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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

Posts Tagged ‘berlusconi’

La parabola berlusconiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 4 giugno 2018

Il “politico” Berlusconi è spuntato nella costellazione italiana circa un quarto di secolo fa. Ebbe una intuizione, o gliela suggerirono i soliti “ignoti”, di sdoganare il partito che fu di Almirante e in odore di fascismo e inviso alla sinistra fino al punto, anni addietro, di far cadere miseramente, il governo Tambroni (un monocolore Dc con il sostegno esterno del MSI). L’attuale ex-cavaliere aveva delle simpatie con i socialisti di Craxi ma ciò non lo distolse dallo stipulare un patto con la destra di Fini (erede di Almirante). Ora, stranamente, si meraviglia che il suo “pupillo” Matteo Salvini segretario della Lega e la stessa Giorgia Meloni, sia pure con qualche distinguo, hanno scelto di convivere con i pentastellati di Di Maio e compagni, pur riconoscendosi di destra. Cosa vuol dire, si chiede qualcuno? Siamo forse obbligati a dimenticare, citando i fatti più recenti, l’alleanza di Forza Italia con il Pd sancito con patto del Nazareno e con l’appoggio al Presidente del Consiglio Enrico Letta e al suo successore Matteo Renzi? Dati questi precedenti avremmo potuto pensare anche ad un governo Renzi Berlusconi se il voto degli italiani non avesse spaiato il duetto amoroso. Potremmo aggiungere, con un pizzico di ironia, che a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina. E’ che oggi il padrone di Villa San Martino, in quel di Arcore, sembra abbia tanta voglia d’esorcizzare lo spartiacque, che si è creato tra un modo di governare la cosa pubblica, stile XX secolo, e il nuovo che avanza, sia pure con qualche sgambetto di troppo da par suo, proprio da quella vecchia guardia che fa a pugni con l’anagrafe e mentalmente si è fermata alla logica degli inciuci. Se ne faccia una ragione. Non è nemmeno una questione anagrafica. E’ che i tempi sono mutati e la politica con essi, almeno si spera, ma quel che è certo senza Berlusconi, in ogni caso. (Riccardo Alfonso)

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Voto regionale in Molise: La “variabile” Berlusconi

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 aprile 2018

“Lasciano basiti le dichiarazioni rilasciate dagli onorevoli Luigi Di Maio e Riccardo Fraccaro. Come dimostrano le elezioni regionali in Molise, che altro non sono che una conferma di quanto emerso con le elezioni politiche del 4 marzo, la proposta di un centrodestra unito, con un programma chiaro e concreto, con candidati preparati, competenti ed onesti vince e convince”.
Lo afferma, in una nota, Marta Fascina, deputata di Forza Italia.”Di Maio e Fraccaro – aggiunge – se ne facciano una ragione: la coalizione di centrodestra, che non è un artifizio elettorale ma un’area politica ben radicata da oltre vent’anni su tutto il territorio nazionale che ha governato per anni l’Italia e che amministra importanti regioni e città dal Nord al Sud del Paese, è la prima forza politica e non è in alcun modo scomponibile a piacimento di un aspirante leader smanioso di sedere a Palazzo Chigi. Il centrodestra nella sua totalità – prosegue l’esponente azzurra – è una formula che ha avuto e continua ad avere il gradimento della maggioranza degli italiani. Prescindere da questo dato inconfutabile rappresenterebbe una grave violazione della volontà popolare e uno schiaffo al concetto stesso di democrazia”.”Onestà intellettuale e responsabilità istituzionale imporrebbero ai 5 stelle di lasciare da parte insulti, veti, pregiudizi che invece di destabilizzare il centrodestra (che, al contrario, rimane solido e coeso) mina l’intero sistema politico impedendo agli Italiani di avere un Governo pienamente operativo e che sia espressione del consenso degli elettori”, conclude Fascina. (n.r.Tutto chiaro? Non lo crediamo. Nessuno, per essere franchi, mette in dubbio il merito avuto da Berlusconi di essere riuscito nel 1994 a “recuperare” i voti della destra guidata da Fini e a “rinsavire” il riluttante Bossi guida indiscussa della Lega trasformandoli in una forza di governo. Ma ora i tempi sono mutati. E’ giunto il momento che la destra riacquisti la sua autonomia ideologica e la Lega ritrovi la sua identità. Oggi il collante di Forza Italia ha smarrito la sua attrattiva così come sta accadendo con il suo avversario storico il PD. Non dimentichiamo che ha perso in pochi anni milioni di voti e se rimane a galla deve ringraziare i suoi compagni di viaggio e lo stratagemma di aver fatto varare una legge elettorale dove viene premiata la coalizione in modo tale che pur avendo Forza Italia ottenuto il 15% dei consensi può farci credere che è arrivata al 37%. Questo è l’artificio messo a nudo da Di Maio e come potremmo dargli torto?)

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Il re nudo ovvero “in rabbia veritas”

Posted by fidest press agency su domenica, 22 aprile 2018

Colto sulla via di Casacalenda, in Molise, da un lapsus freudiano Berlusconi rivela la sua reale natura. In altri termini il lapsus ha costituito un modo attraverso il quale ha dato sfogo ai suoi pensieri, che altrimenti sarebbero stati “bloccati” dalla censure. In questo modo le sue “filippiche” dovrebbero far riflettere seriamente i tanti che ancora subiscono la suggestione delle favole mediatiche. Sappiamo che il suo massimo disprezzo è per i lavoratori più umili, quelli, per intenderci, che puliscono le toilette di Mediaset. E la protesta delle “donne che le pulizie le fanno davvero” sono un segno evidente di questo disagio esistenziale messo a nudo dal suo esternalizzatore. In proposito il Movimento Cenerentola ci informa che le donne di pulizia il prossimo otto maggio manifesteranno davanti alla Camera dei Deputati partendo proprio da quell’appalto e lo fanno con dignità pur subendo proprio dentro il palazzo del “Potere” “come negli uffici, nelle scuole, negli ospedali, nei supermercati e nei centri commerciali” un trattamento salariale sempre più basso e con orari impossibili. E a rincarare la dose ci pensa Francesco Iacovone, dell’Esecutivo Nazionale Cobas, informandoci che proprio dentro le sedi parlamentari alcune lavoratrici addette alle pulizie hanno salari intorno alle 400 euro al mese. Un altro  grave lapus di Berlusconi è stato quello di spregiare il voto di quanti, e sono milioni di italiani, lo hanno abbandonato. In questo caso è mancata la sensibilità di chi, pur avendo un’opinione diversa, sa rispettare quella altrui. E questa è una lezione magistrale di democrazia che non ha saputo riconoscere. (Riccardo Alfonso)

