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Virus e Batteri sono la stessa cosa?

Posted by fidest press agency su venerdì, 24 aprile 2020

Virus Vs Batteri, questo è il titolo della prossima puntata del format live streaming targato Frascati Scienza, che andrà in onda mercoledì 29 aprile alle 17, come di consueto sui canali Facebook e YouTube di Frascati Scienza. È possibile interagire con i protagonisti inviando domande attraverso la sezione “Commenti” delle due piattaforme. Successivamente è prevista una replica su IGTV di Instagram. Saranno proprio loro, un virus e un batterio, a rispondere a questa e a tutte le domande che i partecipanti all’”intervista doppia” di Scienza Contagiosa vorranno fare ai nostri protagonisti.
È più grande un Virus o un granello di sabbia? È più lungo un flagello batterico o un nostro capello? Chi è più “intelligente”? Chi sopravvive di più nei climi caldi? E al polo Nord ci vivono? A moderare l’intervista sarà Antonella Minutolo, del laboratorio di patologia ed immunologia Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.Nelle parti del virus e del batterio saranno invece Valentina Roglia del laboratorio di patologia ed immunologia Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Marialaura Fanelli del Laboratorio di Microbioloiga clinica, Facoltà di Medicina, dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Tutte e tre sono soci fondatori di Bioscienza Responsabile, associazione partner di Frascati Scienza, che si occupa di divulgare temi di Sanità Pubblica al vasto pubblico.

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Virus, batteri: nemici invisibili

Posted by fidest press agency su sabato, 18 aprile 2020

Ho scritto un articolo tempo fa sulla catena alimentare riferendomi a degli organismi che dipendono l’uno dall’altro per il nutrimento e ho avanzato l’ipotesi che al vertice della catena alimentare non vi fosse l’essere umano bensì il virus con le sue variegate sfaccettature e potenzialità. In un certo senso fa specie pensare che dobbiamo assegnare questo primato ad un microorganismo estremamente piccolo e visibile solo al microscopio elettronico. In un certo senso ciò potrebbe avere una sua logica pensando che tutti gli esseri viventi partono dal piccolo, crescono, e si stabilizzano sia pure in dimensioni diverse e alla fine del percorso ritornano “invisibili”. Se poi andiamo ad analizzare la loro composizione genetica rileviamo come il materiale è composto da DNA o RNA racchiuso in un involucro di proteine (capside) e a volte da una membrana di grassi e proteine detti, rispettivamente, fosfolipidi e pericapside. Eppure, il loro essere piccoli non li affranca dalla pericolosità che sviluppano all’interno di un corpo umano causando la distruzione dei tessuti dell’organismo e in alcuni casi con il trasformarsi in cellule tumorali. E sanno anche dove procurare danni seri una volta che infettano le persone andando a finire nell’apparato respiratorio o in quello digerente o urogenitale o peggio ancora, se sono sistemici, diffondendosi in tutto l’organismo. Possono raggiungerlo in tanti modi: per via aerea, alimentare, attraverso rapporti sessuali e vettori (soprattutto insetti). Non manca ovviamente la risposta difensiva partendo dagli anticorpi prodotti dal tessuto linfatico (linfociti B) per cercare di neutralizzare l’effetto nocivo della sostanza estranea. Ma l’azione difensiva messa in atto dall’organismo umano non sempre è puntuale e immediata. Deve, innanzitutto, riconoscere la presenza del virus e ciò non sempre accade concedendogli in questo modo di rinforzarsi e di espandersi rendendo arduo il compito degli anticorpi in fase d’intervento. A questo punto gli anticorpi hanno bisogno di un sostegno esterno possibile con farmaci efficaci o essere prevenuti in virtù di una vaccinazione specifica. Ora se diamo per scontato che al vertice della catena alimentare vi è il virus dobbiamo di conseguenza renderci conto che questa nostro invisibile, ma tenace e sempre più aggressivo, nemico lo avremo costantemente presente, generazione dopo generazione e mutante per ingannarci. Dobbiamo, quindi, tenere incessantemente alto il livello di difesa con un sistema sanitario adeguato agli attacchi imprevisti e una ricerca virologica capace di affrontare questo micidiale e insidioso nemico con strumenti sempre più evoluti. Questo è quanto e se si afferma che la presente lezione offertaci dal Covid-19 deve insegnarci qualcosa dobbiamo fare in modo di non dimenticarlo una volta vinta la battaglia. Perché non è una battaglia ma è una guerra destinata a durare a lungo. (Riccardo Alfonso)

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Scoperti nuovi batteri

Posted by fidest press agency su sabato, 25 maggio 2019

Parma. È stato pubblicato sulla rivista scientifica Genome Biology una ricerca dell’Università di Parma rivolta alla minuziosa caratterizzazione delle comunità microbiche intestinali dei mammiferi, fino ad ora largamente sconosciute, che costituiscono il cosiddetto “dark matter” microbico. Lo studio ha identificato per la prima volta l’esistenza di due nuovi microrganismi, appartenenti al genere Bifidobacterium, nell’ecosistema intestinale di alcune specie di mammifero.Lo studio è il primo lavoro che, grazie all’impiego di un approccio di tipo omico basato sia sull’utilizzo di tecniche metagenomiche che di coltivazione su terreni selettivi (culturomics approach), ha permesso di caratterizzare la biodiversità di quella larga parte della comunità microbica intestinale conosciuta come “non-coltivabile”. Ovvero quei microrganismi che fino ad ora sono sfuggiti ad ogni tentativo di isolamento svolto dalla microbiologia classica. Il lavoro è stato condotto dal Laboratorio di Probiogenomica, Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale e ha visto la partecipazione di un gruppo di ricerca composto interamente da membri dell’Ateneo di Parma, coordinato dal prof. Marco Ventura.Questa ricerca, a differenza dei lavori fino ad ora pubblicati per lo più basati unicamente sull’impiego di approcci puramente bioinformatici, ha permesso di scoprire nuove specie microbiche grazie alla disponibilità di sequenziatori di nuova generazione (MiSeq e NextSeq 500) presso lo Spin-Off accademico GenProbio s.r.l. diretto dal prof. Ventura. Lo studio è stato svolto grazie alla collaborazione tra il team di sequenziamento ed il team bioinformatico del Laboratorio di Probiogenomica, che da anni si occupano di analisi genomiche e metagenomiche applicate alle comunità microbiche.
Lo studio conferma la trasversalità delle ricerche che vengono eseguite in Ateneo, che in questo caso hanno coinvolto oltre al Laboratorio di Probiogenomica anche l’Unità di Microbiologia del Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie coordinato dalla prof.ssa Maria Cristina Ossiprandi, docente del Dipartimento stesso e del Centro Interdipartimentale “Microbiome Research Hub”.Questo lavoro riprova l’impegno rivolto allo studio delle comunità batteriche profuso dal Laboratorio di Probiogenomica dell’Università di Parma e dal Centro Interdipartimentale “Microbiome Research Hub”. Quest’ultimo è stato recentemente costituito presso l’Ateneo al fine di integrare sforzi interdisciplinari rivolti allo studio del microbiota intestinale, come testimoniato dai diversi riconoscimenti internazionali ricevuti negli ultimi anni dai suoi membri, e rappresenta un primo importante passo verso la piena comprensione delle basi molecolari responsabili dell’interazione microrganismi-ospite ma anche delle possibili implicazioni positive o negative sulla salute dell’ospite.

