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Paesi emergenti: allarme della Banca Mondiale sul debito

Posted by fidest press agency su sabato, 4 gennaio 2020

Ancora una volta suona l’allarme debito. Questa volta riguarda i paesi emergenti e in via di sviluppo. Secondo il rapporto della Banca Mondiale, “Global wave of debt” (L’onda globale del debito), pubblicato a dicembre, il debito pubblico e privato di questi paesi a fine 2018 ha raggiunto il record di 55mila miliardi di dollari. Dal 2010 il loro rapporto debito/pil è aumentato del 54% fino a raggiungere il 168%. In questi otto anni, relativamente ai paesi oggetto dello studio, si è verificata la crescita più grande, più veloce e diffusa degli ultimi 5 decenni. In media il 7% annuo, tre volte più veloce di quanto avvenne durante la crisi del debito dell’America Latina negli anni ottanta. Nel cinquantennio scorso, quella dei paesi emergenti sarebbe l’ultima delle quattro grandi crisi debitorie. Si è potuto evidenziare che la crescita elevata del debito è combinata con veri e propri sconquassi finanziari che hanno determinato crolli nella produzione, nei consumi e negli investimenti. La crescita del debito in questione è stata guidata dalla Cina che ne detiene 20mila miliardi di dollari. Nel periodo di riferimento, Pechino ha visto crescere del 72% il rapporto debito/pil portandolo a 255%. Un dato preoccupante. La pericolosità della bolla debitoria è aggravata dai rilevanti cambiamenti realizzati rispetto al passato. Non si tratta solo di debito pubblico e di quello estero ma anche di debito privato, in particolare delle imprese. Rispetto al 2007, oggi questi paesi sono più deboli. Il 75% di loro ha deficit di bilancio e i deficit delle partite correnti (la differenza tra la spesa per le importazioni e gli introiti dalle esportazioni) sono 4 volte più grandi. Inoltre, sono coinvolte nuove categorie di creditori. In passato erano i governi e le organizzazioni internazionali, adesso i debiti sono soprattutto in mano ai vari tipi di fondi d’investimento e a settori non bancari. In aggiunta, sono negoziati nei mercati di capitali, tanto che oltre il 50% dei debiti pubblici sono in mano a operatori stranieri. Tali debiti sono anche fuori dal Club di Parigi, cioè fuori dall’accordo che garantisce interessi moderati, eventuali sospensioni dei pagamenti e riorganizzazioni debitorie non punitive. Spesso sono denominati non in moneta nazionale ma in dollari ed espongono i paesi a fluttuazioni e crisi generate fuori dal loro controllo. La crescita del loro debito aggregato è stata favorita, se non sollecitata, dalla politica del tasso d’interesse zero della Federal Reserve, della Bce e delle altre banche centrali. Anche la liquidità dei quantiative easing, non utilizzata in investimenti nei settori dell’economia reale dei paesi industrializzati, è spesso confluita verso le economie emergenti in cerca di rendimenti maggiori. Quando il denaro non costa più, si avallano anche le propensioni a rischi elevati e al cosiddetto azzardo morale, che nel medio periodo minano le fondamenta di qualsiasi sistema economico. Adesso un improvviso choc globale, quale l’aumento dei tassi d’interesse o dei premi per il rischio di mercato, potrebbe generare un pericoloso stress finanziario difficilmente sostenibile. Si ricordi che, in merito al debito, la Banca Mondiale afferma che “è la dose che può diventare veleno”.Inoltre, si ritiene che il debito non sia un male in sé, se è usato per promuovere lo sviluppo di lungo termine. Se finisce, invece, in varie operazioni non produttive o addirittura speculative, allora diventa non sostenibile. Le soluzioni proposte dalla Banca Mondiale sembrano, però, vaghe e astratte. Si suggeriscono priorità sociologiche più che economiche. Ad esempio si richiedono una maggiore trasparenza e una più attenta gestione del debito. Indubbiamente cose utili, che non fanno male. Ma le cause profonde sono nella progressiva degenerazione della finanza a livello globale e nella mancanza di regole cogenti e di controlli. Certamente i governi dei paesi emergenti hanno molte responsabilità. Essi, però, seguono i modelli dei paesi occidentali, degli Stati Uniti in primis, che di solito dettano le loro condizioni da applicare all’economia e alla finanza.
Per la sostenibilità del debito e per ridurre il rischio di choc economici, i paesi emergenti e in via di sviluppo necessiterebbero, invece, d’investimenti e di crediti mirati al loro sviluppo economico e sociale. Si dovrebbero creare meccanismi per facilitare la soluzione delle loro crisi debitorie, evitando gravi conseguenze sociali. Troppo spesso essi sono trattati soltanto come fornitori di materie prime, di prodotti e di mano d’opera a basso costo. Il neocolonialismo, anche se in forme moderne, depreda le ricchezze e mantiene la maggioranza delle popolazioni nella povertà e nel sottosviluppo.
E’ augurabile che con il nuovo anno, soprattutto da parte dell’Unione europea, possa esserci un’azione nelle competenti sedi internazionali per una revisione profonda delle politiche di sostegno e collaborazione con i paesi emergenti. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Crescita e fonti di rischio

