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Posts Tagged ‘azionariato’

“Azionariato attivo: l’87% delle aziende monitorate da Pictet AM nel 2019 ha ancora carenze sul fronte ESG”

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 agosto 2020

A cura di Paolo Paschetta, Country Head Italia di Pictet Asset Management. L’azionariato attivo, ossia la gestione attiva delle partecipazioni, non è per Pictet AM un mero esercizio di stile, tutt’altro. Essendo stati tra i primi firmatari dei Principi per l’Investimento Responsabile delle Nazioni Unite (UNPRI) nel 2007, siamo convinti che le considerazioni di carattere ambientale, sociale e di governance (Environmental, Social and Governance, ESG) possano aiutarci a prendere decisioni di investimento a lungo termine migliori per i nostri clienti. Crediamo, infatti, in un capitalismo responsabile e adottiamo una visione ampia dell’economia e delle sue interazioni con la società e la natura, cercando di indirizzare il capitale verso le aziende che operano in modo coerente con tale visione. Coerentemente con tale approccio olistico, non ci limitiamo a integrare i fattori ESG all’interno dei nostri processi di investimento e di gestione del rischio, ma ci impegniamo a collaborare attivamente con gli emittenti su delicate questioni legate ad ambiente, società e governance (“engagement”) e a esercitare attivamente il diritto di voto per le partecipazioni che deteniamo (“proxy voting”), oltre a dare informativa in modo trasparente ai nostri clienti su tali attività e a promuovere l’adozione di un approccio responsabile all’interno del settore del risparmio gestito.Ci sono anche quattro società italiane tra le 166 con cui Pictet AM ha intrapreso iniziative di collaborazione attiva su tematiche ESG nel 2019. Si tratta di Atlantia ed Enel, per cui abbiamo espresso il nostro voto su questioni sociali, ed Eni e Leonardo, che abbiamo tenuto sotto controllo sul fronte della governance. Delle 192 problematiche affrontate nel 2019, il 45% ha riguardato questioni connesse alla governance, il 42% all’impatto sociale e solo il 13% a quello ambientale. Un segnale che su quest’ultimo aspetto della sostenibilità, su cui l’attenzione dell’opinione pubblica è particolarmente elevata, probabilmente la maggior parte delle aziende ha agito in maniera più efficace nel corso degli ultimi anni. Delle 192 questioni ambientali, sociali e di governance su cui abbiamo collaborato con gli emittenti su cui investiamo (con istanze multiple in alcuni casi) il 13% (25 casi) è stato risolto positivamente già nel corso dell’anno, mentre le restanti 167 problematiche sono tuttora in fase di risoluzione, a dimostrazione di come il lavoro da fare per migliorare l’attenzione delle aziende sulle tematiche ESG sia ancora lungo e richieda una collaborazione costante ed efficace.Nel corso del 2019, abbiamo anche votato in 3.489 riunioni dell’assemblea generale, sulle 4.069 in cui avevamo diritto di voto. In 1.604 di queste abbiamo espresso voto contrario in almeno una delibera. Lo scopo principale per cui ci impegniamo a esercitare i nostri diritti di voto è quello di tutelare i diritti e gli interessi a lungo termine dei nostri clienti, come azionisti. Facendo ciò, miriamo a favorire la diffusione di solide prassi di corporate governance e una gestione efficace delle questioni di carattere sociale e ambientale.
Essere un investitore responsabile richiede l’esercizio sistematico dei diritti di voto nei migliori interessi dei clienti e la collaborazione attiva con le aziende e gli emittenti sovrani. In qualità di gestori attivi, siamo fortemente convinti che prendere in considerazioni le tematiche ESG (ovvero di natura ambientale, sociale e di governance) ci aiuti ad adottare decisioni d’investimento a lungo termine migliori per i nostri clienti. Inoltre, crediamo fermamente nel potere degli investitori di innescare un cambiamento positivo. Ci crediamo perché lo vediamo, ogni giorno, accadere sotto i nostri occhi. E continueremo a far sì che accada, anche in mondo sempre più complesso e caratterizzato da sfide nuove e inimmaginabili solo qualche mese fa.

