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Quotidiano di informazione – Anno 30 n° 19

Posts Tagged ‘aumenti’

Autostrade: ora basta aumenti: Intervengano Art e Anac

Posted by fidest press agency su martedì, 9 gennaio 2018

trasporto2Non ci siamo assuefatti alla stangata che ogni inizio anno ci danno le società autostradali. Questo 2018 sia l’ultimo di una lunga serie dove nella assoluta mancanza di trasparenza (i contratti di concessione sono segreti eppure le autostrade sono un bene pubblico) vengono estorti milioni di euro agli automobilisti.Aumenti assolutamente ingiustificati perché gli investimenti sono in calo (-33% nel periodo 2010-2015) come le manutenzioni(-9% nel periodo 2011-2016) mentre aumentano a dismisura gli utili (più 49% negli ultimi due anni passati da 953 milioni a 1422), gli introiti (più 16% nel periodo 2013-2016) e i ricavi da pedaggi (più 19% nel periodo 2009-2016 per 1 miliardo di euro)Rete Consumatori Italia promossa da Assoutenti, insieme a Casa del Consumatore e Codici, ha deciso di chiedere un intervento deciso al Presidente dell’Autorità dei Trasporti Camanzi, dell’ANAC Cantone e dell’Antitrust Pitruzzella per ripristinare trasparenza e politiche commerciali corrette nei confronti dei consumatori.Rete Consumatori Italia chiede altresì al Ministro Del Rio di convocare una riunione urgentissima per rivedere le concessioni e le modalità di verifica su investimenti, qualità della rete e aumenti tariffari, affinché il 2018 diventi L’ANNO ZERO DELLE CONCESSIONI RISCRIVENDO LE GARANZIE PER GLI AUTOMOBILISTI comprese penali per le società autostradali inadempienti. Infine, Rete Consumatori Italia invita tutti gli automobilisti a stampare la ricevuta (o trattenere quelle bancarie-telepass) per ogni tratta autostradale effettuata in previsione dell’azione legale contro le società autostradali che verrà promossa entro giugno 2018.

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Istat: prezzi 2017 +1,2%

Posted by fidest press agency su sabato, 6 gennaio 2018

istatSecondo i dati Istat resi noti oggi, in media, nel 2017 i prezzi al consumo registrano una crescita dell’1,2%, dopo la lieve flessione del 2016 (-0,1%).”Una pessima notizia il balzo dell’inflazione. Per una coppia con due figli, la classica famiglia italiana, significa avere avuto nel 2017 una maggior spesa annua complessiva di 469 euro, 364 per la famiglia media Istat da 2,4 componenti” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.Secondo i calcoli dell’associazione (cfr tabella), infatti, l’incremento dei prezzi dell’1,2% si traduce, in termini di aumento del costo della vita, in una stangata pari a 469 euro per una coppia con due figli, 364 (363,51) per la famiglia tipo Istat, 432 euro per una coppia con 1 figlio.
Per un pensionato con più di 65 anni, la maggior spesa nei dodici mesi è stata pari a 235 euro, 247 euro per un single con meno di 35 anni, 365 euro per una coppia senza figli con meno di 35 anni, 414 per una coppia senza figli tra 35 e 64 anni.

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Unione Naz. Consumatori su energia

Posted by fidest press agency su sabato, 30 dicembre 2017

energia-elettricaSecondo quanto stabilito dall’Autorità per l’Energia, dal 1° gennaio per la famiglia-tipo la bolletta dell’elettricità registrerà un aumento dello 5,3% mentre la bolletta del gas salirà del 5%.Secondo lo studio dell’Unione Nazionale Consumatori, per una famiglia tipo significa pagare nel 2018 (non, quindi, secondo l’anno scorrevole, ma dal 1° gennaio 2018 al 1° gennaio 2019), 28 euro in più per la luce e 51 euro in più per il gas. Una stangata complessiva pari a 79 euro.”Pessima notizia. Nonostante ci sia già stato nel precedente trimestre, alle soglie dell’inverno, un aumento del gas del 2,8%, prosegue il rialzo dei prezzi per chi deve riscaldare la propria abitazione, gravando ulteriormente e pesantemente sui bilanci delle famiglie. Grave, poi, che per la luce siano risaliti gli oneri di sistema, per via delle aziende energivore. Si tassa di tasse occulte che andrebbero invece addossate alla fiscalità generale” afferma Pieraldo Isolani, esperto del settore energia dell’Unione Nazionale Consumatori.

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Tlc: la bolletta “mensile” diventa di 30 giorni? Aumenti illegittimi dell’1,38%

Posted by fidest press agency su sabato, 16 dicembre 2017

tar lazioL’Unione Nazionale Consumatori ha diffidato le compagnie telefoniche e presentato un contestuale esposto all’Antitrust e all’Autorità delle comunicazioni in relazione all’interpretazione della norma appena approvata dal Parlamento sulla fatturazione mensile dei contratti di fornitura dei servizi di comunicazione elettronica.Il Dl Fisco, da pochi giorni pubblicato in Gazzetta (decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito con legge n. 172 del 4/12/2017), prevede che la fatturazione sia “su base mensile o di multipli del mese”, ma a quanto pare le compagnie intenderebbero interpretare il mese non come quello solare, bensì come quello contabile di 30 giorni. Da qui la diffida e gli esposti.
“Un giochino che, trasformando l’anno solare di 365 giorni in 360, farebbe sparire magicamente 5 giorni dal calendario, con un incremento della bolletta illegittimo dell’1,38%. Insomma, le compagnie telefoniche continuerebbero ad arrampicarsi sugli specchi pur di ottenere aumenti nascosti, usando trucchetti e stratagemmi” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Stavolta, però, sarebbe il colmo! Non solo interpreterebbero le norme a proprio uso.

