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Coronavirus: si attiva la politica economica

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 marzo 2020

A cura di Marco Piersimoni, Senior Portfolio Manager di Pictet Asset Management. Con la diffusione a livello globale dell’epidemia di COVID-19, nelle ultime settimane stiamo vivendo un contesto di mercato estremamente fluido, con bruschi movimenti anche all’interno delle singole sedute: durante la settimana del 24-28 febbraio la volatilità infragiornaliera è stata paragonabile quella registrata dopo il crac di Lehman.Fluido è anche il flusso di notizie: ad arricchire lo scenario negli ultimi giorni si èattivata la macchina della politica economica, sia monetaria che fiscale.I Governatori delle banche centrali e Ministri delle Finanze dei Paesi del G7 hanno affermato un’unità di intenti nell’adozione di tutte le contromisure necessarie per sostenere l’economia globale.Nel comunicato del G7 è stata inoltre richiamata dopo tanto tempo quella cooperazione internazionale, tanto trascurata nel marasma delle tensioni commerciali degli ultimi anni, che al meeting del G20 di Toronto nell’aprile del 2009 era stata capace di risollevare le speranze dei mercati circa la possibilità che il peggio fosse alle spalle.A questa dichiarazione di intenti hanno fatto subito seguito i fatti, anche sorprendentemente per la tempistica. Adottando una misura d’emergenza, la Fed ha anticipato il meeting previsto tra due settimane e ha deciso di tagliare i tassi di riferimento di 50 punti base. Una mossa che ha avuto l’effetto indesiderato di spaventare i mercati: il timore è che tutta questa tempestività si giustifichi con un’interpretazione a tinte fosche dello scenario macroeconomico da parte della Fed, se non con il fatto che la Fed stessa abbia addirittura a disposizione informazioni molto più preoccupanti di quelle pubblicamente disponibili.
Il sentiero di stimolo monetario atteso dagli operatori di mercato prevede altri 3 tagli dei tassi nel 2020 (pari a 75 punti base). Tagli che, sulla base del comportamento della Fed nel corso degli altri cicli di allentamento monetario (in media pari a 550 punti base), potrebbero essere accompagnati da una nuova fase di quantitative easing. Appare evidente, in ogni caso, che alla banca centrale americana non manca spazio di manovra.Al contrario, la BCE sembra avere le mani legate. Con i tassi già abbondantemente sotto zero (con tutti gli effetti negativi per il sistema che ne conseguono) e gli ostacoli politici a un nuovo QE creati dal meccanismo della capital key, le munizioni rimaste a disposizione paiono limitate. L’opzione più facilmente percorribile è ad oggi quella di una riattivazione del programma di TLTRO, magari mirato per piccole e medie imprese. Più azzardato sarebbe un eventuale programma di acquisto di obbligazioni bancarie, per le quali sorgerebbe un conflitto di interessi non banale, essendo la BCE l’istituto di vigilanza di ultima istanza per il sistema bancario della regione. Paradossalmente, l’acquisto di azioni delle società dell’eurozona sembra essere più plausibile nel caso di un aggravamento della situazione.Sul fronte della politica fiscale, il primo intervento, in ordine di tempo, è stato quello del Fondo Monetario Internazionale, disponibile ad aprire linee di credito per 50 miliardi di dollari per i Paesi colpiti dall’epidemia di Coronavirus, utilizzabile soprattutto dai Paesi emergenti. Negli Stati Uniti, la Camera dei Deputati, controllata dai Democratici, ha approvato un piano straordinario di spesa pari a $ 7,8 miliardi, per far fronte all’emergenza generata dal COVID-19; il Senato, controllato invece dai Repubblicani, non avrà problemi a ratificare questa spesa.In sintesi, la politica economica sta lanciando i primi segnali di reazione al rallentamento economico causato dalla crisi sanitaria mondiale, e lo fa in modo concertato e coordinato a livello globale. Lo scenario di rischio principale è avere una diffusione molto rapida dell’epidemia negli USA: eventuali limitazioni all’attività economica che implichino un rallentamento dei consumi in USA farebbe precipitare ulteriormente la situazione.