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Lo “zero” in democrazia di Berlusconi

Posted by fidest press agency su domenica, 15 aprile 2018

E dire che mi era simpatico quel disinvolto e intraprendente patron dei media e ancor prima “palazzinaro” milanese che era riuscito ad entrare a pieno titolo tra coloro che hanno avuto i mezzi e l’occasione di mettere la politica al proprio servizio e a convincere gli italiani che tale scelta coincidesse con l’interesse generale del paese. In seguito ha fatto di più e meglio puntando alla conquista del parlamento e di palazzo Chigi. E ci è riuscito, ovviamente, a più riprese sfruttando le debolezze dei suo compagni di viaggio: i leghisti e la destra di Fini. Quest’ultima da tempo, e già da quando era guidata da Almirante, cercava di “sdoganare” la sua “forza politica” dal pregiudizio comunista d’essere l’erede del fascismo. Ma in presenza di qualche difficoltà nel reggere la sua posizione ai vertici del potere politico, finanziario e industriale non si è fatto scrupolo di far varare decine di leggi in suo favore e a quello delle sue aziende e ad aprire la “campagna acquisti” per reclutare parlamentari disponibili a cambiare casacca per passare dalla sua parte.
Oggi ha superato se stesso. Dopo che il suo partito è passato dagli undici milioni di consensi ad appena cinque, in una manciata di anni, e aver distrutto l’oppositore storico inviando nel Pd il virus renziano è rimasto il mattatore della scena politica nazionale. Già pensa come fare per raccogliere i resti del PD come portatore d’acqua al suo mulino dopo averlo fatto con i leghisti. Su questa base ha preteso che gli altri lo considerino il salvatore della democrazia tacciando i pentastellati da avventurieri. Un altro suo pregiato pezzo d’antiquariato è stata la legge elettorale, da lui fortemente imposta, dove sono spariti i candidati e sono apparsi i simboli e gli elettori hanno votato a scatola chiusa per consentirgli d’ avere un “parlamento blindato” ovvero di fedelissimi. A questo punto dove sono finiti i valori liberali che lui dovrebbe sostenere senza riserve, come il rispetto delle leggi e i diritti umani? (Riccardo Alfonso)

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Tutti gli eurodisastri di Berlusconi

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 gennaio 2018

berlumerkeldi Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.Il Made in Italy è nuovamente sotto attacco: nel 2019 entrerà in vigore un Regolamento europeo del 2011 che renderà vane le leggi italiane che prevedono l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di pasta, riso, latte, formaggi e pomodoro. Il prossimo primo febbraio la Commissione europea concluderà la consultazione pubblica e poi ci sarà il via libera ufficiale che prevede l’entrata in vigore in tutta Europa del Regolamento nell’aprile 2019.Il Regolamento è stato approvato il 25 ottobre 2011, era in carica il governo Berlusconi che non si è opposto, in sede di Consiglio, a questo provvedimento estremamente dannoso per le imprese italiane. Il Regolamento prevede, infatti, che sarà obbligatorio dichiarare la provenienza dell’ingrediente primario se questa è diversa dal quella del prodotto finale, ma esenta da tale dovere i marchi registrati che, a parole o con il logo, già indicano la provenienza.Tale eccezione apre, ovviamente, il campo al cosiddetto “Italian Sounding”, ovvero quel fenomeno che evoca il Made in Italy in maniera ingannevole (attraverso diciture simili, immagini con il tricolore italiano) su prodotti che non sono lavorati in Italia. Guarda caso il paniere dei prodotti italiani maggiormente colpiti all’estero dall’Italian sounding sono pasta, olio, salse, sughi e pomodoro, prodotti da forno e mozzarelle, le nostre eccellenze. Favorite da questo provvedimento sono le grandi lobby industriali che hanno interesse a occultare l’origine dell’ingrediente primario.Questo epilogo si sarebbe potuto evitare se Berlusconi e gli eurodeputati italiani della scorsa legislatura (quando noi non eravamo ancora presenti al Parlamento europeo) avessero seguito la questione con la dovuta oculatezza e lungimiranza.Il regolamento è stato approvato dalla plenaria di Strasburgo nel luglio del 2011. La delfina di Berlusconi, l’ex eurodeputata di Forza Italia Licia Ronzulli in aula difendeva il provvedimento con queste parole: “Grazie infatti all’accordo politico raggiunto la scorsa settimana con il Consiglio, il testo approvato consentirà ai consumatori europei di avere etichette alimentari più chiare con informazioni più dettagliate sui prodotti che ogni giorno troviamo sulle nostre tavole”. La Ronzulli non sapeva di che parlava o forse si sarà fatta scrivere il discorso da qualche lobbista amico… I partiti combinano solo disastri. È arrivato il momento di mandarli a casa!. (foto: berlusconi)

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Le «grandi coalizioni» dalla Germania all’Italia?

