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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

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Per un nuovo Servizio sanitario nazionale

Posted by fidest press agency su venerdì, 29 novembre 2019

“La cura per rendere più efficiente il Servizio sanitario nazionale deve prevedere prima di tutto una terapia fatta sì di meccanismi per ottimizzare la spesa, ma ottenendo prestazioni migliori e più efficaci, con un occhio di riguardo alle persone fragili in ambito territoriale. E la ricetta è chiudere e attuare il nuovo Patto della salute, valorizzare davvero le professionalità che rendono la Sanità italiana una delle migliori del mondo grazie alla concertazione dei percorsi coi professionisti e, nel nuovo modello di Ssn, attivare vere équipe multiprofessionali sociosanitarie dove tutti devono lavorare insieme, ognuno secondo le proprie caratteristiche, ma tutti sullo stesso piano”.
Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI), la più numerosa di Italia con oltre 45mila iscritti che rappresentano nel servizio pubblico oltre il 40% del personale dipendente e nel ruolo sanitario sfiorano il 60%, traccia così il percorso di sinergia che deve essere alla base del futuro di un’assistenza davvero a misura di cittadino, intervenendo a Firenze al convegno organizzato dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri su “La professione medica e la sinergia con le altre professioni sanitarie”, che si svolge nella giornata di apertura del Forum Risk Management di Firenze.
Il cittadino non è più ormai solo il centro dell’attenzione e dell’assistenza, ma una parte attiva del processo di cura che deve portarlo alla salute e al benessere. “I cittadini hanno bisogno di medici e infermieri, che lavorino in un sistema che non può essere quello attuale. – ha spiegato Mangiacavalli -. Abbiamo la necessità che il sistema si ammoderni, cogliendo quelle che sono le evoluzioni delle professioni e in particolare quelle infermieristiche”.
Mangiacavalli ha ricordato anche, come testimonianza del cammino comune già intrapreso da medici e infermieri, il futuro del territorio, dove le fragilità, le cronicità e la non autosufficienza aumentano e rappresentano la prima sfida per l’assistenza. “La chiave qui – ha detto – è l’infermiere di famiglia e di comunità a fianco del medico di famiglia, nel rispetto delle specifiche autonomie, competenze e peculiarità, entrambi insieme e coordinati, per i diritti e la salute dei pazienti”.
Una figura che anche il presidente FnomCeO Filippo Anelli, organizzatore del convegno, ha definito da tempo un esempio del vero lavoro di squadra sottolineando che le micro-équipe che si creerebbero infermiere di famiglia-medico di famiglia danno “l’idea di un vero lavoro di squadra, dove i professionisti operano in sinergia, esprimendo ciascuno le proprie competenze, nel rispetto del proprio ruolo”.
“La riflessione sulla propria professione – ha concluso Mangiacavalli – la stiamo facendo tutti. Tutti ci stanno osservando: cittadini e istituzioni si aspettano da parte delle professioni un’innovazione delle politiche attraverso un percorso condiviso, per aumentare la capacità di risposta del sistema ai bisogni delle comunità. Le parole d’ordine da oggi in poi sono multi-professionalità e multidisciplinarietà “.

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La professione d’infermiere e gli equivoci mediatici