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Scuola e PA: Sugli aumenti la verità viene a galla

Posted by fidest press agency su giovedì, 14 dicembre 2017

ministero-finanzeSull’accordo di un anno fa tra la Funzione Pubblica e i sindacati maggiori, l’Intesa del‎ 30 novembre 2016, pesano le mancate coperture del Mef. Uno dei tanti nodi da sciogliere è relativo al Bonus Renzi da 80 euro che percepiscono molti insegnanti e impiegati della scuola poiché i loro compensi sono al di sotto del limite dei 26mila euro lordi annui, considerando anche che la media è scesa in pochi anni di 2mila euro attestandosi a poco più di 28mila euro annui e confermandosi di gran lunga i più bassi della pubblica amministrazione. Inoltre, come detto da tempo dall’Anief, il Governo starebbe anche cercando di produrre un “aumento a pioggia fino ad una certa soglia di redditi, ad es. 27mila euro, scendendo poi gradualmente al di sotto di questa soglia”, cercando in questo modo, con la tecnica alla Robin Hood, di risparmiare altri soldi. Come se chi ha più anni di servizio e guadagna un po’ di più dei colleghi non avesse lo stesso diritto a percepire l’aumento, almeno per sopperire all’avanzare dell’inflazione. Occorrono altri 200 milioni di euro che sommati alla cifra necessaria per non far perdere il bonus 80 euro salgono a 300 milioni”. Il problema, ribatte l’Anief, è che i soldi necessari sono molti ma molti di più: per uno stipendio medio di 31mila euro sinora sono stati stanziati appena 8 euro netti in media per il 2016 e 2017, più 40 euro a partire dal prossimo 1° gennaio.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Sono cifre ridicole, perché rispetto all’inflazione programmata nei dieci anni appena trascorsi, quando è rimasta bloccata anche l’indicizzazione dell’Indennità di vacanza contrattuale, i valori sono rispettivamente quindici e tre volte inferiori‎ all’aumento del costo della vita. A queste condizione, visto che nemmeno lontanamente si recupera l’inflazione, il contratto non può essere quindi firmato: per tali motivi, Anief rinnova l’invito ai sindacati maggiori a non prendere in considerazione certi tipi di proposte, assolutamente irricevibili e indegne per chi opera per la formazione dei giovani di un Paese moderno quale dovrebbe essere l’Italia. Ma ci rivolgiamo anche al personale, invitandolo a non subire certe ingiustizie e a contrastare con noi i mancati adeguamenti stipendiali.Il contratto, che doveva essere firmato, avrebbe dovuto prevedere aumenti dal 2018 di almeno 127 euro, considerando il tasso di inflazione programmata‎ registrato negli ultimi dieci anni. A cui aggiungere 2.654 euro netti di arretrati. È per questo che si stanno profilando un rimborso e un aumento davvero ridicoli, senza contare che mancano le quattro mensilità del 2015. Per tali motivi, l’Anief diffida gli altri sindacati dalla firma.

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Aumenti in busta paga: solo chiacchiere e propaganda

Posted by fidest press agency su sabato, 25 novembre 2017

soldi e casa“Aumenti in busta paga a gennaio? Nulla di più falso. Sono solo chiacchiere e propaganda. Ed è oltraggioso, oltretutto, che si voglia far passare il messaggio che ottenere o meno gli aumenti dipenda dalla volontà del Sindacato di trovare un ‘accordo’. E’ scandaloso. Aspettiamo invano da mesi uno straccio di convocazione per discutere di un rinnovo doveroso e non più rinviabile. E il Coisp non cederà mai a un ‘ricatto’ politico-mediatico che voglia indurci ad acconsentire a proposte che offendono la dignità e la professionalità dei poliziotti italiani”.
Domenico Pianese, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, commenta e contesta così le notizie comparse oggi sul Messaggero che scrive di aumenti e arretrati che potranno percepire polizia e carabinieri a gennaio in caso di firma dell’accordo entro il 2017. Forze armate e Corpi di polizia, è spiegato nell’articolo, strettamente parlando il contratto non lo firmano ma devono comunque raggiungere un’intesa, che si traduce poi in un provvedimento legislativo con il quale sono stabiliti gli aumenti. Le somme che complessivamente finiranno in busta paga con la prima mensilità del 2018, secondo quanto riportato dal giornale, si attesterebbero in media intorno ai 660 euro per i Corpi di polizia. Questo però, è ancora aggiunto, accadrà solo se l’accordo viene firmato entro il 2017. E quanto alle possibilità che l’intesa sia chiusa per gennaio, si evidenzia che ancora sul tavolo della trattativa c’è il nodo delle risorse per il salario accessorio, e si fa riferimento inoltre ai “malumori” registrati con la precedente vicenda del riordino delle carriere, rilevando inoltre come l’Esecutivo ritenga però di aver fatto uno sforzo significativo per il settore della sicurezza.
“E’ inutile tentare di mischiare le carte in tavola – precisa però Pianese -. La trattativa per il rinnovo contrattuale è stata solamente ‘aperta’ con un unico incontro a luglio e da allora siamo ancora in attesa di una nuova convocazione da parte del Governo che chiarisca quali sono le risorse che vuole destinare a tale scopo. Infatti, ad oggi, siamo fermi all’elemosina dei famosi 85 euro lordi mensili a regime, che si trasformano al massimo in 40 euro netti al mese, e quindi le notizie diffuse in proposito forse riguardano quanto dovrebbero percepire gli appartenenti alle forze di Polizia in un intero anno! Questo tipo di accordo il Coisp lo respinge al mittente, perché dopo otto anni di illegittimo blocco contrattuale ci aspettiamo una proposta che sia almeno analoga al contratto del 2009 e preveda la rivalutazione delle indennità operative e del lavoro straordinario. Non è accettabile poi – conclude il leader del Coisp – confondere il riordino delle carriere con il rinnovo contrattuale. Il riordino è un provvedimento necessario a efficientare il Sistema Sicurezza, che comunque donne e uomini delle forze di polizia continuano a mantenere in piedi in modo encomiabile, ed era atteso dal lontano 1995. Il rinnovo contrattuale è un dovere che lo Stato non può più eludere nel rispetto della professionalità e della dedizione degli operatori. Il Paese in questi anni ha chiesto, e continua a chiedere, sacrifici straordinari agli appartenenti alle Forze di polizia, quindi ci aspettiamo dal Governo che tutto ciò sia riconosciuto”. (foto: pianese)