Posted by fidest press agency su domenica, 14 gennaio 2018

renzi-berlusconiIn questi giorni alcuni commentatori politici italiani hanno inteso associare l’accordo Merkel-Schulz in Germania con quanto potrebbe accadere in Italia se i partiti e le loro coalizioni non raggiungessero la maggioranza per governare. Il plauso di Gentiloni, per questa intesa, non ha fatto altro che avvalorare tale linea di pensiero. In effetti è un discorso, sia pure sotto tono, che è stato affrontato già da tempo sia da Berlusconi sia da Renzi. Se tale possibilità non si appalesa chiaramente è perché i due soggetti interessati sono convinti che se lo facessero in piena campagna elettorale otterrebbero una reazione tra gli alleati di segno negativo e tale da mettere in forse ogni possibilità che si possa al momento opportuno concretizzare. L’idea non è peregrina. Tutt’altro. Se stiamo alle intenzioni di voto che rilevano i vari sondaggisti noi ci troveremo con una coalizione di centro destra che al massimo spunterà un 35% di voti mentre quella del PD di Renzi non supererebbe il 20%. Sommati i due risultati ci permetterebbero d’avere anche in Italia una “grande coalizione” (che per noi si tradurrebbe in un inciucio) per governare il paese. Alla fine il grande sconfitto sarà il movimento 5Stelle anche se arrivasse al 35% dall’attuale 28% rilevato dai sondaggi odierni. Come si può logicamente dedurre il movimento di Grillo-Casaleggio-Di Maio e con loro gli italiani sono ad una svolta epocale per aprire la strada ad una nuova governance del Paese. Se falliscono si ritorna fatalmente al solito tran tran di questi ultimi decenni. E i numeri, per ora, non sono dalla parte grillina. E gli italiani se ne stanno rendendo conto? Ne dubito. (Riccardo Alfonso)

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Il veleno Berlusconi-Salvini

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 dicembre 2017

salviniInvece di ingegnarsi a parlare al Paese della concretezza dei problemi e di come risolverli – approfondendo l’analisi, fin qui inesistente o nel migliore dei casi superficiale, e dando un po’ di respiro strategico alla proposta programmatica, per ora approssimativa e viziata dal populismo – i leader politici si apprestano ad animare l’ennesima campagna elettorale all’insegna della delegittimazione, che ai tempi del bipolarismo era reciproca e ora è diventata generalizzata, e della demagogia, con la gara a chi la spara più grossa in termini di promesse tanto illusorie quanto irrealizzabili. Insomma, un film già visto, che come sempre finirà con l’alimentare il doppio fenomeno dell’astensionismo e del voto di protesta.
Questa volta, però, un elemento nuovo c’è. Ed è lo scatenarsi di giochi e giochetti tattici sul dopo elezioni. Infatti, al di là dei proclami, tutti sanno bene che nessun partito o schieramento che si presenterà al giudizio degli italiani avrà la maggioranza alle Camere. E dunque, fin d’ora ci si ingegna a delineare scenari, quasi che ciascuno si senta autorizzato ad essere un piccolo Mattarella, suggerendo soluzioni con la stessa facilità con cui gli appassionati di calcio almanaccano la formazione della Nazionale sentendosene allenatori.Il primo a uscire allo scoperto è stato Berlusconi. Ha detto che in caso di empasse è opportuno che il governo Gentiloni rimanga in carica per quella manciata di mesi necessari per tornare al voto. Suscitando la veemente reazione di Salvini, che ovviamente dell’attuale presidente del Consiglio non vuole nemmeno sentir parlare. Dietro questo balletto ci sono però cose più serie, su cui vale la pena di ragionare. L’uscita del Cavaliere, che pure è stata accolta da diversi osservatori come la conferma di una maturità politica che (purtroppo) non aveva quando stava a palazzo Chigi, è strumentale. Nel suo egocentrismo senza limiti – solo Renzi riesce a competere – il padrone di Forza Italia pensa ancora a se stesso come unico possibile salvatore della patria. E siccome spera che in sede europea gli venga restituita la legittimità che gli è stata tolta, senza la quale non può candidarsi ad un ruolo istituzionale, e sa che la sentenza non arriverà in tempo per il voto a marzo, ecco che un ritorno alle urne a giugno o addirittura settembre causa pareggio rappresenterebbe per lui il classico cacio sui maccheroni.Se questi sono i presupposti – e lo sono – ovvio che il capo della Lega sia contrario. Ma questo vi fa capire, cari lettori, quanto sia da un lato fragile e dall’altro strumentale l’intesa tra i due. Anzi, tra i tre, considerato che c’è anche Meloni. Altro che rinascita del centro-destra, questa non è un’alleanza politica ma a mala pena un cartello elettorale, che tutti i partecipanti sono pronti a smontare una volta chiuse le urne. E se per il dopo Berlusconi è per un mini Gentiloni-bis, Salvini si prepara a rendersi disponibile ad un accordo con Grillo. Cercando di trascinare con sé anche Fratelli d’Italia. Magari solo un appoggio esterno, una volta che i 5stelle dovessero avere dal capo dello Stato un mandato esplorativo e tentassero di formare un governo. Certo, bisognerà vedere se la somma dovesse fare 51%. Ma questa è l’unica combinazione post elettorale a cui ci sentiamo di accreditare una potenziale maggioranza, non tanto sulla base dei sondaggi attuali quanto del nostro percepito (e, ci sia concesso un pizzico di immodestia, finora ci abbiamo azzeccato). Difficile ce l’abbiano Pd e Forza Italia, o i 5stelle e quello che starà a sinistra del Pd. Certo, per saperlo dovremo attendere che si formino i gruppi parlamentari, perché solo allora sapremo chi di coloro che risulteranno eletti con il centro-destra nei collegi uninominali starà con Berlusconi, chi con Salvini e chi con Meloni. E solo dopo sarà possibile fare di conto.Tutto questo significa due cose. La prima è che il governo Gentiloni, che non si presenterà dimissionario perché provvederà l’arbitro Mattarella a fischiare la fine della legislatura, è destinato ad avere, a partire da ora, almeno cinque mesi di tempo davanti a sé. Il che significa la possibilità di poter fare ancora molte cose, se si interpreta la prassi del disbrigo degli affari correnti in modo non restrittivo. Sarà bene che il presidente del consiglio e i ministri abbiano piena consapevolezza di questo, per non buttare al vento tempo prezioso.
BerlusconiLa seconda cosa è che la vera alternativa alla sciagurata ipotesi di tornare a votare a giugno o settembre – sciagurata non per le obiezioni sollevate da Salvini, ma perché significherebbe esporre l’Italia ad una pressione speculativa sui mercati del tipo di quella che ci fu nel 2011 – è quella di un governo di larghissime intese, cioè aperto alla disponibilità di tutte le forze parlamentari.
È l’ipotesi fin qui chiamata, impropriamente, “governo del presidente”. Mai etichetta fu più sbagliata, perché capace solo di irritare il capo dello Stato, il cui profilo istituzionale – diversamente dal suo predecessore – non contempla un interventismo ritenuto improprio. Stiamo quindi parlando di un governo che deve avere piena legittimità parlamentare e politica, anche se fosse in qualche misura formato da figure tecniche. Qualcosa di più vicino al governo Dini, nato nel gennaio 1995 e rimasto in carica per 486 giorni, che all’esecutivo Monti, non fosse altro perché nel primo caso era più chiaro il fatto che avesse un mandato temporalmente circoscritto. Meglio dire fin dall’inizio che si vara una soluzione da 12-18 mesi piuttosto che avventurarsi senza bussola né limiti. Cosa dovrebbe fare un governo del genere lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: sostenere un minimo la ripresa economica, o quantomeno evitare di soffocarla; cambiare la legge elettorale, nella speranza che gli scienziati che hanno prodotto quella con cui a marzo andremo a votare nel frattempo siano rimasti a casa; convocare un’Assemblea Costituente, da far eleggere in parallelo alle Camere quando si tornerà a votare.Si dirà: ma come è possibile che si riesca a mettere insieme forze politiche che si saranno sanguinosamente azzuffate nella prossima campagna elettorale? Certo l’impresa è ardua, ma non impossibile. Molto dipenderà da Grillo. Se, come qualche suo amico genovese dice a mezza bocca, l’uomo fosse davvero stanco e preoccupato, e soprattutto consapevole che la stagione del vaffa non può protrarsi all’infinito, e decidesse di far indossare ai 5stelle l’inedita veste dei “responsabili”, allora tutto sarebbe più facile. Se invece così non fosse, allora ci dovremo rassegnare al voto estivo dopo quello di fine inverno. E allo spread di nuovo alle stelle. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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La sfida: Il ritorno di Berlusconi

