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Bangladesh: a Cox’s Bazar un progetto per fornire nuove competenze a donne locali e rifugiate

Posted by fidest press agency su domenica, 21 aprile 2019

Un nuovo progetto formativo nel Bangladesh sudorientale volto a promuovere l’autonomia sia delle donne delle comunità che accolgono rifugiati sia delle donne rifugiate Rohingya è finalmente divenuto operativo a Cox’s Bazar. Il progetto, che potenzialmente può segnare una svolta per le donne di queste comunità, è sostenuto dall’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati. L’UNHCR ha collaborato con la Ayesha Abed Foundation (AAF) – braccio umanitario della ONG nostra partner BRAC – per sostenere un programma che mira a creare opportunità lavorative attraverso lo sviluppo di competenze nella produzione di manufatti.Il progetto è formalmente cominciato a febbraio e attualmente è in fase di ampliamento. Presso il principale centro di formazione, inaugurato da poco a Ukhiya, le donne del posto apprendono la serigrafia, la xilografia e la sartoria. Diciotto sedi distaccate stanno per essere inaugurate in altre aree di Cox’s Bazar nonché nei campi in cui le donne rifugiate produrranno diversi disegni ricamati a mano.Entro la fine del primo anno, l’obiettivo è quello di formare 500 donne, la metà delle quali rifugiate. Se il progetto avrà successo, l’ambizione è quella di estenderlo alla partecipazione di altre centinaia di donne. Le partecipanti ricevono un piccolo compenso durante i sei mesi di formazione. Attualmente l’UNHCR sta finanziando il programma, ma la speranza è quella di vedere il progetto riproposto anche in futuro. Fra i manufatti che saranno prodotti vi sono tessuti ricamati a mano da rifugiati, indumenti per bambini, donne e uomini e articoli per la casa. I prodotti finiti saranno venduti in uno degli outlet più conosciuti del Bangladesh – Aarong – un’impresa sociale lanciata da BRAC oltre quarant’anni fa per offrire fonti di reddito alle donne che vivono nelle campagne.Nell’ambito di questo progetto, Aarong fornisce le materie prime e i disegni da sviluppare alla Ayesha Abed Foundation. La metà dei profitti è destinata a BRAC per i propri progetti dedicati allo sviluppo, mentre l’altra metà viene investita per incrementare le opportunità di impiego. Questo progetto pilota è considerato un modello di sostegno a queste comunità attraverso la formazione e lo sviluppo di competenze. Cox’s Bazar è una delle aree più povere e sottosviluppate del Bangladesh, con poche opportunità di lavoro al di fuori del settore agricolo. Le comunità bangladesi di Cox’s Bazar sono state le prime a rispondere alla crisi di rifugiati iniziata ad agosto 2017 e ad accogliere generosamente centinaia di migliaia di Rohingya fuggiti dalle violenze e dalle persecuzioni in atto in Myanmar.La maggior parte delle donne rifugiate Rohingya beneficiarie della formazione in ricamo è costituita da vedove o madri di famiglia sole e di età compresa fra i 18 e i 40 anni, senza alcuna esperienza pregressa nel lavoro di cucito.

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Clima: in Bangladesh a rischio le vite e il futuro di 19 milioni di bambini

Posted by fidest press agency su lunedì, 8 aprile 2019

Secondo l’UNICEF le inondazioni, i cicloni e altri devastanti disastri ambientali legati al cambiamento climatico stanno minacciando le vite e il futuro di oltre 19 milioni di bambini in Bangladesh.Secondo il nuovo rapporto UNICEF “A Gathering Storm: Climate change clouds the future of children in Bangladesh” (“Una grande tempesta: il cambiamento climatico annebbia il futuro dei bambini in Banglades), anche se il Bangladesh ha sviluppato una grande resilienza, sono necessari maggiori risorse e programmi innovativi per evitare il pericolo del cambiamento climatico per i cittadini più giovani del paese.
Il rapporto sottolinea che la topografia pianeggiante del Bangladesh, la densità della popolazione e la debolezza delle infrastrutture, rendono il paese vulnerabile a forze potenti e imprevedibili che il cambiamento climatico sta aggravando. La minaccia è sentita dalle pianure soggette a inondazioni e siccità nel nord del paese, fino alla costa devastata da tempeste lungo il golfo del Bengala.In seguito a interviste condotte con famiglie, leader e funzionari delle comunità, l’UNICEF ha affermato che l’unione di eventi metereologici estremi – come inondazioni, temporali, cicloni e siccità – e fenomeni di lungo periodo direttamente legati al cambiamento climatico – come l’innalzamento dei livelli del mare e l’intrusione di acqua salata – stanno spingendo sempre più le famiglie verso povertà e sfollamenti. In questi casi, l’accesso dei bambini ai servizi scolastici e sanitari è gravemente interrotto.Tra i bambini maggiormente colpiti, circa 12 milioni vivono nei pressi di potenti sistemi fluviali che attraversano il Bangladesh e straripano regolarmente. La più ampia e recente inondazione del fiume Brahmaputra nel 2017 ha colpito almeno 480 cliniche sanitarie per le comunità e danneggiato circa 50.000 pozzi tubolari, essenziali per garantire acqua sicura alle comunità.Altri 4,5 milioni di bambini vivono in aree costiere regolarmente colpite da potenti cicloni, compreso circa mezzo milione di bambini rifugiati rohingya che vivono in fragili rifugi di bambù e plastica. Altri 3 milioni di bambini vivono nell’entroterra, dove le comunità agricole soffrono per l’ampliarsi dei periodi di siccità.Il rapporto mostra che il cambiamento climatico è un fattore chiave che sta spingendo la popolazione più povera del Bangladesh ad abbandonare le case e comunità e a provare a ricostruire la sua vita in altri luoghi. Molti si dirigono verso Dhaka e altre città più grandi, dove i bambini rischiano di cadere vittime di pericolose forme di lavoro e matrimoni precoci. Il rapporto cita ricerche che dimostrano che in Bangladesh ci sono già 6 milioni di migranti causati dal cambiamento climatico, un numero che potrebbe raddoppiare entro il 2050.“Quando le famiglie migrano dalle loro case nel paese a causa del cambiamento climatico, i bambini praticamente perdono la loro infanzia”, ha dichiarato Edouard Beigbeder, Rappresentante UNICEF in Bangladesh. “Nelle città affrontano pericoli, deprivazione e la pressione di lavorare nonostante il rischio di sfruttamento e abuso.”L’UNICEF ricorda che dagli inizi degli anni 90, investimenti e azioni – sui programmi di preparazione ai disastri e riduzione dei rischi – hanno reso le comunità vulnerabili in Bangladesh maggiormente resilienti ai pericoli causati da shock climatici. Per esempio, negli ultimi decenni, si è registrata una significativa riduzione dei tassi di mortalità dovuti a cicloni.Il rapporto chiede alla comunità internazionale e agli altri partner di supportare i governi ad attuare una serie di iniziative per proteggere i bambini dagli effetti del cambiamento climatico. Un esempio è la tecnologia promossa dall’UNICEF e altri partner grazie alla quale le comunità che vivono lungo le coste vengono aiutare a proteggere le scorte vitali di acqua potabile dall’intrusione di acqua salata dal mare. Il sistema – conosciuto come Managed Acquifer Recharge – è operativo in circa 75 comunità ed è pronto per essere portato su scala maggiore. http://www.unicef.it.