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Imposte locali: Come te le aumento cercando di non farti capire niente. Il caso Tari

Posted by fidest press agency su venerdì, 17 novembre 2017

TassePer aumentare le imposte ci sono vari metodi, più o meno indolori per contribuente ed amministratore. L’aumento talvolta e’ necessario, ma non si puo’ escludere -da verificare caso per caso- che sia frutto dell’incapacita’ degli amministratori e/o delle loro mani bucate o delinquenziali. Quello che pero’ da’ un colpo all’integrita’ del sistema e della sua credibilita’ e’ l’arroganza degli amministratori. Ultimo, il caso Tari, imposta sui rifiuti per calcolare la quale alcuni Comuni hanno strafatto e sono stati beccati dallo stesso ministero. Quindi, coda nelle gambe, si stanno mestamente -magari anche scusandosi, afflato politico di qualcuno in buona fede- a rimediare dando i rimborsi del caso e, magari, anche qualche danno che hanno provocato? A noi di Aduc ci piace vivere nel Paese delle meraviglie di Alice e vogliamo crederlo, ma sembra che non ci venga consentito.L’Anci (l’associazione dei Comuni) per i rimborsi, si fa avanti: “.. abbiamo bisogno di una norma o una circolare che autorizzi i Sindaci a pagare direttamente i rimborsi…”. Domanda: Perche’? Quando i Comuni devono imporre in piu’, non prendono iniziative da soli, che dopo -magari- gli vengono anche bocciate da qualche Tar, ma nel frattempo hanno prelevato e chissa’ quando restituiscono? Ora invece, dovendo rimborsare per un loro palese “errore”, hanno bisogno della circolare dello Stato centrale. Qualcosa non ci torna.Ma non basta.L’Anci guarda anche al futuro: “…inevitabilmente quel costo dovrà essere ripartito tra i contribuenti….”. Quindi: gli servono piu’ soldi, finora li hanno presi come hanno potuto, violando la legge, ma non ci vogliono rinunciare. Poverini -potrebbe dire qualcuno- hanno sbagliato, ed ora stanno cercando di rimediare. Che strana amministrazione: quando il contribuente sbaglia, per rimediare deve sempre pagare anche le penali; quando invece a sbagliare e’ l’amministrazione, per restituire ha bisogno che il creditore spenda soldi (ricorsi, etc.) per farsi ridare il maltolto (forse nel nostro caso ci sara’ la circolare… la vogliamo vedere! E comunque i costi in piu’ per il contribuente non ci possono non essere); non solo, ma alla fine il maltolto viene legalizzato e ritorna in altro modo. Non era piu’ semplice dire: quanto incassiamo dal servizio di nettezza non copre le spese, abbiamo bisogno di piu’ soldi e percio’ -siccome lo possiamo fare- aumentiamo le imposte nel rispetto della legge? No, in questo modo verrebbe applicata la semplicita’, la schiettezza, la franchezza, la trasparenza… ma sembra che siano altrove, probabilmente perche’ sono convinti che in questo modo perderebbero voti, e quindi, meglio cercare di prendere i soldi violando la legge, e se si viene scoperti… rilanciare la responsabilita’ degli aumenti sullo Stato centrale cattivo. E poi ci si lamenta che i contribuenti, appena possono, cercano di fregare l’amministrazione.(Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Dirigenti scolastici, ma quale aumento di 400 euro netti al mese? Sono appena 160 e pure a rate

Posted by fidest press agency su domenica, 5 novembre 2017

ministero-pubblica-istruzioneUdir ha verificato che le tanto strombazzate risorse aggiuntive previste dalla Legge di Stabilità portano realmente ad un aumento intorno ai 400 euro netti mensili. Peccato che, a fronte di tale aumento della retribuzione fissa, sia anche prevista una forte diminuzione della retribuzione variabile ed accessoria. Ciò per effetto da una parte dei tagli del Fondo unico nazionale degli ultimi anni, dall’altra parte per l’aumento numerico di dirigenti scolastici in servizio che verranno assunti – con ogni probabilità dal 2019 – a seguito del prossimo concorso: dovendo dividere la stessa somma per più capi d’istituto, la “fetta” che spetterà ad ognuno è destinata infatti a rimpicciolirsi.Conteggi alla mano, nel 2015, in base all’Atto di Indirizzo, i dirigenti di Università e Ricerca guadagnavano 96.216,56 euro l’anno, a fronte dei 57.893,28 euro dei Dirigenti Scolastici: la sperequazione è quindi pari a 38.323,28 euro annui, ovvero 2.947,94 al mese.Marcello Pacifico (Udir): Per parlare di vera equiparazione agli altri dirigenti pubblici della medesima area servirebbero ben altri finanziamenti. Non ci sembra proprio il caso di fare salti di gioia. Inoltre, i soldi della Legge di Stabilità arriveranno a tappe, con intervalli di tempo molto lunghi: a partire dal 2018 per arrivare al 2021. In pratica, i Dirigenti Scolastici faranno due contratti in uno. La domanda che poniamo pubblicamente, anche agli altri sindacati, è: vale la pena giocarsi il contratto 2019/2022 per 160 euro al mese?