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Il ruolo dei batteri intestinali nel neonato

Posted by fidest press agency su giovedì, 30 novembre 2017

MMBR means - Microbiology and Molecular Biology ReviewsÈ stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Microbiology and Molecular Biology Reviews” una “invited review” che fornisce una completa ed esauriente trattazione delle attuali conoscenze sulla composizione delle comunità microbiche (microbiota) intestinali nelle prime fasi di vita e sul loro determinante contributo per la salute del neonato. Il team di scienziati di diverse nazionalità che hanno contribuito alla preparazione di questa “review” è stato coordinato dal Prof. Marco Ventura, responsabile del Laboratorio di Probiogenomica del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale e del Centro Interdipartimentale Microbiome Research Hub dell’Università di Parma.Il lavoro intende mostrare come il ruolo del microbiota intestinale sia determinante fin dalle prime fasi di vita dell’uomo e possa esplicare effetti anche nell’età adulta. I dati raccolti e discussi in questa review, unica nel suo genere, intendono offrire al lettore una comprensione completa del microbiota intestinale degli infanti ma anche informazioni riguardanti le nuove tecniche analitiche che permettono di studiare la composizione del microbiota neonatale e la funzione da questo espletata. Inoltre, diversi capitoli della review sono dedicati alla descrizione dei principali gruppi microbici che si ritrovano nell’intestino dei neonati, all’origine del microbiota intestinale e agli interventi che possono essere messi in atto per modularne/modificarne la composizione.Al lavoro è stata dedicata anche la copertina della rivista che verrà pubblicata a giugno 2018. Al progetto collaborano diversi gruppi e centri di ricerca nazionali e internazionali: APC Microbiome Institute and School of Microbiology, National University of Ireland, Cork, Ireland; Laboratory of Microbiology, Wageningen University, Wageningen, The Netherlands; Departamento de Microbiologia y Bioquimica de Productos Lacteos, IPLA–CSIC, Villaviciosa, Asturias, Spain; Department of Nutrition, Food Science and Food Technology, Complutense University of Madrid, Spain; Department of Pediatrics and Larsson-Rosenquist Foundation Mother-Milk-Infant Center of Research Excellence, University of California San Diego, La Jolla, United States; Department of Bacteriology & Immunology University of Helsinki, Finland.Lo studio conferma l’impegno del Laboratorio di Probiogenomica dell’Università di Parma e del Centro Interdipartimentale “Microbiome Research Hub” recentemente costituito in Ateneo nell’ambito della studio del microbiota intestinale, testimoniato dai diversi riconoscimenti internazionali degli ultimi anni, e rappresenta un primo importante passo nella comprensione delle basi molecolari responsabili dell’interazione microrganismi-ospite e dei derivanti effetti positivi o negativi sulla salute dell’ospite.Prof. Marco Ventura (Laboratorio di Probiogenomica, Dipartimento di Scienze Chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale e Centro Interdipartimentale Microbiome Research Hub, Università di Parma),

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Scoperti nuovi batteri intestinali

Posted by fidest press agency su lunedì, 11 settembre 2017

biblio università parmaParma. È stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica ISME J un lavoro dedicato allo studio della composizione delle comunità batteriche, conosciute come microbiota, che risiedono nell’intestino dei mammiferi mediante l’impiego di un approccio multi-omico basato sull’utilizzo di tecniche di genomica e metagenomica. Il progetto presentato nell’articolo è stato coordinato dal Prof. Marco Ventura, responsabile del Laboratorio di Probiogenomica del Dipartimento di Scienze Chimiche, della Vita e della Sostenibilità Ambientale dell’Università di Parma, nell’ambito di un’attività di ricerca internazionale volta alla comprensione della composizione del microbiota intestinale nei mammiferi e in particolar modo alle comunità di bifidobatteri.Il lavoro pubblicato ha permesso di scoprire come i bifidobatteri risultino essere un gruppo microbico caratteristico di tutte le specie di mammiferi, in particolare nelle prime fasi di vita. Questo è il risultato di un processo di co-evoluzione dei bifidobatteri e dei mammiferi caratterizzato da adattamento genetico dei bifidobatteri all’intestino neonatale dei mammiferi.
Lo studio ha inoltre permesso d’identificare nuove specie di bifidobatteri, fino ad ora sconosciute, che rivoluzioneranno la tassonomia di questo gruppo microbico.Al progetto hanno collaborato diversi gruppi e centri di ricerca nazionali e internazionali (Dipartimento di Scienze Medico veterinarie, Università di Parma; APC Microbiome Institute and School of Microbiology, Bioscience Institute, National University of Ireland, Cork). Vi partecipa inoltre GenProbio srl, spin off dell’Università di Parma impegnato nello studio dei batteri probiotici e del microbiota intestinale.
Il progetto è stato reso possibile grazie alla presenza nel Laboratorio di Probiogenomica dell’Università di Parma di una piattaforma di genomica microbica unica nel suo genere; infatti, oltre a sequenziatori di DNA di ultima generazione, ne fa parte anche un gruppo bioinformatico specializzato nel settore della genomica batterica e delle analisi metagenomiche.Questo studio conferma l’impegno del Laboratorio di Probiogenomica dell’Università di Parma nell’ambito della studio del microbiota intestinale, testimoniato dai diversi riconoscimenti internazionali degli ultimi anni, e rappresenta un primo importante passo nella comprensione delle basi molecolari responsabili dell’interazione microrganismi-ospite e dei derivanti effetti positivi o negativi sulla salute dell’ospite. (Prof. Marco Ventura)

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Il tuo computer può aiutare gli scienziati a studiare la relazione tra batteri del corpo e malattie autoimmuni

Posted by fidest press agency su giovedì, 31 agosto 2017

computerChiunque disponga di un computer e di un collegamento a internet può aderire al World Community Grid e iscriversi per sostenere il Microbiome Immunity Project.
Il Microbiome Immunity Project è un nuovo progetto di citizen science promosso da IBM, condotto da scienziati del Broad Institute del MIT e di Harvard, del Massachusetts General Hospital, dell’Università della California di San Diego e del Flatiron Institute della Simons Foundation. Il progetto sfrutterà la potenza di calcolo non utilizzata dei computer dei volontari per condurre milioni di esperimenti virtuali per conto dei ricercatori. Questi esperimenti hanno l’obiettivo di mappare i tre milioni di batteri riscontrati nel microbioma umano e prevedere la struttura delle proteine associate. Il progetto inizierà con l’analisi del microbioma nell’apparato digerente. Lo scopo di questo studio è aiutare gli scienziati a comprendere meglio l’interazione del microbioma con la biochimica umana e determinare in che modo detta interazione possa contribuire a malattie autoimmune, quali diabete di tipo 1, morbo di Crohn e colite ulcerosa, che colpiscono centinaia di milioni di persone nel mondo e che vengono diagnosticate sempre più di frequente. Una migliore comprensione permetterebbe agli scienziati di prevenire e curare queste malattie con maggiore facilità.
I dati ottenuti da milioni di esperimenti del genere saranno analizzati dal team di ricerca del progetto. I ricercatori metteranno questi dati a disposizione di altri scienziati, accelerando il progresso delle conoscenze scientifiche e, in definitiva, il miglioramento delle cure relative alle malattie autoimmuni.
Dalla sua costituzione nel 2004, World Community Grid ha sostenuto 29 progetti per la ricerca in ambiti quali cancro, HIV/AIDS, virus Zika, acque pulite, energie rinnovabili e altre sfide umanitarie. A oggi, World Community Grid, ospitato in IBM Cloud, ha collegato i ricercatori a una potenza di elaborazione gratuita del valore di $500 milioni di dollari USA. Più di 730.000 persone e 430 istituzioni di 80 Paesi hanno donato più di un milione di anni di tempo di calcolo da più di tre milioni di computer e dispositivi Android. La partecipazione volontaria ha aiutato i ricercatori a identificare potenziali cure per il cancro infantile, nonché celle solari e sistemi di filtrazione delle acque più efficienti.
Per maggiori informazioni su World Community Grid e per offrire le proprie risorse informatiche inutilizzate, visitare il sito https://www.worldcommunitygrid.org/

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Batteri resistenti agli antibiotici