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Azionariato europeo: L’opzione più interessante per un reddito resiliente

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

A cura di Matthew Van de Schootbrugge, Gestore di portafoglio di Columbia Threadneedle Investments. Storicamente, gli investitori in cerca di reddito (e di beni rifugio), specialmente in Europa, acquistavano titoli di Stato. Il perché è presto detto: basta fare un salto indietro, all’inizio del 2002, per vedere che i Bund tedeschi a 10 anni rendevano oltre il 5%. Niente male con l’inflazione sotto al 3%, soprattutto se si considera che quei titoli erano garantiti da un emittente AAA.La crisi finanziaria globale del 2008/2009 ha cambiato le carte in tavola. Gli investitori in titoli di Stato italiani, greci o spagnoli hanno visto schizzare alle stelle i rendimenti e precipitare i valori patrimoniali, sulla scia delle preoccupazioni relative all’aumento del debito pubblico e dei rischi di insolvenza; i rendimenti dei Bund tedeschi invece sono crollati bruscamente, a fronte della fuga verso la sicurezza degli investitori.Un decennio dopo, nel bel mezzo di un’altra crisi e dopo una raffica di potenti misure di stimolo da parte delle banche centrali, molti titoli di Stato europei offrono rendimenti alquanto trascurabili, talvolta persino negativi. Gli investitori alla ricerca di reddito devono guardare altrove.Ed è qui che entrano in gioco le azioni europee, capaci di offrire una fonte di reddito ben superiore e più affidabile rispetto ai bond. Nel corso dell’ultimo decennio le azioni hanno generato rendimenti regolari compresi tra il 3% e il 4%, mentre quelli delle obbligazioni sono calati a fronte di un aumento della volatilità. Con un rendimento attualmente vicino al 4,5%, le azioni europee appaiono interessanti, pur mettendo in conto un probabile taglio dei dividendi a seguito di una recessione. I rendimenti di questi titoli risultano particolarmente appetibili rispetto quelli degli omologhi asiatici e statunitensi.L’appetibilità dei rendimenti da dividendo in Europa è in parte dovuta alla capacità delle aziende di migliorare i margini mediante efficienze operative. Ciò ha rafforzato i flussi di cassa e i bilanci, aumentando inoltre i payout ratio (rapporto dividendi/utili), a tutto vantaggio degli azionisti.
Ma cosa succede nelle fasi di elevata volatilità sui mercati azionari, come quella che stiamo attraversando ora? Come possono fare gli investitori per assicurarsi di beneficiare sia di un rendimento discreto (minimizzando al contempo i rischi di perdita di capitale) sia di una crescita del capitale sul lungo periodo quando giungerà la ripresa?Le strategie che investono nelle società di qualità più alta in Europa sono ben posizionate per offrire un rendimento interessante e proteggere dalla perdita di capitale. Non vi sono dubbi che le loro azioni siano crollate rovinosamente, come anche i mercati finanziari di tutto il mondo, ma le società con bilanci solidi, un’elevata redditività del capitale e flussi di cassa sostenibili e visibili, sostenuti da una crescita strutturale a lungo termine, hanno tutte le carte in regola per superare la contrazione economica e beneficiare della ripresa.Quando investiamo, ci orientiamo sulle società dotate di potere di prezzo, in grado di fornire un’ulteriore protezione dai ribassi. Stiamo invece alla larga dalle società in difficoltà, caratterizzate da bassa qualità e rendimenti elevati, che risultano vulnerabili in un contesto di recessione. Tra gli investimenti tipo rientrano la società farmaceutica GlaxoSmithKline, l’assicuratore Tryg e Vodafone.Da quando ho iniziato a occuparmi maggiormente di strategie income europee, ho incrementato le ponderazioni nei titoli di qualità superiore e in special modo nelle società che esibiscono un punteggio più alto sotto il profilo dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG). Gli aspetti ESG costituiscono un ulteriore livello di analisi che ci aiuta a valutare la qualità di un’azienda. A tale riguardo, disponiamo di un team globale di 12 persone[1] dedicato all’investimento responsabile e all’analisi ESG.
Miriamo a offrire un rendimento più alto di almeno il 10% rispetto all’indice di riferimento MSCI Europe. A tale scopo ci concentriamo sulla selezione bottom-up dei titoli anziché su specifiche ponderazioni settoriali, prediligendo modelli di business solidi il cui vantaggio competitivo è trainato dalle dimensioni e dalla tecnologia. Stiamo invece alla larga da quei segmenti resi difficoltosi dalle innovazioni tecnologiche con effetti dirompenti, dall’infittirsi della concorrenza e dai tassi d’interesse bassi.
Questo approccio d’investimento di tipo bottom-up comporta una minore preoccupazione per le considerazioni di mercato a breve termine e una maggiore enfasi sulla comprensione approfondita delle singole società. Le nostre strategie detengono 30-50 titoli a fronte dei 438 che compongono l’indice MSCI Europe, per cui non rispecchiano la performance dei più ampi mercati azionari europei.Per contribuire a sostenere la crescita del capitale sul lungo periodo, ci avvaliamo di un approccio “barbell” che combina titoli a rendimento elevato con le azioni growth, spesso caratterizzate da rendimenti inferiori, verso cui nutriamo più convinzione. La combinazione è calibrata in modo tale da generare una performance del capitale discreta sul lungo periodo e un reddito superiore alla media.Poiché i mercati obbligazionari europei offrono rendimenti estremamente contenuti ed essendo ben difficile che la situazione cambi nel futuro prossimo, sono subentrate le società di altissima qualità, capaci di offrire una fonte di reddito quanto mai necessaria. Benché le loro quotazioni azionarie siano scese con il resto dei mercati finanziari e alcuni dividendi possano essere a repentaglio, le più valide tra queste aziende hanno tuttora le carte in regola per proteggersi dalla recessione e crescere quando si materializzerà la ripresa.

