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“Un anno bizzarro di vincitori e vinti nella regione Asia Pacifico”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2021

(Giappone escluso)”, a cura di Soo Nam Ng. Se dovessimo riassumere l’andamento dei mercati azionari asiatici (Giappone escluso) nel 2020, potremmo dire che dopo le difficoltà, la volontà di vincere e l’ingegno umano hanno trionfato. Forse un’interpretazione troppo ottimistica per un anno come questo, viste tutte le sofferenze causate dal Covid-19 a livello mondiale, ma non così tanto inverosimile se per tirare le somme ci basiamo sulla performance dei mercati azionari. Verso fine marzo i mercati azionari hanno rapidamente toccato un punto di minimo, a poca distanza dall’annuncio della Cina sull’assenza di contagi locali per la prima volta dall’emergenza di Wuhan. Gli investitori asiatici hanno recepito la notizia come un importante segnale a conferma del fatto che la diffusione del virus poteva essere fermata. Per far fronte alla pandemia, gli Stati Uniti hanno adottato ingenti misure di stimolo monetario, il che ha aiutato gli istituti asiatici a fare altrettanto senza il timore di un grave indebolimento valutario. Queste mosse hanno riacceso l’ottimismo.
Con la svolta digitale delle attività aziendali e dei consumi, le tecnologie hardware e software hanno guadagnato terreno, accelerando tendenze già in atto prima della crisi. Il sottoindice del settore informatico ha quindi messo a segno una netta sovraperformance (cfr. Figura 1), permettendo agli indici azionari di Taiwan e Corea di registrare a loro volta ottimi risultati.
La solidità dell’ecosistema digitale della Cina, fortemente rappresentato nell’indice cinese, ha contribuito a sostenere il ritorno a una crescita economica positiva nel secondo trimestre, quando la produzione ha iniziato a riprendersi una volta messa sotto controllo la diffusione del virus. Pertanto, per l’intero 2020 la Cina dovrebbe evidenziare un’espansione del 2%, superando di un ampio margine i paesi sviluppati. Tuttavia, non tutte le economie asiatiche hanno risposto altrettanto bene. I paesi maggiormente dipendenti dal turismo, come la Thailandia, sono stati duramente penalizzati. India, Indonesia e Filippine hanno fatto fatica a tenere a bada i contagi, senza contare che non hanno potuto fare affidamento sui vantaggi di un ecosistema digitale solido, in grado tenere in piedi le attività commerciali nel momento in cui gli spostamenti erano necessariamente limitati.
L’amministrazione Trump ha portato avanti l’antagonismo nei confronti della Cina, arrivando a esercitare pressioni sugli alleati affinché smettessero di utilizzare attrezzature 5G di Huawei e adottando misure volte a limitare le catene di produzione di chip a semiconduttori e sistemi di fascia alta destinati alle società cinesi. Ciò ha spinto la Cina a raddoppiare gli sforzi verso l’autosufficienza della catena di approvvigionamento, specialmente nel campo dei componenti high-tech. Tutto questo rientra nella più ampia strategia della “doppia circolazione” della Cina, che intende aumentare la dipendenza dalla propria domanda interna per sostenere la crescita economica. Il paese intende inoltre promuovere il turismo locale e migliorare la qualità dei brand cinesi affinché possano competere con i beni di lusso esteri. È importante sottolineare che questo approccio non implica un allontanamento del paese dalle reti di scambi globali, come dimostra la firma a novembre del Partenariato economico generale regionale (RCEP) guidato dalla Cina con i 10 paesi del Sud-est asiatico, Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Pechino sta altresì valutando se aderire o meno all’Accordo globale e progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP), che ha sostituito il Partenariato Trans-Pacifico (TPP) in seguito al ritiro degli Stati Uniti sulla scia della strategia “America first” di Trump. La prospettiva di una ripresa post-Covid dovrebbe tradursi in ottime performance delle economie di tutto il mondo, con la crescita dell’Asia nuovamente ancorata alla Cina, dove i mercati e la Banca mondiale prevedono un’espansione del PIL reale di circa l’8%.1 In questo contesto, il 2021 dovrebbe essere un altro anno favorevole per le azioni, con performance settoriali meno polarizzate. I settori non tecnologici dovrebbero registrare una netta ripresa, ma anche le azioni delle società tecnologiche dovrebbero conseguire buoni risultati, in quanto temi come il 5G, l’intelligenza artificiale, i big data, i veicoli elettrici, il cloud computing, l’e-commerce e il video live-streaming godono ancora di un notevole slancio.