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Scuola: Contratto, aumento farsa

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 settembre 2017

ministero-finanzeIl finanziamento pubblico è contenuto nella Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza che preannuncia la Legge di Bilancio 2018: se si divide la quota stanziata per i 3,1 milioni di dipendenti e dirigenti pubblici, la cifra copre appena 516,12 euro all’anno per il triennio di vacanza contrattuale i cui valori dell’indennità non sono stati ancora adeguati al 50 per cento del costo dell’inflazione registrata dal 2008.Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Siamo molto al di sotto rispetto ai 12 miliardi che servivano per adeguare le buste paga dei lavoratori statali, ferme da oltre otto anni, sia all’inflazione, cresciuta nel frattempo di oltre 14 punti percentuali, sia a quelle che vengono percepite da colleghi che svolgono le stesse mansioni in altri comparti lavorativi. Da quando il contratto è sbloccato, ormai da oltre due anni, la cifra doveva provvedere agli aumenti e a riallineare l’inflazione all’aumento del costo della vita intercorso tra il 2008 e il 2015, al 5 per cento. Non sono spiccioli, ma oltre 100 euro a dipendente, a cui va aggiunta una cifra analoga per gli aumenti effettivi. Ciò non è avvenuto. Addirittura per il Mef, la quota di vacanza contrattuale dovrebbe rimanere congelata fino al 2021. È per questo motivo che abbiamo predisposto un ricorso specifico per recuperare l’intero maltolto.
Chi volesse ricorrere contro questo aumento-farsa, può pertanto scaricareformale diffida al Miur, bloccando in tal modo anche la prescrizione, sempre in attesa dell’esito del giudizio della Consulta: l’obiettivo è recuperare il 7% dello stipendio da settembre 2015, come già confermato dalla Corte Costituzionale. Appare invece inutile ricorrere contro il blocco del contratto dopo la sentenza della Consulta.

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Aumenti nascosti e diritti dei consumatori

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 agosto 2017

Come introdurre un aumento, anche consistente, di un prodotto o di un servizio senza dichiararlo? Le compagnie di telefonia, sia mobile che fissa, e non ultima Sky hanno trovato l’escamotage del cambio di fatturazione, aggiungendo una mensilità al conto annuo, con un ricarico dell’8,6% a danno dei consumatori. L’Adoc, che da tempo ha denunciato le anomalie legate al cambio di data della fatturazione, chiede che ci sia un intervento normativo sia a livello nazionale che europeo, per assicurare al consumatore le giuste tutele e fermare questo trend degli aumenti nascosti. “Molte delle compagnie di telefonia e non ultima Sky hanno nascosto aumenti del proprio canone, nell’ordine dell’8,6%, difficili da far digerire ai consumatori, dietro cambi della periodicità di fatturazione. È una prassi che penalizza gli utenti, ai limiti della pubblicità ingannevole – dichiara Roberto Tascini, Presidente dell’Adoc – non siamo contrari ad un mero cambio di calcolo della fatturazione, ma questa modifica dovrebbe prevedere una riproporzione delle precedenti condizioni economiche. Ovvero, che anche con il passaggio a 13 mensilità il consumatore non deve subire variazioni dei costi sostenuti. Inoltre, il cambio di fatturazione pone due spinose questioni. La prima riguarda il pagamento con RID: i pagamenti con addebito bancario hanno cadenza mensile solare, per cui il cambio di calcolo della fatturazione a 28 giorni provocherà uno sfalsamento tra tempistiche del RID e della bolletta, con possibile insorgenza di uno scoperto bancario, con eventuale morosità o di errori di calcolo delle spese. La seconda concerne il diritto alla libera scelta e alla comparazione: la diversa cadenza di fatturazione tra operatori mina la tutela della trasparenza e della comparabilità delle condizioni economiche tra le offerte. Per questo chiediamo sia al Governo che all’Unione Europea di affrontare seriamente e concretamente il problema, intervenendo a livello normativo per bloccare queste pratiche commerciali, a nostro avviso, scorrette.” Un’ulteriore forma di aumento nascosto è la cosiddetta shrinkflation. Nel Regno Unito oltre 2.500 prodotti negli ultimi 5 anni hanno subito variazioni di dimensione o peso per essere venduti allo stesso prezzo. “La shrinkflation è quel fenomeno per cui le dimensioni di prodotti di largo consumo vengono ridotte ma il prezzo rimane invariato o, addirittura, aumentato – prosegue Tascini – tutto ciò sotto gli occhi del consumatore, che non può rendersi conto delle variazioni minime apportate e che quindi paga di più per avere di meno. A nostro avviso la riduzione delle dimensioni dei prodotti venduti mantenendo lo stesso prezzo è solo un modo subdolo per nascondere un aumento dei costi a danno dei consumatori visto che molto difficilmente si potrà
notare il cambiamento. In Italia, al momento, non esiste ancora uno studio in merito ma sarebbe opportuno che Istat e Antitrust comincino ad analizzare tale fenomeno, che causa un danno notevole, sia dal punto di vista economico che di fiducia, al consumatore.”

