2017, la Commissione Lavoro e Previdenza Sociale del Senato ha faticosamente predisposto un testo unico, partendo dalle varie proposte di legge presentate su questo argomento.Questo testo, fortemente condizionato dalla volontà di non porre oneri aggiuntivi a carico del bilancio statale, si poneva come una sorta di atto di indirizzo alle regioni e alle province autonome, cui era rimessa l’adozione delle misure concrete a favore dei caregiver. Una scelta questa piuttosto discutibile, che avrebbe ulteriormente ampliato quella profonda disomogeneità di trattamento sul territorio nazionale che già esiste in tema di assistenzaQuesta impostazione “al ribasso” aveva fatto si che nel testo unificato le forme di assistenza davvero nuove fossero in realtà assai limitate e mancasse in esso qualsiasi riferimento a forme di tutela previdenziale (ad esempio contributi figurativi, pensionamento anticipato) e lavorativa ( ad esempio rispetto a malattie professionali e infortuni).
Non vi è dubbio che, se si vorrà davvero intervenire in favore dei caregiver familiari il nuovo Parlamento dovrà affrontare la questione in modo molto più coraggioso e con misure di efficacia molto maggiore. In previsione di questa evenienza, la legge di bilancio 2018 ha previsto la costituzione di un fondo per il finanziamento di misure di sostegno del ruolo di cura e di assistenza del “caregiver familiare”, con una dotazione iniziale di 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018/2019/2020.

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Famiglie senza risorse per l’assistenza anziani e invalidi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 aprile 2018

Secondo i dati Istat quasi il 60% degli anziani con gravi difficoltà ha bisogno di assistenza, di questi, il 28% ha un aiuto in casa mentre più del 40% vive con la badante. L’Inps eroga 17.886.623 pensioni all’anno ma il 70,8% ha un importo inferiore a 1.000,00 Euro che non consente di far fronte ai costi dell’assistente familiare. “Una badante part-time, che assiste l’anziano autosufficiente per 25 ore alla settimana (livello BS), costa 824,33 Euro al mese alla famiglia – commenta Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, Associazione Nazionale Famiglie Datori di Lavoro Domestico – mentre un’assistenza full-time con lavoratore convivente (54 ore livello CS) ha un costo di 1354,93 Euro. La spesa mensile può arrivare fino a 1.817,96 Euro se la famiglia ha bisogno di una badante convivente formata (livello DS).Incrociando i costi con le pensioni previdenziali erogate dall’Inps – prosegue Gasparrini – è evidente che la famiglia non ha le risorse per far fronte ai costi dell’assistenza e spesso rinuncia a visite, medicine o ore di assistenza preziose”. Dai risultati della Ricerca DOMINA (realizzata in collaborazione con la Fondazione Leone Moressa) risulta che meno del 10% dei pensionati può permettersi la badante e i nuovi dati diffusi dall’Inps confermano questa situazione allarmante. “Per evitare l’indebitamento familiare è necessario intervenire con soluzioni concrete avviando politiche di defiscalizzazione strutturali”.

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La crisi umanitaria in Yemen

