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Vaccini Covid, Report Aifa: 120 eventi avversi ogni 100mila dosi

Posted by fidest press agency su sabato, 23 ottobre 2021

Dall’avvio della vaccinazione anti-Covid in Italia, il 27 dicembre 2020, al 26 settembre scorso, per i quattro vaccini in uso, su un totale di 84.010.605 di dosi somministrate, sono state 101.110 le segnalazioni di sospetta reazione avversa al vaccino registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza, pari a 120 eventi segnalati ogni 100.000 dosi, di cui l’85,4% non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari. E’ quanto emerge dal nono Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19, pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Le segnalazioni gravi corrispondono al 14,4% del totale, con un tasso di 17 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate. Come riportato nei precedenti rapporti, indipendentemente dal vaccino, dalla dose e dalla tipologia di evento, la reazione – si legge nella nota Aifa – si è verificata nella maggior parte dei casi (76% circa) nella stessa giornata della vaccinazione o il giorno successivo e solo più raramente oltre le 48 ore. Comirnaty*, il vaccino di Pfizer/BioNTech – ricorda l’Aifa – è attualmente il più utilizzato nella campagna vaccinale italiana (71,2%), seguito da Vaxzevria* di AstraZeneca (14,5%), Spikevax* di Moderna(12,5%) e Covid-19 Vaccino Janssen (1,8%). In linea con i precedenti report, dunque, la distribuzione delle segnalazioni per tipologia di vaccino ricalca quella delle somministrazioni (Comirnaty 68%, Vaxzevria 22%, Spikevax 9%, Covid-19 vaccino Janssen 1%). Per tutti i vaccini, gli eventi avversi più segnalati sono febbre, stanchezza, cefalea, dolori muscolari/articolari, reazione locale o dolore in sede di iniezione, brividi e nausea. Quanto alla vaccinazione eterologa, ossia alle persone under 60 che dopo avere ricevuto Vaxzevria di AstraZeneca come prima dose hanno fatto la seconda con un vaccino a mRna, “sono pervenute 262 segnalazioni su un totale di 644.428 somministrazioni (la seconda dose ha riguardato nel 76% dei casi Comirnaty e nel 24% Spikevax) – indica l’Aifa – con un tasso di segnalazione di 40 ogni 100.000 dosi somministrate”. (fonte: farmacista33)

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Eventi avversi da farmaci

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 ottobre 2021

Si chiama cascata prescrittiva la sequenza di eventi in cui un effetto avverso ai farmaci viene erroneamente interpretato come un nuovo condizione medica, portando all’aggiunta di un altro farmaco, potenzialmente evitabile, per trattare la nuova condizione. Il concetto di cascata prescrittiva fa parte della problematica della politerapia inappropriata, fenomeno di cui non c’è sufficiente consapevolezza. In particolar modo, i pazienti con condizioni croniche e sindromi geriatriche che richiedono regimi farmacologici complessi sono a maggior rischio di politerapia problematica e inappropriata con un impatto sulla salute e il benessere al punto che alcuni eventi avversi gravi possono comportare il ricovero in ospedale. Molte cascate prescrittive potrebbero non essere riconosciute per lunghi periodi di tempo. Per esempio, se un paziente che assume un inibitore della colinesterasi per la gestione della demenza sviluppasse incontinenza urinaria e venisse trattato con un anticolinergico avrebbe un’accentuazione dei sintomi parkinsoniani, con conseguente prescrizione di ulteriori farmaci anti-Parkinson in aggiunta alla terapia in atto.Il concetto di cascata prescrittiva può anche essere ampliato allo sviluppo di nuove condizioni mediche che sono gestite con terapie da banco o integratori o dispositivi medici e con l’automedicazione. Ad esempio, dal trattamento con un inibitore della colinesterasi, che porta allo sviluppo di sintomi gastrointestinali e all’automedicazione con subsalicilato di bismuto da banco, allo sviluppo di bradicardia e in alcuni casi al successivo inserimento di un pacemaker. I pazienti anziani sembrano essere più disposti a sviluppare effetti avversi, come l’iponatriemia, effetti anticolinergici ed eventi cardiovascolari quando assumono antidepressivi, e tra questi anche fitoterapici, come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), o gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI). Queste manifestazioni possono essere coinvolte nell’interpretazione errata degli eventi avversi dei farmaci come nuove condizioni mediche. Pertanto, fondamentale è avere la migliore conoscenza possibile delle cascate prescrittive, soprattutto per valutare il rischio complessivo di danni indotti dai farmaci e/o fitoterapici nei nostri pazienti. Prima di iniziare una terapia farmacologica per trattare una nuova condizione medica, è necessario considerare se questa condizione potrebbe essere un evento avverso legato al farmaco. Fornire nuove prospettive sulla portata e l’adeguatezza del concetto di cascata prescrittiva è un passo importante nella descrizione delle cascate clinicamente rilevanti e nell’incoraggiare una pratica prescrittiva sicura. ByEugenia Gallo CERFIT, AOU Careggi, Firenze fonte: Farmacista33