Posted by fidest press agency su domenica, 9 aprile 2017

parma universitàParma. E’ uno studio, condotto all’Università di Parma, sull’utilizzo della spettrometria di massa per la rivelazione di enterobatteri produttori di carbapenemasi, enzimi capaci di distruggere e quindi di rendere inefficace una particolare e importante classe di antibiotici.Lo studio è stato realizzato dalla prof.ssa Adriana Calderaro in collaborazione con i proff. M. Cristina Arcangeletti, M. Cristina Medici, Carlo Chezzi, Flora De Conto e con i dott. Mirko Buttrini, Maddalena Piergianni, Sara Montecchini, Monica Martinelli, Silvia Covan e Giovanna Piccolo del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma.Gli enterobatteri sono batteri che normalmente fanno parte della popolazione microbica residente nell’intestino ma, in condizioni particolari, possono essere causa di infezioni anche gravi. Alcuni sono resistenti a quasi tutti gli antibiotici a disposizione, rendendo molto difficile trovare una terapia efficace. Le situazioni più gravi si hanno quando questi batteri diventano resistenti anche ad un particolare tipo di antibiotici, i carbapenemi, che rappresentano i farmaci di riferimento per la terapia delle infezioni gravi e invasive da enterobatteri multiresistenti. In questo caso si parla di enterobatteri produttori di carbapenemasi (CPE); la diffusione di questi batteri resistenti è favorita da scarse condizioni igieniche e la loro insorgenza da un uso non appropriato degli antibiotici.
Gli enterobatteri produttori di carbapenemasi si trasmettono principalmente in due modi:
– direttamente da un soggetto infetto e portatore ad un’altra persona, attraverso le mani non pulite;
– attraverso l’ambiente circostante in condizioni igieniche scarse.
Le regole basilari per evitare il contagio sono quindi l’implementazione corretta dell’igiene delle mani e delle precauzioni per evitare la trasmissione veicolata dal personale assistenziale, e un’accurata igiene dell’ambiente di cura e delle attrezzature utilizzate in tale ambiente. Visto il preoccupante incremento delle infezioni da enterobatteri produttori di carbapenemasi in Italia, è stato avviato un sistema di sorveglianza e controllo per fare fronte alla criticità emergente. Risulta quindi evidente come una rapida identificazione di questi batteri possa essere di vitale importanza per la sanità pubblica, a fini sia diagnostici per la cura dei pazienti infetti sia epidemiologici per conoscere rapidamente ed impedire la diffusione di questi batteri.Nello studio realizzato nell’Ateneo di Parma, al fine di identificare rapidamente enterobatteri produttori di carbapenemasi è stata utilizzata la spettrometria di massa MALDI-TOF adottando un protocollo alternativo rispetto a quello comunemente impiegato nella pratica diagnostica di laboratorio.L’importanza dello studio risiede nella semplicità e nella facilità richieste per la preparazione dei campioni e nel tempo (2 ore) richiesto per l’acquisizione dei dati che rendono la tecnica impiegata un metodo accurato e rapido e quindi vantaggioso rispetto ai metodi convenzionali. Questi ultimi prevedono la coltura dei batteri in terreni solidi in presenza di specifici antibiotici, richiedendo personale esperto sia per l’esecuzione sia per l’interpretazione del risultato; inoltre, essendo tali saggi dipendenti dal tempo di crescita dei batteri il risultato e la sua interpretazione sono disponibili solo dopo 1-2 giorni dall’esecuzione dell’indagine.Infine, il metodo messo a punto nello studio risulta particolarmente conveniente anche da un punto di vista economico rispetto ai metodi convenzionali.Tutte queste considerazioni pongono questa metodologia in posizione centrale in ambito microbiologico per il rilevamento di batteri produttori di carbapenemasi.

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Troppi batteri nei campi in erba sintetica

Posted by fidest press agency su mercoledì, 22 marzo 2017

batteri patogeniI campi in erba sintetica sono un ricettacolo di batteri potenzialmente pericolosi per la salute. E’ quanto ha dimostrato uno studio condotto dall’Università di Catania che per la prima volta ha evidenziato la presenza rilevante di agenti patogeni, tra cui Escherichia coli e stafilococchi in impianti sportivi frequentati giornalmente da migliaia di persone. “L’indagine è stata condotta su quattro diversi impianti sportivi catanesi – afferma la prof.ssa Cinzia Randazzo, docente di Microbiologia Agroalimentare, dell’Università di Catania e coordinatrice della ricerca -. Per valutare il livello di contaminazione abbiamo prelevato campioni di manto erboso, su svariati punti di differenti campi di calcio, che abbiamo sottoposto ad analisi microbiologiche. I risultati hanno evidenziato una carica microbica totale pari a 20.000 unità formanti colonie (ufc) per cm2, presenza di stafilococchi (pari a 4.000 ufc per cm2), di Escherichia coli (pari a 100 ufc per cm2), di Pseudomonas spp (pari a 6.000 ufc per cm2) e di enterococchi (pari a 400 ufc per cm2). La presenza di tali microrganismi può essere correlata a contaminazioni di origine umana, gocce di sudore, sputi, abrasioni dei giocatori ma anche a escrementi di volatili o di altri animali. Nel nostro Paese si calcola che esistono oltre duemila campi in erba sintetica e il loro numero è in forte crescita. Le scarse condizioni igienico-sanitarie possono portare problemi alla salute di chi frequenta questi luoghi”. La ricerca dell’Ateneo catanese ha inoltre studiato l’efficacia di possibili soluzioni per garantire la salubrità degli impianti sportivi in erba sintetica. “Ad oggi in commercio è presente un solo prodotto che ha ricevuto l’Attestazione di Detergente Sanificante dalla Commissione Impianti Sportivi in Erba Artificiale della L.N.D.-F.I.G.C. (C.I.S.E.A.). Si tratta del detergente alcalino denominato Lavailcampo, che ad una concentrazione del 20%, per un tempo di contatto di 20 minuti, ha portato ad un abbattimento totale degli agenti patogeni – prosegue la prof.ssa Randazzo -. In particolare si è azzerata la presenza di batteri pericolosi come Escherichia coli, Pseudomonas e stafiloccocchi, così come richiesto dalle leggi italiane in tema di igiene pubblica”. “Solo in questo modo è possibile ottenere l’inibizione totale di tutti i gruppi microbici nocivi per l’organismo umano e la ricerca ha evidenziato l’efficacia del detergente igienizzante Lavailcampo quale soluzione per garantire la qualità igienico-sanitaria degli impianti sportivi a tutela della salute dei frequentatori. Il studio ha evidenziato inoltre che l’effetto igienizzante dura a lungo nel tempo e dopo un mese la carica batterica presenta ancora valori contenuti e accettabili”. “E’ necessario – conclude la prof. Randazzo – che le Autorità prendano atto e si occupino di questo problema, al fine di tutelare la salute di chi frequenta gli impianti sportivi”.

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Identificati i batteri ancestrali di Ötzi, l’uomo dell’età del rame

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 gennaio 2017

parma universitàParma. E’ stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Microbiome un lavoro riguardante l’identificazione e la caratterizzazione delle comunità microbiche (microbiota) intestinali della mummia del Similaun.
La Mummia del Similaun, anche nota come Ötzi, è un reperto antropologico risalente ad un’epoca compresa tra il 3300 ed il 3100 a.C. (età del rame) ritrovata nel 1991 sulle Alpi Venoste ai piedi del monte omonimo (ghiacciaio del Similaun, 3.213 m s.l.m.) al confine fra Italia (la Val Senales in Alto Adige) e Austria (la Ötztal nel Tirolo).
La caratterizzazione del microbiota intestinale di un uomo vissuto nell’età del rame ha permesso di comprendere come i batteri intestinali si siano evoluti e differenziati nel corso dell’evoluzione dell’uomo e della sua dieta. Questo lavoro è stato possibile grazie alla ricostruzione di genomi microbici “antichi” risalenti alla morte diÖtzi, oggi estinti.
Questo studio è stato reso possibile grazie alla presenza presso il Laboratorio di Probiogenomica dell’Ateneo di Parma di una divisione di genomica microbica, unica nel suo genere, che affianca alla presenza di sequenziatori di DNA di ultima generazione un team bioinformatico specializzato nel settore della genomica microbica e delle analisi metagenomiche.
Questo articolo scientifico si colloca nell’ambito delle attività di ricerca condotte dal Laboratorio di Probiogenomica dalla sua costituzione nel 2007 ad ogginell’ambito della microbiologia applicata e genomica microbica destinata allo studio del microbiota intestinale e alla loro interazione con l’uomo e gli alimenti. L’attività di ricerca svolta dal Laboratorio di Probiogenomica in questi importanti campi ha ricevuto nel corso degli anni numerosi riconoscimenti sia nazionali che internazionali.
Contatti:Prof. Marco Ventura (Laboratorio di Probiogenomica, Dipartimento di Scienze Chimiche, della vita e della sostenibilità ambientale, Università di Parma),