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Agi Agenzia Italia, news company del gruppo Eni, entra nell’azionariato di D-Share

Posted by fidest press agency su domenica, 19 maggio 2019

Lo fa con una quota di controllo del 50,87%. Per Agi si tratta di una acquisizione strategica con l’obiettivo di accelerare il percorso di trasformazione digitale per lo sviluppo di piattaforme e servizi in grado di fornire al mercato media e brands soluzioni che integrino contenuti e tecnologie innovative. D-Share, azienda italiana leader nelle tecnologie e nei progetti digitali per i media, anche grazie all’esperienza internazionale maturata con progetti sviluppati in 8 paesi nel mondo, supporterà Agi nella trasformazione dei servizi tradizionali dell’agenzia in chiave di “piattaforma”, con forte introduzione di fattori tecnologici nell’offerta ai clienti.Agi, storico player dell’informazione italiana che dal 1950 affianca il mondo media, istituzionale, economico ed industriale, apre un nuovo capitolo della storia editoriale: la promessa è quella di coniugare tecnologia e velocità con le regole deontologiche ed etiche dell’informazione per mantenere al centro, e alla base di qualsiasi modello di business, il giornalismo. Dall’incontro di Agi e D-Share nasce la prima realtà italiana in grado di fornire ai propri clienti piattaforme che integrano contenuti di qualità e tecnologie all’avanguardia. Già dal 2016 l’agenzia ha fondato la sua trasformazione su questi due capisaldi:
– la qualità del notiziario, che si raggiunge attraverso un lavoro meticoloso di verifica, approfondimento, fact-checking e spiegazione delle notizie, perché “la verità conta” e, soprattutto, nell’era dell’abbondanza dell’informazione e delle fake news resta un valore non negoziabile del giornalismo;
– la consapevolezza che in una congiuntura economica di crisi della carta stampa e sviluppo vorticoso del digitale non fosse più sufficiente la sola produzione di contenuti, ma che editori e brands avessero sempre più bisogno di soluzioni innovative in grado di coniugare notizie e tecnologie.
Dalla collaborazione tra Agi e D-Share sono già nate soluzioni digitali come Electio, piattaforma per la distribuzione dei dati elettorali; AgiMotion, tool web-based per la produzione di videoclip editoriali premiato dal fondo Digital News Initiative di Google; AgiMobile, app per la consultazione e l’editing delle notizie in mobilità; AgiConnect, per l’accesso ai contenuti testuali e multimediali nel modo più adatto alle proprie esigenze tecniche ed operative. La partnership strategica con D-Share, iniziata nel 2016, si inserisce nel solco di una costante ricerca di talenti e start up editoriali che lavorano a fianco dell’agenzia: da Pagella Politica a Formicablu, da YouTrend a Next New Media, Tpi, Kpi6, Openpolis. A fianco ai core-business delle due società – l’informazione real time e la produzione di tecnologie – Agi e D-Share rafforzeranno l’offerta integrata di soluzioni e servizi digitali frutto della convergenza delle proprie expertise, coniugando contenuti e tecnologia e puntando così alla leadership nelle soluzioni e servizi per le aziende del comparto media e brands.

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4 scenari per l’azionario europeo nel 2019