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Scompenso cardiaco, la disfunzione diastolica aiuta a predire il rischio di eventi avversi e morte

Posted by fidest press agency su domenica, 16 Maggio 2021

Bergamo. Lo studio è stato di recente pubblicato su International Journal of Cardiology, una rivista scientifica influente in campo cardiovascolare. I risultati dello studio suggeriscono di aggiornare le linee guida che i cardiologi di tutto il mondo seguono per predire i ricoveri per scompenso cardiaco o il rischio di decesso nei pazienti con scompenso cardiaco, la seconda causa di morte in Italia ogni anno. Nel corso della vita, una persona su cinque è a rischio di sviluppare questa condizione cardiovascolare, che consiste nell’incapacità del cuore di pompare quantità di sangue sufficienti nell’organismo. Oggi gli specialisti cardiologi riescono a classificare, per ciascun paziente, una stima approssimativa della prognosi negli anni a venire, grazie ad algoritmi predittivi che si basano su alcuni parametri, i cosiddetti ‘score di rischio’ prognostico. Secondo questo studio, gli algoritmi andrebbero ora aggiornati, comprendendo la disfunzione diastolica, un parametro che può essere sempre rilevato dagli esami ecocardiografici di controllo. “Con i colleghi ricercatori di Boston abbiamo valutato la probabilità di eventi avversi, tenendo in considerazione i fattori di rischio usati nella pratica clinica, di 1.155 pazienti affetti da scompenso cardiaco a ridotta frazione di eiezione – ha spiegato Mauro Gori della Cardiologia del Papa Giovanni e ‘principal investigator’ dello studio -. I nostri dati dimostrano come proprio la disfunzione diastolica rappresenti il primo fattore da usare per stratificare il rischio di questi pazienti, meglio di quanto si possa fare con parametri di uso comune, quali i peptidi natriuretici. In tutti i sottogruppi, la disfunzione diastolica si è rivelata un grande fattore prognostico indipendente di scompenso cardiaco o decesso in pazienti con frazione di eiezione ridotta. Questo apre a una considerazione utile per noi specialisti. Va tenuto in considerazione questo dato quando si valutano le condizioni di un paziente per stabilire il programma terapeutico più efficace”. Lo studio è nato dal vivace rapporto di collaborazione scientifica tra l’ospedale di Bergamo ed i ricercatori del Dipartimento Cardiovascolare del Brigham and Women’s Hospital (BWH) di Boston, tra cui il direttore della Cardiologia non invasiva Scott David Solomon, professore alla Harvard Medical School. “Il Papa Giovanni è centro di riferimento per lo scompenso cardiaco in fase avanzata o acuta e per pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico, sia a funzione sistolica ridotta che preservata. Trattiamo i pazienti con terapie multifarmacologiche individualizzate, sistemi di assistenza respiratoria e/o di circolo, tecniche di ultrafiltrazione o di dialisi, terapia elettrica, impianti di assistenza ventricolare – ha sottolineato Michele Senni, direttore della Cardiologia e direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. Studi come questo hanno una ricaduta clinica immediata. Inseriremo infatti fin da subito nei nostri protocolli la misurazione della disfunzione diastolica come elemento da considerare per la definizione della prognosi e delle terapie per i nostri pazienti”. “Tra il nostro ospedale e quello di Boston è in atto da tempo una relazione che si basa sulla ricerca clinica in campo cardiovascolare e su esperienze di fellowship negli Stati Uniti di nostri medici specialisti – ha commentato Fabio Pezzoli, direttore sanitario dell’ASST Papa Giovanni XXIII -. E’ da collaborazioni come questa che scaturiscono risultati importanti per individuare le cure più efficaci per i nostri pazienti”. International Journal of Cardiology, “Combining diastolic dysfunction and natriuretic peptides to risk stratify patients with heart failure with reduced ejection fraction” Mauro Gori, Brian Claggett, Michele Senni, Dorit Knappe, Ann-Catherine Pouleur, Scott D. Solomon DOI: https://doi.org/10.1016/j.ijcard.2021.04.028