Posted by fidest press agency su martedì, 10 gennaio 2012

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Image by kevindean via Flickr

Tutti gli occhi sono puntati sulle varie previsioni che in queste ore si fanno, da vari punti di osservazione come l’Ocse, la Banca Mondiale ecc., per cercare di capire cosa ci attende il futuro. Il dato che ci sembra incontrovertibile è che, tra le grandi economie mondiali, gli U.S.A. si sono trovati sull’orlo della bancarotta per il semplice fatto che da tempo stanno spendendo al di sopra delle loro risorse. La causa principale di questo rischio di default deriva dal fatto che la sua vocazione da grandeur o se vogliamo di “guardiano” degli eventi mondiali l’ha spinta a dotarsi di uno dei più sofisticati armamenti e di una presenza militare un po’ ovunque. Non solo. Le sue guerre l’hanno portata ad interferire pesantemente e immotivatamente sugli stati sovrani per il solo sospetto che congiurassero ai danni degli Stati uniti d’America. La ragione, purtroppo, è un’altra, ovvero l’interesse è quello dei voler controllare le fonti energetiche e le aree di interesse strategico per i suoi commerci. Il caso ha voluto che nella buriana ci è finita anche l’Italia con il suo debito sovrano che a differenza degli U.S.A. non ha coperture autorevoli, difensori di prestigio e connivenze internazionali. D’altra parte vi è un fronte di paesi emergenti che è in movimento come il Brasile, la Cina, la Russia, l’India e la Corea del Sud che tendono, sempre più, ad oscurare la dinamica economica degli Usa e dell’area dell’euro. Se dovessimo riscrivere i paesi che avrebbero diritto ad entrare nel club del G8 non esiteremmo ad indicare questi cinque con gli Usa e tutti insieme i paesi dell’area dell’euro e la Gran Bretagna. Ciò vorrebbe dire, per quanto ci riguarda, che l’Eurolandia o ancor più tutti i 26 paesi (ad esclusione della Gran Bretagna) sono appena bastevoli per competere alla pari con gli altri paesi del mondo.
Ma vi è qualcosa di più e di diverso che va annotato. L’attuale crisi potrebbe essere di sistema e ciò significa che si stanno sperimentando nuovi scenari geopolitici ed economici quali potrebbero essere configurabili in questa misura per aree d’influenza: Cina-India-Brasile, Giappone-Corea del Sud-Stati Uniti-Canada-Australia, Ue-Russia-Africa-vicino oriente. Per quest’ultimo aspetto la possibilità che si possa, per l’Europa, giocare un ruolo da leadership sulla scena mondiale se consideriamo la ricchezza dell’area in quanto a materie prime e a risorse energetiche, le premesse vi sono tutte, ma salterebbero gli assoli non più comprensibili come quelli mostrati dalla Francia e dalla Germania in questi giorni. La locomotiva dell’Europa dovrebbe spostarsi più ad Est ed essere rappresentata dalla Federazione russa con tutta l’Ue (eurolandia e non) e i paesi del Nord Africa e quelli della penisola arabica e il vicino oriente. Un’idea politica ed economica che già solo a pensarla diventerebbe “esplosiva” e condizionerebbe l’esistenza degli altri paesi del mondo. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Banca mondiale e combustibili fossili

