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Posts Tagged ‘banche’

Banche europee, la Russia è una sfida per le azioni più che per il credito

Posted by fidest press agency su giovedì, 24 marzo 2022

A cura di Romain Miginiac, CFA, Head of Research per le strategie Credit Opportunities di GAM Investments. Nonostante l’incertezza geopolitica attuale e le preoccupazioni per le sanzioni senza precedenti contro la Russia, il settore bancario europeo va avanti. L’esposizione alle controparti russe, a nostro avviso, è relativamente contenuta e la propensione delle banche a concedere prestiti in Russia è diminuita significativamente dal 2014. Anche se dovesse materializzarsi un evento di coda – un totale azzeramento delle esposizioni russe delle banche – i livelli di solvibilità non sarebbero minacciati, e le riserve di capitale rimarrebbero probabilmente solide. Dato che i regolatori e le autorità di vigilanza stanno monitorando strettamente le banche, il tono della narrativa circa i dividendi degli azionisti per gli emittenti colpiti ha iniziato a spostarsi verso un approccio conservativo. Ciò sembra confermare la teoria degli azionisti che subiscono la perdita, mentre le cedole degli Additional Tier 1 (AT1) verrebbero probabilmente colpite solo se i coefficienti di capitale scendessero al di sotto dei requisiti – uno scenario che non è in discussione. Il debito subordinato delle banche può probabilmente offrire valutazioni interessanti, gli investitori beneficiano di un carry elevato in un settore resiliente, con un potenziale rialzo dei prezzi. L’esposizione complessiva delle banche di tutto il mondo verso la Russia è bassa, pari a 121 miliardi di dollari, di cui circa 80 miliardi di dollari per le banche europee – irrilevante nel contesto di circa 50 mila miliardi di euro di asset per il settore bancario europeo. La situazione attuale ci ricorda che gli azionisti probabilmente subiranno nuovamente delle perdite e che gli obbligazionisti sono a rischio solo se è minacciata la solvibilità. I regolatori e le autorità di vigilanza hanno monitorato da vicino la situazione e hanno mantenuto un dialogo quasi continuo con le banche fortemente esposte. Di conseguenza, le banche sono state preventivamente conservative, prendendo la strada della conservazione del capitale a spese delle distribuzioni agli azionisti. RBI ha annunciato la cancellazione del dividendo annuale, mentre UniCredit ha congelato (e potenzialmente ridimensionato) il suo buy-back di azioni da 2,6 miliardi di euro, in attesa degli sviluppi sulla situazione in Russia. D’altra parte, RBI ha dichiarato in una recente call di non vedere la possibilità di uno scenario in cui le cedole AT1 verrebbero cancellate. La modesta vulnerabilità del settore bancario europeo nei confronti dell’incertezza legata alla Russia e la mancanza di outlier per far saltare la stabilità finanziaria è probabilmente ancora una volta un segno che le banche sono potenzialmente uno dei settori più forti. L’elevata volatilità e il sentiment negativo hanno pesato sulle valutazioni – portando, a nostro avviso, a interessanti opportunità. Con gli spread sulle convertibili contingenti (CoCos) AT1 delle banche europee intorno ai 450 punti base – quasi 200 punti base in più rispetto ai livelli pre-Covid-19 – gli investitori possono beneficiare di un elevato carry in un settore solido, combinato con un potenziale rialzo dovuto a una ripresa dei prezzi nel caso la situazione si sblocchi. Abstract by verinieassociati.com

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Opportunità nel mercato obbligazionario tra il conflitto in Ucraina e le azioni restrittive delle Banche Centrali

Posted by fidest press agency su domenica, 20 marzo 2022

A cura di Robert Tipp, Managing Director, Chief Investment Strategist, and Head of Global Bonds di PGIM Fixed Income Le nostre previsioni per il 2022 erano concentrate sulla forza della crescita globale, soprattutto nel mondo sviluppato. Negli Stati Uniti e nella zona euro avevamo previsto una crescita superiore al trend, rispettivamente del 3,6% e del 4,3%. Al contrario, dopo la forte ripresa della Cina dopo i lockdown ci aspettavamo che la crisi immobiliare in corso smorzasse la crescita della seconda economia mondiale al 4,5% per il 2022. Tuttavia, a seguito del conflitto, queste stime sono state riconsiderate, soprattutto per l’area euro in quanto grande importatore di energia con una forte dipendenza dal gas russo. Il trend nella crescita dell’inflazione dei prezzi al consumo ha accelerato quest’anno, dato che il conflitto ha posto ulteriori pressioni al rialzo del costo dell’energia, del cibo e di altre materie prime. Nonostante il rapido aumento delle aspettative di inflazione a breve termine, i mercati stanno mantenendo la fiducia nel controllo dell’inflazione a lungo termine. Per esempio, anche dopo gli effetti della crisi Russia/Ucraina, le aspettative di inflazione a lungo termine rimangono vicine alle medie dal 2005. Questo suggerisce che i mercati rimangono fiduciosi che la Federal Reserve e altre banche centrali possano domare l’inflazione con un irrigidimento della politica monetaria. Un’inflazione storicamente elevata, un insieme di banche centrali “falco” determinate a rispettare i mandati di stabilità dei prezzi e una prospettiva di crescita economica moderata, offuscata dal caos della guerra, pongono gli investitori in un contesto disorientante. Gli operatori di mercato si trovano di fronte a un ambiente molto insolito e impegnativo. Da un lato, il conflitto Russia/Ucraina ha provocato uno shock di approvvigionamento globale che proietta l’ombra della stagflazione, mentre i prezzi delle materie prime e l’inflazione raggiungono livelli mai visti da decenni. Dall’altro lato, le banche centrali sono costrette a combattere l’elevata inflazione. La Federal Reserve è su un chiaro percorso di inasprimento, e anche la BCE sta tenendo le proprie opzioni aperte nonostante gli imminenti rischi al ribasso per le prospettive di crescita nella zona euro. L’incertezza che affrontano gli investitori è enorme, lasciando l’ambiente macroeconomico e di mercato aperti a significativi rischi al ribasso. Tale incertezza rende difficile prendere grandi decisioni macro a livello di portafoglio. Se la mancanza di chiarezza può essere snervante per gli investitori, è chiaro che l’inflazione ponga rischi tangibili ai loro rendimenti reali se gravitano, o rimangono, in disparte. Piuttosto, possono assumere un approccio tematico identificando le interessanti opportunità di valore relativo che esistono tra regioni, asset class e settori. (abstract) fonte: Commento PGIM Fixed Income

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Inflazione crescente: il dilemma delle banche centrali