Posted by fidest press agency su domenica, 24 dicembre 2017

yemen crisi umanitariaCon oltre otto milioni di persone la cui sopravvivenza in Yemen dipende dall’assistenza alimentare, il destino di coloro che sono stati coinvolti nel lungo conflitto è ora nelle mani di un esiguo numero di governi donatori. Quasi l’80 percento dei finanziamenti all’Agenzia delle Nazioni Unite, World Food Programme (WFP) destinati allo Yemen è stato fornito quest’anno dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Unione Europea e dal Regno Unito. Gli Stati Uniti hanno fornito il maggior contributo singolo (386 milioni di dollari).”Sono passati più di 1.000 giorni dall’inizio della crisi in Yemen e l’unico motivo per cui possiamo ancora continuare ad offrire assistenza a milioni di yemeniti è la generosità di una manciata di Paesi impegnati”, ha affermato David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP. “Le popolazioni di questi Paesi e i loro governi stanno salvando vite in Yemen, ogni giorno, e noi li ringraziamo di cuore per il loro sostegno. La situazione, però, continua ad essere disperata, e abbiamo bisogno che altri governi donino subito in modo da poter mantenere le persone in vita. E, cosa più importante, chiediamo che si ponga fine al conflitto che sta causando questa catastrofe”.Ulteriori significativi contributi alle operazioni del WFP in Yemen quest’anno provengono dal Giappone, dai fondi e dalle agenzie delle Nazioni Unite, dal CERF (UN Central Emergency Response Fund), dall’Arabia Saudita, dalla Norvegia e dal Canada. Il CERF, Fondo Centrale per la Risposta alle Emergenze dell’ONU, riceve ampio sostegno da parte degli Stati membri delle Nazioni Unite, con Germania, Svezia, Regno Unito, Paesi Bassi e Norvegia in cima alla lista dei donatori nel 2017.Nonostante la generosità di questi donatori, le operazioni del WFP in Yemen richiedono ulteriori 277 milioni di dollari per fornire assistenza alimentare fino a giugno del prossimo anno. Da agosto, il WFP ha fornito assistenza alimentare a sette milioni di persone, ma circa la metà di queste ha potuto ricevere solamente il 60% delle loro razioni a causa delle ristrettezze nei fondi.

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UNHCR intensifica il sostegno alle persone in fuga dal Camerun in Nigeria

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 dicembre 2017

camerunL’UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, sta intensificando la sua presenza nel sud-est della Nigeria per fornire assistenza salvavita alle migliaia di persone che continuano a fuggire dalle aree anglofone del Camerun. Da quando in ottobre sono aumentate le tensioni tra le forze di sicurezza e gli indipendentisti nella regione anglofona del Camerun, personale UNHCR e governativo ha registrato circa 7.204 arrivi nelle aree remote del Cross River State in Nigeria, e si riporta che altre migliaia di persone siano in attesa di essere registrate.Circa il 70 percento dei richiedenti asilo registrati provengono dalle aree di Akwaya, nel sud–ovest del Camerun. Per la maggior parte si tratta di donne e bambini, ospitati dalle comunità locali in prossimità del confine. L’UNHCR è preoccupata del fatto che la popolazione locale raggiunga presto la sua capacità massima, mentre le agitazioni in Camerun non si fermano e molti altri richiedenti asilo continuano ad arrivare.Le piogge torrenziali tipiche della stagione, hanno aggravato le condizioni delle strade nelle aree più remote, ostacolando la distribuzione degli aiuti. L’UNHCR e le altre organizzazioni partner stanno distribuendo cibo, beni di prima necessità e fornendo cure mediche. L’UNHCR sta anche dispiegando più personale nella regione e si sta coordinando con i partner e le autorità locali e nazionali per rispondere ai bisogni di tutte le persone coinvolte.Per far fronte agli arrivi e rafforzare il coordinamento e l’intervento di risposta dell’UNHCR saranno necessarie ulteriori risorse. Al momento, in Nigeria, l’UNHCR e le organizzazioni partner hanno elaborato un piano d’emergenza nell’eventualità di nuovi arrivi.

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In Italia si invecchia male

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 settembre 2017

istat“Siamo un paese tra i più longevi d’Europa ma quantità non è sinonimo di qualità – ricorda Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale di DOMINA, sindacato delle Famiglie datori di Lavoro Domestico – e a confermarlo sono i dati”. “Secondo le ultime stime Istat – afferma Gasparrini – il 23,1% degli anziani ha gravi limitazioni motorie e il 58,1% necessita di assistenza. Non tutti però riescono ad accedere alle prestazioni di cura necessarie, solo nel Sud Italia la quota di aiuto non soddisfatta ammonta al 67,5%”.
“Inoltre, come riscontrato dai dati della nostra Ricerca – prosegue Gasparrini – molti anziani non riescono a permettersi l’assistenza privata. Oltre il 70% dei pensionati ha un reddito complessivo inferiore ai 14.600 € l’anno mentre il costo di una badante full-time raggiunge i 16.000 € all’anno”.
“La percentuale di aiuto non soddisfatto – conclude la nota – tra gli anziani meno abbienti raggiunge il 64,2%; è evidente che sono necessarie delle misure di welfare mirate per consentire ai nostri anziani di ricevere le cure di cui hanno bisogno e di condurre una vita lunga ma soprattutto serena”.

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