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 febbraio 2019

Milano. Analisi di Michael Browne, Portfolio Manager del fondo Legg Mason Martin Currie European Absolute Alpha. Le prospettive per l’azionario europeo appaiono meno chiare rispetto a un anno fa: guardando al contesto macro, scenari molto positivi e molto negativi sono quasi egualmente probabili. Gli investitori possono consolarsi col fatto che le valutazioni sono ora molto più basse rispetto ad un anno fa.La domanda chiave per il 2019, comunque, è se la crescita globale continuerà a rallentare (o addirittura si arresterà), con un serio contraccolpo per gli utili societari, o se sarà l’anno in cui la fase di debolezza della crescita giungerà al termine, rivelando grandi opportunità per gli investitori azionari. Negli ultimi anni il nostro outlook sull’azionario europeo è stato in genere positivo. Per il 2019 abbiamo un’opinione meno netta, perché quest’anno potrebbe rivelarsi eccellente o pessimo a seconda di come evolverà lo scenario macro. È possibile inoltre che la prima e la seconda metà dell’anno vadano in modo molto diverso: i primi sei mesi rischiano di essere molto incerti e volatili, con il sentiment che oscillerà in base ai dati, mentre la seconda parte dell’anno potrebbe rappresentare un’ottima opportunità se dovesse verificarsi una significativa correzione del mercato.Ecco quali sono a nostro parere i quattro scenari probabili per le azioni europee nel 2019:
Mercato rialzista – 40% di probabilità. Questo scenario implicherebbe che nel 2019 i mercati rimangano convenienti e si verifichi il mix ideale di crescita e bassa inflazione, che sarebbe favorevole per gli asset di rischio. In questo caso preferiremmo titoli industriali di qualità e titoli di crescita nel segmento mid cap, in entrambi i casi con solidi modelli di business, alte barriere all’ingresso nel mercato, e significativa creazione di valore – un genere di titoli che è stato declassato eccessivamente nel 2018.
Trading Range (andamento laterale) – 20% di probabilità, Nella prima parte del 2019 i mercati potrebbero rimbalzare, avendo sperimentato un sell off eccessivo alla fine dell’anno scorso. Con la crescita globale che va rallentando, però, il trend rialzista dovrebbe restare limitato, all’interno di un range del 15%. In questo scenario ridurremmo l’esposizione nelle fasi di rialzo e compreremmo in quelle di debolezza, fino a quando non ci sarà maggior chiarezza sulla direzione del ciclo economico e delle politiche della banca centrale.
Mercato ribassista – 30% di probabilità, In questo scenario, il restringimento della Fed si sarà dimostrato eccessivo, la crescita globale soffrirà più di quanto ci si aspetta, e riappariranno pressioni deflazionistiche. Gli asset di rischio, azioni europee comprese, avranno performance negative.
Prima o poi a quel punto la Fed taglierà i tassi di interesse e interromperà la riduzione del suo bilancio. Dovesse accadere ciò, opteremmo per un’esposizione netta bassa o sulle posizioni corte, finché gli indicatori del credito e macroeconomici non si stabilizzeranno. Ritorni positivi sarebbero generati solo dalle posizioni short, che sarebbero focalizzate su società con alta leva operativa e finanziaria. Con la maggioranza dei prezzi dei titoli che crollano e vengono declassati, le posizioni long punteranno a sovraperformare l’indice.
Collasso – 10% di probabilitàIl mercato orso appena delineato potrebbe evolvere in una vera e propria crisi, con crollo del commercio globale, default del debito e il disgregarsi dell’Unione Europea. Ci sarebbero ampie opportunità di short, con molti titoli che precipiteranno drammaticamente e altrettanti che avranno bisogno di essere rifinanziati. In questo scenario opteremmo per un’esposizione netta sulle posizioni corte, fino a quando tutte le banche centrali non saranno tornate a politiche monetarie espansive.

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“Recessione USA? Lontana. E la corsa dell’azionario non è finita”

