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Premio Roma: allo scrittore belga David Van Reybrouck

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 aprile 2018

Bruxelles. Il 12 aprile 2018 si terrà, presso la Residenza dell’Ambasciatrice d’Italia in Belgio, S.E. Elena Basile, la cerimonia di consegna del “Premio Roma” allo scrittore belga David Van Reybrouck. Il “Premio Roma” è un riconoscimento letterario, concesso a scrittori italiani e stranieri. Lo scrittore belga di lingua neerlandese David Van Reybrouck riceverà la speciale edizione 2018 del Premio per la saggistica straniera.Lo scrittore David Van Reybrouck è uno storico e saggista belga. La sua opera letteraria è molto ampia e comprende libri di storia, saggi politici, editoriali. I suoi scritti presentano un intreccio avvincente di reportage, biografia e analisi storico- politica che rende la sua prosa unica e affascinante. Egli ha contribuito, in modo innovativo, provocatorio e stimolante, al dibattito politico sulla democrazia e sul suo futuro. Due opere di David Van Reybrouck sono state tradotte in italiano – “Congo” e “Contro le Elezioni” – rendendo lo scrittore belga apprezzato anche dai lettori italiani. La consegna del “Premio Roma” è un tributo al valore e al rilievo dell’opera di Van Reybrouck.Alla cerimonia di consegna saranno presenti rappresentanti del mondo politico, diplomatico, culturale ed artistico. Nathalie Gilson, Assessore per le Finanze, l’Ambiente, il Patrimonio e l’Infanzia del Comune di Ixelles, riceverà dall’On.le Davide Bordoni un omaggio dell’Assemblea Capitolina.Sempre domani mattina, alle ore 10.00, la delegazione del Premio verrà ricevuta, in forma ufficiale, dal Presidente del Parlamento Europeo, On. Antonio Tajani a cui il Presidente del Premio, Dott. Aldo Milesi, consegnerà un particolare riconoscimento. Terminata la cerimonia, la delegazione potrà visitare questa prestigiosa e storica sede. La cerimonia di consegna del Premio Roma allo scrittore David Van Reybrouck, sarà occasione, ha sottolineato l’Ambasciatrice Elena Basile, di rinnovo dell’amicizia e della cooperazione culturale italo-belga e rafforzerà i legami fra le città di Roma e Bruxelles.

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Diritti dei detenuti. In Belgio ogni detenuto potrà utilizzare un telefono in ogni cella