Posted by fidest press agency su sabato, 12 febbraio 2022

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. La politica dei soldi facili ha “drogato” la finanza e l’economia, facendo aumentare i debiti e la propensione per maggiori rischi, e ha determinato la crescita dell’inflazione.Dopo molto tempo anche la Federal Reserve ha ammesso di aver sottovalutato l’impennata inflazionistica, che è più ampia e persistente delle previsioni. Ora, per tutte le grandi economie, la sfida è come correggere le azioni “dettate” dall’inflazione interpretata come “transitoria”.Le banche centrali da anni, in merito all’inflazione, si basano su tre principi molto “soggettivi” e poco scientifici. Il primo è il target arbitrario del 2% annuo. Il secondo riguarda le “aspettative di inflazione”. I banchieri affermano che sono le aspettative a muovere l’inflazione e che le banche centrali guidano le aspettative. Perciò tutto, secondo loro, sarebbe sotto controllo. Il terzo è il cosiddetto “forward guidance”, una guida anticipata attraverso, per esempio, il controllo della curva dei rendimenti dei titoli pubblici. Con la Grande Crisi Finanziaria prima e con la pandemia poi, le banche centrali bene hanno fatto ad aprire i rubinetti della liquidità con salvataggi immediati e necessari per il sistema. A lungo andare, però, i rischi di inflazione sono inevitabili. Infatti, già la scorsa estate, sarebbe stato opportuno riconoscere che i fattori cosiddetti “transitori” erano accompagnati da problemi strutturali. Non si può giustificare tutto con gli effetti della pandemia. Oltre le irrisolte speculazioni sulle commodities, le aziende, in verità, descrivevano la natura persistente delle interruzioni nelle loro catene di approvvigionamento e la mancanza di manodopera specializzata. Gli imprenditori, a differenza di molti economisti accademici, affermavano che questi problemi non sarebbero stati risolti in tempi brevi.Le banche centrali certamente non hanno tutti gli strumenti per sbloccare le catene di approvvigionamento e il reperimento della forza lavoro. Ma rimanere nella “mentalità inflazionistica transitoria”, rischia di mettere in moto quelle “aspettative” con tassi di inflazione non facilmente tollerabili dall’economia. Anche i crescenti risparmi dei mesi passati, erosi da un’inflazione del 6% o più, potrebbero essere spinti con forza verso l’acquisto di beni, ma troppo velocemente per trasformarsi in nuovi investimenti e in maggiori produzioni, alimentando così la stessa inflazione. Non si può aspettare. Si rischia una più marcata recessione. E’ un modello conosciuto: dentro la trappola della curva dell’inflazione c’è il rischio di inasprire la politica monetaria in modo brusco, colpendo duramente la domanda e l’occupazione e mettendo fuori gioco le imprese già in difficoltà. Per i mercati si prospetterebbero situazioni d’illiquidità destabilizzante.In verità, già a novembre, il governatore della Fed, Jerome Powell, ha fatto un improvviso cambiamento di politica monetaria, annunciando una riduzione degli acquisti mensili di attività, quello che si chiama in gergo il “tapering” del quantitative easing. Da parte sua, la Banca centrale europea ha ancora una posizione attendista, credendo fermamente nella “transitorietà” dell’inflazione, che alla fine dovrebbe ritornare al fatidico 2%. Se le pressioni inflazionistiche dovessero, però, diventare generalizzate, non si può escludere una qualche “frenata” disordinata nella politica monetaria. In questa situazione, secondo noi, le principali banche centrali dovrebbero comunicare con puntualità le proprie azioni politiche in modo da non innescare confusione o una overreaction dei mercati. A differenza del positivo sincronismo pre pandemico, l’attuale disallineamento tra la Fed e la Bce non è di buon auspicio.D’altra parte, se l’inflazione diventasse più alta rispetto alle previsioni, si ridurrebbero anche i redditi reali, innescando un inevitabile scontro sociale, in particolare sui salari e le pensioni. Indubbiamente, non vi sono facili soluzioni. Però, se nei passati 15 anni le banche centrali sono state super interventiste, non possono adesso diventare troppo attendiste. In questa situazione sono i governi e i parlamenti a dover entrare in gioco con decisione e definire le priorità degli interventi. Sono chiamati a favorire attivamente l’economia reale, le imprese produttive, l’occupazione e i redditi dei cittadini e svincolarsi dalla “presa” prolungata e soffocante della grande finanza. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Credito Emiliano tra le principali banche vigilate direttamente da Francoforte

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 febbraio 2022

La Banca Centrale Europea (BCE) ha confermato, per l’anno in corso, il requisito di Pillar 2 (P2R) di Credito Emiliano all’1%, collocandolo tra i migliori in Italia ed in Europa tra le principali banche vigilate direttamente da Francoforte.Il requisito di Pillar 2 deriva dall’analisi annuale svolta dalla BCE (SREP – Supervisory review and evaluation process) che ha così confermato la solidità del modello di business e dei presidi di gestione dei rischi di Credito Emiliano.Conseguentemente il requisito patrimoniale* complessivo, che indica il livello minimo di capitale da rispettare a fronte delle attività svolte dal Gruppo ed a tutela dei risparmiatori, per il 2022, ammonta a 7,56% per quanto riguarda il CET 1 ratio. I requisiti per il Tier 1 ratio e per il Tier Total sono invece rispettivamente fissati a 9,25% e 11,5%. Al 30 settembre 2021, tutti i coefficienti patrimoniali del Gruppo sono ampiamente superiori ai requisiti. In particolare il CET1 Ratio a livello di Credemholding (perimetro di vigilanza) era pari a 13,7% con un buffer rispetto al requisito SREP tra i più ampi del sistema e pari ad oltre 618 basis point.Il Gruppo Credem al 30 settembre 2021 ha registrato un utile consolidato pari a 275,8 milioni di euro (+98,1%), prestiti alla clientela a 31,5 miliardi di euro, +11,9% a/a (oltre sei volte rispetto al sistema in crescita dell’1,9%) di cui nuovi mutui casa per 1,4 miliardi di euro erogati da inizio dell’anno (+15,1% rispetto allo stesso periodo 2020). La raccolta dei clienti depositata presso l’istituto è pari a 88,5 miliardi di euro (+18,5%) di cui patrimoni gestiti +19,9% a 34 miliardi di euro e prodotti assicurativi a 8,4 miliardi di euro, +12%.

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Banche: Aumentano i costi dei conti correnti

Posted by fidest press agency su domenica, 6 febbraio 2022

Lo sono quelli con operatività allo sportello (fino al +21%) mentre calano in misura più o meno uguale quelli con operatività online (fino al -22%); sono queste alcune delle evidenze emerse dall’indagine di Facile.it, anticipata ai microfoni di Sportello Italia (Rai Radio 1). Il comparatore ha ottenuto i dati dopo aver esaminato l’ICC (Indicatore dei Costi Complessivi) dei conti correnti offerti oggi da sei primari istituti bancari e confrontato i valori con quelli disponibili per altrettanti profili di clienti ad ottobre 2020.«Appare evidente una dinamica generale per cui gli istituti di credito cercano di spingere i clienti verso l’online alzando i costi per le operazioni allo sportello», spiegano gli esperti di Facile.it. «Aumentano ad esempio le tariffe per le operazioni in filiale come i bonifici o i costi per il prelievo di denaro contante, che per alcune banche sono diventati a pagamento se al di sotto di un certo importo (solitamente 100€). Con l’obiettivo di incentivare l’online, inoltre, alcuni istituti offrono conti con tariffe agevolate per tutta la durata del rapporto in caso di sottoscrizione via web piuttosto che in filiale.».Guardando ai dati emerge che per i conti con operazioni allo sportello i costi sono aumentati per tutte le tipologie di clientela; si va da un +2% per i pensionati con operatività bassa (124 operazioni) fino ad un +21% per le famiglie con operatività media (228 operazioni annue). Di contro il canale online ha costi quasi sempre in diminuzione, soprattutto per i correntisti con operatività contenuta, in primis i giovani (-15%) e i pensionati con operatività bassa (-22%)

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Le banche non fanno più credito ai ristoratori

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 gennaio 2022

«Le banche stanno chiudendo i rubinetti al settore Horeca – ristoranti, bar, pizzerie, pub e cocktail bar – perché considerato ad alto rischio fallimento. Il Centro Studi di MIO Italia sta monitorando la situazione, in via di peggioramento dalla fine delle festività natalizie. Infatti, oltre a negare il credito alla ristorazione, le banche stanno segnalando alla Centrale dei rischi tutte le piccole aziende in sofferenza».Lo ha reso noto Paolo Bianchini, presidente dell’associazione di categoria MIO Italia, Movimento Imprese Ospitalità. «È chiaro che senza liquidità fresca, immessa con nuovi Ristori, la previsione di chiusura di altre 50mila attività entro Pasqua sarà abbondantemente superata. Ricordo che a novembre, nonostante l’emergenza sanitaria, è calata pesantissima la mannaia del fisco. E che tra dicembre e inizio gennaio i locali hanno visto più che dimezzato il loro fatturato, a fronte dell’aumento dei costi di gestione. MIO Italia aveva previsto tutto ciò. Non a caso da oltre tre mesi – unica organizzazione a farlo – sta proponendo cinque azioni urgenti per salvare il settore Horeca. Ma il Governo rimane silente e la politica, tutta, clamorosamente assente», ha concluso Paolo Bianchini.