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 gennaio 2019

Commento di Jeffrey Schulze, director e investment strategist di ClearBridge Investments, affiliata Legg Mason. Il leggendario investitore Sir John Templeton disse una volta che “le quattro parole più pericolose negli investimenti sono: ‘questa volta è diverso’.” Molti investitori, professionisti e non, hanno pronunciato questa frase, per poi rendersi conto di aver sbagliato clamorosamente. La carneficina di mercato del quarto trimestre 2018 ha fatto tornare la mente al 2008, e innescato un dibattito sull’arrivo della prossima recessione. In poco tempo lo S&P500 è sceso del 19% dal picco raggiunto a fine settembre. Con la liquidità destinata a restringersi, alcuni sostengono che gli investitori debbano prepararsi per ulteriori forti ribassi del mercato azionario. Le paure di un imminente crollo del mercato sono giustificate?Per scoprirlo, cominciamo innanzitutto a definire cosa costituisce un “crollo del mercato”. Per noi di ClearBridge si tratta di un ribasso maggiore del 20% di durata superiore a 12 mesi. Al contrario, definiamo semplicemente “fasi ribassiste” altri sell off importanti (15% e oltre) che durano meno di un anno. Si tratta di una distinzione significativa: la maggior parte degli investitori è infatti in grado di affrontare un breve periodo di agitazione causato da un ribasso, mentre in genere è molto più sensibile all’impatto sui portafogli di un possibile crollo del mercato. Tendenzialmente, un crollo di mercato dura tre volte tanto e registra perdite 2,3 volte maggiori rispetto ad una fase ribassista. E, soprattutto, i crolli del mercato hanno più del doppio della probabilità di coincidere con una recessione.
Per questo motivo riteniamo che la questione chiave per gli investitori nel 2019 sia se gli USA stiano andando verso una crisi oppure no. La nostra tabella sul rischio recessione (ClearBridge Recession Risk Dashboard) suggerisce che le paure in questo senso siano esagerate: 8 indicatori verdi, 4 gialli e nemmeno uno rosso. Certo, è un quadro meno roseo rispetto ai mesi scorsi, ma comunque complessivamente sano.
La componente finanziaria della nostra tabella ora ha tutti e tre gli indicatori in giallo, mentre l’altro indicatore di “cautela” è dovuto alle commodities. Al contrario, i segmenti legati alle imprese e ai consumatori sono interamente verdi. Ecco perché è importante che gli investitori si facciano la domanda che suggerivamo prima: è possibile che stavolta sarà diverso, ossia che possa innescarsi un crollo del mercato pur in assenza di una recessione?
Vista la solidità evidenziata dalla nostra Dashboard, noi crediamo che l’attuale turbolenza del mercato avrà vita breve, rivelandosi soltanto una fase ribassista.
Una delle vittime della recente volatilità del mercato è stato il rapporto prezzo-utili (P/E). La combinazione di un ambiente di solidi guadagni e rendimenti negativi ha fatto scendere notevolmente le valutazioni. Il 2018 è stato caratterizzato dal terzo maggior calo annuale dei livelli del P/E degli ultimi 40 anni, maggiore persino della compressione registrata nel 2008.
È importante sottolineare come la contrazione si sia concentrata soprattutto nei settori ciclici, che crediamo stiano scontando eccessivamente le possibilità di una recessione nel 2019. Il mercato prezza attualmente una dose esagerata di negatività, il che dovrebbe portare a delle sorprese positive rispetto alle aspettative.
Certo, rimangono dei rischi per le azioni, tra cui le tensioni commerciali, il rallentamento della crescita degli utili e la possibilità di un errore della Fed. I dazi continueranno ad occupare le prime pagine dei giornali mentre i negoziati USA-Cina continuano. Ma anche se ciò può preoccupare gli investitori, l’impatto finale dovrebbe restare comunque gestibile sia per le singole compagnie che per l’economia nel suo complesso. E con le pressioni inflattive che si attenuano, la Fed ha spazio per respirare e diminuire il ritmo della normalizzazione nel 2019, evitando di incappare in un errore.Infine, un’ultima paura degli investitori è che il mercato non possa salire ulteriormente con economia e utili in rallentamento. Anche se è quasi certo che la crescita del PIL declinerà dopo l’impennata del 2018, è probabile che l’economia andrà avanti comunque attorno al range del 2-2,5%. Inoltre, è importante sottolineare che c’è differenza tra un rallentamento da una base di confronto molto alta (con l’effetto della riforma fiscale) e un declino che anticipa una recessione.
Inoltre, storicamente il raggiungimento del picco della crescita degli utili non significa necessariamente che il ciclo economico o di mercato sia finito. Di fatto il picco della crescita degli utili ha in genere preceduto l’arrivo di una recessione di oltre tre anni, durante i quali lo S&P 500 ha registrato ritorni medi di circa il 40%.
Anche se il contesto attuale presenta di certo una buona dose di rischi, crediamo che alla fine si riveleranno preoccupazioni che il mercato sarà in grado di superare. Il nostro parere di basa sulla buona salute della ClearBridge Recession Risk Dashboard e su altri segnali significativi come la solida attività dei consumatori e delle aziende. Guardando all’anno appena iniziato, dunque, lo scenario di buoni fondamentali, le valutazioni azionarie interessanti, la potenziale pausa della Fed e l’incremento dello stimolo cinese puntano tutti verso un rimbalzo del mercato. (in abstract)

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“Azionario Usa: il punto ad un anno dopo l’elezione di Trump”