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Eventi avversi in pediatria: la frequenza resta alta

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 settembre 2018

La frequenza degli eventi avversi (EA), prevenibili in oltre metà dei casi, resta alta in pediatria, specie tra i bambini ricoverati negli ospedali universitari e tra quelli con malattie croniche. Ecco le conclusioni di uno studio pubblicato su Pediatrics e coordinato da David Stockwell, della Divisione di Medicina d’Urgenza al Dipartimento di Pediatria della George Washington University a Washington DC. «Sebbene un numero crescente di studi abbia dimostrato sostanziali riduzioni di alcuni tipi di eventi avversi negli ospedali, sembra che siano necessari ulteriori sforzi per ottenere miglioramenti nella sicurezza delle cure prestate ai bambini ospedalizzati» scrivono i ricercatori, che hanno analizzato 3.790 cartelle cliniche di pazienti dimessi da 16 ospedali pediatrici statunitensi tra il 2007 e il 2012. «Gli eventi avversi sono stati definiti come lesioni fisiche involontarie procurate da cure mediche, che hanno richiesto terapie o ricoveri aggiuntivi oppure che hanno portato alla morte il paziente» scrivono i ricercatori, che nel complesso hanno identificato 414 eventi avversi, di cui 210 prevenibili. Le infezioni ospedaliere sono risultate la causa più comune con 77 eventi avversi, seguite da complicanze a carico dei cateteri venosi (60 eventi avversi), danni gastrointestinali (49), danni respiratori (53) e altre cause (49). Il 12% degli eventi avversi è stato di particolare gravità: nell’1,2% dei casi si sono avuti danni permanenti, nel 10,1% dei casi il paziente è stato in pericolo di vita, e nello 0,7% il bambino è deceduto. «I tassi di eventi avversi non sono cambiati in modo significativo tra il 2007 e il 2012, secondo quanto emerge dall’analisi statistica corretta per potenziali fattori confondenti inclusi il tipo di ospedale, l’età, il genere, l’assicurazione e la presenza di patologie croniche» sottolinea Stockwell. E in un editoriale di commento Ricardo Quinonez, del Texas Children’s Hospital e Baylor College of Medicine di Houston, scrive: «Questi dati fanno riflettere. Dato che anche la migliore assistenza sanitaria può causare danni, sarebbe opportuno considerare esami e cure non necessarie come potenziali eventi avversi. Solo identificando tutte le possibili fonti di danno per il paziente possiamo sperare in un futuro in cui gli ospedali siano veramente sicuri». (fonte doctor33)

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Eventi avversi da farmaci, su Jama i dati Usa aggiornati