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MHPS Opens Branch Office in Dhaka, Bangladesh

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 marzo 2019

Mitsubishi Hitachi Power Systems, Ltd. (MHPS) today opened a branch office in Dhaka, the capital city of Bangladesh. Establishment of the new base will enhance service capabilities for the country’s thermal power generation systems and attract expanded orders as Bangladesh undergoes robust economic growth. The branch office will progressively strengthen its sales capabilities for the coming projects, especially those centered on thermal power facilities, planned by both the Bangladeshi government and the private sector. It will also steadily fortify its capacity to disseminate pertinent information to local customers. The new branch office, located in central Dhaka, was opened to function as a sales unit of Mitsubishi Hitachi Power Systems Asia Pacific Pte. Ltd. (MHPS-AP), a wholly owned MHPS subsidiary based in Singapore. To celebrate its opening, a ceremony was held on March 4th, and attended by numerous distinguished guests. These included: Bangladesh government officials headed by Nasrul Hamid, the Honorable State Minister of the Ministry of Power, Energy & Mineral Resources; and local Japanese representation by Ambassador Hiroyasu Izumi. Representatives in attendance on behalf of MHPS were led by MHPS-AP Chairman, Ken Kawai.
Today, Bangladesh is achieving a solid average annual economic growth of 6%, and with a population of approximately 160 million, and a young and abundant labor force, the nation is striving to join the ranks of middle-income countries by realizing sustainable economic growth through industrial development. With this aim, Bangladesh is pressed to improve its social infrastructure: transportation systems, power and other energy structures, etc. In response, the Bangladeshi government has issued plans to increase the nation’s power generation capacity from the current 17,000 megawatts (MW) to roughly 24,000 MW by 2021, and to 40,000 MW by 2030. To fuel such expansion, the country has begun importing LNG (liquefied natural gas) , and both the government and private sector are undertaking increased numbers of large-scale thermal power plant construction projects.MHPS has steadily contributed to Bangladesh’s development since delivering its first steam turbine in 1960. In 1987, the company provided the country’s first gas turbine, for the Old Haripur gas turbine power plant. Since then, MHPS has accumulated the supply records for a total of nine gas turbines, five being the M701F, giving the company the highest market share in Bangladesh of that output range. MHPS also provides after-sales services, primarily based on Long Term Service Agreements (LTSA), thereby contributing to Bangladesh’s economic development.Through the newly established branch office in Dhaka, MHPS will be able to provide highly efficient, environmentally friendly thermal power generation systems that respond fully to Bangladesh’s robust power demand, as its way of contributing to the indispensable stable supply of power to drive the country’s future economic growth and industrial development.

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Strage di Dacca

Posted by fidest press agency su sabato, 8 dicembre 2018

“È iniziato a Dacca, in Bangladesh, il processo che vede otto persone accusate della strage dell’1 luglio 2016, in cui morirono ventidue persone. A perdere la vita furono anche nove italiani, tra cui i due friulani Christian Rossi e Marco Tondat. Si è trattato di uno dei più gravi attentati terroristici che ha colpito l’Italia, eppure, inspiegabilmente, è stato per certi versi dimenticato. Per questo motivo ho chiesto al Sindaco di Roma, Virginia Raggi, di individuare nella Capitale un luogo degno per installare un monumento simbolico con il fine di onorare e ricordare i nostri connazionali, le cui vite sono state violentemente spezzate, poiché cristiani e appartenenti ad uno Stato civile sempre impegnato contro il terrorismo internazionale. Mi auguro che il Sindaco accolga questa mia richiesta, anche a nome dei familiari delle vittime, che sono ancora in attesa di giustizia”. È quanto dichiara in una nota il deputato di Fratelli d’Italia, Walter Rizzetto.

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Bambini orfani a causa delle brutali violenze in Myanmar

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 agosto 2018

Un bambino Rohingya su due fuggito in Bangladesh senza i genitori è rimasto orfano a causa delle brutali violenze. Lo afferma una nuova ricerca di Save the Children in occasione del primo anniversario dalla crisi il prossimo 25 agosto.Al momento nel campo di Cox’s Bazar ci sono più di 6.000 bambini Rohingya non accompagnati, che sono senza genitori o adulti di riferimento, dove si trovano ad affrontare gravi conseguenze per la carenza di cibo e sono sempre più esposti al rischio di sfruttamento e abusi. Secondo i dati raccolti, il 70% dei bambini intervistati è stato separato dai genitori o da maggiorenni di riferimento per conseguenza diretta di attacchi violenti, il 63% durante assalti contro i villaggi e il 9% nella fuga verso il Bangladesh. Inoltre, sottolinea Save the Children, il 50% di loro ha dichiarato che i propri genitori (o chi si prendeva cura di loro) sono stati uccisi in questi stessi attacchi, lasciandoli definitivamente orfani dopo aver assistito a scene di violenza inaudita. Save the Children chiede che gli autori di questi attacchi sistematici, spietati e deliberati in Myanmar siano chiamati a rispondere per i loro crimini ai sensi del diritto internazionale, e a tutti i paesi di sostenere con forza le iniziative ONU volte ad assicurare i responsabili alla giustizia.”I nostri dati non possono pretendere di essere rappresentativi di tutti i bambini rifugiati orfani e soli a Cox’s Bazar, ma dipingono comunque il quadro spaventoso di un sanguinoso conflitto in cui i civili sono stati presi di mira e uccisi in massa” afferma Pierce. “Per garantire che le organizzazioni umanitarie possano proseguire a fornire un supporto essenziale a questi bambini, la comunità internazionale dei donatori deve sovvenzionare interamente il piano di risposta congiunta di 950 milioni di dollari per il 2018, finanziato attualmente solo per un terzo. Dobbiamo anche garantire che i bambini rifugiati Rohingya, nonostante la loro condizione di sfollati, possano ricevere un’educazione di qualità ed inclusiva, e sia garantito un supporto psicologico adeguato nei casi di maggiore fragilità.” Save the Children, ha raggiunto oltre 350.000 bambini Rohingya a Cox’s Bazar negli ultimi 12 mesi, compresa una grande maggioranza di coloro che sono rimasti orfani o sono stati separati dai propri genitori, creando circa 100 spazi dedicati per i bambini e le ragazze nei campi profughi Rohingya a Cox’s Bazar, che forniscono a quasi 40.000 bambini uno spazio sicuro per giocare, riprendersi e tornare ad essere bambini, e attraverso programmi di protezione e accesso all’istruzione, di salute e nutrizione, di distribuzione di acqua e cibo, e garantendo servizi igienico-sanitari.
Tra i minori che Save the Children supporta c’è Humaira, 17 anni, fuggita in Bangladesh con alcuni vicini del suo villaggio dopo che i suoi genitori sono stati uccisi davanti ai suoi occhi negli attacchi di agosto dell’anno scorso. L’operatrice, Rashna Sharmin Keya ha raccontato che solo dopo un mese e gli incontri con uno psicologo Humaira è riuscita a parlare della sua storia. Ma, dopo mesi di ricerche, è stato finalmente possibile ricongiungerla con i suoi due fratelli più piccoli. Ora vivono insieme, con la responsabilità del resto della famiglia sulle sue spalle.