Posted by fidest press agency su martedì, 7 novembre 2017

wall streetDall’inizio della ripresa l’azionario USA ha fatto meglio di quello globale perché l’economia statunitense inizialmente è stato l’unico motore della crescita economica mondiale, mentre in Europa si combatteva ancora contro la crisi. Quando l’economia USA si è ripresa, guidata dal mercato immobiliare, dal settore della raffinazione dei carburanti e da quello finanziario, anche i profitti delle imprese sono tornati a salire. Dopo sette anni di ripresa, l’economia sta ancora crescendo in modo costante, senza troppa esuberanza, che potrebbe mandarla fuori rotta. I profitti sono ora favoriti non solo dal solido contesto nazionale, ma anche dalla ripresa globale che porta ad un aumento internazionale della richiesta di prodotti statunitensi. Con un 35% di ricavi provenienti da oltremare, i profitti per il mercato USA nel 2017 e nel 2018 dovrebbero crescere del 10% circa.Spesso pensiamo agli Stati Uniti come a una delle economie più dinamiche e innovative del mondo, può sorprendere quindi sapere che gli Stati Uniti hanno uno dei livelli più alti di tassazione sulle società al 35%. Ciò è in parte dovuto alla natura sempre più partigiana della politica statunitense negli ultimi decenni, il che ha reso difficile far passare il taglio delle tasse sulle società al Congresso in un momento in cui altri membri dell’OEDC stavano riducendo i loro tassi. Se guidata bene, l’amministrazione Trump potrebbe essere in grado di costruire un consenso per migliorare la competitività della tassa sulle società statunitensi tagliando i tassi. Indicheremmo le probabilità leggermente oltre il 50% che il congresso abbia successo nel far passare la riforma fiscale portando i tassi di imposta sulle società al 20%. In questo caso, molte delle aziende che sono maggiormente focalizzate sul territorio nazionale – e che si sono comportate meglio immediatamente dopo le elezioni – potrebbero guidare il mercato. Ciò include banche domestiche, del settore industriale o secondario e piccole imprese che tendono a pagare livelli di tassazione più alti. Ci aspetteremmo anche misure per il rimpatrio di capitali per tasse “intrappolate” all’estero. Tassare il denaro estero al 12% come è stato proposto dal Congresso la settimana scorsa, potrebbe portare indietro miliardi di dollari agli Stati Uniti. Infine, sottolineiamo che i fondamentali del mercato azionario US sono robusti anche senza quanto sopra, data la forte crescita degli utili aziendali che abbiamo visto nel 2017, destinata a continuare l’anno prossimo contemporaneamente alla crescita globale. Poiché il processo politico è difficile da prevedere e nel 2016 ci ha ricordato che può offrire sorprese, riteniamo che un approccio equilibrato alla costruzione del portafoglio sarà fondamentale per gli investitori per navigare le condizioni di mercato in corso.
Infine, con il consensus sui ricavi per i prossimi 12 mesi a 17x, le valorizzazioni delle azioni americane sembrano abbastanza adeguate rispetto al lungo termine e data la forte crescita degli utili. Quando si esaminano altre classi di attivi come le Treasury Bonds, i cui prezzi sono stati distorti dalle politiche monetarie, il mercato azionario sembra poco costoso. (articolo a cura di Nadia Grant, responsabile azionario USA di Columbia Threadneedle Investments).

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Europa: l’eterna scommessa per gli investitori in azioni

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 maggio 2016

eurozonaSe si guarda alla performance dei principali indici azionari europei, colpisce come il prezzo di questi indici sia ad oggi più basso rispetto a quello di 15 anni fa; ad esempio l’indice MSCI EMU (MSCI è un index provider tra i più utilizzati a livello globale) nel maggio 2001 prezzava 147 punti, mentre oggi il livello si aggira attorno ai 103 punti. Ovviamente il livello dei prezzi è fuorviante, in quanto non tiene conto dei dividendi pagati nel corso del tempo, ma può comunque aiutare a dare un’idea dei quanto deludente sia stata la performance dell’azionariato dell’Eurozona. Il seguente grafico mostra la performance degli ultimi 15 anni dei principali indici azionari dei Paesi sviluppati, tenendo conto anche dei dividendi pagati durante tutto l’arco temporale.
La sottoperformance strutturale dell’Eurozona relativamente agli Stati Uniti può essere imputata a diversi motivi. Prima di tutto qualsiasi indice generico che riguarda l’area Euro è una media ponderata dei vari indici relativi ai diversi Paesi, che hanno esposizioni e performance molto differenti; Paesi diversi hanno generato rendimenti diversi negli ultimi anni, ed è normale che Paesi meno “virtuosi” abbiano in qualche modo pesato sulla performance complessiva. Ma anche andando a prendere solo i paesi dell’Unione Monetaria più performanti degli ultimi 15 anni (Paesi Bassi e Germania), i rendimenti dell’azionariato Usa rimangono ancora lontani.
Probabilmente, un modo migliore per spiegare le diverse performance delle aree geografiche è la diversa composizione settoriale che caratterizza i due mercati. La struttura è infatti molto diversa e se andiamo ad approfondire le esposizioni emergono differenze anche rilevanti. Le più rilevanti riguardano i settori Industrials (13% nell’MSCI Eurozone contro 9.5% nell’MSCI USA), Financials (21% vs 17%) – in particolare il settore bancario (11% vs 6%), e Technology (5.6% vs 12%). L’esposizione a settori molto ciclici tipica dell’Eurozona si traduce in una maggiore volatilità dei profitti. Il peso superiore delle banche in un’epoca di grade regolamentazione e tassi d’interesse bassi non ha aiutato l’area Euro, così come la bassa esposizione al settore Technology, il miglior settore degli ultimi 3 e 5 anni.
Dal punto di vista delle valutazioni, le azioni europee sono relativamente più attraenti di quelle statunitensi. Il rapporto Price/Book per l’MSCI Eurozona è pari a 1.4x, ben lontano dal 2.3x di dieci anni fa, mentre per gli Stati Uniti lo stesso rapporto è pari 2.8x, vicino al 3x del periodo pre crisi. Le stime del rapporto Price/Earnings dell’area Euro si attestano oggi a circa 13x (12.8 la mediana degli ultimi 10 anni); le azioni USA invece sono valutate circa 18 volte gli utili attesi (15.5 la mediana degli ultimi 10 anni). Ultimo ma non meno importante, il tasso di dividendo è molto più alto nell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti (3.8% vs 2.2%). In un contesto come quello attuale caratterizzato da rendimenti ridotti all’osso sul mondo obbligazionario, non è una caratteristica da sottovalutare.Da un punto di vista macroeconomico, un euro ancora debole, il petrolio a prezzi bassi e l’azione della Banca Centrale Europea sono tutte a supporto dell’Eurozona. Mentre la crescita negli USA recentemente è stata rivista al ribasso, nell’Eurozona la ripresa rimane stabile, e per di più i vari Paesi all’interno hanno ripreso a crescere (Italia e Francia stanno convergendo verso i tassi di crescita di Spagna e Germania).
L’azione della Banca Centrale Europa può infine creare le condizioni ideali per un investimento value: con i tassi a zero, la ricerca di rendimento passa per forza anche per azioni con i dividendi più sostanziosi. La azioni value in aprile hanno sovraperformato il fattore growth sia in Europa che nell’Eurozona. Da inizio anno gli indici focalizzati sulle società con i dividendi più alti e costanti hanno performato molto bene.
D’altro canto, le prospettive politiche per l’Eurozona non sono mai state così incerte. Il referendum sul Brexit, le elezioni spagnole, le varie forze centrifughe che rendono l’integrazione europea sempre più lontana, la revisione della normativa del settore bancario, la crisi dei migranti e l’enorme debito pubblico accumulato sono ancora tutte questioni da risolvere. Si prospetta una estate politica molto calda, che potrebbe facilmente compromettere la crescita economica tanto cercata che ora sta finalmente ingranando. (grafico: grafico paesi sviluppati, rendimento totale) (fonte: MoneyFarm.com)