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Vacanze e infezioni

Posted by fidest press agency su sabato, 16 luglio 2016

flu-virus-swine-epidemic_0[1]Virus e batteri non vanno in vacanza. E durante l’estate, complici il caldo, il mare o piscine e la vita all’aperto il rischio di infezioni e malattie aumenta. Tra le più diffuse: infezioni cutanee, gastroenteriti e intossicazioni alimentari, allergie da punture d’insetto, reazioni da contatto causate da meduse e tracine, colpi di sole e colpi di calore.Ecco i consigli e le raccomandazioni di WAidid per affrontare le 5 malattie estive più comuni:
1.Infezioni cutanee. L’impetigine è un’infezione batterica molto contagiosa che più comunemente colpisce i bambini. Gli agenti eziologici chiamati in causa sono solitamente Streptococcus beta-emolitico di gruppo A e più raramente Staphilococcus aureus. L’impetigine causa vescicole-bolle che si risolvono nel giro di 4-8 giorni. Nelle forme più lievi e superficiali è sufficiente un trattamento locale con antisettici per ammorbidire e rimuovere le squame crostose e l’uso di antibiotici topici da applicare 2-3 volte al giorno per almeno una settimana dopo la scomparsa delle lesioni. Il trattamento antibiotico per via orale è necessario, invece, quando le lesioni sono più estese o profonde (piodermite diffusa) o se il bambino è immunodepresso: in questi casi il farmaco più indicato è l’amoxicillina + acido clavulanico che deve essere sempre prescritto dal pediatra.
Le micosi da piscina. La micosi cutanea delle dita di piedi e mani è un’infezione fungina causata da due agenti del genere Trichophyton: T. rubrum e T. interdigitalis. E’ piuttosto contagiosa ed è favorita dal contatto diretto e la frequentazione di luoghi pubblici e dallo scarso rispetto di buone norme igieniche. Le micosi sono caratterizzate da chiazze eritemato-squamose localizzate soprattutto sotto la pianta dei piedi o palmo delle mani e a livello interdigitale, sono spesso pruriginose e molto fastidiose.
Il trattamento è locale con l’utilizzo di creme a base di sostanze anti-micotiche da applicare 2 volte al giorno per almeno 14 giorni. La terapia per via sistemica va riservata a quei casi in cui c’è resistenza alla terapia locale, in cui le lesioni sono più estese o plurifocali o in caso di interessamento dei peli (perchè il follicolo pilifero non è raggiungibile dai farmaci topici).
E’ fondamentale prevenire tali infezioni utilizzando ciabattine in gomma da indossare sempre a bordo piscina, nella doccia e nello spogliatoio e teli, asciugamani e spazzole rigorosamente personali.
2.Gastroenteriti, diarrea del viaggiatore e intossicazioni alimentariLa gastroenterite di origine infettiva dovuta a virus come il Rotavirus, Norovirus, Adenovirus e batteri come Escherichia coli, Salmonella, Shigella e Campylobacter rappresenta una causa importante di possibile disidratazione. Soprattutto E. coli può essere implicato nell’insorgenza della cosiddetta diarrea del viaggiatore, così come possono essere implicati anche alcuni parassiti (Giardia, Entamoeba histolytica, Cryptosporidium spp.) soprattutto in aree geografiche, come la maggior parte dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, in America Centrale e nel Medio Oriente.
Epatite A: si trasmette per via oro-fecale ed è endemica nei Paesi a basso sviluppo socio-economico, Frequente è l’acquisizione dell’infezione da frutti di mare non adeguatamente cotti. L’infezione può essere asintomatica oppure determinare diarrea e nausea, generalmente autolimitantesi, ma i soggetti colpiti eliminano il virus con le feci soprattutto nelle prime 2 settimane, rendendo possibili i contagi ed eventuali piccole epidemie. Per i bambini che si recano in viaggio in Paesi in cui è endemica l’epatite A, è utile la vaccinazione. Salmonella species: Salmonelle non tifoidee sono batteri presenti tutto l’anno. Il veicolo principale è rappresentato da prodotti di origine animale (uova, pollame), occasionalmente altri cibi (frutta, verdura, cereali) oppure acqua, contaminati da animali infetti. Le forme tifoidee (Salmonella typhi, Paratyphi A, Paratyphi B) sono endemiche in alcuni Paesi, soprattutto in Asia: bambini che hanno soggiornato in queste aree possono presentare sintomi gastrointestinali e febbre.
Staphyloccus aureus: questo batterio è responsabile di intossicazioni alimentari. Diversamente dalle altre intossicazioni, quella dovuta a S. aureus si manifesta entro 24–48 ore dall’assunzione di un alimento contaminato, con diarrea, vomito, dolori addominali, raramente è presente febbre.Per compensare un’eventuale perdita di liquidi è importante la reidratazione per via orale. Vanno, però, evitate le bibite ad alto contenuto di zucchero come i succhi di frutta confezionati che potrebbero aggravare la diarrea. E’ raccomandabile poi non smettere di mangiare, meglio se leggero, in pasti piccoli e frazionati (es. 6 pasti al giorno). In generale, quando si viaggia in zone con scarse condizioni igieniche, è importante bere solo acqua in bottiglia, non consumare verdure crude e frutta sbucciata, evitare sempre il ghiaccio. Se non si è certi della provenienza consumare carne ben cotta; evitare cibi contaminati potenzialmente a rischio come molluschi e mitili crudi; non condividere tovaglioli, bicchieri, posate e stoviglie; lavare sempre bene le mani con acqua e sapone o un disinfettante a base di clorexidina dopo essere stati alla toilette e prima di mangiare o manipolare del cibo.
3. Allergie da punture di insettoLe punture di insetto, api e vespidi, causano reazioni che variano da una semplice eruzione pomfoide ad un quadro di shock anafilattico che, sebbene raro, può mettere il soggetto in serio pericolo di vita. Altre punture di insetto, ad esempio quelle delle zanzare, devono comunque essere tenute in seria considerazione e prevenute attraverso norme igienico-comportamentali: evitare l’uscita nelle ore del tramonto, utilizzare indumenti che coprano braccia e gambe, proteggersi con zanzariere ed eventuali repellenti da azionare negli ambienti o da applicare sulla pelle.Le zanzare del genere Aedes trasmettono zika, dengue e chikungunya, quelle del genere Anopheles trasportano il Plasmodium, agente eziologico della malaria che provoca febbre, malessere, coinvolgimento progressivo neurologico, respiratorio, metabolico, nefrologico ed ematologico, con potenziale prognosi infausta e/o sequele rilevanti. Da qui l’importanza di un’adeguata profilassi in caso di soggiorno in aree endemiche.
Nella maggior parte dei casi le reazioni che si riscontrano dopo una puntura di insetto sono: arrossamento, gonfiore nella zona della puntura, fastidio o dolore che si risolvono completamente in 5-10 giorni; febbre e sensazione di malessere, ma destinati a scomparire abbastanza rapidamente. In tutti questi casi è sufficiente una pomata a base di anti-istaminici e se c’è febbre e molto dolore un banale antifebbrile come paracetamolo o ibuprofene. I casi gravi, quelli con anafilassi, si manifestano invece con un importante quadro cardiovascolare (sincope, ipotensione, e collasso), associato a disturbi respiratori (fischi e sibili all’ascoltazione toracica, stridore laringeo) e, più raramente, ad un quadro gastroenterico (coliche addominali, diarrea). In questi casi, è fondamentale un intervento terapeutico tempestivo: la somministrazione di adrenalina, così come quella di ossigeno e di fluidi per via endovenosa e l’esecuzione di accurati esami di laboratorio volti a confermare la sensibilizzazione al veleno di un determinato insetto.
4.Reazioni da contatto causate dalle punture di meduse e tracineLa Pelagia nucticola è una medusa abbastanza velenosa ed è la più diffusa nel Mediterraneo. Le tracine sono pesci che si trovano sotto la sabbia, vicino alla riva.
Le punture da medusa provocano dolore bruciante e poi prurito intenso, mentre sulla pelle rimane una zona eritematosa ed edematosa con possibile formazione di una bolla; le punture da tracina causano un dolore intenso che può persistere per alcune ore e la sede dell’inoculazione del veleno si presenta arrossato e gonfio. Dopo una puntura di medusa, è necessario disinfettare con acqua di mare e poi con bicarbonato, medicando, poi la parte con un gel a base di cloruro d’ alluminio; nel caso di puntura da tracina, mettere subito il piede sotto la sabbia calda o tamponare con acqua bollente, perché il calore lenisce il dolore provocato dalle tossine velenose.
Cosa non fare: sul sito di puntura non usare ammoniaca, limone, aceto, o alcol; non strofinare o grattare perchè si corre il rischio di mandare in circolo le tossine rilasciate; non utilizzare pinzette per rimuovere eventuali frammenti di tentacoli perchè la lacerazione di tessuti provocherebbe la fuoriuscita di tossine; non disinfettare con acqua dolce, troppo fredda o ghiaccio.
5.Colpi di sole e colpi di calore. Il colpo di sole è legato all’esposizione diretta ai raggi solari. Comporta un aumento della temperatura corporea oltre i 38 gradi e può associarsi a scottature. Il colpo di calore, invece, si manifesta quando la temperatura esterna è molto alta e una persona non riesce efficacemente a disperdere calore. A volte il colpo di calore si sovrappone a quello di sole. I più a rischio sono i bambini, tanto più quanto più sono piccoli. Per evitare i colpi di sole e di calore è importante evitare l’esposizione prolungata al sole, soprattutto nelle ore più calde e in assenza di un’adeguata protezione a livello del capo. Tra i sintomi: febbre, cefalea, nausea, irritabilità, confusione mentale, e, nei casi più gravi, perdita di coscienza e collasso cardio-circolatorio.