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Scuola: Nuovo anno, la Ministra predica bene ma servono aumenti e organici veri

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 agosto 2017

valeria-fedeliIl sindacato accoglie con favore le dichiarazioni odierne della Fedeli sull’intenzione di ottenere risorse aggiuntive per il rinnovo contrattuale, rivedere il sistema premiale, ridurre il precariato, sbloccare gli scatti e adeguare gli stipendi dei presidi a quelli degli altri dirigenti pubblici: sono punti condivisibili, ma a patto che si traducano in fatti concreti che superino i troppi scogli oggi ancora presenti. Marcello Pacifico (Anief-Cisal-Confedir): I dipendenti della scuola con gli auguri della Fedeli non fanno la spesa. Perché il loro stipendio negli ultimi dieci anni ha perso il 20%: i Governi non si sono limitati a bloccare i contratti, ma anche a congelare quell’indennità di vacanza contrattuale che avrebbe permesso di tenere botta almeno all’inflazione. Prima di pensare al merito, vanno riallineate le buste paga. E non con gli 85 euro lordi accordati, ma 210 euro mensili netti. Capitolo supplenti: l’anno prenderà il via con un posto da docente su otto affidato a incaricati annuali. Inoltre, un posto su tre delle 52mila assunzioni che si sarebbero dovute effettuare quest’anno andranno persi, sia per il mancato spostamento nelle GaE di chi sta in seconda fascia d’istituto, sia per la severità delle commissioni del concorso. Non dimentichiamo il personale Ata, per il quale si sono accordate solo la metà dei posti del turn over, con decine di migliaia di posti mascherati, come per i docenti, sull’organico di fatto anziché in quello di diritto, e le segreterie ingolfate dal lavoro-extra prodotto dal decreto vaccini. Sugli scatti, va trovato il modo per reintrodurre il primo scaglione, cancellato con il consenso degli altri sindacati: come pure va ricordata la posizione dei tribunali, favorevoli all’assegnazione anche al personale precario. Per i dirigenti scolastici è terminato il tempo degli annunci: occorre assegnare un Fun adeguato, introdurre la Ria pure a favore degli assunti dopo 2001, raddoppiare lo stipendio tabellare. Ci sono 2mila dirigenze scoperte, per colpa del Miur che continua ad annunciare il concorso ma poi non lo bandisce.

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Nel 2017 l’aumento delle retribuzioni reali in Italia sarà pari all’1% prevista un’ulteriore crescita nel 2018

Posted by fidest press agency su venerdì, 4 agosto 2017

stipendi docentiSecondo una recente ricerca di Willis Towers Watson, i dipendenti italiani, nell’anno in corso, stanno registrando un aumento medio delle retribuzioni dell’1% in termini reali (2,5% la variazione in busta paga depurata dell’1,5% del tasso d’inflazione). Le previsioni per il 2018 sono però più ottimistiche, con un aumento in termini reali dell’1,7% (2,5% la variazione in busta paga, 0,8% il tasso di inflazione previsto)
Per il 2017, il dato corretto dell’inflazione è in linea con la media degli altri paesi d’Europa, dove però gli aumenti salariali (2,7%) e il tasso di inflazione (1,7%) sono più alti. Il dato irlandese è il più elevato fra quelli dell’Europa Occidentale (+1,9%). Decisamente inferiori le percentuali di Regno Unito (0,1%), Francia (1,1%), Germania (1,2%), Paesi Bassi (1%), Spagna (0%) e Portogallo (0,8%). La Romania, con una crescita reale media del 3,3% delle retribuzioni è il paese dell’Unione Europea che presenta il dato più elevato.Le previsioni di un rallentamento del tasso d’inflazione in Italia per il 2018 (+0,8%) porteranno, come detto, un aumento effettivo dell’1,7%, dato che è quasi il doppio di quello previsto per i paesi UE (+0,9%).Rodolfo Monni, Responsabile indagini retributive di Willis Towers Watson: “Nel 2017 l’aumento medio delle retribuzioni è rimasto stabile ma è aumentata l’inflazione; le prospettive per il 2018 indicano la possibilità di un’inversione di tendenza con un calo della pressione esercitata dalla crescita dei prezzi che potrebbe aumentare le reali disponibilità di spesa dei dipendenti”. Prosegue Monni: “In generale, nel mercato del lavoro dei paesi dell’Unione Europea, le retribuzioni effettive del 2017 sono ancora in crescita, ma l’aumento dell’inflazione impatta su questi aumenti rendendoli meno significativi rispetto al 2016. Ad esempio, quest’anno, l’82% dei paesi dell’UE28 sarà caratterizzato da aumenti delle retribuzioni in linea con l’aumento dell’anno precedente. Tuttavia, tenendo conto della crescente inflazione, non esistono paesi con un aumento effettivo dei salari superiore o in linea rispetto all’anno precedente. L’aumento medio dei livelli retributivi reali dell’UE28 è ora dello 0,9%: una netta diminuzione rispetto al 2,6% nel 2016. Nel 2018 l’inflazione resterà un fattore da considerare e, in Europa, il quadro delle retribuzioni subirà delle piccole modifiche. Mentre nel 2018 quasi tutti i paesi dell’EU28 registreranno un aumento, solo 11 paesi vedranno una crescita più alta rispetto al 2017”.

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Migranti: aumentano gli sbarchi

Posted by fidest press agency su sabato, 15 luglio 2017

migranti1“A giugno sono stati 24.800 gli arrivi di migranti in Italia lungo la rotta del Mediterraneo Centrale, con un aumento dell’8% rispetto al livello del mese precedente. Nei primi sei mesi del 2017 sono stati 85.000 gli arrivi nel nostro Paese, con un aumento del 21% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Questi gli ultimi allarmanti dati forniti da Frontex. Da notizie di stampa apprendiamo che in questo momento nel Mediterraneo ci sono 10 navi che si stanno dirigendo verso i porti italiani, con a bordo oltre 7.300 migranti salvati negli ultimi giorni al largo della Libia. L’arrivo delle navi, a seconda del porto di destinazione, è previsto tra oggi e la giornata di sabato. Al momento, gli scali indicati sono Corigliano Calabro e Vibo Valentia in Calabria, Bari e Brindisi in Puglia, Porto Empedocle e Catania in Sicilia, Salerno in Campania”.Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.“Continua l’invasione e il governo, inerte, non accenna ad avere una reazione degna di questo nome.Gentiloni incontra Merkel e Macron portando a casa qualche pacca sulle spalle. Minniti vola a Tripoli per incontrare ministri e sindaci libici. I paesi partner in Europa continuano a propagandare il loro niet ad una condivisione degli sbarchi di questi disperati. L’Unione europea ci promette qualche spicciolo per comprare il nostro silenzio.Basta. Il governo italiano deve reagire. Chiudiamo i nostri porti, usciamo da Triton e apriamo una crisi a livello internazionale. L’Immobilismo di questi giorni e di queste settimane non è più accettabile”.