Posted by fidest press agency su sabato, 16 aprile 2011

In concomitanza con gli Incontri di Primavera di Banca mondiale e Fondo monetario, la CRBM e altre sei Ong internazionali lanciano il loro ultimo rapporto sugli investimenti della World Bank nell’ambito dei progetti per l’estrazione dei combustibili fossili. La ricerca, intitolata “World Bank, Climate Change and Energy Financing: Something Old. Something New?”, evidenzia come i banchieri di Washington continuino a sostenere il comparto estrattivo, infischiandosene dei loro stessi standard ambientali e accrescendo la povertà e l’inquinamento nei Paesi dove finanziano la realizzazione di queste opere. Prendendo in esame sette casi studio – la CRBM ha analizzato un progetto in Nigeria – si dimostra infatti come i prestiti diretti e indiretti per carbone, gas e petrolio e per le grandi opere infrastrutturali non siano di giovamento per le popolazioni locali, avendo invece impatti molto negativi sui cambiamenti climatici. Un tema, quello del surriscaldamento globale, sul quale la Banca continua ad affermare con molta enfasi di svolgere un ruolo di fondamentale importanza, soprattutto nel Sud del Pianeta. L’istituzione guidata dal presidente Robert Zoellick, che attualmente sta riorganizzando la sua strategia energetica per il periodo 2011-14, punta infatti ad avere la leadership sulla gestione delle ingenti risorse messe a disposizione a livello internazionale per il Green Climate Fund delle Nazioni Unite, che fornirà fondi per le compensazioni e le misure di adattamento legate ai cambiamenti climatici. “La revisione in corso della politica energetica della Banca è la cartina di tornasole di se e quanto questa controversa istituzione globale possa essere autenticamente riformata a vantaggio della sostenibilità e dei poveri” ha affermato Antonio Tricarico, coordinatore della CRBM. “Tra interessi dei paesi emergenti, affamati di risorse energetiche, e interessi dei paesi donatori, troppo impegnati a sponsorizzare le proprie multinazionali ed imprese finanziarie – ancora una volta la più grande istituzione di sviluppo potrebbe scegliere business as usual, ossia schierarsi contro i poveri” ha concluso Tricarico.

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Proteggere il mercato verde

Posted by fidest press agency su venerdì, 10 dicembre 2010

Il Sottosegretario di Stato per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione Andrea Augello, la Presidente di Transparency Italia Maria Teresa Brassiolo e l’Amministratore delegato di Siemens Industry Giuliano Busetto hanno presentato oggi a Palazzo Vidoni il progetto “Sustainable Procurement – Protecting the green market sector from corruption and fraud”. Una presentazione avvenuta contestualmente alla comunicazione emessa dalla Banca Mondiale a Washington per presentare i 30 progetti selezionati e finanziati nel mondo a valere sul Siemens Integrity Fund: tra questi vi è anche quello presentato oggi, proposto dal “sistema Italia”, che ha valorizzato le sinergie già operative tra il  pubblico, il privato e la società civile.
Transparency Italia, con la collaborazione istituzionale dell’Autorità nazionale Anticorruzione – Servizio Anticorruzione e Trasparenza del Ministero per la PA e l’Innovazione, ha prevalso sulle 300 manifestazioni di interesse presentate a livello mondiale, grazie a questo progetto triennale del valore di 600 mila dollari nel settore della “Green Economy”, focalizzato su tre linee d’azione:
1.    accompagnare la crescita continua dei settori economici della cosiddetta “Green Economy”, in particolare nei segmenti delle energie rinnovabili, della mobilità e dell’innovazione tecnologica,
2.    mettere a punto e proporre agli enti pubblici un set/pacchetto di strumentazioni normative e procedure ed elaborare meccanismi culturali ed educativi che vedano attive le articolazioni della società civile promuovendo il coinvolgimento di scuole, università e “luoghi di formazione”;
3.    sviluppare una buona pratica su scala nazionale che serva da punto di riferimento sui mercati globali, durante e dopo la sua conclusione, per la definizione di legal standard internazionali specifici per i settori della Green Economy, sviluppato grazie ad una partnership, che ha valorizzato il modello hub&spoke con: RISSC-Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità, Legambiente, Ecomondo, Pentapolis, Acquisti e sostenibilità, Territoria, Ricerca sistema energetico, Studio Synergia, World Energy Council, STEP. Valorizzato dopo la soppressione dell‘Alto Commissario e con un taglio dei costi del 90%, il partenariato ha già dimostrato in passato di funzionare con successo. In soli due anni il Sistema Italia è stato rappresentato in Croazia (con il paritetico organismo francese in un programma biennale di 900mila euro); nell‘iniziativa europea di Transparency in materia di whistleblowing (dipendenti che denunciano illeciti, oggi recepita nel ddl anticorruzione);  in due progetti all’esame della Commissione Europea (uno in Serbia in partnerish con la Slovenia per 1,32 milioni di euro e uno allargato a Transparency Spagna in materia di Green&Clean market  per un valore di 300mila euro).