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Resistenza dei batteri agli antibiotici

Posted by fidest press agency su mercoledì, 23 marzo 2016

antibioticiDurante i circa 70 anni di uso degli antibiotici, i batteri hanno dimostrato di avere una incredibile capacità di resilienza, riuscendo di volta in volta ad adattarsi alla presenza del nuovo “veleno” e a diventare ad esso resistenti. Lo stesso Fleming, in occasione della consegna del Premio Nobel nel 1945, sostenne che la penicillina, se male utilizzata e sotto-dosata, non solo poteva non uccidere i batteri ma, addirittura, indurre lo sviluppo di meccanismi di resistenza.Nel corso degli anni, l’industria farmaceutica e la ricerca indipendente sono sempre riuscite a parare il colpo, mettendo di volta in volta a disposizione dei medici nuovi antibiotici in grado di vanificare i nuovi meccanismi di resistenze messi in atto dai batteri.
Purtroppo, da qualche anno non è più così. Per vari motivi, i nuovi antibiotici sono pochi e sembrerebbe che i batteri stiano riuscendo a riprendere il sopravvento. Infatti, si sono andati diffondendo nel mondo ceppi particolari di batteri contro cui i comuni antibiotici non sono più attivi.Uno dei più temibili “superbugs” è la Klebsiella pneumoniae produttrice di carbapenemasi (CP-kp), resistente anche ai carbapenemi. Dal 2008 al 2014, secondo i dati pubblicati dall’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC), rispetto a tutti i ceppi di Klebsiella isolati da sangue o liquor, in Italia si è osservato un incremento delle percentuali di Klebsiella pneumoniae resistente anche ai carbapenemi fino a posizionarsi su valori compresi tra il 25 e il 50%. Il resto d’Europa, seppur meno esposto, non è affatto in posizione di sicurezza. Infatti, in una recente pubblicazione del gruppo di lavoro EuSCAPE (European Survey of Carbapenemase-Producing Enterobacteriaceae), all’interno di un progetto lanciato nel 2012 da ECDC, con lo scopo di monitorare la diffusione e l’epidemiologia dei ceppi ECP (Enterobacteriaceae produttrici di carbapenemasi) in cui sono coinvolti 38 Paesi europei, emerge che, sebbene in Italia questi batteri siano diffusi in forma endemica, molti degli altri Paesi europei hanno un grado di diffusione inter-regionale non trascurabile. Oltre alla Klebsiella, altri batteri sono coinvolti nelle infezioni nosocomiali, tra cui Escherichia coli, batteri Gram-negativi (principalmente Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter) e gli stafilococchi.
In Italia, come causa delle infezioni nosocomiali, si collocano ai primi tre posti la Klebsiella, l’Escherichia coli, e la Pseudomonas aeruginosa. Si tratta purtroppo di tre specie che comprendono anche ceppi ultraresistenti, sensibili a pochissimi antibiotici, che recentemente si sono diffusi negli ospedali italiani raggiungendo, in alcuni casi, numeri preoccupanti.
In Italia, per esempio, nonostante le numerose campagne di comunicazione del Ministero, vengono prescritti troppi antibiotici: oltre il 50% dei pazienti ricoverati in ospedale viene sottoposto a questo tipo di terapia. L’eccessivo uso, spesso non corretto, di questi farmaci ha portato a un incremento rilevante delle resistenze batteriche.La mortalità nelle infezioni sostenute da batteri multiresistenti è molto elevata, si aggira, infatti, intorno al 40-50%.E’ necessario pertanto mettere in atto delle misure volte a razionalizzare l’uso degli antibiotici, a migliorare le norme di igiene sanitaria, e, in primis, individuare le strategie terapeutiche adeguate.
La ricerca sugli antibiotici ha subito una battuta d’arresto: tra il 1983 e il 1987 i nuovi antibiotici sono stati 16, negli anni ‘90 solo 10 mentre tra il 2003 e il 2007 quelli presentati sono scesi a 5. Il motivo di questo calo è di tipo economico piuttosto che scientifico: le aziende hanno preferito puntare su trattamenti destinati a essere più duraturi nel corso del tempo invece che puntare su nuovi antibiotici, destinati ad un numero ristretto di pazienti e mirati ad un numero ridotto di infezioni.“All’orizzonte, comunque, si intravedono alcuni nuovi antibiotici molto interessanti: nuove combinazioni di inibitori delle betalattamasi – precisa il Dottor Matteo Bassetti, Direttore Clinica Malattie Infettive A.O.U. Santa Maria Misericordia di Udine – in grado di ripristinare l’attività degli antibiotici, soprattutto nei confronti dei gram-negativi resistenti. Passeranno anni, comunque, prima che questi farmaci possano essere in commercio, con il rischio che i batteri imparino velocemente a rendere inattivi anche questi nuovi antibiotici. Nel frattempo, alcuni dei “vecchi” farmaci poco utilizzati fino ad oggi, ma dotati di una notevole attività microbiologica come la fosfomicina, potrebbero aiutare a colmare questo momentaneo “gap”.
La Società Italiana di Terapia Antinfettiva persegue esclusivamente finalità scientifiche, culturali e sociali promuovendo, incrementando e incentivando: l’aggiornamento, gli studi e la ricerca sulla terapia antinfettiva, nella più ampia accezione del termine stesso; l’attività scientifica, didattica, culturale e di ricerca nel campo della terapia antinfettiva anche mediante iniziative divulgative dirette a tutte le specialità interessate, quali la pubblicazione di libri e riviste, l’organizzazione di convegni e congressi e quant’altro attinente; l’aggiornamento, lo studio, la promozione e lo sviluppo d’iniziative dirette alla prevenzione, diagnosi, cura nel campo delle malattie infettive, con particolare riguardo alle patologie di rilevanza sociale; corsi di perfezionamento, di aggiornamento, di divulgazione ed educazione post-laurea e post-diploma in materia antinfettiva per laureati o diplomati in discipline paramediche complementari.

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Batteri patogeni in ospedale

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 ottobre 2015

batteri patogeniI batteri patogeni possono provocare gravi conseguenze sulla salute dei pazienti negli ospedali. “E’ stato fatto tutto il possibile in termini di prevenzione a Brindisi?” dice Mario Pinca, AD di Copma, fornitore italiano di punta nei servizi sanitari. Pinca fa la sua affermazione a seguito della decisione di un pubblico ministero di aprire una inchiesta sulla morte di 19 pazienti presso l’Ospedale Perrino di Brindisi la scorsa settimana. “Più di 25,000 cittadini muoiono ogni anno in Europe a causa della crescente resistenza agli antimicrobici esistenti; e tra l’8% ed il 12% dei pazienti negli ospedali dell’UE soffre di eventi avversi, almeno la metà dei quali potrebbero essere evitati.” “Sembra che i decessi possano essere collegati al batterio Klebisella nella sua forma multiresistente. Occorre attendere i risultati dell’inchiesta; ma ciò che possiamo dire, è che è possibile ridurre il rischio di trasmissione di infezioni nosocomiali (HAI) affrontando con decisione il problema dell’igiene negli ospedali attraverso un’azione multidisciplinare; con l’innovativo sistema di igiene PCHS a base di batteri probiotici si possono efficacemente contrastare i batteri potenzialmente patogeni. Pinca si riferisce ad un recente studio di La Fauci V et al., pubblicato sulla rivista J Microb Biochem Technol 2015, ultimo di una serie di importanti pubblicazioni scientifiche internazionali. Lo studio è intitolato ‘Un approccio innovativo alla sanificazione degli ospedali attraverso l’uso dei probiotici: Prove In Vitro sul campo ’ che conferma come le infezioni ospedaliere continuino ad essere un problema sanitario enorme a cui nessuna struttura, pubblica o privata, è immune.“Affrontare questa sfida globale richiede un’azione locale ed Europea. I metodi di igiene tradizionali non sono sufficientemente efficaci,” dice Pinca. Quello che dimostra lo studio di La Fauci è che: “La sanificazione ambientale è una parte essenziale ed efficace dei programmi per prevenire e controllare le infezioni ospedaliere.” La Fauci afferma che: “Le procedure di sanificazione in ospedale, combinate con la profilassi antibiotici per I pazienti, sono progettate per ridurre e prevenire la proliferazione dei microrganismi. Nonostante ciò, le infezioni nosocomiali continuano ad essere un problema, anche in ospedali dove vengono adottate procedure di sanificazione meticolose.” “L’importanza delle superfici inanimate come sorgente di patogeni nosocomiali è stata riconosciuta da tempo… ma i metodi di sanificazione più comuni comportano l’uso di disinfettanti chimici … [ma] questi non sono senza svantaggi: 1) la limitata efficacia dei biocide nel tempo (normalmente 20-30 minuti dopo l’applicazione, dopo la quale i microrganismi si moltiplicano esponenzialmente); 2) la proprietà dei microrganismi di mutare annullando così la capacità biocida; 3)l’aumentato inquinamento naturale derivante dall’uso massiccio di sostanze chimiche che si possono accumulare e persistere nel tempo.”“La moderna ‘prima linea di difesa’ potrebbe essere il Sistema PCHS” dice Alberto Rodolfi, Presidente di Copma. “Quello che sappiamo da approfondite ricerche e da consolidata esperienza operativa, è che con il Sistema PCHS migliora significativamente il livello di igiene negli ambienti ospedalieri e si riduce la presenza di agenti patogeni.” “La ricerca di La Fauci’s indica l’efficacia del Sistema PCHS e l’azione dei ‘Batteri Probiotici ’,” dice Rodolfi. “La loro ricerca accresce la nostra comprensione di come le spore di Bacillus spp lavorino in maniera efficace. I batteri Probiotici sono considerati microrganismi innocui, ma più importante, al contrario dei disinfettanti, non agiscono da biocidi. Ciò significa che i batteri probiotici possono colonizzare le superfici sulle quali sono applicati secondo il protocollo PCHS, limitando efficacemente la proliferazione e la sopravvivenza di altri tipi di batteri, inclusi i germi, attraverso un processo di ‘esclusione competitiva’.” Lo studio di La Fauci segnala che: “I probiotici sono ecologici, facili da usare e biodegradabili. Essi rendono l’ambiente igienicamente stabile e sono in grado di sopravvivere e colonizzare superfici non biologiche, combattendo la proliferazione di altri batteri. In questo studio… condotto tramite il Sistema Probiotico di Pulizia ed Igiene (PCHS) presso il laboratorio dell’Unità Operativa Cardiologica per l’Igiene Ospedaliera dell’Ospedale Universitario di Messina sia in vitro che sul campo.. è stato anche rilevato che funzionano bene su superfici in ambiente ospedaliero che sono soggette a ricontaminazione regolare … I Probiotici sono quindi prodotti innovativi efficaci per la sanificazione dell’ambiente ospedaliero e costituiscono una valida alternativa “verde” ai disinfettanti chimici utilizzati fino ad ora. “Ciò che significa,” dice Rodolfi, “è che l’assistenza sanitaria europea può essere rivoluzionata con un semplice cambiamento della politica dell’igiene. La terribile scala di morte all’ospedale Perrino di Brindisi, se dimostrato essere causato dall’ igiene ospedaliera, sarà semplicemente la punta di un iceberg. E ‘ora che i governi europei agiscano per fermare la resistenza antimicrobica e per rendere i nostri ospedali centri di cura sicuri e sani per l’ambiente, non per il contagio.”