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Rinnovo contratto P.A.: Mancano soldi per gli aumenti

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

Marianna_MadiaE’ stato confermato che la ministra della P.A., Marianna Madia, spinge per scatti più generosi per i dipendenti che hanno guadagni più bassi e viceversa, con l’obiettivo di ridurre la forbice tra le retribuzioni, considerando che ‘lo scarto oggi sfiora i 200mila euro’. Il vero obiettivo, però, è un altro: trovare una scusante per assegnare aumenti ridotti – quindi meno degli 85 euro lordi al mese – a una bella fetta di dipendenti pubblici. Il nuovo modello di aumenti contrattuali, di cui l’Anief aveva dato notizia oltre sei mesi fa, si basa su un meccanismo alla ‘Robin Hood’, calibrato all’interno delle fasce retributive, cinque o sei, di ogni comparto, in modo da garantire incrementi per tutti, seppure graduati (di più a chi ha meno), in base a parametri certi. La prossima settimana riprenderanno gli incontri all’Aran, ma non ci scosterà molto da tale modello.
Marcello Pacifico (Anief-Cisal): i dipendenti pubblici sono i più penalizzati da un ‘datore di lavoro’ che li ha lasciati allo stipendio di otto anni fa. Nell’istruzione pubblica, dove il blocco perdura da nove, oggi abbiamo dei lavoratori, come i collaboratori scolastici, che dopo 14 anni di lavoro percepiscono 1.080,42 euro al mese. Che fanno poco più di 20mila euro l’anno: così poco da far vestire loro la maglia nera di tutta la Pubblica amministrazione in fatto di stipendi. Ma anche i docenti non vanno meglio, visto che sono tra i meno pagati dell’Area Ocse. Se l’Esecutivo alla guida del Paese avesse davvero voluto andare loro incontro, il dipendente pubblico oggi dovrebbe avere lo stesso 20% in più nel settennio concesso ai colleghi metalmeccanici a fine 2016: a fronte di uno stipendio medio di 1.500 euro, fanno 300 euro a lavoratore. Invece, ci troviamo ancora una volta costretti a invitare i lavoratori a rivolgersi al giudice. Per tali motivi, Anief ha deciso di anticipare i tempi mettendo a disposizione dei lavoratori i modelli di diffida, anche per il recupero totale degli arretrati.

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Mutui: aumentano dell’11,5% gli importi erogati

Posted by fidest press agency su domenica, 25 giugno 2017

House Of Model With Coins On Wooden TableContinua il trend di crescita degli importi richiesti dai mutuatari e quelli erogati loro dalle banche; è questo il primo dato importante che emerge dall’Osservatorio realizzato da Facile.it e Mutui.it che evidenzia come, a maggio 2017, l’importo medio richiesto in Italia sia stato pari a 131.112 euro, in aumento del 2,25% rispetto a dodici mesi prima.
L’analisi, realizzata su un campione di oltre 15.000 domande di finanziamento, ha registrato soprattutto un significativo aumento delle somme erogate dalle banche (+11,57%) che ha portato i valori concessi, mediamente, a 125.898 euro.
«La crescita dell’erogato medio», ha commentato Ivano Cresto, responsabile mutui di Facile.it, «è un innegabile segnale di maggiore disponibilità da parte degli istituti anche se, a ben guardare, i valori sembrano rallentare nel corso dei mesi; nell’ultimo semestre l’erogato è cresciuto dell’1,91%, nel trimestre dell’1,79%.»
Il tasso fisso perde terreno Con i tassi di interesse ancora a valori piuttosto bassi, il mutuo a tasso fisso rimane di gran lunga quello preferito dagli italiani anche se, complici i segnali di ripresa mostrati dall’Irs – quello a 20 anni è passato dall’1.25 di dicembre 2016 all’1.39 di maggio 2017 – diminuisce la percentuale di italiani che opta per questa formula; se a dicembre 2016 era l’83% dei richiedenti, a maggio 2017 la percentuale è scesa al 70%, valore comunque maggiore rispetto a quello di un anno fa, quando a chiedere il tasso fisso era il 67%.La richiesta di mutui a tasso variabile, aumentando di 12 punti percentuali negli ultimi sei mesi, passa dal 14% di dicembre 2016 al 26% di maggio 2017.
Il Loan to Value cresce, soprattutto negli erogati. Guardando al rapporto tra valore dell’immobile e importo del mutuo richiesto, la domanda degli italiani a maggio 2017 rimane poco sotto il 60%, in leggero aumento sia nel trimestre (+0,99%), sia nel semestre (+1,07%) e sia nell’anno (+1,90%).
Incremento più importante, invece, nel rapporto tra il valore dell’immobile e l’importo effettivamente erogato dalle banche; a maggio 2017 gli istituti hanno finanziato in media il 57,22% del valore, in crescita di oltre 6 punti percentuali rispetto all’anno precedente (era 50,77% a maggio 2016) anche se, negli ultimi mesi, l’atteggiamento è stato più cauto, con incrementi meno incisivi (+1,37% nel semestre e +1,86% nel trimestre). Invariate, da oltre un anno, sia la durata media del piano di restituzione (22 anni), sia l’età del richiedente tipo (40 anni).
mutui1Facile.it ha monitorato anche l’andamento dei mutui prima casa registrando un aumento dell’importo medio richiesto con questa finalità, che a maggio 2017 è stato di 141.334 euro, il 4,02% in più rispetto a un anno fa.
Più importante, invece, è l’aumento delle somme erogate dalle banche per l’acquisto della prima casa; se a maggio 2016 gli istituti di credito hanno concesso importi medi pari a 118.189 euro (loan to value 56,90%), a maggio 2017 l’erogato è cresciuto del 9,76% toccando quota 129.719 euro (loan to value 62,47%).Anche per i mutui prima casa rimangono sostanzialmente identici l’età media dei richiedenti (38 anni, uno in meno rispetto a maggio 2016) e i tempi di restituzione (24 anni, erano 23). Ultimo dato interessante che emerge dall’Osservatorio è legato alle surroghe erogate che, nel corso dell’anno hanno avuto un trend altalenante; se rispetto a dodici mesi fa queste sono aumentate del 16,90%, nell’ultimo periodo l’andamento si è invertito, con una diminuzione del 12,63% nel trimestre marzo – maggio 2017. (foto: mutui)