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Veneto: attiva la rete di medicine integrate

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 novembre 2017

veneziaVenezia. La rete delle Medicine di Gruppo Integrate, le nuove forme associative della medicina generale previste dagli accordi tra la Regione Veneto e le organizzazioni sindacali della medicina di famiglia, funziona e permette di migliorare lo stato di salute dei pazienti. Una chiara conferma arriva dai dati del Progetto “Arcipelago” promosso in Veneto dalla SIMG (Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie): sono state riunite in un solo network nove medicine di gruppo integrate, coinvolgendo 107 medici di famiglia e più di 120mila cittadini. I dati preliminari dell’iniziativa, avviata all’inizio del 2016, sono significativi: il 70-80% dei pazienti è stato sottoposto agli accertamenti periodici previsti dal percorso diagnostico terapeutico assistenziale del diabete (ad esempio misurazione dell’emoglobina glicata e del peso e ispezione del piede), rispetto a una media nazionale pari al 45-50%. L’85% dei malati con scompenso cardiaco ha effettuato una visita completa (con registrazione del peso, della pressione arteriosa ed esami di laboratorio) rispetto al 50% a livello nazionale. Le persone in terapia anticoagulante possono ricevere l’intero percorso di sorveglianza previsto dalle linee guida presso il proprio medico di famiglia, con maggiore sicurezza e accessibilità e con elevate percentuali di gradimento. Analoga attività è prevista anche per i pazienti con bronchite cronica, che possono eseguire la spirometria di base negli studi del loro medico. Anche le attività di prevenzione hanno un impatto importante: il calcolo del rischio cardiovascolare è diventata prassi abituale e la vaccinazione antinfluenzale ha raggiunto più del 60% degli over 65 (40% Italia). “Abbiamo collaborato per realizzare strumenti informativi, percorsi e soluzioni volti a migliorare l’attività prevista dal contratto di esercizio siglato fra le organizzazioni sindacali e la Regione Veneto – spiega il dott. Claudio Cricelli, presidente nazionale SIMG -. Le nove medicine di gruppo integrate stanno lavorando da un anno e mezzo, confrontandosi ed individuando percorsi di formazione e soluzioni organizzative. Questo modello organizzativo funziona e le attività implementate migliorano l’efficacia e l’efficienza del prezioso lavoro dei medici di famiglia. Sono risultati importanti, ottenuti perché nelle medicine di gruppo integrate camici bianchi, infermieri e assistenti di studio lavorano insieme. Rispetto alla media nazionale in cui la maggioranza dei clinici opera da sola, la struttura multiprofessionale permette questo tipo di presa in carico dei cittadini. In queste strutture l’organizzazione è proattiva: il paziente viene convocato e informato, fissando appuntamenti per i controlli successivi”. I dati definitivi del progetto “Arcipelago” saranno presentati al XXXIV° Congresso nazionale SIMG che si svolgerà a Firenze dal 30 novembre al 2 dicembre. “Pur in un breve periodo abbiamo già notato un netto miglioramento di diversi obiettivi di salute – continua il dott. Maurizio Cancian, presidente SIMG Veneto -. L’emoglobina glicata, ad esempio, è un indicatore molto utile: quante più persone presentano un buon livello di questo parametro, tanto minori saranno gli infarti e gli ictus. Dopo un anno e mezzo, la percentuale di cittadini con un livello di emoglobina glicata a target era superiore del 7% rispetto alla media nazionale. Anche la quota di pazienti che assumono regolarmente i farmaci per il controllo dell’ipertensione arteriosa ottenendo livelli nella norma era superiore del 7%”. “Da un lato – conclude il dott. Cricelli – i medici dispongono di più tempo da dedicare ai pazienti per personalizzare le cure. Dall’altro, i cittadini aderiscono con più precisione alle indicazioni sui corretti stili di vita e sull’assunzione delle terapie, per cui è possibile ottenere risultati migliori. Sono in atto progetti di riorganizzazione della medicina generale in Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, ma diversi dal modello veneto che si distingue non solo per l’organizzazione ma anche per gli obiettivi che implicano un percorso di miglioramento: cioè non viene solo modificata la struttura (da medici singoli a gruppi), ma sono implementate le buone pratiche di cura che vengono misurate”.

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