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 novembre 2017

Silvio BerlusconiOramai è una certezza: Berlusconi for Presidential election, del Consiglio, per intenderci. Qualcuno, pensando agli anni che ha, ironizza, ma non dovrebbe, in quel senso intendiamoci. Lasciamo perdere cosa potrebbe dirci la Corte europea dei diritti dell’uomo, oramai è già deciso e nessuno potrà ostacolarlo. L’uomo che più degli altri ha varcato la soglia delle aule giudiziarie subendo qualche condanna, varie assoluzioni e giudizi sospesi per prescrizione è riuscito, nonostante tutto, ad entrare nel cuore, e dicono nelle menti degli italiani, tanto che il suo fido amico e collaboratore Renato Brunetta ci fa notare che in tutta la sua carriera l’illuminato ha accumulato ben 200 milioni di voti da parte dei suoi elettori. E quello che di certo non guasta è diventato un Paperon dei Paperoni nella galassia dei ricconi del nostro tempo passando da palazzinaro in quel di Milano a patron delle televisioni private e dell’editoria, dai libri, con la Mondadori, ai giornali diventando persino il socio “occulto” di quel quotidiano “La repubblica” che tanto lo ha criticato ma che ora per bocca di un altro ottuagenario, Scalfari per la cronaca, gli promette il voto e quello dei suoi lettori. Tutto questo, presumo, è dettato dalla logica del nostro tempo che lo considera un vincente mentre a noi tocca il ruolo non certo esaltante di perdenti.
Ed è davvero un’ironia della sorte che a dargli fama e onori non sono i suoi compagnucci miliardari ma proprio il popolo dei perdenti che si chiamano modesti pensionati, giovani precari, disoccupati, lavoratori in nero e le massaie alle prese con i magri bilanci familiari.
A tutti costoro da venti anni ha promesso pensioni più alte, milioni di nuovi posti di lavoro, tasse più basse per tutti e la gioia di vederlo sorridere con la sua aria di eterno giovane.
E noi da vent’anni e ora per altri cinque continueremo a crederci: E’ Berlusconi. (Centro studi politici e sociali della Fidest)

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Politica e lo psicodramma italiano

Posted by fidest press agency su lunedì, 9 ottobre 2017

camera deputatiCosa ci stia capitando come “popolo di elettori” è a dir poco sconcertante. Nel 2011 Berlusconi è stato costretto a dimettersi per evitare il tracollo dell’Italia. Così uno dei più potenti partiti del dopoguerra ha perso in tre anni circa la metà dei suoi parlamentari. E’ stato costretto ad appoggiare un governo cosiddetto di tecnici che ha fatto al suo posto il “lavoro sporco” nel rimettere in carreggiata il nostro dissesto economico e finanziario non senza farci pagare un rigore senza crescita. Nonostante ciò, come se nulla fosse, Berlusconi si è “rifatta la faccia” ed è sceso di nuovo in campagna elettorale autodifinendosi salvatore della patria. Ora da novello tribuno del popolo lancia i suoi anatemi nei confronti di chi cerca di isolarlo e invoca un governo di larghe intese. A questo punto c’è da chiedersi se viviamo in un paese normale oppure no. Noi continuiamo a votare e a seguire un uomo che ci ha portati a una crisi di sistema senza precedenti e ancora a ritrovarci, da parte di una significativa componente del Pd, a sostenerlo per un governo da gestire insieme. Abbiamo dimenticato tutto: le figuracce che ci ha fatto fare in capo internazionale, le sue vicende giudiziarie che hanno finito con il ridicolizzare la giustizia del nostro paese che per anni lo ha inseguito per giudicarlo e tutte le volte ora per una provvidenziale prescrizione o leggi ad personam come la depenalizzazione del falso in bilancio si ritrova a capo a dodici. (Riccardo Alfonso)