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Qual è il migliore investimento nel lungo termine?

Posted by fidest press agency su martedì, 17 maggio 2016

rendimento annualeMaggiore è il rischio maggiore sarà il rendimento ottenibile, quindi più elevato sarà il peso dell’azionario nel portafoglio, più sostanzioso potrebbe essere il rendimento; o ancora i rendimenti ottenibili nel lungo termine con un asset allocation rischiosa sono più alti di quelli dati da una asset allocation meno rischiosa. Ma questi assunti sono sempre validi?Prima di tutto si deve ricordare che maggiore è il rischio, maggiore può essere ovviamente la perdita (non solo il potenziale rendimento). Secondariamente non è detto che le azioni siano l’unico investimento di lungo termine in grado di riservare buoni rendimenti. Certo, il risk premium dell’azionario (ossia il maggiore rendimento dato un investimento sull’azionario rispetto ad un altro su prodotti risk-free come ad esempio le obbligazioni governative a breve termine), offre agli investitori la prospettiva di maggiori ritorni per “compensare” il rischio insito in tale investimento, più rischioso e volatile di quello in obbligazioni governative. E come dimostrano i dati storici, spesso l’investimento azionario riserva rendimenti più alti. Il grafico compara i rendimenti delle principali asset class del mercato americano tra i 1928 e il 2015, ossia un periodo che comprende i grandi boom e le storiche fasi di depressione.
Tra i diversi Paesi vi sono delle normali differenze in merito ai rendimenti dell’azionario e dell’obbligazionario. Diversi studi sul comparto azionario sono basati su dati a partire dall’inizio del Ventesimo secolo quando erano gli Stati Uniti a guidare le performance globali, data la loro forte influenza sull’economia globale. Gli investitori poi, nei primi anni del Novecento, hanno scelto il mercato tedesco come destinazione per gli investimenti di lungo termine, andati poi in fumo, negli anni Venti, a causa dall’iperinflazione e della Prima Guerra Mondiale. Se avessero optato per il Regno Unito avrebbero avuto ritorni nettamente diversi da quelli dei mercati americani, ma in generale, come dimostrato da diverse ricerche della London Business School, diversi mercati azionari sviluppati, come anche quello americano, hanno sofferto, nel corso dello scorso secolo, lunghi periodi caratterizzati da rendimenti reali negativi.È importante valutare inoltre se il risk premium delle azioni è stato realmente pagato o meno. Il grafico sottostante (Figura 2) mette a confronto il rendimento complessivo (inclusi dividendi e cedole) ottenuto negli ultimi venti anni dal comparto azionario, obbligazionario (un mix di obbligazioni societarie e governative con diversa durata) e dalle materie prime. Si evince che, nonostante il recupero dell’azionario nel 2009, complessivamente le obbligazioni sono l’asset che nel lungo termine ha performato meglio. Il grafico si presta chiaramente a diverse analisi e spunti di riflessione, ma di sicuro ricopre un arco di tempo che ha visto il susseguirsi di importanti fasi di mercato, così come la crisi finanziaria del 2008, e il successivo recupero.(a cura di Yuchen Xia, Portfolio Manager in MoneyFarm) (foto: rendimento annuale)