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 luglio 2017

carcereUn’idea rivoluzionaria per i diritti detenuti e che non può che essere accolta con sorpresa, ma anche con grande favore dallo “Sportello dei Diritti”, che da anni fra le sue tante attività, si batte anche per il miglioramento delle condizioni di vita di coloro che sono ristretti in carcere. Secondo il quotidiano belga Het Nieuwsblad, i detenuti potranno utilizzare un proprio telefono per telefonare dalla propria cella. L’obiettivo? È duplice: ridurre il carico di lavoro delle guardie carcerarie e aumentare la sicurezza in prigione. Il quotidiano rivela che nei prossimi giorni una rete telefonica verrà installata nel primo carcere del Belgio. Nel mese di novembre, la rete sarà ampliata in tutte le prigioni dello stato nordeuropeo. Per Kathleen Van de Vijver, portavoce per l’amministrazione penitenziaria belga, la “Chiamata dalla cella aumenterà la sicurezza in prigione,”. Concretamente, ogni detenuto potrà beneficiare di un proprio telefono cellulare nella propria cella. Il che significa che gli addetti di polizia penitenziaria non accompagneranno più i ristretti per consentire loro di effettuare le chiamate telefoniche personali consentite dall’ordinamento con la conseguenza che potranno dedicare più tempo alle altre attività ed in particolare alla sorveglianza. In questo modo “Il detenuto sarà in grado di chiamare la persona di sua scelta quando vorrà,” ha commentato Kathleen Van de Vijver ed ha ricordato che attualmente “Molti detenuti che non riescono a raggiungere telefonicamente i propri figli quando tornano a casa da scuola sono frustrati. Con questo dispositivo, non accadrà più.”. Tuttavia la possibilità di utilizzare il telefono non sarà illimitata: i detenuti non potranno ricevere chiamate. E vi sarà una black list con numeri vietati (servizi di polizia, il Palazzo reale o politici) che verranno bloccati. Ovviamente si tratta di un’idea rivoluzionaria e non inconcepibile per un ordinamento penitenziario che guarda senz’altro alla primaria funzione rieducativa e non solo a quella punitiva della pena, come dovrebbe essere in un’ottica antitetica a quella italiana, dove la limitazione con le comunicazioni esterne, così come la tutela dell’affettività dei detenuti è ferma a concezioni arcaiche e conosce solo pochissime positive ed isolate esperienze, tanto che il carcere si rivela ancora per la sua dimensione afflittiva e peggiorativa delle condizioni di vita dei ristretti, le cui storie ci raccontano che nella realtà rimane ancora una delle principali accademie della delinquenza del Belpaese. D’altro canto, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, è assurdo che altrove non si sia pensato prima che la possibilità di utilizzare il telefono per chiamate più frequenti, almeno con i propri familiari, e non solo per la classica e unica chiamata di 10 minuti concessa a settimana, può solo servire a migliorare le condizioni di vita di chi sconta la pena, con la conseguenza che si riducono le afflizioni che conducono al naturale e probabile imbarbarimento che già si vive nella quotidianità dei penitenziari. Non è da sottovalutare, infine, che le comunicazioni telefoniche costituiscono uno dei mezzi di interlocuzione più semplici da monitorare da parte dell’autorità giudiziaria nel momento in cui si ritenga possano essere utilizzate per la perpetrazione di attività criminale, e pertanto non possono arrecare alcun potenziale pericolo ove si prendano le necessarie precauzioni tecniche e le dovute limitazioni.

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Un’opera di L. Gregoretti sulla vita dei minatori italiani in Belgio

Posted by fidest press agency su domenica, 2 aprile 2017

lucio_gregorettiKatarzyna OtczykMercoledì 5 aprile alle 18.00 all’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) sarà rappresentata in forma semiscenica l’opera in un atto “Andante italiano alla belga” con musica di Lucio Gregoretti su testo di Mario Perrotta. L’Ensemble Roma Sinfonietta sarà diretto dallo stesso Gregoretti. “Andante italiano alla belga” è il racconto delle disumane condizioni di lavoro nelle miniere belghe: ne esce un quadro sconvolgente, che colpisce con forza ed efficacia ancora maggiori di un realistico documentario televisivo.
La musica di Lucio Gregoretti si concentra sull’oggettiva violenza della narrazione, non indugia sulla compassione e non sa che farsene del bello scrivere: è aspra, stringata, violenta. Il protagonista stesso non è affatto visto con compassione, ma raffigurato come un personaggio negativo: è un vecchio italiano, che ha lavorato in Belgio e che, tornato in Italia, è diventato razzista e odia gli immigrati. La musica è in totale simbiosi col testo di Perrotta: si tratta di un monologo, che si svolge come un flusso di coscienza del protagonista, le cui parole sono divise tra un attore, Armando De Ceccon, e due cantanti, il tenore Alberto Petricca e il mezzosoprano Katarzyna Otczyk.
Andata in scena al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto nel 2012, l’opera è stata accolta con grande interesse dal pubblico e dalla critica e ha avuto un ottimo successo.
Lucio Gregoretti (figlio del regista Ugo Gregoretti) ha studiato a Roma, si è perfezionato con Sylvano Bussotti ed Ennio Morricone e poi in Germania e negli USA. La sua musica viene eseguita da importanti istituzioni musicali italiane e straniere ed è regolarmente presente nei principali festival internazionali di musica contemporanea. Particolarmente attivo nel campo dell’opera e della musica applicata, Gregoretti ha collaborato, tra gli altri, con Giobbe Covatta, Elio delle Storie Tese e Milena Vukotic.
Questo spettacolo è realizzato in collaborazione con la SIAE e fa parte del progetto “Itinerari musicali… per il cinema… per il teatro”. (foto: lucio_gregoretti, Katarzyna Otczyk)