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Il cambiamento climatico incide sulla performance finanziaria delle banche

Posted by fidest press agency su sabato, 16 ottobre 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Natalia Luna, Analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments. Nel suo storico discorso del 2015, Mark Carney, allora governatore della Bank of England, invocò lo spettro di un “momento Minsky”, un crollo dei prezzi degli attivi causato dalla crisi climatica. All’epoca le sue parole parvero distopiche e sembrarono evocare una prospettiva distante. Oggi, tuttavia, appaiono più preveggenti. Una folta schiera di banche centrali teme che il cambiamento climatico possa scatenare la prossima crisi finanziaria. Per questo motivo, le autorità di vigilanza in Europa e nel Regno Unito stanno già iniziando a esaminare la resilienza delle banche al cambiamento climatico, valutando sia le probabili tensioni derivanti dalla transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio nei prossimi decenni, sia l’impatto di condizioni meteorologiche estreme. Per il momento, tuttavia, l’ansia delle autorità monetarie non si riflette nei mercati azionari o obbligazionari, che sembrano relativamente poco influenzati dal rischio climatico. Eppure nei prossimi anni il cambiamento climatico potrebbe diventare un motore chiave della performance finanziaria e un fattore importante per gli investitori che valutano le banche. I rischi per gli utili non mancano neppure nel breve termine, mentre nel medio periodo è probabile che gli istituti con maggiori esposizioni legate al clima dovranno far fronte a requisiti patrimoniali più elevati, per non parlare dei rischi reputazionali. Ma non è solo una questione di rischio. Guardando avanti di qualche anno, potrebbero anche esserci opportunità per le banche che guidano il finanziamento della transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio. In effetti, si stima che gli investimenti e i finanziamenti verdi potrebbero raccogliere fino a 50 miliardi di dollari di ricavi nei prossimi 5-10 anni.Finora, tuttavia, vi sono poche indicazioni che le banche stiano riducendo i prestiti legati ai combustibili fossili, on l’importante eccezione del carbone. Gli investitori potrebbero però iniziare presto a distinguere tra leader e ritardatari, grazie ai migliori dati estratti dalle informative obbligatorie. Inoltre, l’engagement degli azionisti e l’attivismo delle ONG potrebbero ripercuotersi in tempi brevi sulle valutazioni delle azioni bancarie. Abbiamo condotto un esercizio di engagement con più di 50 banche a livello globale, ponendo domande sulla strategia climatica e sulla gestione del rischio climatico e facendo seguito con una serie di incontri. Abbiamo riscontrato così l’emergere di alcune chiare tendenze. A livello generale, alcune banche britanniche, olandesi e svizzere si distinguono in positivo. Le banche nordiche, francesi, spagnole e giapponesi sono leggermente indietro, mentre quelle irlandesi, tedesche, italiane e cinesi sono in ritardo. Abbiamo iniziato a tenere conto dell’esposizione delle banche ai rischi climatici nella nostra ricerca. Il cambiamento climatico non incide ancora sugli utili o sui requisiti patrimoniali delle banche, ma potrebbe farlo già tra due o cinque anni. Dato che nella nostra valutazione delle aziende adottiamo un orizzonte prospettico di due anni, incorporiamo questa dimensione nella nostra ricerca obbligazionaria e assegniamo i relativi rating alle banche. Queste valutazioni cominciano a influenzare la costruzione del portafoglio. A nostro avviso, non passerà molto tempo prima che gli investitori inizino a operare una distinzione tra leader e ritardatari. Ciò creerà un’opportunità per gli investitori attivi, premiando al contempo le banche che hanno agito tempestivamente per affrontare il cambiamento climatico con un costo competitivo del capitale. (abstract) http://www.columbiathreadneedle.it

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Abi, con circolare alla banche più chiarezza per accedere a misura”

Posted by fidest press agency su lunedì, 31 Maggio 2021

“Sono molto soddisfatta perché Abi ha finalmente chiarito una questione che le avevo sottoposto più volte: la relazione di regolarità urbanistica fra il singolo appartamento e l’intero condominio con una circolare che chiarisce finalmente la questione. Abi ha infatti ha stabilito che sarà sufficiente la certificazione della regolarità urbanistica delle parti comuni per portare avanti la cessione del credito: quindi non si guarderà più alle singole unità immobiliari dei condomini.” E’ quanto dichiarato da Martina Nardi, presidente della commissione Attività produttive alla Camera. “Si tratta – spiega Nardi -di un grande passo in avanti di chiarificazione che consentirà a tante famiglie di poter accedere al superbonus 110% per sistemare lì proprio appartamento. Questo concretamente significa che le difformità che possono essere presenti in un singolo appartamento non possono arrivare a penalizzare il bonus nella sua interezza. Un principio già chiaro nella legge e nelle norme attuative ma che tuttavia alcuni sportelli bancari non accettavano perché richiedevano asseverazioni di regolarità di tutti gli immobili e quindi costringeva a fare più controlli di quelli che invece prevede la legge. In pratica si trattava di un freno indiretto all’utilizzo della misura.” “Da oggi quindi è chiaro per tutte le banche – conclude Nardi – che per accedere al credito d’imposta derivante da superbonus è sufficiente che la documentazione rilasciata dal tecnico abilitato certifichi unicamente la regolarità urbanistica delle parti comuni del condominio e non anche quella delle singole unità immobiliari. Quindi quando si andrà in banca non sarà necessario chiedere altri documenti se non questo semplice documento di asseverazione di correttezza urbanistica del condominio intero.”

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Banche: da “paria” a specie protetta