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Dai monsoni seri pericoli per i rifugiati Rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su domenica, 4 febbraio 2018

BangladeshL’UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati e gli altri partner, stanno accelerando gli sforzi per mitigare l’impatto dell’imminente stagione dei monsoni in Bangladesh. Le avverse condizioni meteo, inclusi probabili cicloni, potrebbero mettere in serio pericolo decine di migliaia di rifugiati Rohingya che vivono a Cox’s Bazar in insediamenti già congestionati. Il governo del Bangladesh ha riconosciuto il pericolo e si è impegnato a compiere degli sforzi a riguardo, mentre organizzazioni delle Nazioni Unite e partner umanitari hanno messo su un gruppo di lavoro per prepararsi all’emergenza e coordinare gli sforzi.I risultati dell’analisi iniziale dei rischi condotta mappando l’area di Kutupalong e Balukhali, il più grande insediamento di rifugiati al mondo, rileva che almeno 100.000 delle 569.000 persone ospitate corrono il grave rischio di subire frane e inondazioni. UNHCR, IOM, REACH e l’ADPC (Asian Disaster Preparedness Centre) hanno lavorato a stretto contatto con gli esperti dell’università di Dhaka per effettuare questa valutazione, dalla quale si evince che più di un terzo dell’area dell’insediamento è a rischio inondazioni, e come conseguenza diretta più di 85.000 rifugiati potrebbero perdere i propri ripari e altri 23.000 che vivono in aree in forte pendenza all’interno dell’insediamento potrebbero essere a rischio frane.L’UNHCR ha già intrapreso alcune azioni per proteggere i rifugiati nel migliore dei modi. Tra queste la consegna di nuovi kit per costruire ripari, nei quali sono inclusi anche dei sacchi di sabbia biodegradabili per ancorare le strutture, che sono più robuste e assicurano una migliore protezione alla pioggia.Sono inoltre in corso di svolgimento alcuni interventi di ingegneria allo scopo di costruire sentieri e scalinate rinforzate con canne di bambù, ponti rialzati, muri di sostegno in bambù, mattoni o cemento per stabilizzare il terreno e reti di drenaggio.Nelle prossime settimane prenderà il via un lavoro meccanizzato su larga scala che livellerà alcune delle ripide colline al fine di ridurre il rischio di smottamenti e per aumentare la quantità di terreno utilizzabile. Inoltre, comincerà il ricollocamento di alcune famiglie che vivono nelle zone più precarie del campo e che rischiano di essere coinvolte nelle frane. Nell’ambito dei preparativi per la stagione dei monsoni, l’UNHCR sta lavorando con le autorità del Bangladesh e con altre agenzie operative negli insediamenti dei rifugiati per predisporre i materiali e i macchinari per i lavori pesanti.

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L’UNHCR rinnova l’appello per l’accesso senza restrizioni allo Stato di Rakhine, nel Myanmar settentrionale

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 gennaio 2018

BangladeshDue mesi fa i governi di Myanmar e Bangladesh hanno raggiunto un accordo per il ritorno volontario in Myanmar di centinaia di migliaia di rifugiati Rohingya che attualmente vivono nell’area di Cox’s Bazar, in Bangladesh. L’accordo bilaterale prevede l’assunzione di impegni importanti da parte di entrambi i governi per garantire il ritorno volontario e in condizioni sicure dei rifugiati nelle terre di origine in Myanmar.Ad oggi, le tutele necessarie per le persone che scelgono di ritornare sono assenti, e continuano ad esserci restrizioni all’accesso per le organizzazioni umanitarie, i media e altri osservatori indipendenti. Allo stesso tempo, i rifugiati dello Stato di Rakhine continuano a riversarsi in Bangladesh.Per assicurare il diritto dei rifugiati al ritorno volontario, in condizioni sicure e dignitose rinnoviamo l’appello al Myanmar affinché consenta senza restrizioni l’accesso necessario agli aiuti umanitari nello Stato di Rakhine e crei le condizioni per una soluzione duratura. L’accesso, da un lato permetterebbe di valutare l’esistenza di condizioni effettive per i ritorni e della loro fattibilità a lungo termine, dall’altro consentirebbe di occuparsi delle legittime preoccupazioni sulla sicurezza condivise da tutti i rifugiati che intendono tornare a casa. I rifugiati devono essere adeguatamente informati e consultati rispetto a tali condizioni affinché i ritorni possano avvenire in modo volontario, sostenibile e sicuro.Un passo fondamentale verso l’adozione di una soluzione duratura è stato fatto grazie all’impegno del Myanmar di implementare le raccomandazioni del Comitato Consultivo per il Rakhine (Rakhine Advisory Commission). Trasformare queste raccomandazioni — che prevedono pace e sicurezza per tutte le comunità dello Stato di Rakhine, dialogo, libertà di movimento, accesso ai beni di sostentamento e realizzazione di soluzioni per lo status giuridico e di cittadinanza delle comunità musulmane — in realtà, è essenziale per costruire la fiducia necessaria nel programma di ritorno e affrontare la tensione tra le comunità che è andata consolidandosi negli anni nello Stato di Rakhine. Senza queste misure, il rischio di ritorni in condizioni pericolose e affrettate in un’area in cui le violenze potrebbero rinasprirsi è troppo grande per poter essere ignorato.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati rimane pronto a collaborare con entrambi i governi per trovare una soluzione duratura a questa crisi nell’interesse dei rifugiati, di entrambi i governi, della comunità di accoglienza in Bangladesh e di tutte le comunità dello Stato di Rakhine.