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Ferdinando Scianna in conversazione con Walter Guadagnini

Posted by fidest press agency su giovedì, 13 aprile 2017

Silvio BerlusconiTorino giovedì 13 aprile alle ore 19.00 nella sala Gymnasium del Centro di Via delle Rosine 18 del Centro Italiano per la Fotografia il fotografo di fama mondiale Ferdinando Scianna dialogherà con il direttore Walter Guadagnini in un incontro aperto al pubblico.
Fotografo tra i venti in esposizione a CAMERA per la mostra L’Italia di Magnum. Da Henri Cartier-Bresson a Paolo Pellegrin che, con oltre duecento immagini, racconta la cronaca, la storia e il costume del nostro paese negli ultimi 70 anni, Ferdinando Scianna è una pietra miliare della fotografia internazionale. Primo fotografo italiano a far parte dell’agenzia Magnum, Scianna ha iniziato la sua carriera fotografica da Palermo e gli scatti alla sua gente, passando per Milano e la collaborazione con L’Europeo, per continuare con la politica a Le Monde Diplomatique e la letteratura a La Quinzaine Littéraire. Si affaccia anche al mondo della moda e firma gli scatti alla top model Marpessa, per concentrarsi poi sui ritratti, come quello famoso dello scrittore Jorge Luis Borges, e ritornare, infine, alla sua Sicilia e agli scatti della gente di Bagheria.
Leonardo Sciascia che ha lavorato con Scianna per il volume Feste religiose in Sicilia lo descrive così: “È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile”.
L’incontro con Ferdinando Scianna si inserisce nel calendario degli appuntamenti “I giovedì in CAMERA” organizzati con l’obiettivo di aprire le porte del Centro al racconto, al dibattito, allo scambio intorno al variegato mondo della fotografia per offrire al pubblico l’occasione di scoprire nuovi orizzonti, incontrare personalità di spicco del settore e conoscere le sfaccettature della fotografia italiana ed internazionale, di ieri e di oggi. Il programma è realizzato con il supporto di Lavazza e Camera di Commercio di Torino.Ingresso incontro > 3 euro. Ingresso incontro + mostra > 10 intero, 6 euro ridotto. È richiesta la prenotazione. (foto: Silvio Berlusconi)

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Siamo al “revival” di Berlusconi?

Posted by fidest press agency su domenica, 5 febbraio 2017

berlusconi“Stiamo lavorando al centrodestra unito di governo. Non solo con la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia della Meloni, ma anche con i Conservatori e Riformisti di Fitto, i Popolari di Mario Mauro, Idea di Gaetano Quagliariello, l’Udc di Cesa, Rivoluzione Cristiana di Rotondi, i Repubblicani di Nucara, la Destra di Storace e Alemanno, i Liberali di De Luca, il Nuovo Psi di Caldoro, le forze del civismo che stanno attorno ai nostri sindaci come Brugnaro a Venezia e Di Piazza a Trieste… Il centrodestra da sempre, in Italia e in Europa, è plurale. L’importante è convergere su programmi, valori e regole”.Così Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, in un’intervista a “Il Dubbio”.“Le grandi coalizioni sono l’estrema ratio di un sistema democratico, si rendono necessarie quando tutti perdono. Quindi sono la negazione della democrazia. Sono un’uscita d’emergenza per non tornare immediatamente al voto e dare comunque un governo al Paese. Le assicuro, non ci sarà alcun Nazareno bis con il Pd di Renzi, noi siamo alternativi a Renzi. Noi siamo convinti che il centrodestra unito di governo, con Berlusconi in campo e protagonista, possa raggiungere e superare il 40%. I sondaggi, già in questi giorni, ci danno al 34%, con i dem fermi al 30% e i 5 stelle in caduta libera. Torneremo a governare il Paese”.

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Gli errori di Berlusconi e Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 novembre 2016