Posted by fidest press agency su sabato, 15 Maggio 2021

A cura di Paul Smillie, Analista del credito senior, Rosalie Pinkney, Analista del credito senior e Dori Aleksandrowicz, Analista del credito senior, di Columbia Threadneedle Investments. La crisi finanziaria globale (CFG) potrebbe essere considerata una sorta di prova generale della pandemia di Covid-19. Le cause sono state completamente diverse, ma le somiglianze tra le due crisi sono innegabili: la prima è stata una crisi finanziaria con ripercussioni sull’economia reale, la seconda una crisi dell’economia reale con ripercussioni sui mercati finanziari.Del resto, alcune delle politiche adottate con successo durante la crisi finanziaria (in particolare, i massicci programmi di quantative easing) sono state prontamente rimesse in campo dalle banche centrali di tutto il mondo quando i lockdown indotti dalla pandemia hanno fatto vacillare le economie.Questa seconda volta, sono stati appresi insegnamenti preziosi. In particolare, durante la pandemia di Covid-19 la risposta fiscale è stata rapida e senza precedenti. I governi hanno introdotto massicci programmi per il mantenimento dei posti di lavoro nonché agevolazioni fiscali per le piccole e medie imprese (PMI). Le garanzie sui prestiti attraverso iniziative quali il Paycheck Protection Program negli Stati Uniti hanno assicurato il mantenimento del flusso del credito verso il settore societario in un momento in cui molte aziende ne avevano estremo bisogno. In effetti, diversamente dalla crisi finanziaria globale, durante la pandemia le aziende hanno beneficiato di un buon accesso alla liquidità in quanto le banche hanno iniettato credito nell’economia generale: nel 2020 la crescita dei prestiti societari è aumentata di ben il 6% in Europa e del 10% negli Stati Uniti. Inoltre, in paesi come l’Italia e la Spagna, più esposti al rischio di prestiti in sofferenza, molti di questi aiuti finanziari sono confluiti verso le PMI. Ciò dovrebbe ridurre il numero di crediti deteriorati, il che dovrebbe a sua volta fornire un ulteriore sostegno alla stabilità finanziaria di molti istituti di credito europei.Deviando le perdite dai bilanci bancari verso quelli sovrani, i governi sono di fatto riusciti a scongiurare una crisi finanziaria. La conseguenza è stata un marcato incremento del debito pubblico. Dal momento che alcuni dei maggiori detentori di obbligazioni governative sono banche, il rialzo dei rendimenti obbligazionari sovrani indebolisce i bilanci degli istituti di credito. I rischi di questo circolo vizioso del debito sovrano sono in parte diminuiti grazie agli sforzi delle banche centrali tesi a mantenere bassi i costi di finanziamento tramite ampi programmi di acquisti di titoli sovrani; tuttavia, con un rapporto debito/PIL che quest’anno potrebbe arrivare fino al 160% in Italia e al 120% in Spagna, i campanelli d’allarme per il settore finanziario non mancano.Guardando i dati complessivi relativi a oltre 50 grandi banche che copriamo a livello globale, si nota che il costo del rischio ha raggiunto un massimo di circa 150 punti base durante la CFG. Ci sono quindi voluti altri cinque anni per tornare ai livelli normalizzati di circa 45 punti base. Questa volta, durante la pandemia, il costo del rischio ha raggiunto un picco di 90 punti base e ci aspettiamo che ridiscenda verso 45 punti base nell’arco di appena due anni. In breve, visti gli ampi stimoli delle banche centrali e il sostegno fiscale senza precedenti, le preoccupazioni sulla solvibilità degli istituti di credito nutrite da molti investitori a metà del 2020 sono quasi del tutto scomparse. Nel 2021 e 2022 ci aspettiamo che i coefficienti patrimoniali bancari si manterranno solidi.Con il costo del rischio in calo e i bilanci delle banche centrali in crescita, il settore bancario globale dispone di liquidità e capitale in eccesso, un’ottima notizia per gli investitori; tra l’altro, gli spread sui titoli bancari sono tornati ai livelli pre-crisi. Le speranze di reflazione e di distribuzione di parte di quel capitale agli azionisti tramite dividendi generosi nei prossimi trimestri hanno contribuito alla ripresa dei prezzi.Tuttavia, i tagli dei tassi d’interesse e l’afflusso di depositi continuano a pesare sui margini. Gli investimenti tecnologici finalizzati a migliorare le efficienze stanno aiutando. Inoltre, le banche italiane e spagnole hanno già intrapreso un ambizioso processo di consolidamento per eliminare i costi. Ci aspettiamo una prosecuzione di questa dinamica sia in Europa che, a livello di banche di piccole e medie dimensioni, negli Stati Uniti. Nel complesso, le pressioni sulla redditività sono più acute in Europa, dove continuiamo a prevedere rendimenti complessivi nettamente inferiori al costo del capitale. Negli Stati Uniti, le prospettive sulla redditività sono decisamente più rosee. Ciò si riflette sulle nostre classifiche fondamentali dei titoli investment grade globali, che vedono le banche statunitensi ai primi posti. http://www.columbiathreadneedle.it

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Banche: “Hai troppo denaro sul conto? Lo chiudiamo!”

Posted by fidest press agency su sabato, 3 aprile 2021

Ha dell’incredibile quanto sta succedendo a molti correntisti italiani che sono stati contattati dal proprio istituto di credito perché hanno accumulato troppo denaro sul proprio conto corrente.Ebbene sì, il problema non è l’insolvenza, bensì l’eccesso di liquidità sui conti, divenuto oneroso a causa dei tassi negativi. Ecco allora che gli istituti di credito, in maniera più o meno discutibile, stanno adottando misure tese a disincentivare l’accumulo di denaro sul conto.C’è chi incentiva investimenti a bassissimo rischio, c’è chi impone commissioni elevate (anche di oltre 30 Euro al mese) per chi ha sul proprio conto importi superiori a 100 mila euro e c’è chi, come Fineco, che ha comunicato ai propri correntisti la prossima chiusura dei conti con importi oltre 100 mila euro intestati a clienti che non abbiano in corso alcun tipo di investimento o finanziamento.Una vera e propria assurdità, del tutto arbitraria, di cui non si capisce la logica. Nel momento in cui un cittadino deve aprire un conto corrente la banca provvede a controllare scrupolosamente la solvibilità ed il merito creditizio, ma poi non si fa alcuno scrupolo ad applicare commissioni improponibili o a risolvere il rapporto se quel cittadino accumula troppo denaro?“Si tratta di una pratica evidentemente scorretta, che segnaleremo all’Antitrust, oltre che alle autorità di vigilanza competenti in materia finanziaria quali Banca d’Italia e Consob.” – afferma Emilio Viafora, Presidente Federconsumatori. – “All’Antitrust chiederemo inoltre di indagare sull’ipotesi di cartello tra le diverse banche che, seppure con modalità differenti, sembrano tutte contemporaneamente allineate su tali politiche di contrasto all’accumulo di somme sui conti correnti.” Ai cittadini coinvolti chiediamo di rivolgersi ai nostri sportelli, presenti sull’intero territorio nazionale, per verificare, caso per caso, la legittimità della richiesta pervenuta dalla banca e accertare, in caso di chiusura “forzata” del conto, che non venga pregiudicato il proprio merito creditizio e la disapplicazione di costi di chiusura a carico del correntista obbligato a tale opzione.

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“E inflazione fu?”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 3 marzo 2021

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset, e Marco Piersimoni, Senior Investment Manager di Pictet Asset Management. L’abbiamo aspettata a lungo, e infine forse è giunto il suo momento.Per anni, le politiche monetarie straordinarie delle banche centrali, capaci di arginare gli effetti negativi dell’esplosione del debito pubblico e di sostenere il sentiment degli investitori, si erano dimostrate invece inefficaci a provocare una risalita dell’inflazione. Tanto che nel 2017 Janet Yellen, all’epoca alla guida della Fed (oggi al Tesoro USA), arrivò a definire la persistente bassa inflazione un “mistero”. Per certi versi sorprendentemente, quindi, oggi Lawrence Summers (ex Segretario del Tesoro USA) e l’economista Olivier Blanchard richiamano l’attenzione su un imminente rischio inflattivo.
A far scattare l’allarme è stata la manovra fiscale da $1’900 miliardi ideata dall’amministrazione Biden, supportata anche dalla mini-onda blu a cui abbiamo assistito a gennaio con la vittoria dei seggi al Senato in Georgia, che ha di fatto consegnato ai Democratici la maggioranza in Parlamento. Peraltro, considerata l’assenza di efficaci ammortizzatori sociali negli Stati Uniti, le misure fiscali espansive proposte dai Democratici, potrebbero incontrare qualche sponda persino in campo repubblicano, con l’esclusione forse dell’innalzamento del salario minimo (da 7,25$ l’ora a $15). Una manovra imponente, a cui potrebbero far seguito ulteriori $1’500 miliardi di spesa in infrastrutture, che come primo effetto sta producendo quello di far lievitare i risparmi dei cittadini. Si tratta di una vera e proprio valanga di liquidità destinata a riversarsi in una poderosa crescita della domanda (soprattutto di servizi) quando le restrizioni legate all’emergenza sanitaria verranno rimosse. Se, quindi, da un lato verrà sostenuta la crescita, dall’altro un impatto significativo verrà registrato anche a livello di inflazione, quantomeno ‘locale’ ovvero negli USA. Così, dalla paura di un fiscal cliff (vuoto d’aria fiscale) di cui si parlava qualche mese fa a causa della fine del pacchetto fiscale implementato dalla vecchia amministrazione Trump e del vuoto di potere dovuto al passaggio di consegne alla Casa Bianca, siamo passati al timore opposto: secondo Summers e Blanchard, infatti, gli stimoli fiscali record, già implementati o programmati per i prossimi mesi (pari a >10% del PIL), sono spropositatamente superiori all’output gap attuale (circa 4 volte l’output gap) e, di conseguenza, rischiano di provocare una impennata nella dormiente inflazione. L’inflazione ha battuto un colpo d’avvertimento. Sui mercati finanziari lo scossa di assestamento si è fatta sentire, ma per il momento pare assorbibile. I prossimi mesi saranno quelli fondamentali per comprendere la reazione della politica monetaria: verrà mantenuta la linea della tolleranza o si correrà a normalizzare i tassi di interesse? (abstract)