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Nei campi profughi del Bangladesh con i Rohingya

Posted by fidest press agency su martedì, 16 gennaio 2018

rifugiatiIn occasione della Giornata del Migrante e del Rifugiato ci siamo uniti al richiamo di Papa Francesco ad “accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e a non avere paura, perché chi alza le barriere rinuncia all’incontro con l’altro”.Oggi altri migranti ci chiamano fino alle periferie del mondo: in Bangladesh infatti nei campi profughi la situazione dei Rohingya è un’emergenza. Va aggravandosi la situazione sanitaria, dopo il colera la difterite sta colpendo soprattutto i bambini e il prossimo arrivo dei monsoni fa presagire un’acutizzazione della malaria. La seconda missione di Sant’Egidio nei campi profughi dei rohingya è avvenuta in concomitanza con la visita di Papa Francesco in Myanmar e poi in Bangladesh. Prosegue il nostro impegno al fianco del MOAS (Migrant Offshore Aid Station) negli ospedali da campo di Shamlapur e di Unchiprang e con la Caritas Bangladesh per la distribuzione di generi di prima necessità (cibo, abiti, medicine).Proprio ieri è partita la terza missione per portare nuovi aiuti. Questa volta raggiungeremo anche il campo rifugiati di Kutupalong che accoglie più di 400 mila rohingya, in gran parte bambini. E’ di loro che vogliamo occuparci principalmente. In collaborazione con l’associazione del Bangladesh “We the Dreamers” e la Muhammadiyah indonesiana, apriremo presto una Scuola e un Centro Nutrizionale per i bambini di Jamtholi.

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Bangladesh: Rischi di un povero regime alimentare per i nuovi arrivi di rifugiati Rohingy

Posted by fidest press agency su sabato, 6 gennaio 2018

BangladeshSecondo un nuovo studio, sebbene oltre il 90 per cento dei rifugiati Rohingya a Cox’s Bazar abbia ricevuto assistenza alimentare d’emergenza, rimane la forte preoccupazione per la limitata possibilità di avere un regime alimentare diversificato ed equilibrato.La Verifica d’Emergenza per la Vulnerabilità dei Rohingya (REVA) è stata effettuata dall’agenzia dell’ONU World Food Programme (WFP) e dai partner del Settore della Sicurezza Alimentare a novembre e dicembre 2017. Oltre 2.000 famiglie sono state interpellate per capire i principali bisogni dei rifugiati e delle comunità ospitanti. Le domande vertevano, tra le altre cose, sul tipo di regime alimentare, sulla spesa per il cibo e per altri beni, e sul tipo di misure adottate per sfamare la famiglia.Con oltre 656.000 persone fuggite nel Bangladesh dal Myanmar dal 25 agosto 2017, e una comunità pre-esistente di rifugiati di circa 300.000 persone, la situazione della sicurezza alimentare a Cox’s Bazar è estremamente precaria. Il WFP sta fornendo cibo e voucher per il cibo a oltre 700.000 rifugiati.La Direttrice WFP nel paese, Christa Rader, spiega: “Il WFP potenzierà, nel 2018, il suo programma di voucher elettronici per raggiungere i nuovi arrivi a Cox’s Bazar. I voucher alimentari per i rifugiati sono utili a tutti i livelli: permettono regimi alimentari più ricchi, incoraggiano l’empowerment delle donne e, a lungo termine, i costi sono minori rispetto alle distribuzioni di cibo”.Lo studio sottolinea come le persone che ricevono i voucher elettronici abbiano migliori regimi alimentari di quanti non ne usufruiscono; per questo, nel 2018 il WFP rafforzerà questo programma. Al momento, circa 90.000 persone usufruiscono del programma di voucher elettronici del WFP, cioè di una somma mensile su una carta prepagata che può essere usata in negozi specifici per acquistare 19 diversi tipi di cibi, incluso riso, lenticchie, verdure fresche, peperoncino, uova e pesce essiccato.
Le distribuzioni di cibo del WFP ai nuovi arrivi, invece, includono riso, olio vegetale e lenticchie che costituiscono una razione d’emergenza pensata per fornire le calorie di base ma che manca in diversità. Sono le donne a ricevere i voucher elettronici per le famiglie, possono così decidere cosa acquistare e come distribuire l’assistenza tra i membri della famiglia. Alla luce dei livelli estremamente alti di malnutrizione, secondo le verifiche di ottobre e novembre, il WFP sta anche fornendo sostegno nutrizionale ai bambini al di sotto dei cinque anni e alle donne incinte e che allattano. Lo studio raccomanda anche il potenziamento dei programmi di sostegno ai mezzi di sussistenza tra le comunità ospitanti, dando priorità alle donne senza reddito, spiegando come sarebbe auspicabile che i rifugiati nei campi avessero l’opportunità di guadagnare del denaro al fine di ridurre la loro vulnerabilità economica. Inoltre, lo studio incoraggia il rafforzamento di servizi e le distribuzioni di beni non alimentari per rispondere ai bisogni di base, incluso il miglioramento dell’accesso alla legna da ardere e dell’acqua potabile che risponda ai minimi standard qualitativi.

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La visita di papa Francesco in Bangladesh

Posted by fidest press agency su domenica, 12 novembre 2017

BangladeshDhaka. Il 1° e il 2 dicembre l’intera popolazione bengalese, musulmani inclusi, è lieta di ricevere la visita di Papa Francesco. La comunità cristiana, che rappresenta appena lo 0,3 percento dei 160 milioni di bengalesi, attende ovviamente con ansia il Pontefice e spera che Francesco possa invitare le autorità locali a tutelare maggiormente le minoranza religiose. «Dopo l’attentato di Dacca nel luglio 2016, abbiamo vissuto un periodo di paura e incertezza e auspichiamo che il Papa possa aiutarci in tal senso».
Padre Costa ha riferito del grande cambiamento del Bangladesh negli ultimi anni, in particolare a causa della diffusione di un fanatismo islamico che non appartiene affatto alla cultura bengalese. «Le principali vittime di questo fanatismo sono le minoranze religiose, ma vengono colpiti anche i musulmani non radicali», afferma il sacerdote notando tuttavia come il partito al potere stia cercando di arginare l’estremismo e si stia impegnando per rendere il Paese maggiormente democratico. Al tempo steso si sono registrati anche cambiamenti positivi, come ad esempio la crescita della popolazione cattolica. Rispetto alle 4 diocesi che contava la Chiesa visitata da Giovanni Paolo II nel 1986, quella che incontrerà Francesco vanta oggi 8 diocesi e un maggiore numero di battezzati e di sacerdoti, religiosi e vescovi locali. «Non mancano neanche le conversioni di musulmani al Cristianesimo, anche se si tratta di un processo piuttosto lungo. La Chiesa, infatti, deve essere molto prudente in questi casi perché seppure le conversioni dall’Islam non sono proibite per legge, a livello sociale sono spesso ostracizzate». Nonostante le difficoltà, la Chiesa del Bangladesh conserva una fede ben salda che padre Costa ritiene possa essere d’esempio ai cristiani occidentali, «i quali a volte hanno paura o vergogna di mostrare la loro identità religiosa. I cristiani bengalesi invece vivono apertamente la loro fede e la mostrano con orgoglio».