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Prospettive per il 2019 sui mercati azionari

Posted by fidest press agency su martedì, 4 dicembre 2018

LONDRA – Si tratta di 3 diversi outlook redatti da altrettanti gestori: Steve Frost, Kim Catechis e Zehrid Osmani, ognuno con un focus diverso (Europa, emergenti e mercati globali).
Crescita dell’Eurozona, Brexit, ciclo di rialzi della Fed, guerra commerciale, ritorno della volatilità: per gli investitori globali il 2018 ha portato con sé tante preoccupazioni che sembrano destinate a restare attuali anche nel 2019. Ecco cosa ne pensano tre gestori di alcune delle principali strategie azionarie di Martin Currie, affiliata Legg Mason: Steve Frost, co manager del Legg Mason Martin Currie GF European Absolute Alpha Fund; Kim Catechis, Head of Global Emerging Markets; Zehrid Osmani, Head of Global Long-Term Unconstrained.
Steve Frost: “Tanto pessimismo sui mercati europei. Forse troppo” Ci avviciniamo al 2019 in un modo molto diverso da quanto era avvenuto per il 2018. Dodici mesi fa, con i mercati globali ai massimi storici, le aspettative verso l’azionario europeo erano ottimistiche. In effetti, forse più ottimistiche di quanto ritenessimo opportuno. In questo momento c’è sicuramente un po’ più di realismo nelle aspettative sugli utili e sui prezzi delle azioni, anche a causa di un certo grado di incertezza da parte degli investitori.Le quattro preoccupazioni macro che si sono affacciate alla fine del 2018 saranno probabilmente ancora significative all’inizio del nuovo anno. Ci riferiamo al rialzo dei tassi da parte della Fed; al rallentamento dell’economia cinese causato dai dazi statunitensi; all’insistenza del governo italiano per lo sforamento del deficit, con conseguente aumento dei tassi di interesse a livelli potenzialmente insostenibili; infine, alla Brexit, giunta ad una fase cruciale.Detto questo, l’impatto negativo di un euro più forte è ormai superato, e il successivo aggiustamento dovrebbe continuare ad essere un fattore favorevole per i profitti e per la competitività almeno nella prima metà del 2019. L’inflazione europea si situa ampiamente all’interno del range obiettivo, il che dovrebbe a breve stimolare la fine dell’era dei tassi negativi, con un chiaro beneficio per le banche.Ci saranno anche altre aree che presenteranno buone opportunità. Nello specifico, nei prossimi dodici mesi dovrebbe assistere ad un rimbalzo nel ciclo del settore delle tecnologie hardware; anche il settore automobilistico sembra vicino alla fine dei problemi legati alle emissioni che ne hanno distorto notevolmente i risultati per quest’anno. In termini di posizionamento degli investitori, molto dipenderà dai dati economici che vedremo arrivare all’inizio dell’anno. Certamente i mercati prezzano al momento una generosa dose di pessimismo, quindi ci sembra corretto dire che i mercati europei, andando verso il 2019, siano convenienti, anche se avranno bisogno di una spinta dalla crescita economica.
Kim Catechis: “Guerra commerciale potrebbe essere alle ultime battute” Mi aspetto che nel 2019 si chiudano alcune partite legate una serie di fattori top-down che hanno inciso sui ritorni degli investimenti. Nello specifico mi riferisco all’esaurirsi delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e all’impatto di nuovi accordi commerciali multilaterali – riguardanti soprattutto i mercati emergenti – che serviranno a sostenere la crescita nel prossimo decennio. In questo contesto siamo focalizzati su diversi interessanti temi di investimento nei mercati emergenti, come la tecnologia, i consumi domestici, la penetrazione dei servizi finanziari e l’evoluzione del mix energetico. Questi temi sono sostenuti da fattori come la crescita dell’urbanizzazione, la crescente dimensione del ceto medio e l’aumento degli scambi infra mercati emergenti, grazie ai nuovi accordi commerciali come il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e il Trans-Pacific Partnership (TPP).Ci saranno ancora dei rischi, certamente. La guerra commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti, la parabola ascendente dei tassi di interesse statunitensi e la conseguente forza del dollaro USA rimangono preoccupazioni concrete per le aziende e gli investitori, ma siamo abbastanza ottimisti sul fatto che l’impatto di questi fattori sarà limitato, o possa comunque gradualmente dissiparsi. Ad esempio, per quanto riguarda gli attriti commerciali, un riavvicinamento tra Cina e Stati Uniti è molto più probabile di quanto si pensi ora: difficilmente infatti la Cina cederà, mentre gli Stati Uniti potrebbero tornare indietro sui dazi e salvare la faccia dichiarando di aver ‘vinto’ questa guerra. Nel frattempo, i rialzi dei tassi statunitensi dovrebbero continuare a seguire la stessa traiettoria nel 2019, ma la forza del dollaro è certamente meno problematica rispetto al passato per la maggior parte dei paesi emergenti.Credo fermamente che nel 2019 i mercati emergenti rappresenteranno una buona opportunità nel settore dell’azionario internazionale. Il ROE è abbastanza sincronizzato con i mercati sviluppati, come mostrato dall’indice MSCI World. Tuttavia, è importante notare che i valori del rapporto price-to-book e del price-to-equity rimangono bassi sia rispetto alle medie storiche che a confronto coi paesi sviluppati.
Zehrid Osmani: “Puntare su aziende che hanno potere di determinazione dei prezzi”Le preoccupazioni del mercato per i crescenti rischi di una recessione potrebbero restare un tema importante anche nel 2019. Siamo nelle fasi avanzate di quello che è stato il più lungo ciclo di crescita economica nella storia: è dunque molto probabile che prima o poi, nei prossimi anni, una recessione arriverà. Questo sicuramente ci sta portando verso uno scenario di maggiore volatilità. Tuttavia, riteniamo che l’aumento della volatilità nel 2019 offrirà agli investitori a lungo termine buone opportunità per inserirsi in alcune aree interessanti, che offrono prospettive sostenibili e attraenti a lungo termine, facendo leva su fattori come la crescita del ceto medio dei mercati emergenti, i trend della robotizzazione, o le aziende esposte sul mercato dei veicoli elettrici.Crediamo che nel 2019, con l’aumento delle pressioni inflazionistiche, sarà sempre più importante concentrarsi sulle aziende con un forte potere di determinazione dei prezzi. In questo contesto, il nostro obiettivo sarà individuare e valutare la capacità delle aziende di continuare ad aumentare i prezzi e dunque a mantenere i margini di profitto. Inoltre, nonostante l’attività di M&A nel 2018 abbia raggiunto livelli record (sia per il numero di operazioni che per le dimensioni delle stesse), riteniamo che il mercato potrebbe sottovalutare il potenziale di ulteriore accelerazione di queste attività nel 2019. Ciò potrebbe portare sul mercato alcuni periodi di euforia, come abbiamo visto in passato in questa fase avanzata del ciclo.Dal nostro punto di vista, al di là di quali saranno i movimenti a breve termine dei mercati nel 2019 (e sicuramente ce ne saranno molti), continueremo a impiegare le nostre risorse per analizzare diversi temi interessanti per il lungo termine, ossia i cambiamenti demografici, il futuro della tecnologia in tutti i settori e la scarsità delle risorse.