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Banche: Urso (FdI), Agricole acquisirà CreVal con i soldi degli italiani

Posted by fidest press agency su mercoledì, 17 febbraio 2021

“Agricole acquisirà Credito Valtellinese con i soldi degli italiani: è questo l’effetto paradossale della decisione del governo di non porre la golden power, a fronte della norma DTA contenuta nel Bilancio che in tal caso vale circa 400milioni di euro. E ciò malgrado vi sia già in Italia una eccessiva presenza della finanza francese come denunciato nella recente Relazione del Copasir al Parlamento approvata alla unanimità. Il denaro degli italiani servirà quindi a finanziare la scalata della finanza francese in Italia! Un paradosso che la dice lunga su quale sia lo stato di sudditanza in cui versa il nostro Paese. Noi non difendiamo nemmeno le nostre banche mentre la Francia considera strategica persino la grande distribuzione alimentare, come dimostra il caso Carrefour che ha visto il governo francese porre la golden power nei confronti della proposta di acquisto canadese”. Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir.

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Fusione banche: Gualtieri chiarisca su Unicredit-MPS

Posted by fidest press agency su domenica, 10 gennaio 2021

“Per ‘convincere’ Unicredit alla fusione con Mps il Ministero di Gualtieri promette di rilevare anche 14 miliardi di crediti deteriorati al 30 per cento del valore. Pensate che Mustier appena insediatosi nel 2017 cedette 17 miliardi di Npl al valore del 12.8 per cento. Era troppo poco allora o è troppo oggi? Perchè Amco, società pubblica, deve acquistare ad oltre il doppio di quanto fecero i fondi internazionali, poi guarda caso diventati subito azionisti di Unicredit rilevando a loro volta azioni a ‘sconto’, operazione che consentì a Mustier di prendere il controllo della banca riducendo il portafoglio dei soci italiani? Ho l’impressione che il prezzo di cessione del 2017 fosse ben sotto il livello di mercato di allora e che, parimenti, l’offerta di Amco di oggi sia ben superiore al prezzo di mercato. Qualcuno vorrà indagare? Amco, peraltro, sta completando anche l’acquisto di 8 miliardi di crediti deteriorati da MPS. A quale prezzo? Aggiungiamo che la ‘dote’ di MPS per le nozze con Unicredit è già salita a 6miliardi (ricapitalizzazione, DTA ed altro), ai quali dobbiamo aggiungere appunto l’acquisto da parte di Amco di NPL da MPS e da Unicredit e la ‘manleva di 10.2 miliardi di cause giudiziarie che il Tesoro si accollerebbe in un modo o nell’altro. Questo solo per la partita finale in corso. Se poi aggiungiamo quando è già costato allo Stato il salvataggio di MPS negli ultimi sette anni, nazionalizzazione compresa, imposta dall’allora ministro Padoan, ancora oggi ‘regista’ della operazione, giungiamo a cifre mai viste per il salvataggio di una banca. Il tutto per consentire, finalmente, alla ‘Ditta’di avere la ‘sua’” Banca, anzi ‘due banche (Unicredit e Mps) al prezzo di una’. Avremo molto da chiarire in Parlamento quando il ministro illustrerà l’operazione”. Lo scrive su Facebook, il senatore di Fratelli d’Italia, Adolfo Urso.

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Nuove regole Eba in materia di default dei creditori

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 gennaio 2021

«Fratelli d’Italia fa proprio e rilancia l’appello lanciato dalle associazioni di categoria per chiedere alle istituzioni di Bruxelles di rivedere le nuove regole Eba in materia di default dei creditori e di calendar provisioning, che entreranno in vigore pggi 1 gennaio 2021. Secondo queste norme basterà uno scoperto minimo sul conto per essere segnalati alla centrale rischi come insolventi. Le banche saranno sommerse di nuovi crediti deteriorati e risponderanno con una nuova stretta creditizia. Un vero e proprio disastro annunciato che rischia di infliggere il colpo di grazia a migliaia di lavoratori e aziende in sofferenza a causa della crisi generata dal Covid. Da settimane FdI, attraverso la delegazione nel Parlamento Ue, chiede al Commissario all’Economia Paolo Gentiloni di battere un colpo. La risposta è stata un assordante silenzio. E tace anche il governo italiano che non ha mosso un dito per cercare di ottenere almeno un rinvio delle nuove norme. Non ci fermeremo: in Italia e in Europa continueremo a chiedere un intervento urgente, perché difendere le imprese italiane è un dovere della politica e delle istituzioni». Lo dichiara il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Perché non possiamo rinunciare a banche e mercati?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2020

A spiegarlo è Stefano Caselli nel suo nuovo libro per Egea con la prefazione di Ferruccio De Bortoli e la postfazione di Walter Mariotti. E così, anche in pieno Covid19, il nostro paese deve diventare il laboratorio e l’esempio di una crescita che sorprenda per una volta gli altri L’emergenza Covid-19 ha fatto riaffiorare nel nostro Paese vecchi paradigmi che sostengono un ritorno dell’intervento pubblico nell’economia. È però questa la grande tentazione da cui dobbiamo tenerci alla larga. Dal ritorno dello stato così come i vizi e le virtù del nostro paese diventano solo più evidenti durante questa crisi eccezionale, ma ci sono sempre stati. È il dovere civico che spinge Stefano Caselli, autore di “La grande tentazione. Perché non possiamo rinunciare a banche e mercati” (UBE 2020; 208 pagg.; 17 euro) con la prefazione d Ferruccio De Bortoli e la postfazione di Walter Mariotti, a contribuire al dibattito pubblico e a partecipare alla discussione su ciò che si deve fare affinché l’Italia possa essere ancora non solo un buon posto dove vivere ma un attore di trasformazione sociale e di impatto civile ed economico per la nostra casa europea e per il mondo. La tentazione di scegliere la via dello statalismo è forte e rappresenta una scorciatoia di breve periodo. “Tuttavia”, afferma Caselli, “se vogliamo recuperare la ricchezza perduta per dare lavoro e dignità a tutti e cogliere l’occasione per fare meglio e giocare la nostra partita sul terreno dell’innovazione si deve sfruttare la forza straordinaria di banche e mercati finanziari. Sono infrastrutture potenti, capaci di moltiplicare denaro, idee ed energie integrandoli nel sistema economico”. Per fare questo, prosegue Caselli “c’è bisogno di regole e scelte di campo che non significano marginalizzare lo Stato che, sempre in una logica di affiancamento temporaneo al mercato o con meccanismi di mercato, deve invece sostenere attivamente le politiche di sviluppo. Per esempio disegnando quelle regole, soprattutto fiscali, che permettono al sistema finanziario di liberare risorse utili alla crescita, intervenendo nell’economia con una logica vicina a quella del private equity e del partenariato pubblico-privato, orientando, attraverso banche e mercati finanziari, le risorse disponibili per supportare le aziende. Solo così si potrà rilanciare il Paese, sostenere le imprese e affrontare le sfide del futuro”. La domanda appare inevitabile: “C’è la faremo? È possibile? La risposta è sì”, dice l’autore, “se concordiamo tutti su valori di fondo, che passano dai concetti di crescita, dimensione, internazionalizzazione, per giungere alla rilevanza dell’educazione e del capitale umano”. Ma soprattutto “dal concetto di Europa come valore e principio cardine del nostro bene comune, all’esigenza di avere un sistema finanziario completo e centrale nell’allocazione delle risorse”. Sono le ultime pagine del libro quelle dedicate a riflettere e a suggerire come fare. “Il nostro paese deve diventare il laboratorio e l’esempio di una crescita che sorprenda per una volta gli altri”. Anche nei modi e nell’impatto per la società nel suo insieme. Questa è l’ambizione dell’autore, accompagnata da un segno positivo di PIL e occupazione, ma anche dalla attenzione costante a elementi di sviluppo come la valorizzazione del ruolo delle donne, la tutela dei valori sociali e del benessere dei cittadini, la difesa dell’ambiente e del diritto alla salute e alla educazione. “Proviamo ad essere italiani come sempre, ma in modo diverso” conclude Caselli.