renzi-berlusconiChe errori. Sarà che un po’ si somigliano, ma in questa concitata fase pre-referendum, Berlusconi e Renzi stanno sbagliando in perfetta sincronia. E a far loro prendere delle cantonate è, more solito, l’ego ipertrofico di cui sono entrambi ampiamente dotati.Clamoroso – ma non inaspettato, almeno per noi – è il comportamento del fondatore di Forza Italia nei confronti di Parisi e Salvini. Dopo averlo investito di un ruolo improprio – una sorta di amministratore delegato con poteri da commissario per dare una sistemata all’ormai polverizzata Forza Italia – il Cavaliere ha mollato da un giorno all’altro l’ex candidato sindaco a Milano, accusandolo di non avere buoni rapporti con il leader della Lega. Ora, Parisi non manca di difetti, ma quello che gli imputa Berlusconi non solo non esiste, ma è addirittura un pregio. Il Cavaliere, prigioniero della sua mitologia, crede che sia possibile e opportuno rieditare per l’ennesima volta il vecchio centro-destra, con Lega e Fratelli d’Italia a fare da ancelle di Forza Italia. Peccato che nel frattempo siano successe un po’ di cose: Berlusconi ha raggiunto la bella età di 80 anni ed è agli occhi degli italiani, a cominciare da quelli che lo votarono, irrimediabilmente un uomo del passato; il partito berlusconiano esiste solo nei gruppi parlamentari ma si è frantumato nel Paese; la Lega ha una consistenza elettorale pari se non superiore a quella di Forza Italia; la linea politica del duo Salvini-Meloni è ormai del tutto populista-lepenista; con la consacrazione dei cinquestelle, il sistema politico non è più bipolare ma tripolare. Tutte cose che da un lato rendono improbabile, per non dire impossibile, che si possa ricostruire l’alleanza che un tempo fu vincente, tantomeno se pensata ancora a trazione berlusconiana, e che dall’altro fanno sì che comunque l’eventualità andrebbe scartata, sia perché perdente e sia perché destinata a non poter governare.Dunque, in questo quadro, l’annuncio di Salvini di volersi candidare premier dopo essersi messo alla testa di un “nuovo” centro-destra frutto di una sorta di opa della Lega su Forza Italia, avrebbe dovuto rappresentare il classico cacio sui maccheroni per Berlusconi, e di conseguenza per Parisi. La risposta a Salvini non avrebbe potuto che essere una pernacchia, e un rafforzato endorsement nei confronti di Parisi per costruire un soggetto politico nuovo, liberal-popolare, capace di parlare non alla nomenclatura residuale bensì al popolo dei moderati che a suo tempo aveva consentito a Berlusconi di stare al governo dieci anni. Ma si sa, Berlusconi non è mai stato uno lungimirante e generoso, politicamente parlando. Ed è per questo che, dimostrando ancora volta (per chi aveva bisogno di ulteriori conferme) di non prevedere eredi, il Cavaliere non ci ha pensato due volte a sacrificare Parisi per provare ad agire con il tribuno lepenista in una logica di scambio. Sbagliando due volte: una nel pensare che quella sia la giusta mossa, e due nel credere che con Salvini funzioni. E questo dopo aver appena pronunciato, in un’intervista al Corriere della Sera, parole più che sensate sulla sua collocazione politico-culturale, tanto più perché pronunciate subito dopo la vittoria di Trump negli Stati Uniti, quando ha precisato di non considerarsi di destra, e di non avere quindi intenzione di “interpretarla”, ma di avere invece l’ambizione di “rappresentare un centro liberale e popolare, nel quale confluiscano le migliori tradizioni politiche italiane”, dai cattolici ai socialisti riformisti, dai repubblicani ai liberali. Peccato: analisi giusta, comportamento sbagliato.Detto questo, una parte non piccola di responsabilità ce l’ha pure Parisi, che ha creduto che davvero Berlusconi gli avrebbe consegnato le chiavi di casa e così si è lasciato etichettare come “erede designato” nonostante qualcuno – noi, per esempio (vedi TerzaRepubblica del 17 settembre : http://www.terzarepubblica.it/newsletter/20160916-newsletter-n37/) – lo avesse vivamente sconsigliato. Ora non gli rimane che imboccare la strada a suo tempo suggeritagli, quella di un’iniziativa autonoma rivolta agli elettori e non ai partiti del vecchio centro-destra, meno verticistica e più permeata dello spirito di voler creare una classe dirigente e non una leadership a tavolino, ma certo questo incidente di percorso finirà per pesare.Berlusconi, peraltro, non si è limitato a voltare la spalle a Parisi e a confessare di essere senza eredi (meno male), ma se n’è uscito con una riedizione del suo battesimo politico al presidente del Consiglio – “oggi l’unico leader è Renzi” – cosa che aveva ripetutamente fatto dopo l’arrivo a palazzo Chigi del giovane democristiano prestato alla sinistra, salvo poi zittirsi fino al punto di non ascoltare il suggerimento di Confalonieri di schierarsi a favore del Sì nel referendum. Ora questo ritorno di fiamma, che molti interpreteranno come una conferma di un pensiero diffuso, e cioè l’ammissione di preferire sotto sotto la vittoria del Sì – ma non è detto che questo giovi alla causa renziana – ha spinto Renzi a commettere a sua volta un errore esiziale: sconfessare in via preventiva l’unica mossa politica sensata possibile per il dopo referendum, sia che vinca il Sì come il No. Parliamo di una nuova maggioranza comprendente Pd e Forza Italia che gestisca l’ultima fase della legislatura, figlia di un “patto del Nazareno” fatto alla luce del sole (non inciucista come quello precedente) e con la dichiarata finalità di sbarrare la strada a Grillo, unendo e non contrapponendo le forze riformiste e moderate. Naturalmente un patto che riveda radicalmente la legge elettorale, togliendo a Renzi l’illusione che in un ballottaggio con un pentastellato possa uscirne vincitore e a Berlusconi l’insana idea di poter ricreare un centro-destra competitivo sia con Renzi che con Grillo. Uno scenario che noi riteniamo sia più probabile, o se si vuole meno problematico, realizzare con una vittoria del No – proprio perché Renzi sarebbe costretto a battere quella strada, pena la sua sconfitta politica definitiva – ma che andrebbe perseguito anche nel caso prevalgano i Sì. Certo, l’essere tornato da parte di Renzi ad alimentare l’ossessione del 4 dicembre – in realtà non ha mai smesso di personalizzare il referendum, neppure quando ha accennato ad una autocritica sul punto – e per di più toccando tasti pericolosi non meno dei fili dell’alta tensione, come la polemica in Europa, non giova. Non solo per le conseguenze negative immediate – vedi il rialzo dello spread, ormai oltre quota 180 e avviato a raggiungere i 200 punti negli ultimi giorni della campagna elettorale – ma anche e soprattutto perché non si chiuda l’unica via d’uscita che la legislatura ha per sopravvivere e dare qualche frutto dopo l’assurda sospensione della vita (non solo politica) nazionale nel corso di quasi tutto il 2016.Tuttavia, la politica è l’arte del possibile, e non sarebbe certo la prima volta, e neppure l’ultima, che si cambi idea in corso d’opera per rimediare a degli errori e rendere praticabile ciò che fino ad un minuito prima sembrava impossibile. Tantomeno sarebbe un problema per Berlusconi e Renzi, così uguali nell’essere pervicacemente bugiardi, cambiare idea facendo finta di niente. Se lo facessero, una volta tanto sarebbe utile. (By Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Il filo che collega Gelli a Renzi