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 dicembre 2016

farmaciEventi avversi da farmaci, su Jama i dati Usa aggiornati Tra il 2013 e il 2014 la prevalenza negli Stati Uniti di accessi in pronto soccorso (Ps) dovuti a eventi avversi da farmaci è stata stimata in 4 casi su 1.000, e i farmaci più spesso parte in causa sono stati gli anticoagulanti, gli antibiotici, gli antidiabetici e gli analgesici oppioidi, secondo uno studio pubblicato su Jama e coordinato da Nadine Shehab dei Centers for Disease Control and Prevention. Per dipingere in modo accurato un quadro rappresentativo a livello nazionale sugli eventi avversi da farmaci i ricercatori hanno esaminato i dati relativi agli accessi in PS avvenuti nel periodo 2013-2014 confrontandoli con quelli osservati tra il 2005 e il 2006 in 58 dipartimenti di emergenza partecipanti al progetto National Electronic Injury Surveillance System-Cooperative Adverse Drug Event Surveillance.«Dall’analisi di 42.585 casi è emersa una prevalenza di visite in Ps per un evento avverso da farmaci del 4 per 1.000 nel 2013-2014, seguite nel 27% dei casi da un ricovero ospedaliero» scrivono i ricercatori, precisando che circa il 35% delle visite per eventi avversi si è verificato tra gli adulti età di 65 anni o più a fronte di una stima del 26% nel 2005-2006, con un tasso di ospedalizzazione maggiore nei più anziani (44%). Anticoagulanti, antibiotici e antidiabetici sono stati individuati come agenti responsabili dell’evento avverso nel 47% delle visite in Ps, con manifestazioni cliniche diverse: episodi emorragici per gli anticoagulanti, reazioni allergiche da moderate a gravi per gli antibiotici e ipoglicemie da moderate a gravi con sintomi neurologici per gli antidiabetici. «Rispetto al periodo tra il 2005 e il 2006, la percentuale di visite in PS per eventi avversi da anticoagulanti e antidiabetici è aumentata, a fronte di una diminuzione degli eventi avversi da antibiotici» riprende la ricercatrice, spiegando che tra i bambini di 5 anni o meno gli antibiotici sono i farmaci più comunemente implicati con un 56% dei casi. Gli antibatterici sono intesta alla classifica anche nella fascia di età fra 6 e 19 anni con il 32% dei casi, seguiti dagli antipsicotici con il 4,5% delle visite in Ps. «Tra gli adulti di 65 anni e oltre, quattro anticoagulanti ossia warfarin, enoxaparina, rivaroxaban e dabigatran oltre all’insulina e 4 antidiabetici orali erano tra i 15 farmaci più spesso in causa» aggiunge Shebab, sottolineando che la sorveglianza degli eventi avversi da farmaci in specifiche sottopopolazioni di persone, come per esempio i più giovani o i più anziani, può contribuire a migliorare la sicurezza prescrittiva e l’appropriatezza delle cure. E Chad Kessler, del Durham VA Medical Center in North Carolina, scrive in un editoriale di commento: «Serve una collaborazione multidisciplinare tra i vari operatori sanitari nell’ambito delle cure primarie, dell’assistenza farmaceutica e della medicina d’urgenza per costruire modelli di trattamento più sicuri, affrontando il problema delle reazioni avverse da farmaci in modo più sistematico e strutturato». (fonte: farmacista33)

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Bassi livelli di vitamina D e rischio di gravi eventi avversi

Posted by fidest press agency su martedì, 15 Maggio 2012

Vitamina D

Vitamina D (Photo credit: Manuel M. Ramos)

Uno studio della university of Washington, Seattle, conclude che la soglia di concentrazione di vitamina 25-(OH)D associata a un aumentato rischio di eventi clinici avversi gravi – frattura femorale, infarto miocardico, cancro o morte – è intorno a 50 nmol/L (20 ng/mL); tuttavia questo valore medio non deve essere considerato in maniera statica ma subisce variazioni stagionali. Nell’analisi sono stati considerati i dati di 1.621 pazienti, adulti di razza bianca, provenienti dal Cardiovascular Health Study, condotto negli Stati Uniti tra il 1992 e il 2006. Durante un periodo di follow-up della durata media di 11 anni, 1018 pazienti (il 63% del totale) sono stati colpiti da uno degli eventi che i ricercatori avevano deciso di controllare; nel dettaglio, si sono avute 137 fratture d’anca, 186 infarti del miocardio, 335 casi di tumore e 360 decessi. I ricercatori hanno verificato che l’associazione tra valori bassi nella concentrazione di 25-idrossicolecalciferolo ed eventi avversi subisce una variazione stagionale. Il rischio è risultato superiore del 24% in corrispondenza di una concentrazione inferiore a uno Z score specifico stagionale di -0,54; la corrispondente concentrazione specifica stagionale di 25-(OH)D in inverno, primavera, estate e autunno è stata rispettivamente di 43, 50, 61 e 55 nmol/L (ossia 17, 20, 24 e 22 ng/mL). In sintesi risulta che, nella valutazione del rischio, risulta più appropriato non considerare livelli fissi di 25-(OH)D ma valori variabili in funzione della stagione. Ann Intern Med, 2012; 156(9):627-34 (fonte doctornews33)

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