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Le banche più rincarate in Italia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 21 ottobre 2020

L’Unione Nazionale Consumatori ha elaborato i dati Istat dell’inflazione di settembre resi noti venerdì, stilando la classifica delle città o delle regioni che hanno registrato i maggiori rincari annui per quanto riguarda le banche (servizi finanziari) e le assicurazioni, che comprende l’rc auto, i servizi assicurativi per la salute e l’abitazione.In testa alle classifica delle banche più rincarate c’è il Friuli Venezia Giulia (il dato si riferisce sia alla regione che a tutte le province del Friuli), che registra un rialzo record rispetto a settembre 2019 del 13,8%. Al secondo posto il Piemonte (con tutte le sue province) con un incremento dell’8,7%, al terzo le Marche (con Ancona, Macerata e Ascoli), +7,3% l’aumento annuo. Seguono l’Umbria (+5,5%) e al quinto posto la Lombardia (+4,7%). Eppure alcune regioni sono state virtuose, il che dimostra che gli aumenti non erano giustificati” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.Nella parte bassa della classifica, infatti, la regione più virtuosa è la Sardegna e le sue province Cagliari e Sassari, che segnano un rincaro annuo solo dello 0,2%. Segue la Liguria (con Genova e La Spezia), +1,2% e al terzo posto il Trentino (con Bolzano e Trento), +2,1%.In media nazionale i servizi finanziari salgono del 4,5%.Per quanto riguarda le assicurazioni, in testa alle città più rincarate Lucca, al 1° posto con +7,6%, al 2° posto Perugia, +5,3%, al 3° Cuneo, +5,2%, al 4° Torino, +4,7%.Dall’altra parte della classifica, i risparmi maggiori per Belluno, -11%, Pordenone (-7,4%) e al terzo posto Roma, -4,9% il ribasso annuo.”Incredibili le disparità sul territorio, dal +7,6% di Lucca al -11% di Belluno sono 18,6 punti percentuali. Va considerato che, almeno per l’rc auto, i prezzi avrebbero dovuto precipitare per via del lockdown. Invece, in media nazionale i servizi assicurativi nel loro insieme scendono solo dello 0,4%. Se si considera che gli italiani sono rimasti fermi per ben 69 giorni, dal 10 marzo al 17 maggio compresi, ossia fino a quando non si sono consentiti gli spostamenti liberi in regione, allora l’importo dell’rc auto sarebbe dovuto calare su base annua del 18,9%, contro il -5,4% segnalato dall’Ivass nell’ultimo bollettino. D’altronde che i prezzi potevano scendere ce lo dicono le regioni più virtuose, come il Lazio, -4,5%” prosegue Dona.A livello regionale , la regione peggiore è l’Umbria, +5,1% il rincaro dal settembre 2019, segue il Piemonte, +3,2% e al terzo al Calabria, +1,6%. Le regioni migliori, in deflazione, sono il Lazio, -4,5%, il Friuli, -3,5% e la Valle d’Aosta, -3,4%.

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Il coinvolgimento delle grandi banche in traffici illeciti

Posted by fidest press agency su martedì, 13 ottobre 2020

By Mario Lettieri e Paolo Raimondi. Il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (Icij) è al centro dell’attenzione dei media perché è entrato in possesso di 2.500 pagine di segnalazioni di attività sospette (SAR) riguardanti le banche. Trattasi di documenti riportati, tra il 1999 e il 2017, alla Financial Crimes Enforcement Network (FinCEN) del Departimento del Tesoro americano che li ha resi parzialmente pubblici. La FinCEN è l’agenzia governativa con il compito di combattere il riciclaggio di denaro.Sono gli stessi giornalisti che nel 2016 hanno pubblicato i cosiddetti “Panama Papers”, e hanno fatto emergere lo scandalo di vaste attività relative a evasioni fiscali e al riciclaggio dei soldi sporchi con il coinvolgimento di grossi personaggi e di banche internazionali. Adesso, emergerebbe, ancora una volta, una vastissima rete di traffici illegali e di movimenti di denaro riciclato per il traffico di droga e di armi e per evitare controlli e tasse attraverso società fittizie e finanche per il finanziamento del terrorismo. C’è di tutto e di più: coinvolgimento di discussi personaggi russi e ucraini, pericolose operazioni in Venezuela e in Malesia, finanche alcune operazioni per conto di Paul Manafort, l’ex manager della campagna elettorale di Donald Trump,attualmente in carcere per frode fiscale e bancaria. Sono tutte segnalazioni che, comunque, sarebbero dovuto essere indagate per arrivare a eventuali condanne. I documenti identificano le responsabilità di cinque banche globali: due americane, la JP Morgan, prima banca Usa, e la Bank of New York Mellon, due inglesi, la Hong Kong Shangai Bank Corporation (HSBC), la maggiore banca europea, e la Standard Chartered Bank e la tedesca Deutsche Bank. Le transazioni sospette di riciclaggio e per altre attività illegali ammonterebbero a oltre 2.000 miliardi di dollari! Sembra un ammontare stratosferico ma i file resi pubblici rappresenterebbero meno dello 0,02% degli oltre 12 milioni attività sospette che le differenti istituzioni finanziarie hanno riportato alla FinCEN nel periodo 2011-17. Sono molti gli aspetti inquietanti in questa scandalosa storia. Vorremmo evidenziarne due che, secondo noi, meriterebbero una particolare attenzione. In primo luogo c’è il ruolo della Deutsche Bank che, secondo i documenti, deterrebbe il peggior primato con ben 1.300 miliardi di dollari in transazioni sospette. E’ la seconda volta che la banca tedesca scala la piramide negativa: lo aveva già fatto quando è diventata il numero uno al mondo per i derivati finanziari over the counter, noti strumenti speculativi sempre più aleatori e di difficile, complicata e rischiosa gestione. La stampa tedesca torna a chiedersi cosa stia realmente succedendo da molti anni in questa banca che porta il nome della Germania nel suo logo. Anche secondo noi i continui riferimenti ai coinvolgimenti della DB in operazioni di vario tipo sono motivo d’imbarazzo e di vergogna per l’intera Europa, non solo per la Germania. Ci si chiede come sia possibile che, anno dopo anno e scandalo dopo scandalo, le autorità tedesche e quelle europee non siano ancora riuscite a costringere la banca a ripulire veramente i suoi comportamenti e tornare a essere una delle maggiori banche promotrici di grandi progetti industriali e di sviluppo reale, come ai tempi del presidente Alfred Herrhuasen, prima che fosse ucciso dai terroristi. Il secondo aspetto riguarda i comportamenti assai discutibili delle banche coinvolte. Da anni, nonostante fossero state pesantemente accusate, condannate e sanzionate dalle autorità di controllo, quasi sempre americane, esse hanno continuato indisturbate a fornire i propri servizi per operazioni sporche, illegali e di riciclaggio. Gli esempi non mancano. Secondo le analisi pubblicate, nel 2012 l’HSBC, per bloccare il procedimento criminale, ammise di aver riciclato 881 milioni di dollari per un cartello della droga latino-americano e pagò un’ammenda di 1,9 milioni. Le accuse sarebbero state cancellate definitivamente qualora la banca avesse dimostrato di partecipare alla lotta contro il riciclaggio nei successivi cinque anni. I file dell’Agenzia americana proverebbero, invece, che l’HSBC, violando il patteggiamento, non solo ha continuato nelle operazioni di riciclaggio di soldi sporchi ma sarebbe stata implicata in una grande “piramide finanziaria” che coinvolgeva parecchi Paesi. Lo stesso sarebbe avvenuto con la Standard Chartered, accusata di aver favorito transazioni finanziare verso gli Usa da parte di clienti dell’Arab Bank legati alle reti terroristiche. Sebbene multata per 670 milioni di dollari, avrebbe continuato con simili operazioni anche durante il “periodo di buona condotta”. Anche le altre banche menzionate, compresa la Deutsche Bank, hanno mantenuto lo stesso comportamento. Accusate di attività illecite hanno pagato le multe per bloccare le sanzioni penali continuando imperterrite a operare as usual.Certo è molto conveniente pagare la multa di 1dollaro per 100 incassati illegalmente. Ma, in merito, il controllo dei governi e delle agenzie preposte è indipendente e davvero stringente? Poiché la pandemia sta mettendo a soqquadro tutti i sistemi, economici, sociali e sanitari, non si capisce perché la grande finanza resti intoccabile. Naturalmente le banche hanno spesso dichiarato di non conoscere l’identità dei correntisti finali. E’ singolare che oltre il 20% dei rapporti inviati alla FinCEN abbiano un cliente con un indirizzo presso le Virgin Islands britanniche, uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo. In conclusione, si ricordi che anche per l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC), non meno di 2.400 miliardi di dollari di denaro illecito sarebbero riciclati ogni anno. Sono dati sconvolgenti. Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista