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I mercati finanziari sono complicati? Magari…

Posted by fidest press agency su martedì, 17 Maggio 2016

La_Borsa_-_Dettaglio_-_Foto_di_Giovanni_Dall'OrtoSpesso mi dicono che i mercati finanziari sono complicati, intendendo con questo termine “difficili da capire”.Tecnicamente, i mercati finanziari non sono complicati, sono complessi. Complesso, complicato e semplice sono termini che vengono tutti dalla stessa radice indoeuropea plek (parte, piega, intreccio). Da plek vengono i verbi latiniplicare (piegare) e plectere (intrecciare) così come il suffisso plex (parte). Un orologio, ad esempio, è un sistema molto complicato, ma non complesso. Una cellula è un sistema incredibilmente complesso perché al suo interno avvengono moltissime reazioni frutto dell’interazione non lineare di tantissime parti.
Perché è così importante distinguere ciò che è complesso da ciò che è solo complicato? Perché abbiamo bisogno di un armamentario teorico e di strumenti completamente diversi per studiarli e trarne le adeguate conseguenze.
Per poter studiare la realtà gli studiosi costruiscono dei modelli. I modelli sono una rappresentazione, in genere formalizzata da formule matematiche, di una porzione di realtà. Ad esempio in economia si parla di “equilibrio fra domanda ed offerta” per indicare un modello in base al quale all’aumentare dell’offerta il prezzo scende, all’aumentare della domanda il prezzo sale fino a quando si dovrebbe raggiungere un equilibrio fra le due cose. Questo è un pezzo del classico modello, costruito con banalissime equazioni di primo grado, sul quale si fonda tutta l’economia e quindi la finanza.
Qualsiasi modello, nessuno escluso, è necessariamente una semplificazione della realtà. Deve rappresentare in qualche modo un compromesso tra l’essere efficiente (cioè facile da utilizzare) ed efficace (cioè descrivere nel modo più rappresentativo possibile la realtà).Prima dell’avvento dei computer, tutta la scienza si basava su modelli non complessi i quali sono molto efficienti, ma anche poco efficaci. I modelli tradizionali, in sostanza, sono delle banalizzazioni della realtà. In ambiti nei quali l’interazione reciproca delle componenti è trascurabile (come la fisica classica) questi modelli funzionano molto bene. Ma per la grande maggioranza dei sistemi che ci circondano nel mondo reale, cioè per tutti i sistemi complessi, questa banalizzazione non funziona, spesso ci trae in inganno.Ad esempio, il modello del gas perfetto, costruito tra la fine del 1600 e l’inizio del 1800, prevede che il fluido sia del tutto privo di vischiosità. A causa di questa eccessiva semplificazione, non spiega il fenomeno della turbolenza.
Analogamente, la teoria economica tradizionale, per poter utilizzare formule matematiche gestibili con gli strumenti pre-informatici, ha costruito un modello il quale prevede agenti economici razionali, una concorrenza perfetta, assenza di vincoli all’impiego delle risorse e altre ipotesi assolutamente irreali.Non dovremmo stupirci del fatto che gli economisti non sono in grado di prevedere le crisi! Abbiamo escluso tutti i fattori di turbolenza dal modello che analizziamo e ci stupiamo del fatto che non comprendiamo perché nel mondo reale le cose vadano molto diversamente dal modello teorico?
Con l’avvento dell’informatica siamo in grado di studiare fenomeni complessi attraverso modelli (sia multi-agente, sia multi-fattoriali) complessi, ma purtroppo questa innovazione ha due problemi: 1) è ancora relativamente giovane e 2) è piuttosto “costosa” (non solo e non tanto in termini economici, quanto in termini di difficoltà di utilizzo).