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Bruxelles. Boom medici italiani in Belgio, polemiche su mobilità in Ue

Posted by fidest press agency su sabato, 10 dicembre 2016

bruxelles-1Bruxelles. La sanità in Belgio parla sempre meno francese o fiammingo, sempre più italiano. E scoppiano polemiche politiche sulla mobilità del lavoro garantita dalle regole dell’Ue, che hanno ispirato il titolo di apertura della prima pagina dell’edizione on line e cartacea del quotidiano Le Soir, il più prestigioso del Paese, perché la leader del partito popolare (Cdh) ha diffuso i dati di un rapporto riservato del ministero della sanità, chiedendo l’introduzione di test – attitudinali e/o linguistici – che possano riaprire le porte a neomedici e infermieri belgi, attualmente limitati da rigidi “numeri chiusi”. “Numeri Inami, le licenze che permettono di esercitare la professione nel Paese,: il 41,1% a stranieri” è il titolo de Le Soir di oggi, che parte dal dato principale del rapporto della cellula di pianificazione della Spf Santé Publique, il ministero della sanità belga, reso pubblico da Catherine Fonck, capogruppo alla Camera della Cdh: nel 2015, nella comunità francofona il 41,1% dei ‘numeri Inami’ sono andati a medici che non hanno studiato o conseguito l’abilitazione in Belgio, con gli italiani al primo posto davanti a francesi, olandesi e spagnoli.In termini assoluti, delle 649 nuove licenze rilasciate in Vallonia lo scorso anno, 382 sono andate a belgi francofoni, 247 a stranieri, in maggioranza italiani, e 20 a persone proveniente da Paesi non membri dell’Ue. A livello nazionale, ovvero sommando la parte fiamminga del Paese, la percentuale scende al 28,1%, ma era al 19,7% nel 2011. Un aumento di quasi il 50% in appena cinque anni. Passando ai dentisti, gli stranieri diventano maggioranza assoluta nella comunità francofona (56,1% nel 2015) e circa uno su due nell’insieme del Paese (44,2%). All’origine del fenomeno, le regole europee sulla libera circolazione dei lavoratori che vietano l’imposizione di limiti. L’assenza di qualsiasi prospettiva d’uscita da una crisi che attanaglia sempre più il Nostro Paese ci costringe a lanciare un ennesimo grido d’allarme. Perché dopo i Paesi più a rischio dell’UE come Grecia, Portogallo, Spagna e la piccola isola di Cipro abbiamo il dovere di denunciare come preannunciato in alcuni nostri interventi negli scorsi mesi, ma adesso con dati ufficiali alla mano, il riavvio dopo anni dei flussi migratori da parte di Nostri connazionali verso l’estero alla ricerca di un posto di lavoro. Perché se ci sono almeno tre milioni di disoccupati, di cui molti laureati, molti sono costretti a fare le valigie ed un biglietto di sola andata oltre confine perché per molti appare davvero come l’ultima spiaggia. Come detto l’avevamo percepito ed avevamo diffuso i primi dati ma il XVIII rapporto Ismu (Fondazione che si occupa di Iniziative e Studi sulla Multietnicità) parla chiaro: solo l’anno appena trascorso sono emigrati all’estero ben 50mila italiani che vanno a rinforzare le fila dei 4 milioni e 200mila gli italiani che già risiedono fuori dai confini nazionali con una crescita, quindi, del 9% rispetto all’anno precedente. La differenza principale con i flussi migratori dei decenni passati sta nelle categorie di Nostri concittadini che scelgono di emigrare: se prima erano padri di famiglia alla ricerca di un lavoro da manovale o da operaio oggi la tendenza riguarda soprattutto i giovani e qualificati, la gran parte laureati. La maggioranza, sceglie di restare in Europa in particolare cerca fortuna in Belgio, Francia, Germania, ma anche Inghilterra e Svizzera. Di fronte a dati come questi, rileva Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, non si può più restare inermi. È ora di dire basta all’assenza di politiche del lavoro in questo Paese ed al silenzio che avvolge il tragico tema della disoccupazione.

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