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Rischio aumenti per utenze elettriche?

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 giugno 2017

energia-elettrica“Il Gruppo Forza Italia della Camera dei deputati ha presentato un emendamento al ddl concorrenza per a modificare le disposizioni approvate dal Senato che segnano la fine del mercato tutelato nel settore dell’energia elettrica a decorrere dal 1° luglio 2019”.
Lo scrive su Facebook Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia a Montecitorio.
“Il testo attuale dispone che i clienti del servizio di maggior tutela entro quella data dovranno passare a una delle offerte di mercato libero dei vari operatori, ma per tutti quei clienti che non eserciteranno l’opzione per inesperienza o semplice dimenticanza, sarà garantito un servizio di salvaguardia – che ha costi più cari – ‘attraverso procedure concorsuali per aree territoriali e a condizioni che incentivino il passaggio al mercato libero’: questo significa che, come denunciato da molteplici associazioni di consumatori, i prezzi per gli utenti (parliamo di 20 milioni di famiglie) aumenteranno.I consumatori che non hanno scelto un fornitore (anche perché magari non hanno gli strumenti tecnologici o culturali per sceglierne uno online al giusto prezzo) verranno quindi ‘impacchettati’ e messi all’asta, ad un prezzo comunque più alto di quello che si trova sul libero mercato (che, per inciso, già oggi ha prezzi più elevati).
Dato che il volume d’affari ipotizzato per i servizi elettrici forniti a coloro che non eserciteranno l’opzione per il mercato libero è pari almeno a 500 milioni di euro, sarebbe interessante comprendere dal governo la ratio di tale scelta, e quali idee abbia lo stesso esecutivo per la disciplina dello svolgimento delle aste e dei potenziali partecipanti.
Non vorremmo infatti che questa norma si trasformi in un’operazione di mercato che il governo mette in piedi solo a beneficio di alcune aziende (dato che – ad esempio – le utilities legate ai territori e la stessa Enel hanno espresso forti perplessità), procurando una redistribuzione di rendite che nulla a che vedere con la liberalizzazione, e che rischia di rivelarsi un vero e proprio boomerang per i cittadini consumatori, oltre che determinare esuberi non indifferenti tra gli occupati nelle aziende che oggi erogano il servizio di maggior tutela”.

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Mercato elettrico: Rischio aumenti dal 20 al 30%

Posted by fidest press agency su domenica, 16 aprile 2017

energia-elettricaIl ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda ha dichiarato oggi, in risposta a Matteo Orfini, che la fine della maggior tutela nel mercato elettrico è una cosa da gestire con grandissima prudenza perché riguarda 23 milioni di consumatori e proprio per questo ha fatto inserire una nuova data di entrata in vigore.
“Non basta. Il punto va tolto. Anche se giugno 2019 è certo meglio del 2018, non è accettabile che il libero mercato si faccia sulle tasche e sulla pelle di 23 milioni di consumatori. L’articolo va soppresso definitivamente. E’ il principio che è sbagliato! Prima si creano le condizioni per un’effettiva concorrenza e poi si elimina il mercato tutelato, non viceversa!” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
“Inoltre, va tolta la condizione capestro, secondo la quale chi non sceglierà nel frattempo il nuovo fornitore del mercato libero, finirà nel servizio di salvaguardia, pagando così il 20/30% in più rispetto a quanto paga finora. Un sopruso bello e buono!” conclude Dona.

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Mutui: aumentano del 6,22% gli importi erogati