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Crisi dei rifugiati in Bangladesh

Posted by fidest press agency su domenica, 8 ottobre 2017

BangladeshL’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, chiede con urgenza un ulteriore contributo di 83,7 milioni di dollari statunitensi per far fronte nei prossimi sei mesi all’emergenza in Bangladesh dove si trovano oltre mezzo milione di rifugiati Rohingya. Secondo le ultime stime circa 515.000 rifugiati hanno lasciato il Myanmar dal 25 Agosto ad oggi, incluse le persone arrivate nel corso dell’ultima settimana. Azioni prioritarie nella gestione dell’emergenza sono proteggere i rifugiati, costruire rifugi, attività di sanificazione, garantire l’acqua e rafforzare le comunità locali ospitanti nella zona del sud est del Bangladesh. Alleggerire la drammatica situazione del sovraffollamento nei due campi già esistenti – Kutupalong e Nyapara – che al momento ospitano il doppio della popolazione che contenevano prima di quest’ultima crisi, è anch’essa una priorità, dato che il numero dei rifugiati presenti è in continua crescita.Tra i rifugiati si registra un gran numero di bambini, molti di loro minori non accompagnati o separati dalle famiglie. Più di metà dei nuovi arrivati sono donne, incluse madri con bambini piccoli o neonati. Ci sono anche molte persone anziane e persone con disabilità. Sono presenti inoltre malati, feriti e persone con traumi causati da violenze estreme, torture e abusi sessuali. Molti hanno perso la famiglia, i parenti e gli amici. I nuovi arrivati si aggiungono ai 300.000 rifugiati già presenti in Bangladesh prima della crisi.Alla luce delle dimensioni e della veloce crescita di questa crisi, l’UNHCR a metà settembre ha dichiarato un “livello di emergenza 3” – il massimo livello possibile.Sin dall’inizio, l’UNHCR ha sostenuto le operazioni gestite dalle autorità bengalesi e di tutti i partner per organizzare una consegna efficace di aiuti e servizi ai rifugiati. In aggiunta alle attività di protezione, costruzione rifugi e igienico-sanitarie, nel sud-est del Bangladesh sono stati ad oggi organizzati cinque ponti aerei, che hanno trasportato circa 500 tonnellate di aiuti. Ulteriori voli sono stati pianificati. È stato inoltre raddoppiato il numero del nostro personale sul campo, che conta oggi circa 100 persone. Le operazioni, la presenza sul campo e lo staff continueranno a espandersi in tutto il sud-est del Bangladesh.L’appello supplementare dell’UNHCR è volto a rispondere ad ulteriori e urgenti necessità dal settembre 2017 all’ottobre 2018. È di vitale importanza, anche a questo punto, che la risposta soddisfi necessità a medio e lungo termine, assicurando al tempo stesso che il ritorno volontario dei rifugiati rimanga un’opzione percorribile e sicura. L’UNHCR accoglie con favore la risposta iniziale da parte dei governi e dei donatori privati, che dall’inizio dell’emergenza hanno contribuito con 24,1 milioni di dollari.Tra i donatori che hanno fornito il sostegno maggiore ci sono Stati Uniti, Canada, Danimarca, Giappone, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e UNIQLO. Anche i governi che stanziano contributi non specifici – Svezia, Olanda, Norvegia e altri – hanno permesso di far partire la risposta umanitaria.Oltre ad affrontare i bisogni immediati dei rifugiati in Bangladesh, l’UNHCR guarda con apprensione al continuo flusso di persone provenienti dal Myanmar e pone ancora una volta l’accento sull’importanza di risolvere le cause che stanno alla base di questo flusso. La consegna degli aiuti e il miglioramento delle condizioni rimangono le massime priorità

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Vaccinazioni per 150.000 bambini rohingya in Bangladesh

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 settembre 2017

BangladeshÈ in corso una campagna di vaccinazione contro il morbillo, la rosolia e la poliomielite per vaccinare 150.000 bambini rohingya sotto i 15 anni in 68 insediamenti di rifugiati in Bangladesh vicino al confine con il Myanmar. La campagna di sette giorni è condotta dal Ministero della Salute con il sostegno dell’UNICEF e dell’OMS. L’ UNICEF sostiene il Ministero della Salute fornendo vaccini, siringhe e capsule di vitamina A. Dal 25 agosto sono arrivati in Bangladesh più di 410.000 rifugiati rohingya e migliaia di persone giungono ogni giorno. Secondo le stime, i bambini rappresentano il 60% di tutti i rifugiati.“Siamo soddisfatti che siamo stati in grado di avviare così rapidamente la campagna di immunizzazione per proteggere la popolazione da un possibile focolaio di morbillo”, ha dichiarato Navaratnasamy Paranietharan, Rappresentante OMS in Bangladesh. Lavoriamo tutti insieme sotto la guida del Ministero della Salute. Questo è ciò che ci ha permesso di attuare questa campagna così rapidamente “.“Il morbillo è una malattia molto contagiosa e pericolosa durante le emergenze, specialmente per i bambini già deboli e malnutriti “, ha dichiarato Edouard Beigbeder, Rappresentante UNICEF in Bangladesh. Con migliaia di bambini che ogni giorno attraversano il confine, la vaccinazione è fondamentale per prevenire la diffusione di malattie potenzialmente letali “. Con il crescente numero di rifugiati rohingya, l’UNICEF e l’OMS stanno aumentando la loro risposta con i seguenti servizi sanitari e nutrizionali: assistere il ministero della Sanità nel rafforzamento del programma di vaccinazione di routine; Sostenere il Ministero per ampliare il numero di medici, infermieri, tecnici di laboratorio per rafforzare i servizi sanitari materno, neonatale, infantile e adolescenziale; ristrutturare i centri di cura per neonati, gli spazi prenatali e postnatali e per gli adolescenziali; migliorare l’ acqua, le strutture igienico-sanitarie e l’igiene nelle strutture sanitarie; rafforzare il coordinamento sanitario per una migliore risposta sul campo; rafforzare il sistema di allarme rapido e la sorveglianza delle malattie a rischio di epidemia.L’UNICEF invierà inoltre ulteriori aiuti sanitarie e nutrizionali da Dacca e dal suo centro di rifornimento a Copenaghen. L’ UNICEF avrà bisogno di almeno 7,3 milioni di dollari USA per i prossimi tre mesi, ma saranno necessari fondi supplementari man mano che la popolazione rifugiata continuerà a crescere.