Nel mondo scientifico però il problema dei modelli eccessivamente semplificati è un tema ormai assodato. A partire dagli anni ’70 si è sviluppata una “cultura della complessità” la quale ha anche implicazioni filosofiche molto rilevanti, potremmo dire al pari della fisica quantistica.Purtroppo in quasi tutti i campi – finanza compresa – siamo vittime di quella che io chiamo la “sindrome QWERTY”. Nelle prime macchine da scrivere, se si scriveva troppo velocemente i martelletti dei tasti si incastravano tra di loro. L’ing. Christopher Scholes, nel 1864 brevettò la disposizione dei tasti “QWERTY” perché rallentava i dattilografi evitando così che i martelletti s’incastrassero.A distanza di oltre 150 anni continuiamo ad usare ancora una disposizione dei tasti volutamente scomoda semplicemente perché è difficile cambiare! E’ faticoso cambiare anche – e soprattutto – perché c’è tutto un ecosistema attorno a quella scelta che tende a bloccare il cambiamento.Questo principio vale anche per i modelli scientifici che sono chiaramente inefficaci (ma molto efficienti).
L’errore di fondo dei modelli matematici che continuiamo ad utilizzare in finanza è facilissimo da comprendere: tutti i modelli non includono nelle loro formule il fatto che le scelte degli operatori economici si auto influenzano in circoli viziosi o virtuosi. Questo aspetto, apparentemente banale, cambia tutto!Crisi come quella del 2008 sono state causate anche grazie al fatto che i modelli matematici sui cui si basano praticamente tutti gli operatori nei mercati finanziari sono nati prima dell’arrivo della Teoria della Complessità e resistono ancora oggi, sebbene siano chiaramente inefficaci.
Praticamente tutti i prodotti e servizi offerti ai risparmiatori continuano ad essere fondati su questi modelli. Quando si acquista, ad esempio, un fondo comune d’investimento, una gestione patrimoniale, ecc. si sta comprando anche una metodologia d’investimento fondata su modelli palesemente non rappresentativi della realtà. Questi prodotti contribuiscono a creare turbolenze e disequilibri sui mercati.A livello sistemico il fatto di non utilizzare modelli complessi implica che non abbiamo strumenti per prevenire le crisi finanziarie. I modelli che usano la teoria economica classica non sono in grado di spiegare le crisi per il semplice fatto che sono basati sul concetto di equilibrio. Tutti i fattori che causano le crisi sono escluse dal modello per semplificarlo in modo sufficiente da utilizzare una matematica lineare.Ciò implica che i regolatori del mercato stesso, come è evidente in questa fase, adottino politiche le quali creano il terreno affinché si manifestino nuove turbolenze finanziarie. Se adottassimo modelli complessi per rappresentare i mercati, potremmo anche immaginare nuove regole di scambio nei mercati finanziari che riducano enormemente le perturbazioni, ma siamo distanti anni luce da queste conquiste.A livello individuale, invece, il fatto che in finanza si continui ad utilizzare modelli così vecchi espone il singolo risparmiatore a continui pericoli. Il risparmiatore medio, oggi, si trova nella condizione di un malato nelle mani di un medico del 700 che ignora concetti fondamentali di fisiologia dell’organismo e prescrive salassi per curare la quasi totalità delle malattie.
Abbiamo visto che i mercati finanziari non sono semplicemente complicati, ma sono bensì complessi, nonostante il fatto che i modelli sui quali si basano tutti coloro che vi operano, compresi i regolatori, ignorino questo aspetto assolutamente fondamentale. Che fare allora, sapendo questo?La prima cosa è non credere alle favole che ci racconta l’industria del risparmio gestito (come quella del “bravo gestore”) e usare gli strumenti finanziari con grande prudenza partendo dal concetto che il primo obiettivo in finanza è evitare le grandi perdite. (Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del Risparmio)