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 marzo 2017

mutuiTornano a salire gli importi richiesti dai mutuatari e quelli erogati loro dalle banche; è questa la prima e più importante evidenza emersa dall’Osservatorio congiunto Facile.it – Mutui.it relativo ai mutui italiani nel periodo febbraio 2016 – febbraio 2017. (https://www.facile.it/mutui.html). Nello scorso mese la richiesta media di mutui in Italia, si legge nell’analisi condotta su un campione di oltre 13.000 pratiche, è stata pari a 134.900 euro, vale a dire il 7,35% in più rispetto ai valori registrati dodici mesi prima. L’incremento, però, sembra in qualche modo aver rallentato col passare del tempo visto che se si ferma l’analisi ai sei mesi l’aumento è pari al 5,34% e, nei tre mesi scorsi, al 4,21%.
All’aumento degli importi richiesti corrisponde anche quello nelle somme erogate dalle banche, anche se in questo senso la crescita è inferiore e, di conseguenza, si crea un certo scollamento fra quanto gli aspiranti mutuatari vorrebbero ricevere e quanto effettivamente ottengono; a febbraio 2017 l’erogato medio è stato pari a 121.039 euro, equivalente al 6,22% in più rispetto ad un anno fa. Considerando ancora una volta i valori in ottica semestrale e trimestrale vediamo come, nei sei mesi, la crescita ci sia effettivamente stata, sia pure in maniera più contenuta (+1,85%), mentre nell’ultimo trimestre le banche sembrano aver scelto una linea di maggior cautela e gli importi erogati si siano ridotti, da dicembre 2016, del 2,13%.
Con gli indici di riferimento ai valori più bassi di sempre, moltissimi italiani cercano di garantirsi per tutta la durata del mutuo le migliori condizioni possibili e, quindi, scelgono in massa il tasso fisso, cui sono indicizzati il 77% dei mutui richiesti a febbraio 2017; eppure qualcosa sembra cambiare all’orizzonte e, nel periodo compreso fra il 01 dicembre 2016 ed il 28 febbraio 2017, il tasso variabile torna a crescere guadagnando oltre 4 punti percentuali (+4,32%).
A spiegare il fenomeno è Ivano Cresto, responsabile della Business Unit mutui di Facile.it: «La percentuale di nuovi mutuatari che sceglie il tasso fisso è in leggera discesa rispetto a fine 2016 perché, nonostante ci siano ancora sul mercato delle offerte a tasso fisso molto competitive, l’aumento degli IRS degli ultimi mesi sta spingendo alcuni nuovi mutuatari ad orientarsi verso mutui1altre soluzioni più convenienti sul breve periodo, come i tassi variabili, ma anche quelli misti che consentono una maggiore flessibilità e capacità di godere delle variazioni di mercato».
Guardando al rapporto fra valore dell’immobile e importo del mutuo, se da un lato gli italiani continuano a tarare le proprie richieste su importi che sono pari a poco meno del 60% del prezzo della casa oggetto della compravendita, le banche ridimensionano le aspettative e finanziano in media il 53% del valore (era quasi il 56%) a dicembre, ma rimangono comunque anch’esse stabilmente al di sopra della soglia psicologica del 50%. Invariate, ormai da un anno, sia la durata media del piano di restituzione (22 anni), sia l’età del richiedente tipo (40 anni).Se a febbraio chi ha sottoscritto una richiesta di finanziamento per comprare la sua prima casa puntava ad ottenere appena meno di 143.000 euro (142.826, +8,85% rispetto all’anno prima), le banche hanno comunque scelto di essere più generose rispetto a febbraio 2016, concedendo mediamente 125.250 euro (+9,18%), ma notevolmente più parche in confronto ai valori di dicembre 2016, quando concedevano in media 136.100 euro, vale a dire l’8% in più.
Anche per i mutui prima casa rimangono sostanzialmente identici sia l’età media dei richiedenti (38 anni, uno in meno rispetto al febbraio 2016) e i tempi di restituzione del mutuo (24 anni, erano 23 dodici mesi fa). (foto: mutui)

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Istat: inflazione a gennaio al top da tre anni e mezzo

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 febbraio 2017

istatSecondo i dati definitivi di gennaio resi noti oggi dall’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un rialzo dello 1% su base annua, il valore maggiore da 3 anni e mezzo.
“Il rialzo dell’inflazione all’1% significa, per una coppia con due figli, la classica famiglia italiana, avere una maggior spesa annua di 380 euro. Una cifra che non tutti possono permettersi di sborsare” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.
Secondo i calcoli dell’associazione, infatti, se l’incremento dei prezzi dell’1% significa pagare, in termini di aumento del costo della vita, per l’inesistente famiglia media Istat da 2,4 componenti, 300 euro in più nei dodici mesi, per la tradizionale famiglia con 2 figli significa sborsare 380 euro in più su base annua.
Per un coppia con 1 figlio, la maggior spesa è pari a 257 euro, 197 per un pensionato con più di 65 anni, 201 euro per un single con meno di 35 anni, 291 euro per una coppia senza figli con meno di 35 anni (cfr tabella n. 1).
L’Unione Nazionale Consumatori ha poi stilato la classifica delle città più care d’Italia. Nessun capoluogo di regione risulta in deflazione (cfr. tabella n. 2). In testa alla classifica delle città più care d’Italia, Bolzano, dove l’inflazione del 2,1% si traduce in una stangata per una famiglia di 4 persone, pari a 1136 euro su base annua. Segue Trieste, dove l’inflazione del 2,2% determina un aumento del costo della vita pari a 886 euro e Milano, dove il rialzo dei prezzi dell’1,4% comporta una maggior spesa annua di 719 euro.

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Ferrovie – Garofalo (Ap): “Aumenti ingiustificati e inaccettabili”

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 gennaio 2017

ferrovie“Dover pagare il treno il 35% in più per andare al lavoro è un dazio inaccettabile, soprattutto in un momento come questo”, lo dichiara l’onorevole Vincenzo Garofalo (Ap) vicepresidente della commissione Trasporti della Camera. “Sinceramente non si capisce – continua Garofalo – la ratio di questi aumenti dopo che si è deciso di puntare strategicamente sull’Alta velocità, realizzata con importanti investimenti dello Stato. Questo aumento contraddice anche la volontà dichiarata, per motivi ambientali e di salute pubblica, di incentivare l’uso del mezzo collettivo e disincentivare quello dell’automobile. Il primo strumento per raggiungere questo obiettivo, oltre all’efficienza dei collegamenti, è la politica tariffaria. Diventa difficile spiegare ai pendolari italiani giusti investimenti di Ferrovie dello Stato e le lungimiranti acquisizioni anche all’estero se queste si accompagnano con aumenti tariffari che lasciano il sospetto che siano fatte a carico e a danno degli utenti. Credo – conclude l’onorevole Garofalo – che Trenitalia sia ancora in tempo per riconsiderare gli aumenti degli abbonamenti per i pendolari”.

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