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Azionariato di Trentino Tnt

Posted by fidest press agency su mercoledì, 31 agosto 2011

MC-link entrerà nel capitale di Trentino NGN e consentirà il successivo ingresso di Fibra Ottica S.p.A grazie a un “portage” mediato da MC-link. che ha sede a Trento e, con 29,6 milioni di fatturato, è il maggior operatore regionale del Trentino-Alto Adige.
Fibra Ottica S.p.A. (FOS) è una holding di partecipazioni industriali in società aventi ad oggetto la progettazione, implementazione, sviluppo, realizzazione, installazione, manutenzione e gestione di infrastrutture di accesso a larga banda in fibra ottica di nuova generazione (“NGAN”). FOS è stata costituita il 18 novembre 2010 da 13 operatori (Ampersand, Cdlan,, Clio, E4A, Enter,MC–link, Maxfone, KPN Quest Italia, Fastnet, Metrolink, MNNet, Panservice, Unidata ) attivi nella fornitura al pubblico di servizi di telecomunicazioni allo scopo di favorirne, attraverso l’aggregazione in un unico soggetto giuridico, la partecipazione ai diversi progetti nazionali di infrastrutturazione NGAN degli operatori di medie e piccole dimensioni. In base all’ultimo bilancio depositato, il fatturato aggregato degli azionisti FOS è pari a 75,4 milioni di euro.
A seguito della fusione per incorporazione nel 2009 di Alpikom S.p.A., MC-link S.p.A., che ha sede legale a Trento, sede direzionale a Roma e sede operativa a Milano, rientra tra i primi dieci operatori nazionali di telecomunicazioni su rete fissa. I ricavi dell’esercizio 2010 sono stati pari a 29,6 milioni di Euro, in aumento del 6,7% rispetto al 2009 con un EBITDA di 6 milioni di Euro e un risultato operativo (EBT) ante imposte di 0,7 milioni di Euro. Presidente (e cofondatore) di MC-link è Paolo Nuti, che, tra l’altro, è anche Presidente di FOS, Fibra Ottica S.p.A., Presidente dell’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) e Consigliere di Amministrazione di MIX S.r.l., il punto di interscambio nazionale del traffico Internet di Milano. Vicepresidenti sono il co-fondatore Bo Arnklit e Pompeo Viganò, Presidente di Alpikom sino alla fusione in MC-link. Amministratore Delegato di MC-link è Cesare Veneziani.

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Creare valore per creare benessere

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 agosto 2009

Un’impresa per dimensionare la sua effettiva performance economica deve misurarsi con la sua capacità di creare valore. Questo, pur se innegabile come risultato finale, dà per scontato che l’azienda abbia precedentemente garantito lungo la catena un valore aggiunto per tutti gli attori da lei coinvolti: clienti, fornitori, dipendenti ecc. E’ un concetto tipico assimilato dall’azionista che stima il reddito ottenuto dal suo investimento in ragione della ricchezza che è stata creata per lui. Una ricchezza acquisita solo se il valore del capitale non è stato mortificato ovvero se una perdita non abbia compromesso la sua tenuta complessiva. Non si tratta di un concetto nuovo. Già anni fa la performance economica aziendale, il cosiddetto residual income, calcolava il valore economico aggiunto (Vea) con la differenza tra il reddito d’esercizio (Re) e il costo del capitale investito (Coc). Questo rapporto costo/beneficio è oggi fortemente avvertito in quanto è aumentata la fascia dell’azionariato diffuso accrescendo, di pari passo, l’attesa d’investimenti capaci di recuperare i margini di profitto del passato. In ciò si innesta sempre di più l’evidente ragione  che il valore del capitale è funzione  del futuro: un capitale vale infatti in misura pari al valore attuale dei redditi che promette di governare in futuro. D’altra parte imparare a gestire il proprio capitale, a ripartirne i rischi, è spesso impresa non facile. Pensiamo alle aziende quotate  in borsa e a capitale diffuso (public companies), per le quali la quotazione azionaria può essere intesa come misura sufficientemente rappresentativa del valore come non potrebbe essere per imprese che, pur quotate in borsa, hanno una proprietà concentrata per la quale il valore di Borsa esprime al meglio il valore  attribuibile a quote marginali di proprietà. Come si può agevolmente notare tale impatto non è agevole se il risparmiatore vuole scendere in campo e misurarsi con l’investimento azionario con l’intento di recuperare il calo dei tassi dei titoli pubblici.

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