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Sviluppo e commercializzazione dei farmaci antibatterici in forte ascesa

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 giugno 2015

psicofarmaciLa crescente minaccia rappresentata dai batteri gram-negativi multi-farmaco resistenti (MDR-GNB) fa sentire l’urgenza dello sviluppo di farmaci antibatterici in tutto il mondo. Le riforme normative di prossima attuazione per abbassare i costi della ricerca e sviluppo e fornire incentivi per l’identificazione di nuovi farmaci creerà interessanti opportunità per le case farmaceutiche. “Trentotto farmaci antibatterici attualmente in fase di sviluppo hanno il potenziale di affrontare molti, ma non tutti, i batteri resistenti, – afferma Aiswariya Chidambaram, analista di Frost & Sullivan. – Plazomicina e Eravacycline sono due composti emergenti che hanno un’attività ad ampio spettro contro la maggior parte dei batteri MDR-GNB.” La scoperta di nuovi farmaci antibatterici e l’identificazione di nuovi composti che possono agire con successo contro i batteri sono operazioni complesse dal punto di vista scientifico. Data l’alta probabilità di fallimento e gli elevati costi di ricerca e sviluppo (R&D), le grandi case farmaceutiche, che una volta erano leader in questo settore, stanno chiudendo le proprie strutture di ricerca per farmaci antibatterici. Agenzie come la Food and Drug Administration (FDA) e la Infectious Diseases Society of America stanno mettendo in pratica diverse iniziative per attirare di nuovo le imprese verso la ricerca e sviluppo di farmaci antibatterici. Il GAIN (Generating Antibiotic Incentives Now) Act di recente implementazione dovrebbe facilitare studi clinici più efficienti e ridurre le barriere per l’ingresso sul mercato. In Europa, l’IMI (Innovative Medicines Initiative) ha lanciato due progetti – COMBACTE (lotta alla resistenza batterica in Europa) e TRANSLOCATION (basi molecolari della permeabilità delle membrane cellulari batteriche) – che mostrano una partnership senza precedenti tra industria, aziende biotecnologiche e mondo accademico per combattere la resistenza agli antibiotici. “Inoltre, le collaborazioni sotto forma di partnership tra pubblico e privato che coinvolgono industria, mondo accademico, investitori e opinion leader chiave potranno affrontare efficacemente le molteplici esigenze cliniche e commerciali non soddisfatte nel mercato dei farmaci antibatterici, e accelerare così il cammino verso la commercializzazione,” conclude Chidambaram.
Lo studio “A Product and Pipeline Analysis of the Antibacterial Drugs Market” fa parte del programma Life Sciences Growth Partnership Service. Altri studi di Frost & Sullivan collegati a questo argomento sono: “A Competitive Analysis of the Global Breast Cancer Therapeutics Market”, “A Product and Pipeline Analysis of the Opioid Therapeutics and Drug Delivery Market”, “A Product and Pipeline Analysis of the Lung Cancer Therapeutics Market” e “Product and Pipeline Analysis of the Global Rheumatoid Arthritis Therapeutics Market”. Tutte le analisi comprese nel servizio in abbonamento forniscono dettagliate opportunità di mercato e tendenze del settore, valutate in seguito ad esaurienti colloqui con gli operatori del mercato.

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“The missing link between cardiovascular disease and Copd

Posted by fidest press agency su mercoledì, 8 aprile 2015

???????????????????L’Aquila 9/11 aprile. Si respira male, si ha quasi sempre la tosse e spesso si va incontro a febbre, perché nei bronchi pieni di muco i batteri si sviluppano a grande velocità. Dando luogo a infezioni ripetute. E’ la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO ), sigla che individua due malattie molto diffuse soprattutto tra gli anziani: bronchite cronica ed enfisema polmonare.
Però, anche se questi sono i sintomi, la BPCO non dovrebbe essere considerata soltanto come una patologia respiratoria. Diversi studi segnalano la presenza di diverse malattie associate alla BPCO, tra cui ipertensione, diabete, scompenso cardiaco, aritmie. In più, le terapie contro la BPCO possono aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, e viceversa farmaci per le patologie cardiocircolatorie possono edere effetti a livello respiratorio. Di tutto questo parleranno i massimi esperti nazionali in malattie respiratorie e cardiovascolari, in occasione del convegno “The missing link between cardiovascular disease and Copd”, in programma dal 9 all’11 aprile all’Hotel San Donato Resort di Santi di Preturo (L’Aquila), organizzato dalla Divisione di Medicina Interna e Nefrologia dell’Università dell’Aquila e promosso dalla Fondazione Internazionale Menarini.

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Eliminare i batteri invincibili