Posted by fidest press agency su sabato, 28 aprile 2018

Ci scrive Barbara Mangiacavalli Presidente Federazione Nazionale Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI): “Noi infermieri iscritti a questa Federazione siamo a volte oggetto di errori mediatici che suscitano grande imbarazzo e risentimento nei professionisti: il termine “infermiere” è utilizzato a vario titolo per indicare operatori di altre professionalità quando questi compiono atti e, spesso, illeciti o reati di varia natura. In sostanza nel mondo sanitario sembrano esistere solo due categorie professionali da citare per i media: medici e infermieri. Indubbiamente dopo la prima richiesta di collaborazione agli organi di stampa si è molto ridotto l’utilizzo improprio del termine “infermiere” che tra l’altro con la Legge n. 3/2018, che ha istituito l’Ordine professionale degli infermieri, ha visto inasprire le pene per chi abusivamente si attribuisce questo tipo di professionalità. Abbiamo appurato che spesso questo errore è legato a esigenze di spazio sui giornali o a semplificazioni eccessive da parte di chi in radio, tv o sul web ha necessità di essere compreso in fretta dal grande pubblico.
Ma questa esigenza non può e non deve legittimare l’attribuzione della professione infermieristica a chi infermiere non è. Il fatto è che in questo modo non si facilita la comprensione, ma si rende al contrario ben più gravoso il compito di chi assiste le persone e ben più difficile da parte delle persone con bisogni di salute sapere esattamente a chi rivolgersi.
Il principale fraintendimento dei mezzi di comunicazione avviene quando si utilizza la qualifica di infermiere, attribuendola erroneamente a personale ausiliario, a operatori sociosanitari. Ad assistenti di base o a operatori tecnici dell’assistenza e per questo scrivo a Lei (e tramite Lei a eventuali sedi distaccate della Sua testata) in quanto responsabile di ciò che da essa viene diffuso, per tentare di scongiurare – anche se la testata da Lei diretta non fosse mai incorsa in questo errore – ulteriori pestaggi mediatici nei confronti di professionisti che, per come operano ogni giorno al fianco dei più deboli, certamente non lo meritano.
I professionisti infermieri chiedono quindi aiuto ai professionisti giornalisti con un fine “preventivo”, che può evitare però a noi tutti di essere indicati come responsabili di comportamenti infamanti anche quando siamo estranei ai fatti, cercando così di tranquillizzare la categoria, ma soprattutto di rasserenare la popolazione sul fatto che davanti ha, se sa riconoscerli, professionisti all’altezza dei suoi bisogni e pronti a prendersi cura di lei.
Maggiore chiarezza che eviterebbe tra l’altro lo spiacevole, quanto inutile seppure necessario ricorso a richieste di rettifica a mezzo stampa – da parte della Federazione e/o dei singoli Ordini provinciali – che dal 2017 in poi sono state almeno dieci, anche se il fenomeno è comunque in calo rispetto agli anni precedenti di oltre il 70% dei casi.
Perciò cerchiamo in poche righe di spiegare la differenza esistente tra la professione di infermiere e le altre attività con cui questa è troppo spesso confusa.
Noi infermieri siamo professionisti laureati responsabili dell’assistenza infermieristica che esplichiamo attraverso valutazioni, interventi e certificazioni competenti e autonome in ambito assistenziale, curativo, riabilitativo, preventivo. Abbiamo l’obbligo già in base a leggi precedenti, ma soprattutto per la legge 3/2018, di iscrizione all’Albo professionale tenuto dall’Ordine, per poter esercitare la professione. Conseguiamo master, laurea magistrale e dottorato di ricerca e svolgiamo funzioni cliniche molto diversificate tra loro con numerose specializzazioni, così come funzioni manageriali (dal coordinamento alla Direzione di strutture complesse), funzioni formative e di ricerca in ambito universitario e non. Seppure in forme diverse e con percorsi professionalizzanti diversi esistono poi una serie di figure dedicate sostanzialmente all’assistenza di base, soddisfacimento di bisogni igienici, di eliminazione e di confort domestico alberghiero, e in alcuni casi di pulizia e manutenzione di utensili, apparecchi, presidi usati dal paziente e dal personale medico e infermieristico per l’assistenza al malato. Al di là del loro valore, riconosciuto dagli infermieri e dagli assistiti e, come nel caso dell’OSS in chiara evoluzione, sono ad oggi figure non professioniste, non iscritte ad Ordini, che lavorano su attribuzione dell’infermiere che rimane il responsabile di riferimento diretto. Per fare un esempio molto pratico, seppur forzato, è come confondere all’interno degli istituti scolastici un insegnante con un operatore scolastico (ex bidello)”.
Sono certa che comprenderà la necessità di questo chiarimento e Le chiedo di nuovo collaborazione per fare il “passo finale” visto il trend positivo registrato e per evitare il ripetersi di tali situazioni, lasciando così a noi infermieri la necessaria serenità nell’attività quotidiana in cui ci prendono cura dei pazienti e la certezza che questi ci riconoscano per quel che siamo e non ci guardino con un sospetto legato in realtà all’agire di altre figure non controllate, non responsabili e che noi, come Ordini professionali, non possiamo neppure sanzionare”. Per la cronaca aggiungiamo che la Federazione di cui la Mangiacavalli è presidente ha inteso parlare anche a nome di tutta la categoria professionale costituita da oltre 440000 infermieri italiani.

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