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Bangladesh: aiuti alle popolazioni colpite dalle inondazioni

Posted by fidest press agency su martedì, 5 settembre 2017

BangladeshL’UNICEF con i suoi partner sta ampliando i suoi interventi di risposta all’emergenza per le popolazioni colpite dalle inondazioni nelle aree centrali e settentrionali del Bangladesh. L’UNICEF sta anche garantendo supporto nel distretto di Cox’s Bazar dato il recente arrivo di bambini e famiglie Rohingya. I bambini sono quelli più duramente colpiti e hanno bisogno di supporto per sopravvivere e superare i traumi mentali e fisici delle inondazioni e degli sfollamenti.L’UNICEF sta supportano il Governo per dare assistenza a 1,5 milioni di persone colpite dalle inondazioni attraverso la fornitura di pastiglie per potabilizzare l‘acqua, kit igienici, taniche e candeggina. L’UNICEF sta lavorando per la riattivazione del sistema scolastico, che avverrà quando i livelli delle acque scenderanno.L’UNICEF sta lavorando anche a Cox’s Bazar per rispondere ai bisogni dei bambini e delle famiglie Rohingya e delle comunità ospitanti. L’UNICEF ha già predisposto 8 Spazi a Misura di Bambino per i bambini e gli adolescenti Rohingya, garantendo sostengo psicosociale e supporto ricreativo. L’UNICEF ha iniziato a monitorare lo stato di malnutrizione die bambini e le vaccinazioni contro morbillo e rosolia per i bambini tra i 9 e i 59 mesi negli accampamenti di fortuna e nelle comunità ospitanti difficili da raggiungere. Oltre 15.200 persone adesso hanno accesso ad acqua potabile sicura e 9.700 persone hanno potuto usufruire di strutture igienico sanitarie migliorate nelle comunità ospitanti.Con il recente arrivo di Rohingya – di cui oltre l’80% è composto da bambini e donne – la richiesta di assistenza è incrementata. L’UNICEF sta lavorando per dare maggiore supporto e rafforzare le attività già presenti. Per dare supporto ricreativo e psicosociale ai bambini Rohingya arrivati, sono in funzione 33 Spazi a Misura di Bambino Mobili con 100 kit ricreativi, Kit per l’Istruzione nelle Emergenze e per la formazione degli insegnanti. Attraverso questi spazi è stato già dato supporto a 226 bambini Rohingya. L’UNICEF sta inoltre identificando i bambini separati e non accompagnati e sta distribuendo kit igienici e pastiglie per potabilizzare l‘acqua.

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Il terrorismo uccide ancora

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 luglio 2016

BangladeshMa non è il solo a uccidere alla cieca, ben altre stragi meriterebbero una severa condanna, ma si preferisce tacere per dimenticare, perché l’ordine di servizio alla stampa mondiale impone di evidenziare le stragi, genericamente attribuite al mondo islamico. Ricordiamo il titolo vergognoso dell’articolo di Belpietro che, incitando all’odio generalizzato, così titolava “Bastardi islamici”. Ma anche di questo ci siamo dimenticati.
Ora il terrorismo uccide nove italiani in Bangladesh; il motivo della loro presenza in quella regione viene oscurata dalla violenza dell’attentato, del quale, per un falso pudore che stimola a mentire, si preferisce non parlare.
Non c’è condanna sufficiente per identificare la bruttura di quella aggressione, mista di viltà, brutalità, il tutto nascosto da pretese religiose.Così ricordo a me stesso e a quanti hanno già dimenticato, la strage del 24 aprile 2013, quando un edificio commerciale di otto piani, crollò a Savar, un sub-distretto nella Grande Area di Dacca, capitale del Bangladesh. I morti furono 1.129, 2.515 i feriti tra i quali numerosi gravissimi, dei quali non si è saputo più nulla. Nell’edificio fatiscente, costruito per ospitare solo negozi e uffici, erano presenti fabbriche manufatturiere, in quattro piani abusivi, privi dei dovuti controlli di sicurezza, ma piene di macchinari pesanti che le strutture dell’edificio abusivo non potevano sopportare.
Si tratta del centro di sfruttamento del lavoro più indegno dell’intero pianeta; il salario massimo riconosciuto e di due dollari al giorno, mentre per bambini e donne si scende anche al di sotto di un dollaro.
La delocalizzazione in posti del genere non è altro che l’arroganza di arricchimento sulla pelle dei più poveri tra i poveri del pianeta. Quando accadde quel disastro, venne coinvolta anche una importante azienda italiana; il loro marchio apparve in tutti i telegiornali, ma negarono tutto, ma non la realtà.Una loro “polo”, con marchio Benetton, si vende oltre 100 dollari, ma nel Bangladesh costa 4,5 dollari, tutto compreso. Il lavoro avviene a squadre di cinque o sei operai, che lavorano a regime; per quel misero salario DEVONO produrre oltre 150 capi al giorno, per cui si ammazzano la vita per raggiungere o superare quel tetto, ma non per aspirare ad un premio di produzione, bensì per maturare la certezza di poter tornare a lavorare la settimana successiva. I margini di utili sono vergognosi, perché si concretizza con un circuito articolato che parte dalla lana del cachemire, che viene ottenuta da greggi concessi in comodato. L’azienda possiede il gregge (non inferiore a 10.000 capi e vuole solamente la lana, in cambio cede gli agnelli alla tribù che si occupa di quel gregge). Viene sfruttata anche la pelle, con una prima conciatura, che viene esportata a Islamabad, dove fatiscenti fabbriche producono palloni di cuoio da calcio, considerati i migliori del mondo.
Ci sono poi i ritagli del pellame di scarto, che viene triturato finemente e utilizzato come concime per le valli dove pascolano le pecore da lana. Si tratta di una ricchezza enorme che genera, per le popolazioni solamente il diritto a sopravvivere.
A godere dei benefici sono gli imprenditori che sfruttano quella manodopera e pretendono anche di essere considerati “benefattori”.
Perché nella strage di Dacca è stato scelto proprio “quel” ristorante dove erano soliti riunirsi gli imprenditori che hanno delocalizzato la loro produzione? (Rosario Amico Roxas)

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Giudici e giuristi del Bangladesh partecipano a un convegno sulla legge baha’i