Posted by fidest press agency su martedì, 9 settembre 2014

L’olio essenziale di melaleuca o tea tree è più efficace del 25% rispetto al trattamento ospedaliero standard per neutralizzare i ceppi di stafilococco farmaco-resistenti che si sviluppano in più della metà (57%) dei casi di contagio da tale batterio, causa d’infezioni cutanee che aumentano di più di 6 volte il rischio di decesso e rappresentano addirittura una tra le prime 10 cause di morte al mondo. Il trattamento standard con antibiotico è invece più efficace per debellare il batterio quando questo di annida in siti specifici come nel naso: ma la farmaco-resistenza è sempre più spesso in agguato e, quando si verifica, il tea tree rappresenta una cura alternativa. In generale comunque, entrambi i trattamenti riescono a risolvere quasi la metà dei contagi. I dati si riferiscono a una ricerca di qualche anno fa su 550 pazienti del Royal Hampshire County Hospital di journalWinchester, Gran Bretagna. Ma un nuovo studio clinico randomizzato su 445 malati ricoverati in reparti di unità intensiva di ospedali nord-irlandesi, pubblicato nel 2013 su Journal of Antimicrobial Chemotherapy, dimostra che il tea tree è efficace, almeno quanto il trattamento standard, anche per prevenire i contagi. “Sono naturalmente necessari studi ulteriori – afferma Marinella Trovato, segretario della Società italiana di scienze applicate alle piante officinali e ai prodotti per la salute (SISTE), alla XXVI edizione del Sana che si conclude oggi a Bologna Fiere –, più approfonditi e su numeri più significativi di partecipanti per confermare gli ultimi dati e inoltre tali trattamenti sono destinati comunque a stretto controllo medico”. “Nel nuovo studio – spiega Marco Valussi, consulente scientifico SISTE, autore del principale testo sugli oli essenziali in Italia e responsabile scientifico del progetto Officinale Italia – la differenza d’efficacia del 2,5% a favore del tea tree non è statisticamente significativa ma è relativa a una concentrazione al 5% che è troppo bassa, mentre nello studio precedente, pubblicato su Journal of Hospital Infection nel 2004, è stata impiegata una concentrazione doppia con, appunto, risultati significativamente migliori del trattamento ospedaliero, rappresentando così un’opzione in più per combattere i sempre più frequenti ceppi farmaco-resistenti”.
Lo stafilococco ‘aureus’ aggrava ferite chirurgiche, infezioni cutanee sistemiche e superficiali, può causare complicanze respiratorie e urinarie oltre che endocarditi e setticemia, con aumento di rischi, durata dei ricoveri e costi sanitari. “Nonostante i dati clinici sull’attività antimicrobica degli oli essenziali siano ancora poco frequenti in letteratura e pochi i pazienti arruolati – continua Valussi -, vi è però una mole di risultati sperimentali molto promettenti che fanno ben sperare in termini di efficacia, meccanismi d’azione e target”. L’ultima review sull’attività antimicrobica degli oli essenziali, appena pubblicata su Molecules, tra le più autorevoli riviste di chimica organica, conferma che alcuni composti contenuti negli oli essenziali di timo e origano (soprattutto timolo e carvacrolo) dimostrano elevata affinità contro infezioni batteriche e micotiche come la candida in cui l’aumento della farmaco resistenza riduce le opzioni terapeutiche. “Gli oli essenziali possono venire in aiuto – prosegue Valussi – quando le opzioni terapeutiche sono ridotte perché gli antibiotici non agiscono più o a causa della tossicità dei trattamenti o perché non vi è disponibilità di nuove molecole più attive, come per i Gram negativi (ad es. Klebsiella pneumoniare, responsabile delle meningiti neonatali o Pseudomonas aeruginosa resistente naturalmente agli antibiotici), batteri per i quali negli ultimi 40 anni non è stata messa a punto alcuna nuova classe di antibiotici, ad eccezione di una categoria di molecole contro la tubercolosi, giunta 2 anni fa”. Gli oli essenziali possono inoltre essere combinati tra loro o con gli stessi antibiotici, in modo da aumentare l’efficacia di entrambi e ridurre il rischio di resistenza, rappresentando un’innovativa strategia clinica, attualmente sotto studiata. “La sinergia tra oli essenziali e antibiotici ampia lo spettro di attività – conclude Valussi – e può pertanto servire a prevenire il fallimento della terapia quando si sospetti farmacoresistenza, a prevenire lo sviluppo di farmaco resistenze e, non ultimo vantaggio, ad abbassare i costi sanitari. Ma va sottolineato che le combinazioni devono essere utilizzate in terapia con massima cautela e solo dopo avere ottenuto robusti dati di tipo sperimentale”.

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Batteri patogeni del genere Borrelia

Posted by fidest press agency su venerdì, 14 febbraio 2014

Lo studio è stato realizzato dalla prof.ssa Adriana Calderaro in collaborazione con i proff.M. Cristina Arcangeletti, Flora De Conto, M. Cristina Medici, Carlo Chezzie con i dottori Chiara Gorrini, Giovanna Piccolo, Sara Montecchini, Mirko Buttrini, Sabina Rossie Maddalena Piergiannidell’Unità di Microbiologia e Virologiadel Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Parma.Le spirochete appartenenti al genere Borrelia sono batteritrasmessi all’uomo mediante il morso di zecche dure e sono gli agenti eziologici della Malattia di Lyme in Europa, una malattia a stadi la cui manifestazione clinica più caratteristica della prima fase cutanea è il cosiddetto “Eritema migrante”: una lesione eritematosa nel punto del morso della zecca che si espande nel corso di circa un mese per formare una larga lesione tondeggiante che tende a risolvere al centro lasciando un margine periferico in espansione centrifuga.La diffusione delle borrelie con il sangue porta al manifestarsi della II Fase sistemica caratterizzata da mialgie, artralgie migranti e artriti; dopo mesi o anni si passa alla III Fase o neuroborreliosi della quale sono tipici l’acrodermatite cronica atrofica, le polineuropatie motorie e/o sensitive, la poliartrite e l’encefalomielite progressiva con perdita della memoria.Altre borrelie (B. hermsii, B. recurrentis, ecc.), agenti eziologici di febbri ricorrenti, sono trasmesse all’uomo dal morso di zecche molli o dall’infestazione con il pidocchio dei vestiti (Pediculus humanus var. corporis).Lo studio di questi batteri riveste particolare importanza nella nostra realtà poichéle zecche vettori di borrelie sono presenti anche nel territorio dell’area di Parma e appartengono alla specie Ixodes ricinus. Queste zecche sono normalmente parassiti di un ampio spettro di animali comprendenti ungulati (pecore, capre, caprioli, cervi, cinghiali, ecc.) e piccoli mammiferi roditori (ratti, topi, scoiattoli, castori, ecc.), che popolano la bassa vegetazione di aree boscose con alti livelli di umidità.L’uomo può essere morso dalle zecche prevalentemente dalla tarda primavera all’autunno avanzato, periodo nel quale le zecche sono maggiormente attive, con un picco massimo in giugno – luglio; i soggetti più esposti sono i lavoratori forestali, gli allevatori, gli agricoltori e i cacciatori, oltre coloro che visitano i boschi e si dedicano alla raccolta dei funghi.Nel corso del progetto è stato messo a punto per la prima volta al mondo un metodo di “spettrometria di massa”, mediante l’innovativa tecnologia “Matrix-assisted laser desorption ionization-time of flight (MALDI-TOF MS)”, per l’identificazione delle tre specie di borrelie (B.afzelii, B.burgdorferi sensu stricto (ss)e B.garinii), causa della Malattia di Lyme in Europa e presenti anche in Italia.Mediante questa tecnologia le proteine vengono frantumate in tanti piccoli “pezzetti” (ioni) e fatti volare dall’accelerazione di un campo elettrico in un tubo di volo che misura il tempo che questi impiegano per raggiungere un rivelatore posto a una distanza conosciuta: il tempo di volo delle proteine è direttamente proporzionale al rapporto massa-carica di ogni singolo “pezzetto”. In questo modo si costruisce una vera e propria impronta proteica (insieme di tutte le proteine = spettro) di un determinato microrganismo in base alla massa/carica delle sue proteine.Dal punto di vista biologico in questo studio è stata compiuta un’interessante osservazione: l’analisi delle proteine delle borrelie analizzate riflette l’albero filogenetico di questi batteri basato sul sequenziamento del loro DNA ribosomale, dimostrando che vi è coincidenza tra biotipo e genotipo, cioè tra “proteine” e “DNA”. Dunque le proteine di questi batteri corrispondono a un frammento del loro DNA.
La metodologia MALDI-TOF MS oggetto dello studio potrà avere in futuro ampie applicazioni non solo in ambito diagnostico ma anche epidemiologico, al fine di arricchire le nostre conoscenze circa l’identificazione di serbatoi animali di borrelie e di consentire lo sviluppo di strategie di sorveglianza dell’infezione.Questi risultati, che sono frutto di un’attività sperimentale svolta presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, dimostrano che nell’Ateneo di Parma ci sono grande entusiasmo e competenze specifiche che consentono di raggiungere importanti risultati scientifici riconosciuti a livello internazionale.

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Batteri fecali sui carrelli della spesa?

Posted by fidest press agency su martedì, 27 dicembre 2011

Česky: Escherichia coli na Endově agaru Englis...