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Mercati azionari un’overview per capire

Posted by fidest press agency su domenica, 13 settembre 2015

mercatiA cura del team di asset allocation di MoneyFarm SIMI mercati azionari sono scesi negli ultimi mesi, a partire dagli emergenti per poi continuare con gli sviluppati.Tra le aree sviluppate che hanno perso maggiormente terreno si notano il Giappone e l’area Euro, le due zone che più erano salite negli ultimi due anni sulla spinta di politiche di quantitative easing e di un inizio di ripresa.Questa fase negativa è partita in primavera con il declino dei mercati emergenti dovuto al rallentamento dell’economia cinese e al calo del prezzo delle materie prime.Nel corso dell’estate il mercato ha cominciato ad interrogarsi sulle future scelte della banca centrale americana. Dal 2014 la Fed sta preparando un rialzo dei tassi, con una lunga strategia di comunicazione per chiarire che la fase restrittiva sarebbe arrivata in contemporanea con il miglioramento del mercato del lavoro e dell’economia americana. Il miglioramento del mercato del lavoro statunitense è confermato dagli ultimi dati, ma nel frattempo la debolezza sui mercati internazionali e il forte rallentamento delle economie dei paesi emergenti ha complicato la situazione, cosicchè fino a metà settembre i mercati rimarranno incerti sull’eventualità di un rialzo.Il rapporto Prezzo/Utili correnti (P/E) permette di fare confronti tra le varie aree geografiche: a circa 11 volte gli utili, l’area emergente è nettamente più a buon prezzo di quella sviluppata (15,8).Lo sconto a cui trattano i mercati emergenti rispetto agli sviluppati non è una eccezione se si guarda a dati storici e, considerando anche gli anni ‘90, in termini di dimensione è in linea con la media storica.Tra i mercati sviluppati, gli Stati Uniti restano i più cari sulla base del Prezzo/Utile corrente, seguiti da Europa e Giappone. Questa graduatoria è mediamente coerente con la profittabilità relativa (ROE) delle aziende operanti nelle varie aree geografiche.L’analisi dei dati mostra quindi che da un punto di vista delle valutazioni i mercati mostrano una certa coerenza con i dati aziendali e tra aree geografiche, in linea con un quadro economico mediamente buono per l’area sviluppata e debole per l’area emergente.
Nonostante i cali degli ultimi trimestri su tutti i mercati globali, nessun area geografica presenta livelli di valutazione nettamente sotto la media, relativamente ad altri mercati o alla sua storia passata. (mercati: La tabella mostra la situazione attuale sui mercati azionari globali, in termini di valutazioni e profittabilità)

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