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 dicembre 2011

DHAKA, Bangladesh, (BWNS) – Quasi 180 professionisti della legge provenienti da tutto il paese si sono riuniti in un convegno sulla Fede baha’i e le leggi della persona e della famiglia ai quali i suoi membri devono attenersi. Questo evento, che non ha precedenti e che si è svolto nell’auditorium della Corte suprema del paese, intendeva preparare avvocati e giudici ai quali potesse essere chiesto di assistere baha’i su temi legali relativi al matrimonio e all’eredità. Nel Bangladesh, c’è una divisione fra le leggi pubbliche e quelle private o personali e le questioni familiari ricadono sotto la legislazione religiosa. Circa il 90 per cento della popolazione è musulmana e le leggi islamiche della persona e della famiglia sono ben note nel paese.«La cosa è significativa perché se sorgono problemi fra baha’i, i giudici devono giudicare in base alle leggi personali baha’i», ha detto Jabbar Eidelkhani, membro del Corpo continentale dei Consiglieri che ha parlato durante il convegno. «E ora gli avvocati e i giudici che hanno partecipato a questo convegno e alle sessioni di formazione che l’hanno preceduto sono meglio informati sulle leggi che riguardano i baha’i», ha detto. Il convegno durato un giorno, il 3 dicembre, è stato aperto da Mizanur Rahman, presidente della commissione del Bangladesh per i diritti umani. «Se la religione serve ad assicurare la dignità della persona, la legge baha’i della persona si occupa di questo tema. Sotto questo aspetto la Fede baha’i non è diversa da altre religioni», ha detto il dottor Rahman. Hanno parlato anche il giudice Delwar Hossain, che ha presentato un documento programmatico sull’origine e il background delle leggi baha’i della persona e l’avvocato Samarendra Nath Goswami, il principale organizzatore dell’evento, che ha discusso il significato delle leggi baha’i per i professionisti della legge. Prima del convegno il signor Goswami ha condotto piccole sessioni di formazione sul tema. I baha’i sono presenti nel Bangladesh sin dagli anni 1920. La prima Assemblea Spirituale Locale si è formata a Dhaka nel 1952. L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Bangladesh è stata formata nel 1972, poco dopo la dichiarazione d’indipendenza del paese. In questo momento si calcola che nel paese vivano circa 13 mila baha’i.

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WSPA and True Blood’s Kristin Bauer Celebrate Successful Dog Vaccination Project in Bangladesh

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 dicembre 2011

English: Kristin Bauer at 2010 Comin-Con Inter...

Image via Wikipedia

Actress Kristin Bauer has announced her support for the World Society for the Protection of Animals’ (WSPA) Collars Not Cruelty campaign to protect dogs from both cruelty and rabies. Bauer, who plays vampire Pam in the smash-hit series True Blood, announced her support for WSPA’s campaign after hearing about the brutal ways in which nearly 20 million dogs are killed every year, often in failed attempts to control rabies. WSPA launched its Collars Not Cruelty campaign on World Rabies Day, Sept. 28, by announcing a project in Bangladesh supporting the national government to implement a large scale vaccination campaign in the country’s principal resort town, Cox’s Bazar, which has just been completed. The multi-faceted campaign will save thousands of dogs in its first year alone and pave the way for a nation-wide vaccination campaign. Similar to other successful WSPA-led rabies control projects – such as those in Bali and Sri Lanka– dogs in Bangladesh are being vaccinated and given red collars so that communities know they are safe from the disease. Animal-loving Bauer is currently filming the fifth series of True Blood and is the second international celebrity to put support behind WSPA’s Collars Not Cruelty after renowned singer Leona Lewis launched the campaign in September. As part of the Collars Not Cruelty Campaign, WSPA has also announced the first-ever global virtual dog march, during which 100,000 dogs will be let loose across the Internet on Jan. 24, 2012. People worldwide are encouraged to participate today by collaring one of the 100,000 virtual dogs that will “walk” in the event.
The World Society for the Protection of Animals (WSPA) seeks to create a world where animal welfare matters and animal cruelty has ended. Active in more than 50 countries, we work directly with animals and with the people and organisations that can ensure animals are treated with respect and compassion. We hold consultative status at the Council of Europe and collaborate with national governments and the United Nations.

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Naufragio imbarcazione diretta a Lampedusa

Posted by fidest press agency su sabato, 4 giugno 2011

Sono almeno 150 le persone annegate e molte risultano ancora disperse a seguito del capovolgimento di un’imbarcazione al largo delle coste tunisine nel pomeriggio di mercoledì. Si tratta di uno degli incidenti più gravi e drammatici in termini di vittime occorsi finora quest’anno nel Mediterraneo. Il sovraffollato natante trasportava circa 850 persone, in maggioranza originarie dell’Africa occidentale, del Pakistan e del Bangladesh. Salpato sabato pomeriggio dalla capitale libica Tripoli era diretto verso l’isola di Lampedusa.Il team di operatori dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) attivo in Tunisia è riuscito a parlare con alcuni dei sopravvissuti, secondo i quali la barca era condotta da persone con scarsa – o addirittura nessuna – esperienza marittima. L’imbarcazione ha cominciato ad avere problemi al timone e al motore poco dopo la sua partenza. Ormai persi in mare, il terzo giorno di viaggio le scorte di cibo e acqua si sono esaurite. Sette persone – tra cui due donne incinte – sono in terapia intensiva negli ospedali di Sfax sulla costa tunisina, circa 40 chilometri a ovest delle isole Kerkennah. Le operazioni di soccorso da parte della marina militare e della guardia costiera tunisina sono ancora in corso.
Inoltre, a seguito degli incidenti della scorsa settimana vicino Ras Adjir nel corso dei quali due terzi del campo di Choucha sono stati distrutti, l’UNHCR ha ripulito l’area e riorganizzato il sito, anche in consultazione con i rappresentanti delle comunità di rifugiati e migranti. Fino a ieri erano state erette 168 nuove tende e altre saranno allestite nei prossimi giorni per fornire un alloggio ai residenti del campo. Al momento il campo di Choucha ospita circa 2.800 persone fuggite dai combattimenti in Libia.