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Non solo sui sacchetti della spesa riutilizzabili, non solo sui cellulari, ma la presenza di batteri pericolosi d’origine fecale pare sia stata evidenziata anche sui carrelli della spesa. A precisarlo sono una serie di studi evidenziati sul sito statunitense http://healthfreedoms.org secondo cui risulterebbe che ci siano più germi su un carrello della spesa che sulla tazza del water di una toilette pubblica come ribadito da alcuni recenti avvertimenti per la salute, secondo cui i tamponi prelevati dalle maniglie dei carrelli e dei seggiolini per i bambini avrebbero dimostrato la presenza di saliva, sangue, feci, muco e ancor peggio batteri del tipo Listeria, Salmonella, Staphylococcus, E. Coli. La ragione per cui i carrelli della spesa sarebbero una delle superfici più contaminate ancor più dei servizi igienici pubblici, secondo alcuni ricercatori starebbe nel fatto che i bagni pubblici sono puliti e disinfettati con regolarità, mentre i carrelli della spesa verrebbero lasciati sporchi vita natural durante o puliti al massimo un paio di volte ogni anno. Nel frattempo, a seguito del contatto con migliaia e migliaia di clienti che sono soliti adagiare i propri figli con i relativi pannolini, vengono continuamente contaminati accumulando una gamma sorprendente di germi e virus. A quanto pare negli USA non pochi consumatori hanno preso cognizione dei rischi connessi e non sarebbero rare le madri che puliscono con cura il carrello o vi stendono qualche drappeggio sulla parte dove il bambino sarà collocato. Alla luce di questi avvertimenti che pare siano stati lanciati solo negli USA, visto che in UE e soprattutto in Italia, a volte queste notizie arrivano con qualche mese di ritardo, alcune catene di negozi alimentari si stanno premunendo mettendo salviettine disinfettanti a disposizione della clientela.Per la verità la maggior parte dei test che viene citato in queste ricerche è stato fatto diversi anni fa, e le ultime analisi sulle maniglie e sui seggiolini dei carrelli avrebbero dimostrato livelli molto più bassi di contaminanti. Ciò sarebbe dovuto al più diffuso impiego di salviettine disinfettanti e prodotti tipo amuchina che sono sempre più utilizzati dai consumatori e dalle giovani mamme.Nonostante questo, e dato il ritardo delle aziende nostrane che si occupano di distribuzione alimentare nel diffondere notizie di tal tipo, Giovanni D’Agata componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti” consiglia un’accurata pulizia e disinfezione del carrello prima di toccare le maniglie e di adagiare i propri figli sui seggiolini.

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Batteri sempre più resistenti

Posted by fidest press agency su martedì, 20 settembre 2011

Escherichia coli - Scanning Electron Microscopy

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Le resistenze multiple dei batteri agli antibiotici stanno assumendo una dimensione globale con una tendenza alla crescita, al punto che, secondo gli esperti, se non affrontate in modo adeguato rischiano di diventare la causa di pandemie. Su questo tema si stanno confrontando i ricercatori in occasione del 51mo congresso Icaac (Interscience conference on antimicrobial agents and chemotherapy) in corso a Chicago e tra i casi citati, quello dell’Escherichia coli, responsabile della morte di 51 persone in Europa quest’anno, soprattutto Germania, e che era evidentemente “super-resistente”, e del superbatterio IFN-1 (Nuovo Delhi metallo-lattasio), comparso in India l’anno scorso, definito “una minaccia persistente”. «Più del 70% dei batteri che causano infezioni sono resistenti ad almeno uno degli antibiotici usati per trattarli. Nella medicina di base è abbastanza comune che i medici incontrino infezioni da streptococco resistenti alla azitromicina» sostiene Tarayn A. Fairlie, epidemiologo dei Centers for disease control and prevention, autore di uno studio pubblicato nel numero di settembre del Morbidity and mortality weekly report che segnala, un’incoraggiante inversione di tendenza nella prescrizione di questi farmaci. I ricercatori hanno riscontrato un calo del 24% nel periodo 2007-08 rispetto al 1993-94, che ha permesso di passare da 300 cicli di antibiotici ogni mille visite a 229. Il calo, dicono gli autori, è il risultato degli sforzi delle organizzazioni che educano i medici e il pubblico all’uso appropriato.(S.Z.) Morbidity and mortality weekly report September 2, 2011 / 60(34);1153-1156 (fonte farmacista33)

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Emergenza per il lago del Pertusillo

Posted by fidest press agency su martedì, 13 settembre 2011

Potenza

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L’OIPA Italia Onlus e il Costituendo Nucleo Guardie Eco-zoofile OIPA di Potenza, insieme all’Ehpa Basilicata (Associazione per la Tutela dell’Ambiente e della Salute) ha presentato ufficiale richiesta al Ministero dell’Ambiente per la proclamazione dello stato d’emergenza riguardo al lago del Pertusillo (PZ), le cui acque, destinate anche al consumo umano, risultano inquinate da batteri, idrocarburi e metalli pesanti. Il lago del Pertusillo, un invaso artificiale meta di pescatori e turisti, si trova nel Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri, ed ha una produzione di acqua potabile di oltre 110 milioni di metri cubi. A seguito di gravi episodi di moria di pesci e proliferazione dell’alga rossa risalenti al 2010 e a marzo 2011, il Costituendo Nucleo Guardie Eco-zoofile OIPA di Potenza e l’Ehpa Basilicata hanno condotto una serie di accertamenti finalizzati alla ricerca di fonti di contaminazione ed inquinamento.
Le ispezioni hanno permesso di individuare due scarichi di reflui fognari non adeguatamente sottoposti a processo di depurazione, provenienti dai depuratori dei comuni di Paterno e Spinoso, che vanno a riversarsi direttamente nelle acque del lago. Le acque, destinate al consumo umano, sono quindi risultate fortemente inquinate dal punto di vista microbiologico e cariche di Coliformi totali, Coliformi fecali, Streptococchi fecali ed Escherina Coli, batteri tipici degli scarichi fognari. Sono state inoltre misurate concentrazioni di metalli pesanti (Alluminio, Ferro, Manganese e Piombo) ben oltre il limite di legge di idrocarburi.
Il degrado del lago del Pertusillo impone immediate norme di tutela e interventi di bonifica non più rimandabili, a tutela della salute dell’ambiente, della popolazione acquatica e di quella umana. I controlli disposti dalla Regione Basilicata, volti a ispezioni sugli scarichi delle aziende agricole, non sono sufficienti né incisivi per risolvere il problema alla sua origine.Devono infatti essere individuate la provenienza e la responsabilità per le sostanze tossiche rilevate nel lago, che di norma sono estranee agli ecosistemi lacustri, prima che la fauna acquatica venga completamente sterminata.

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Cumuli rifiuti e possibili malattie correlate

Posted by fidest press agency su venerdì, 1 luglio 2011

In relazione all’emergenza rifiuti di Napoli e all’insorgenza di patologie, ANID, l’Associazione che riunisce le imprese italiane di disinfestazione, sottolinea che “i sacchi dei rifiuti rappresentano veri e propri erogatori alimentari per tutti egli animali che convivono nell’ambiente antropico liberamente e si procacciano il cibo laddove l’uomo non cura l’igiene. Ma il vero allarme è sul piano sanitario. Tra le principali malattie trasmesse dai roditori si segnalano:
• la Borreliosi di Lyme (malattia causata dal batterio spirocheta Borrelia burgdorferi sensu lato ed i cui sintomi sono gravi e diffusi dolori agli arti, eritemi migranti multipli, meningiti e miocarditi);
• la Leptospirosi o malattia di Weil, causata dal batterio Leptospira, trasmessa all’uomo dalla puntura delle zecche parassite dei roditori infetti, dal contatto con l’urina di animali infetti; causa malessere, febbri prolungate, peggioramento delle funzioni renali, congiuntiviti, itterizia, anoressia, nausee, vomito, emorragie del tratto intestinale, dolori muscolari, debolezza e prostrazione; se non diagnosticata e curata tempestivamente può portare alla morte;
• la Salmonellosi, zoonosi causata dal batterio Salmonella enteridis, si manifesta con acute infezioni gastroenteriche, vomito, febbre e diarrea; viene contratta a seguito del consumo di acqua o cibi contaminati dai roditori, o mediante l’ingestione di uova e carni infette non ben cotte.
Oltre alle più tradizionali malattie batteriche sopra accennate, i roditori sono vettori di importanti malattie virali (encefalite da zecche, encefalite equina venezuelana, sindromi da arenavirus e hantavirus, vaiolo bovino), rickettsiosi (tifo murino, febbre bottonosa mediterranea, ehrlichiosi granulocitica umana), malattie causate da protozoi (toxoplasmosi, leishmaniosi, babesiosi, morbo di Chagas, criptosporidiosi, giardiasi) e di infezioni di elminti (schistosomiasi, angiostrongilosi, echinococcosi alveolare).
Per rendere meno nocivi i cumuli di immondizia, aggiunge ANID, andrebbero effettuate nebulizzazioni diversificate di insetticidi specifici, coadiuvate da larvicidi per contenere lo sviluppo dei focolai d’infestazione. Ovviamente sarebbe un programma di lavoro che andrebbe ripetuto con la stessa frequenza con cui si modificano i cumuli ed andrebbe alternata con trattamenti di disinfezione, per abbattere i contaminanti patogeni proliferanti, ma anche con prodotti che inibiscano i processi di fermentazione, per sollevare i cittadini almeno dalle esalazioni che ne originano.

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