Posted by fidest press agency su lunedì, 24 ottobre 2016

giannulibroDi Aldo Giannuli. 43 anni fa il maestro venerabile della loggia P2 Licio Gelli ordinò che si scrivesse uno studio di riforma della Costituzione e delle istituzioni. Era lo schema R, che dopo verrà trasformato nel Piano di Rinascita Democratica. Per la verità lo schema R, molto meno conosciuto del piano di Rinascita Democratica, era molto più radicale e più esplicito e presenta singolari analogie con il piano di riforma costituzionale voluto da Renzi. Non sto dicendo che c’è una prosecuzione della P2 di cui Renzi farebbe parte, non è questo, io sto dicendo soltanto una cosa con questo libro: che c’è una cultura politica che ha messo radici in questo Paese, che avuto in Licio Gelli il suo promotore, e che poi ha continuato a farsi strada un po’ per volta conquistando anche settori di sinistra fino a imporsi. Prima con la riforma elettorale del 1993 che ha travolto il sistema proporzionale e con esso i partiti organizzati sul territorio, e dopo ha creato man mano nuovi partiti sotto forma di club riuniti intorno a una corte personale, come quella di Arcore o adesso quella del Giglio magico di Renzi. Per Renzi, come per Gelli, si vota non tanto per eleggere un Parlamento quanto per eleggere il governo, che è quasi un dittatore temporaneo che opera senza limiti. Forse Renzi, che è uomo più di azione che di pensiero, più d’istinto che di studio, non è consapevole di questa somiglianza fra il suo progetto è quello della P2. Restano però le incredibili similitudini e restano soprattutto tre elementi di forte analogia fra quello che è stato la P2 è l’attuale fenomeno del Giglio magico: in primo luogo una cultura politica con molti elementi di contatto; in secondo luogo la comune origine sociale e geografica dei due movimenti che si presentano come fenomeni toscani legati al giro delle piccole banche in conflitto gellicol grande capitale (vorrei ricordare che la banca dell’Etruria nacque su impulso proprio di Licio Gelli nel 1971); e in terzo luogo, un giro di amicizie anche non italiane, fra cui si annoverano molti amici israeliani, la destra repubblicana americana e in particolare Michael Ledeen, personalmente vicino alla P2 e oggi molto amico di uomini della giro stretto renziano.E sulla base di queste similitudini, io credo che si possa dire che c’è un filo che forse inconsapevolmente porta da Gelli a Renzi passando per Berlusconi. Quello che è comune al progetto di Gelli e al progetto di Renzi è una cultura politica di base che vede come centrale il governo, a scapito del Parlamento e del potere giudiziario. si immagina un governo che sia l’unico elemento decisore, con un Parlamento -e quindi di riflesso con una minoranza una opposizione ridotta ai margini- e con un potere giudiziario sempre più condizionato. Un potere privo di controlli o comunque con controlli assai ridotti, e a loro volta condizionabili.Si dice che la riforma di Renzi sia una riforma di tipo presidenziale: è vero solo fino a un certo punto. Perché gli Stati Uniti hanno un ordinamento presidenziale che sicuramente privilegia l’esecutivo rispetto al Parlamento, ma che ha molti contrappesi, ha molti meccanismi di limitazione del potere, che invece nella riforma renziana scoloriscono sempre di più. In secondo luogo, vorrei ricordare una cosa: io non credo che questa riforma sia il punto di arrivo, io credo che questa riforma sia semplicemente la premessa per la nuova riforma. L’azzeramento sostanziale del Senato, insieme ad altre norme, rende di fatto molto più facilmente aggirabile l’articolo 138 che è quello sulla revisione costituzionale, e nello stesso tempo serve a riscuotere attraverso il referendum un via libera per un’ulteriore revisione della Costituzione.Quello che sarà in pericolo, se dovesse vincere il sì, è tutta la prima parte della Costituzione della quale la banca americana JP Morgan ha chiesto esplicitamente il superamento, perché concede troppi diritti e troppe libertà ai governati. Per una volta la propaganda del sì non dice completamente una bugia quando dice “la riforma attendeva da 40 anni”, effettivamente attendeva da 40 anni. Ma chi la attendeva?
Ad attendere quella riforma da 40 anni c’era la P2 e suo piano di rinascita democratica, che risale appunto a 40 anni fa. Non certamente l’opinione pubblica o i lavoratori di questo paese. (fonte: blog 5 stelle di Grillo) (foto: giannulibro)

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Berlusconi e il Pranzo ad Arcore

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2016

parisi“Se Forza Italia intenderà puntare su Stefano Parisi ne prenderemo atto, ogni partito ha diritto a esprimere i suoi leader come ritiene. Sinceramente mi fa orrore la modalità ‘pranzo ad Arcore’ che ritengo oltretutto figlia di un’epoca che non c’è più e che non tornerà, ma finché si tratta del capo di Forza d’Italia la vicenda coinvolge loro. La fase storica dell’uomo solo al comando del resto ha avuto una lunga sperimentazione e una sua conclusione. Oggi servono idee vincenti per governare le criticità del nostro tempo, non più monarchi illuminati, semmai serve una fase repubblicana, all’insegna di confronto, approfondimento e decisione partecipata. Tuttavia la nostra coalizione è composta da più soggetti e in nessun caso la scelta di un partito può essere considerata vincolante per gli altri. Fratelli d’Italia nasce a causa di un drammatico deficit di democrazia nel PDL e da una conseguente richiesta di elezioni primarie. La proposta è di ripartire da lì, anzi, visto che in queste ore qualche malalingua blatera di nuovi Patti del Nazareno su referendum e legge elettorale, recepiamo alcuni legittimi giudizi di Berlusconi sulla facile manipolabilità delle primarie e chiediamo a tutto il centrodestra di fare un fronte unico per inserirle nella legge elettorale, per renderne seri e oggettivi lo svolgimento e il risultato. Intanto però c’è il referendum e occorre far vincere i no per mandare a casa Renzi”. È quanto ha dichiarato il capogruppo di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Fabio Rampelli intervistato da Intelligonews, il quotidiano on line diretto da Fabio Torriero.