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Patagonia senza dighe

Posted by fidest press agency su giovedì, 16 settembre 2010

Roma, 21 settembre 2010, ore 11.00 Sala del Consiglio Provinciale, Palazzo Valentini,  Via IV novembre 119/a Interverranno Juan Pablo Orrego (Consiglio di Difesa della Patagonia Cilena) Caterina Amicucci (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale) Paolo Carsetti (Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua) La campagna è promossa da Ass. Aktivamente, ASAL, A Sud, Campagna per la riforma della Banca mondiale, Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali, CEVI, Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull’Acqua, Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, Ass. No. Di, Servizio Civile Internazionale, che hanno raccolto l’appello rivoltogli dalle 70 organizzazioni cilene che compongono la coalizione internazionale del Consiglio per la Difesa della Patagonia.  La compagnia italiana Enel, per il 31 per cento di proprietà statale, tramite la sua controllata Endesa è intenzionata a costruire cinque impianti idroelettrici in uno degli angoli più incontaminati del Pianeta, nella regione cilena dell’Aysén. Le cinque dighe dovrebbero imbrigliare il corso del Baker e del Pascua, due fiumi “ancestrali”, in quanto da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi finire la loro corsa nell’Oceano Pacifico. Il Baker è ritenuto una delle meraviglie del territorio della Patagonia. Metà delle sue acque proviene dal secondo più grande lago del Sud America, il General Carrera, mentre il resto deriva dallo scioglimento degli immensi ghiacciai andini. Le dighe determineranno la formazione di ampi bacini artificiali che avranno rovinose conseguenze sulle risorse agricole dai quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare i delicatissimi ecosistemi della regione. In occasione della conferenza stampa, sarà reso pubblico il rapporto “Patagonia Senza Dighe” e sarà presentata la delegazione che la campagna italiana invierà in Cile dal 24 ottobre al 6 novembre prossimi. http://www.patagonisenzadighe.org

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Il “carbone” della banca mondiale

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 Maggio 2010

CRBM, insieme a Friends of the Earth Europe, all’Ong tedesca Urgewald, alla francese Les Amis de la Terre e altre realtà della società civile europea, ha tenuto oggi a Bruxelles un’azione dimostrativa contro i finanziamenti della Banca mondiale a progetti per l’estrazione di combustibili fossili.  I banchieri di Washington, infatti, hanno organizzato proprio nella capitale belga un incontro per discutere della loro politica energetica, al momento in fase di revisione. Fra il 2007 e il 2009 l’istituzione ha aumentato del 22 per cento il suo sostegno al comparto estrattivo. In particolare in quel lasso di tempo il carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili, ha ricevuto finanziamenti per circa 6,6 miliardi di dollari. Una tendenza ormai consolidata, come dimostra la recente approvazione di un prestito di 3,75 miliardi di dollari alla multinazionale sudafricana per la realizzazione della centrale a carbone di Medupi, nel nord del Paese africano, nonostante l’opposizione di oltre 150 gruppi locali e internazionali.   L’azione di oggi ha avuto come oggetto proprio il mega-progetto di Medupi, con da una parte dei finti banchieri che distribuivano soldi sporchi di carbone e dall’altra attivisti che facevano sfilare una serie di immagini che mostravano quali saranno i devastanti impatti della centrale sulla popolazione e sull’ambiente. Una volta ultimati i lavori, Medupi emetterà 25 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, ovvero quanto 115 Paesi in via di sviluppo messi insieme. L’energia prodotta andrà a beneficiare una quarantina di multinazionali energivore presenti nella regione, che potranno godere di tariffe bassissime, retaggio dell’era dell’apartheid, e non le popolazioni locali, le quali si ritroveranno a far fronte a un corposo aumento nelle bollette elettriche.

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Banca mondiale: no a progetti “sporchi”

Posted by fidest press agency su martedì, 27 aprile 2010

Washington.  La CRBM si aggiunge al coro delle numerose Ong che si oppongono alla richiesta del presidente della Banca mondiale di aumentare di almeno 58 miliardi di dollari il capitale dell’istituzione. Le tante realtà della società civile internazionale temono che quei fondi possano essere impiegati per continuare a finanziare progetti per l’estrazione di combustibili fossili. Non a caso a inizio aprile i direttori esecutivi della Banca hanno approvato un finanziamento di 3,75 miliardi di dollari alla Eskom per la costruzione di una mega centrale a carbone a Medupi, in Sudafrica. Un’opera alla cui realizzazione si oppongono le popolazioni locali e almeno 200 gruppi sparsi per il Pianeta e che ha creato dei malumori anche all’interno della stesso board, visto che Italia, Stati Uniti, Regno Unito, Olanda e Norvegia si sono astenute al momento della votazione.  Ciò nonostante la World Bank continua a sbandierare l’importanza del suo ruolo nella gestione della cosiddetta finanza climatica e il suo impegno contro il surriscaldamento globale. Eppure tra il 2007 e il 2009 circa la metà del portafoglio energetico dell’istituzione è andato a progetti per l’estrazione dei combustibili fossili e oltre sei miliardi per impianti a carbone, la risorsa più inquinante attualmente a disposizione. Soli il 16 per cento dei fondi a disposizione sono andati alle fonti rinnovabili e il 20 a opere per l’efficienza energetica. L’approccio della Banca è poi basato sulla produzione ad ampia scala e sull’esportazione dell’energia prodotta, a discapito degli interessi delle popolazioni locali, che spesso subiscono solo le conseguenze negative dal punto di vista socio-ambientale dei progetti finanziati dai banchieri di Washington. http://www.crbm.org/modules.

