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Posts Tagged ‘baracche’

Beau Solomon è stato ucciso lungo le banchine del Tevere

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 luglio 2016

LungoTevere«Beau Solomon lo studente americano di 19 anni ritrovato cadavere nel Tevere è stato ucciso lungo le banchine del Tevere, in pieno centro a Roma. Purtroppo sono diversi i casi analoghi accaduti nel corso degli anni. Questa è diventata Roma: una città dove ci sono intere zone franche, baraccopoli, accampamenti abusivi, dove chi ci capita magari per errore rischia la vita. Chiederemo al nuovo sindaco di Roma Virginia Raggi la fermezza che i suoi predecessori non hanno avuto e di procedere immediatamente allo sgombero di tutte le baracche lungo il Tevere, se lo farà avrà tutto il sostegno mio e di Fratelli d’Italia in Campidoglio». Lo scrive su facebook il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni.

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Il medioevo alle porte di Roma

Posted by fidest press agency su martedì, 8 febbraio 2011

Lettera al direttore. Lo storico Ludovico Gatto riferisce che nel medioevo, poiché nelle case abbondava il legname, era sempre latente il pericolo degli incendi, “un vero spettro nella vita cittadina di allora” (Medioevo quotidiano – Editori riuniti, pag. 51). Oggi il medioevo è alle porte di Roma, e il vero spettro è nella vita dei nomadi che abitano in baracche dove non abbonda il legname, ma la plastica con cui sono fatte. Questa volta a rimetterci la vita sono stati quattro bambini dai quattro agli undici anni. Il fuoco è divampato mentre dormivano. E sembra come se fosse la prima volta, e qualcuno dice basta con le baracche di plastica, e pensa ai rimedi, alle porte di ferro per la stalla dopo che i buoi sono scappati. Ma non è la prima volta. Qualcuno se li sentirà sulla coscienza i quattro innocenti carbonizzati? Neppure per sogno, giacché nessuno ha colpa. Nessuno è responsabile. Nessuno. Anzi, poiché siamo nel medioevo, perché non dare la colpa al diavolo? Gli angeli custodi dei piccoli, dormivano anche loro, il diavolo ne ha approfittato e ci ha messo la zampino. Uno zampino infuocato. (Miriam Della Croce)

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Il vantone

Posted by fidest press agency su domenica, 27 settembre 2009

IL VANTONERoma 29 settembre apre la stagione del Teatro India Lungotevere dei Papareschi 1, lo spettacolo “Il Vantone” di Pier Paolo Pasolini per la regia di Roberto Valerio  con Luca Giordana, Massimo Grigò, Roberta Mattei, Michele Nani, Nicola Rignanese, Roberto Valerio regia Roberto Valerio scena Giorgio Gori costumi Lucia Mariani luci Emiliano Pona  Il Vantone è la Roma dei raggiri, delle truffe, degli espedienti per sopravvivere, della lotta per riuscire a mangiare, dell’eterna lotta tra padrone e servo, o meglio tra signori e morti di fame… è così che ci descrive lo spettacolo il regista Roberto Valerio.  È la Roma di borgata, Pietralata o il Prenestino, dove, per citare Pasolini, “la gente viveva nelle baracche-tuguri costruite sulla polvere brecciolosa e sparsa di sporcizie e di rifiuti (…) con intorno zella e sole, sole e zella (…), come una specie di città indigena con un odore così forte di merda di fogna che accorava…”. È la Roma allegra del mascherino (garzone del fornaio) che “una volta era sempre, eternamente allegro: un’allegria vera che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro per le strade fischiettando e lanciando motti. La sua vitalità era irresistibile. Era vestito molto poveramente: i calzoni rattoppati e addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Però tutto ciò faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un altro mondo altrettanto valido… È la Roma degli sbruffoni, dei raccontaballe, dei vantoni da bar che raccontano mirabolanti avventure prendendo spunto da piccoli episodi a volte pure inventati, di “quelli che se credeno capoccia, e a casa la moje je spacca la capoccia…”. È la Roma musicale del dialetto. “Non avevo automobile quando scrivevo in dialetto (prima in friulano, poi in romano). Non avevo un soldo in tasca e giravo in bicicletta. Non si trattava solo di povertà giovanile. E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi che in epoche così lontane da parere astratte. L’italianizzazione dell’Italia pareva doversi fondare su un ampio apporto dal basso, appunto dialettale e popolare (e non sulla sostituzione della lingua pilota letteraria con la lingua pilota aziendale, com’è poi avvenuto). Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà…”. È la Roma dell’avanspettacolo negli anni del dopoguerra: “qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo ad uno scambio altrettanto intenso, ammiccante e dialogante, fra testo e pubblico, mi pareva di poterlo individuare soltanto nell’avanspettacolo: Il mobilissimo volgare insomma, contagiato dalla volgarità, direi fisiologica, del capocomico…della soubrette…”. (Il vantone)

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