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Bangladesh: 40 anni di indipendenza

Posted by fidest press agency su sabato, 26 marzo 2011

In occasione dei festeggiamenti per il 40esimo anniversario della fondazione dello stato del Bangladesh (26 marzo 1971), l’Associazione per i popoli Minacciati vuole ricordare la situazione dei 2,5 milioni di persone appartenenti alle popolazioni indigene del paese che tuttora lottano per il riconoscimento e la tutela dei loro diritti. La situazione è particolarmente difficile per i ca. 700.000 Jumma nell’altopiano del Chittagong. Dopo il genocidio e la persecuzione da parte dell’esercito bengalese che nel 1971 costò la vita ad almeno 200.000 persone, le comunità indigene oggi sono minacciate dai nuovi coloni che si appropriano con violenza della terra. Invece di mantenere le promesse fatte nel 1997, le autorità e l’esercito continuano a proteggere il furto delle terre tradizionali indigene mentre le proteste disperate delle vittime finiscono spesso nel sangue. Negli scorsi mesi centinaia di coloni del distretto di Rangamati nell’altopiano del Chittagong hanno incendiato le case della popolazione indigena Chakma con l’intento di cacciare gli abitanti. Le forze di sicurezza non sono intervenute. Solo un anno prima 1500 Chakma della stessa regione avevano perso la loro casa nello stesso modo. Allora erano anche state uccise delle persone ma ciò nonostante non vi è stata finora nessuna indagine ufficiale. Fin dalla sua fondazione nel 1971, il Bangladesh, che oggi conta 160 milioni di abitanti, ha perseguitato e messo in fuga le popolazioni indigene degli altipiani con l’intento di accaparrarsi i loro territori per lo sfruttamento dell’agricoltura e dell’economia forestale e per l’insediamento di ca. 400.000 coloni musulmani. Centinaia di migliaia di indigeni hanno perso la loro base vitale e sono diventti profughi. Si sono formati quindi gruppi armati di resistenza indigeni e gli scontri armati sono finiti solo con gli accordi di pace del 1997. Gli accordi hanno fissato l’autonomia e l’auto-determinazione per gli abitanti degli altipiani, hanno previsto il chiarimento dei diritti terrieri, il ritorno dei profughi alle proprie terre e il ritiro di gran parte dell’esercito.

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Bangladesh: situazione drammatica

Posted by fidest press agency su giovedì, 11 marzo 2010

Secondo i dati dell’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) da gennaio 2010 a oggi oltre 1.160 profughi Rohingya della Birmania sono stati arrestati in Bangladesh e per lo più espulsi verso la Birmania dove molti di loro sono nuovamente esposti a persecuzioni e violenze. Molti profughi detenuti sono esposti a maltrattamenti e almeno 366 profughi sono infatti stati consegnati direttamente alle forze di sicurezza birmane di frontiera. Nel campo profughi di Kutupalong è stato arrestato e picchiato anche un portavoce dei Rohingya per aver denunciato la difficile situazione dei profughi durante la visita di alcuni europarlamentari il 15 febbraio scorso.Gli appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya non trovano protezione nemmeno nei campi profughi dove invece sono esposti ad aggressioni da parte delle forze di sicurezza e soffrono la fame a causa del rifiuto del Bangladesh di permettere alle organizzazioni umanitarie internazionali l’accesso ai campi profughi. L’ultimo rapporto dell’organizzazione statunitense “Physicians for Human Rights” (Medici per i Diritti Umani) mette in guardia da una tragedia umanitaria per quanto riguarda i circa 200.000 profughi Rohingya in Bangladesh. Se alle organizzazioni umanitarie non verrà permesso l’approvvigionamento alimentare, molti profughi rischieranno la morte per fame. Attualmente già il 18% dei bambini è gravemente malnutrito. La situazione umanitaria è resa difficile anche dal fatto che i campi profughi offrono un’adeguata sistemazione solamente per circa 75.000 persone mentre altri 125.000 profughi vivono in clandestinità, con la costante paura di essere aggrediti, arrestati ed espulsi verso la Birmania da cui sono dovuti fuggire. E’ evidente che alle autorità del Bangladesh manca la volontà politica di garantire la tutela dei profughi. In Birmania gli appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya vengono privati di ogni basilare diritto. Così ad esempio fanno fatica a ottenere certificati di nascita, non possono sposarsi, non possono esercitare numerose professioni e lavori, sono fortemente limitati nella libertà di movimento e molta della loro terra è stata espropriata.Il 5 marzo 2010 un Rohingya è stato condannato a sei mesi di carcere per aver tentato di parlare con Tomas Ojea Quintana, inviato speciale dell’ONU per la Birmania che lo scorso 17 febbraio ha visitato la regione di Arakan in Birmania. Attualmente le unità di frontiera birmane costruiscono grazie al lavoro forzato dei Rohingya una rete di frontiera con il Bangladesh lunga 200 chilometri. In questo modo le autorità birmane vogliono impedire la fuga della popolazione musulmana Rohingya.

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Bangladesh: musulmani rischiano l’espulsione

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 dicembre 2009

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è molto preoccupata per il possibile rimpatrio forzato di 9.000 profughi musulmani dell’etnia dei Rohingya verso la Birmania dove i profughi rischierebbero la vita. Solo martedì scorso i ministri degli esteri del Bangladesh e della Birmania si sono accordati sul rimpatrio dei profughi. Il rimpatrio dei profughi Rohingya costituirebbe il secondo grave contraccolpo per i diritti umani nel Sudest asiatico in soli due giorni. Lunedì scorso infatti la Thailandia ha forzatamente rimpatriato 4.000 profughi Hmong nel Laos. In entrambi i casi si tratta di gravissime violazioni delle regole internazionali in materia di tutela dei profughi. Secondo i dati ufficiali, in Bangladesh vivono circa 28.000 persone appartenenti alla minoranza musulmana dei Rohingya distribuiti in tre campi profughi. Ma almeno altri 200.000 Rohingya sono clandestini. Dal 1992 decine di migliaia di Rohingya sono fuggiti in Bangladesh dalle persecuzioni religiose e dalla sospensione dei loro diritti civili nello stato federale birmano di Arakhan. Nel corso degli anni molti dei profughi sono stati rimpatriati in Birmania contro la propria volontà e con il sostegno dell’Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite (ACNUR). I Rohingya intercettati dai soldati bengalesi durante la fuga vengono sistematicamente consegnati ai soldati birmani. Solo dal 22 dicembre ad oggi 22 persone sono state fermate mentre tentavano il passaggio di frontiera. Da anni il governo bengalese tenta di rimpatriare anche i profughi ufficialmente registrati come tali che vivono nei campi, ma la Birmania si era finora rifiutata di accoglierli visto che i Rohingya non godono a casa loro del diritto di cittadinanza. Ora, e nel tentativo di diminuire crescenti tensioni tra i due paesi, le autorità birmane hanno acconsentito al rimpatrio forzato dei profughi. I Rohingya però temono il ritorno a casa perché li attende il sistema di apartheid birmano dove vengono loro negati diversi diritti civili fondamentali. Essi non solo non possono esercitare liberamente il loro credo religioso ma non ottengono nemmeno passaporti e documenti, sono limitati nella libertà di movimento nella stessa Birmania, non possono sposarsi, non possono accedere a posti di lavoro pubblici e sono sempre più spesso vittime di lavoro forzato, di espropri non giustificati e di abusi da parte delle forze armate. Attualmente oltre 3.000 soldati birmani sono impegnati a costruire una rete lunga 320 km lungo la frontiera con il Bangladesh per impedire ulteriori ondate di profughi.

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