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Annual meetings banca mondiale

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2009

Istanbul 6,7 ottobre 2009. Il recentissimo summit dei G20 di Pittsburgh ha portato con sé un apparente vento di cambiamento, regalando alle economie emergenti un 5 per cento in più di quote di potere nel Fondo monetario e un 3 per cento in ambito Banca mondiale. Sebbene da anni si parli di una nuova Bretton Woods per le istituzioni finanziarie internazionali che riveda gli equilibri di potere a livello internazionale e democratizzi maggiormente le istituzioni di Washington, per esempio tramite le proposte innovative della società civile globale per una doppia maggioranza, politica ed economica, in seno a FMI e World Bank – la montagna ha partorito un topolino. Era ormai scritto da tempo che le nuove super potenze del Sud del mondo come la Cina e l’India avrebbero acquisito maggior importanza e potere decisionale nel board delle due istituzioni. Ma una reale democrazia latita ancora. Non si raggiungerà alla fine una vera parità Nord-Sud e così come accade nei processi del G20, anche nel contesto delle istituzioni finanziarie internazionali i Paesi più poveri – e più impattati da una crisi che non hanno né voluto né causato – continueranno ad avere ben poca voce in capitolo. Il Fondo monetario internazionale ha promesso che destinerà ai Paesi più poveri circa quattro miliardi di dollari nel 2009, altrettanti nel 2010, fino ad arrivare a un totale complessivo di 17 miliardi entro il 2014. Purtroppo non si sa ancora come saranno racimolati 14 dei 17 miliardi previsti. Poco più di 780 milioni derivano dalla vendita di una parte delle riserve auree del Fondo. Fondi che, nonostante le pressioni dei Paesi meno sviluppati e delle reti della società civile globale, non saranno destinate alla cancellazione del debito. Qualora i fondi necessari siano garantiti da Paesi donatori, è alquanto probabile che tali erogazioni non andranno ad aumentare il monte degli aiuti allo sviluppo.  Anche il taglio dello 0,5 per cento degli interessi sui prestiti concessi dal Fondo alle realtà più povere del pianeta avrà degli impatti minimi sulle disponibilità finanziarie di questi ultimi – si calcola un risparmio di un solo milione all’anno in media per Paese.  Infine va sottolineato che gran parte delle nuove risorse che nel 2010 saranno allocate nelle banche multilaterali di sviluppo andranno a beneficiare principalmente i Paesi emergenti e a medio reddito e gli sportelli per il prestito al settore privato. Risulta inaccettabile la proposta del Presidente della Banca Robert Zoellick di creare una linea di prestiti per il salvataggio delle banche private nel Sud del mondo, quando la gran parte di questa è controllata da istituti di credito del ricco Nord che hanno già ampiamente tratto vantaggio dagli aiuti di Stato. I banchieri di Washington sostengono che ormai il 35 per cento del loro portfolio energetico è dedicato alle fonti rinnovavili. Peccato che in quel calcolo vengono considerati per il 60 per cento anche i grandi progetti idroelettrici, che la Banca è tornata a finanziare alla grande. Progetti che hanno impatti negative anche sul clima, oltre che costi socio-ambientali spesso non accettabili. Infatti come comprovato da numerosi studi internaziionali, nel caso delle regioni tropicali la sommersione di vegetazione su larga scala provoca l’emissione cospicua di metano, che è un gas serra. Di contro la Banca mondiale promuoverà a Istanbul una revisione del Debt Sustainability Framework che definisce quanto un Paese povero può indebitarsi. Un allentamento temporaneo delle prescrizioni della Banca a fronte della crisi in realtà non risolve il problema dell’emorragia di risorse che il pagamento del debito esistente continua a produrre, né previene la creazione di nuovo debito. (Luca Manes in sintesi)

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