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Il vaccino arriva dalle banche centrali?

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 settembre 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Abbiamo analizzato con il Professor Massimo Galli le possibili evoluzioni della pandemia di COVID-19. Anche sulla base di quanto condiviso dal Professore, abbiamo poi delineato lo scenario macroeconomico e di mercato, in un contesto in cui economia e mercati sembrano seguire percorsi per molti versi separati.
Saranno probabilmente sorpresi al Fondo Monetario Internazionale nel constatare la rapidità della ripresa economica dopo lo shock provocato lo scorso inverno dalla pandemia di COVID-19. Se già all’epoca della pubblicazione del World Economic Outlook di giugno le previsioni dell’organizzazione internazionale erano sembrate alquanto pessimistiche (quasi -5% del PIL globale nel 20201), oggi, dopo un’estate di dati macroeconomici migliori delle attese, lo scenario delineato dall’IMF pare fortunatamente scongiurato, almeno per il momento. A titolo di esempio per un raffronto, le stime di Pictet AM, recentemente riviste al rialzo, predicono una contrazione del PIL globale pari circa al -4% per quest’anno, seguito da un deciso rimbalzo nel 2021 (oltre +6%). Sembra concretizzarsi, dunque, almeno nelle previsioni, lo scenario di recupero a “V” tanto agognato, dove il punto di minimo di tale “V” pare anche meno profondo di quanto inizialmente ipotizzato.Si tratta di uno scenario che premia soprattutto i Paesi emergenti, in particolare quelli asiatici, favoriti sia da una migliore gestione dell’emergenza sanitaria (se si eccettua l’India, ripiombata nel caos di recente) che da una minore dipendenza delle loro economie dal settore dei servizi, il più colpito dalla crisi: il terziario rappresenta, difatti, solamente il 50% del PIL di questi Paesi, contro il 70% per i Paesi sviluppati.
Al contrario, nel settore manifatturiero la ripresa dell’attività è stata decisamente più rapida, superando anche le più rosee aspettative: a livello globale, i PMI hanno impiegato solamente 5 mesi per tornare in territorio di espansione (oltre la soglia del 50), un percorso che nel corso dell’ultima grande crisi del 2008-2009 era stato compiuto in ben 13 mesi. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che la Cina, la principale potenza manifatturiera al mondo, è al momento l’unico Paese tornato ai livelli del PIL di fine 2019, chiaramente complice anche il fatto che sia stato il primo ad entrare in stato di emergenza e poi ad uscirne efficacemente.
Il miglioramento del contesto economico non permette, tuttavia, di abbassare la guardia. Il rischio di una seconda ondata di contagi da COVID-19 permane ed è quanto mai concreto. Il numero dei casi è in risalita nelle ultime settimane e le terapie intensive stanno tornando ad affollarsi in modo preoccupante, imponendo alle autorità di restare vigili ed equilibrate nel bilanciare gli aspetti economici della pandemia con quelli sociali e sanitari.
Come il Remdesivir si è rivelato un farmaco sinora tra i più efficaci nella cura degli effetti del COVID-19, la liquidità immessa nel sistema economico-finanziario dalle banche centrali di tutto il mondo, combinata con un mix di misure fiscali di supporto da parte dei governi, ha da un lato protetto l’economia reale ma soprattutto sostenuto le attività finanziarie: è infatti noto che la liquidità in eccesso (ovvero quella non assorbita dell’attività economica) alimenti le valutazioni azionarie ed obbligazionarie. A tal proposito, va però rilevato che il picco dell’iniezione di liquidità sembra alle spalle, soprattutto a causa del rallentamento nelle manovre espansive di Fed e PBoC che, come si fa con un paziente che mostra segnali di ripresa, stanno iniziando a ridurre la quantità di cure somministrate. Ma le stesse banche centrali hanno messo a punto un vero ricostituente per i mercati finanziari: la garanzia di un atteggiamento persistentemente accomodante. Nello scenario economico delineato, in netto miglioramento, ma pur sempre estremamente incerto e comunque recessivo, la corsa sfrenata dei mercati azionari dai minimi di metà marzo sembra confermare l’efficacia delle cure somministrate da banche centrali e governi. In effetti, la riduzione dei tassi reali fino a -1% (-0,5% da giugno) sui TIPS decennali USA è dovuta ad un rialzo delle aspettative di inflazione (di break-even) a parità di rendimenti a scadenza nominali. Ciò ha trainato tutte le valutazioni finanziarie consentendo la continua espansione dei multipli (rapporto prezzo/utili) nonostante un leggero aumento dei premi di rischio
D’altro canto, sul Nasdaq le valutazioni avevano raggiunto valori anomali. Nonostante le revisioni degli utili per le aziende dell’indice fossero tornare a salire ormai da mesi (in modo più deciso rispetto al resto del mercato USA e anticipando le borse europee), gonfiando il denominatore del rapporto prezzi/utili del settore tecnologico, questo era stato spinto su livelli stellari dalla corsa dei listini. Da questo punto di vista, la recente correzione, circoscritta per gran parte al tech, può essere intesa come una pausa di riflessione con cui si è voluto eliminare un eccesso. Risulta più difficile immaginare che si tratti dell’inizio di un bear market, almeno fino a quando i tassi reali resteranno in territorio abbondantemente negativo, trascinati al di sotto del -1% dalla risalita delle aspettative di inflazione. Da qui in avanti, nonostante la svolta attuata dalla Fed abbia rimosso degli importanti freni, è probabile che tali aspettative non si discosteranno ulteriormente in modo significativo dal livello dell’inflazione attuale (inferiore all’1%). Se, come sembra, le banche centrali non muoveranno i tassi nominali, quelli reali rimarranno quindi più stabili, fungendo da supporto ma non più da propulsori del rally azionario: saranno necessarie anche altre leve, sanitarie e/o economiche, affinché possa proseguire la sua corsa. (abstract, Testo integrale:
https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/09/il-vaccino-arriva-dalle-banche-centrali)

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Banche: sospensione del mutuo negata e interpretazione eccessivamente restrittiva delle norme

Posted by fidest press agency su martedì, 16 giugno 2020

Federconsumatori ha richiesto oggi un intervento urgente da parte dell’ABI in merito alla sospensione delle rate dei mutui per i lavoratori posti in Cgi ordinaria o in deroga.Sono molte le segnalazioni che stiamo ricevendo da parte di cittadini in difficolta, a cui le banche negano tale sospensione, limitando possibilità di accedere a tale beneficio solo per coloro i quali siano sottoposti al trattamento di cassa Integrazione per 30 giorni consecutivi.Nella grande parte delle aziende, così come previsto dalla legge, il ricorso alla CIG si accompagna allo smaltimento delle ferie arretrate, pertanto in molti casi il datore di lavoro provvede ad alternare o a interrompere la CIG per uno o più giorni, ponendo in ferie forzate i lavoratori.Questa circostanza determina una grave anomalia, che a nostro avviso va sanata al più presto: il lavoratore, infatti, in tal modo non rimanendo in CIG per trenta giorni consecutivi si vede negata la sospensione.“L’interpretazione troppo restrittiva dell’accordo sta creando problemi enormi a migliaia di famiglie che stanno pagando un costo salatissimo per questa crisi.” – afferma Emilio Viafora, Presidente della Federconsumatori. – “Ritengo che sia interesse di tutti superare questa situazione e sanare un vulnus che sta mettendo moltissime persone in difficoltà.”Per questo attendiamo dall’ABI e del Governo un intervento in tal senso, che permetta di inoltrare e accettare le domande anche in caso di CIG per 30 giorni non consecutivi. Sarebbe un importante segno in direzione della ripresa del Paese, che consentirebbe a migliaia di famiglie di affrontare con dignità e senza eccessivi sacrifici le gravi conseguenze che la pandemia ha determinato e sta determinando sul piano economico e sociale.

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Soldi pubblici e banche private

Posted by fidest press agency su domenica, 14 giugno 2020

By Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia  e Paolo economista. Nelle poche settimane dominate dai lockdown per il Covid-19 il bilancio della Federal Reserve è passato da 4.000 a 7.000 miliardi di dollari. E’ l’effetto della disponibilità illimitata di liquidità annunciata dalla Banca centrale e dalla decisione del Congresso americano di stanziare circa 3.000 miliardi di dollari, pari al 14% del Pil, per sostenere vari settori economici.
Il debito pubblico inevitabilmente aumenta. Molti economisti, però, concordano sulla necessità che, durante la crisi, le spese pubbliche debbano rimpiazzare quelle private in netta diminuzione. Pochi altri, tra cui il Washington Post, restano, tuttavia, sempre dell’idea che l’austerità sia la soluzione migliore. Le scelte e i comportamenti economici adottati negli Usa meritano grande attenzione poiché, in fin dei conti, sono sempre, purtroppo, “copiati” dall’Europa. Infatti, la Bce ha aumentato il suo bilancio dai 4.600 miliardi di euro di fine 2019 ai 5.500 miliardi dell’inizio di giugno. Adesso ha aggiunto altri 600 miliardi di euro per acquistare la stessa tipologia di titoli che sta comprando la Fed. Fermare la spesa pubblica sarebbe un grave errore. Il vero dibattito negli Stati Uniti riguarda, però, alcuni punti cruciali. Lasciare che i nuovi fondi siano “sequestrati” dalla finanza più speculativa oppure orientarli con forza verso i settori dell’economia reale? Tappare soltanto i buchi creati dalla crisi oppure ritornare alle politiche di Franklin Delano Roosevelt e in particolare al suo New Deal fatto di grandi investimenti, infrastrutture e innovazioni? Ma, quali saranno i tempi di decisione e di realizzazione? Per il momento le prime mosse sono state della grande finanza e del sistema bancario. Essi erano in una situazione di grande crisi, di quasi bancarotta, già prima della pandemia. Come in passato la liquidità della Fed è stata finalizzata all’acquisto di titoli del debito pubblico e in particolare degli asset backed security. Anche quelli di dubbia validità e consistenza, in possesso delle stesse banche e delle altre strutture finanziarie non bancarie che fanno parte del cosiddetto shadow banking. Questi “alleggerimenti” dei bilanci delle banche dovrebbero essere controbilanciati, in misura uguale se non superiore, attraverso l’emissione di nuovi crediti verso i settori produttivi in difficoltà e verso nuovi investimenti. Come in passato, però, questo “travaso” è fatto in modo estremamente lento e limitato. La gran parte dei fondi va a coprire i loro pericolosi buchi finanziari oppure rimane semplicemente parcheggiata nelle banche. E’ la stessa cosa che stiamo sperimentando in Europa. Purtroppo anche in Italia. Si tratta di un comportamento che prescinde dalle responsabilità dirette dei governi di qualsiasi orientamento politico siano. Ha, invece, a che fare con la loro debolezza.
Negli Usa, questo processo sta già avvenendo con i private equity fund operanti in vari settori. A livello mondiale gestiscono attivi per 6.000 miliardi di dollari. Sono fondi d’investimento che acquistano azioni o partecipazioni in imprese produttive spesso al solo scopo di estrarne il massimo profitto nel breve periodo. Se poi dette imprese rischiano il fallimento, si può sempre chiedere il bail out con i soldi pubblici. Secondo il Financial Times, il semplice fatto che la Fed abbia detto di voler acquistare anche titoli in grande difficoltà, avrebbe grandemente galvanizzato il mercato degli junk bond. Anzitutto il settore della distribuzione al dettaglio. Dopo avere distribuito lauti dividendi per un decennio, le catene di negozi di abbigliamento e fashion di media e alta fascia, come la J. Crew, la texana Neiman Marcus e i grandi magazzini della Jc Penney, durante la pandemia hanno dichiarato bancarotta, appellandosi al Chapter 11. In passato i private equity li avevano enormemente indebitati attraverso operazioni di leverage buyouts, che sono complesse operazioni di acquisizione di un’impresa attraverso la sua capacità di indebitamento. La perdita di clienti e la diminuzione degli acquisti hanno ridotto il flusso di cassa e mandato velocemente in tilt il sistema. Un altro settore in grave affanno è quello degli immobili in affitto. Grandi fondi hanno acquistato un numero enorme di appartamenti negli Stati Uniti, ma anche in Europa, scommettendo sull’aumento degli affitti per la classe medio-alta. Per esempio, il più grande private equity fund, il Blackstone Group, è diventato il proprietario numero uno al mondo. Quando, però, il valore degli immobili scende, il sistema scricchiola.Lo stesso dicasi per la bolla del credito al consumo. Nel 2020 il debito delle carte di credito negli Usa ha raggiunto i mille miliardi di dollari. Il Covid-19 ha ridotto drasticamente il reddito di almeno un terzo dei lavoratori americani. Di conseguenza, anche i programmi di sostegno dei debiti accesi dai fondi, basati su un flusso continuo e crescente di introiti, crollano. Non è molto rassicurante vedere come i governi siano stati capaci di imporre il lockdown all’economia reale ma che lascino la finanza operare as usual. Ancora una volta dobbiamo sottolineare che è intollerabile tollerare che i fondi pubblici per il rilancio e la liquidità delle banche centrali siano fatti fluire nell’economia reale attraverso il sistema bancario privato. Senza condizioni e controlli puntuali, stringenti e rigorosi! Problema enorme e serio. Non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

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