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La vittoria di Marchini

Posted by fidest press agency su martedì, 7 giugno 2016

marchiniLa verità è che Marchini, con l’appoggio di Berlusconi ha perso molto più voti di quel esiguo 4% che FI ha portato. Ma Marchini ne esce vincitore in prospettiva, grazie agli accordi con Berlusconi, che prevedono:
1) Candidatura da capolista nominato alle prossime politiche nelle quali FI non nutre speranze di ottenere un quorum utile a Roma, mentre Marchini potrebbe ottenerlo grazie ai “suoi” consensi.
2) Impegno, nella remotissima ipotesi di un governo di destra, di un incarico ministeriale quale ministro per lo Sviluppo economico
3) Leadership della destra da sottrarre a Salvini (La lotta interna è già cominciata).
Così Marchini renderà un servizio a Berlusconi facendo finta di attribuirgli autorevolezza nella destra, pur dovendo ingoiare il rospo della destra estrema di Salvini e della destra populista della Meloni.
Quando mr. ex.tutto dovette rinunciare a Bertolaso per accedere a Marchini, non aveva nulla da offrire se non in prospettiva futura ma non futuribile. Non gli costò nulla promettere e impegnarsi sul futuro, facendo leva sullo stesso Marchini con l’illusoria ipotesi di una nuova alba radiosa di FI.Marchini accettando le proposte e gli impegni era perfettamente consapevole di imbarcarsi in una battaglia elettorale a sindaco di Roma, persa in partenza, ma compensata dalle ipotesi che Berlusconi mise sul tavolo.
E’ un po’ una copia delle trattative per la cessione del Milan, per il quale chiede impegni agli acquirenti, di investimenti, per ritornare ai fulgori passati ormai dimenticati. Non avendo nulla da offrire di concreto, ha “venduto” a Marchini una ipotesi sul futuro che appartiene ai sogni impossibili . E’ facile l’analogia con la cessione del Milan, per la quale Berlusconi pretenderebbe di vendere, stavolta, il passato; così ora, non avendo da offrire nulla al presente se non la constatazione della sua fine, cerca di vendere il futuro di FI a Marchini e il passato del Milan alla cordata cinese. (Rosario Amico Roxas)

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Scelta di Berlusconi per Marchini

Posted by fidest press agency su lunedì, 2 maggio 2016

marchiniAbbiamo raccolto alcune dichiarazioni di area del centro destra per registrare le reazioni che ci sono pervenute dopo la decisione di Berlusconi di abbandonare la candidatura Bertolaso dopo aver negato che ciò potesse accadere sino all’ultimo minuto.“La decisione coraggiosa di Berlusconi di opporsi ai diktat dei populisti per la scelta del candidato sindaco di Roma, si è compiutamente esplicitata con l’appoggio di Forza Italia a Marchini. L’annuncio di oggi non può che farmi piacere e dimostra che al coraggio si accompagna la saggezza politica. La rigenerazione del centrodestra passa dalla riacquistata centralità dei moderati liberalpopolari, da una proposta politica che riparta dalle energie vive della società, scegliere Marchini a Roma e Parisi a Milano ha questo significato”. Lo dichiara Maurizio Lupi, presidente dei deputati di Area popolare.
“Con la definitiva convergenza di Forza Italia su Marchini per amministrative a Roma si dimostra, di fatto, che il patto del Nazareno è vivo, vegeto e continua la sua opera. Berlusconi aveva una sola possibilità per redimere quanto di pessimo ha fatto negli anni. Ha preferito disperdere questa occasione tra le pieghe di un partito ormai al declino. Alla fine, bene così. Terra Nostra è nata anche per questo. Per dare possibilità e speranza a chi non crede più, e forse ha mai creduto, alle logiche di una politica logora e vetusta.Era un passaggio che non mi aspettavo ma mi auspicavo. Oggi, di fatto, Berlusconi segna la sua uscita. Ed avanza quel nuovo che si rinnoverà con un elettorato di destra onesto, etico, trasparente e che si occuperà, come sta già facendo, dei reali bisogni quali lavoro, ambiente e diritti”. È quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, fondatore di Terra Nostra, Walter Rizzetto.
“Bene così. Anzi ottimo. Berlusconi fulminato sulla via del Nazareno, passando attraverso la piazza dei verdiani, alfaniani, renziani e ribaltonisti di ogni specie, non fa che rafforzare la candidatura di Giorgia Meloni. Alfio Marchini, libero dai partiti, ora è il simbolo più plastico della partitocrazia che vuole sopravvivere. Continuate così, fatevi pure del male”. È quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Gaetano Nastri.
C’è però chi afferma: “L’ibrido Renzusconi torna in scena. Peccato che questa volta sia lui, Berlusconi, il principale protagonista di quel teatrino della politica che tanto lo aveva disgustato più di venti anni fa. Con l’aggravante di ‘uccidere’ la sua creatura: Forza Italia e screditare definitivamente Bertolaso, costretto erroneamente a candidarsi, nonostante le riserve degli ex alleati. Mi viene quasi di esprimergli solidarietà per questo trattamento brutale da parte del suo padrino politico. La convergenza su Marchini dimostra come si stia cementando, attorno al giocatore di Polo con interessi nell’alta finanza, un blocco di poteri forti che non lavorano per l’interesse di Roma, dei romani ”. E’ quanto dichiara il deputato di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale Edmondo Cirielli.

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Politica e lo psicodramma italiano

Posted by fidest press agency su sabato, 13 aprile 2013

Cosa ci stia capitando come “popolo di elettori” è a dir poco sconcertante. Nel 2011 Berlusconi è stato costretto a dimettersi per evitare il tracollo dell’Italia. Così uno dei più potenti partiti del dopoguerra ha perso in tre anni circa la metà dei suoi parlamentari. E’ stato costretto ad appoggiare un governo cosiddetto di tecnici che ha fatto al suo posto il “lavoro sporco” nel rimettere in carreggiata il nostro dissesto economico e finanziario non senza farci pagare un rigore senza crescita. Nonostante ciò, come se nulla fosse, Berlusconi si è “rifatta la faccia” ed è sceso di nuovo in campagna elettorale autodifinendosi salvatore della patria. Ora da novello tribuno del popolo lancia i suoi anatemi nei confronti di chi cerca di isolarlo e invoca un governo di larghe intese. A questo punto c’è da chiedersi se viviamo in un paese normale oppure no. Noi continuiamo a votare e a seguire un uomo che ci ha portati a una crisi di sistema senza precedenti e ancora a ritrovarci, da parte di una significativa componente del Pd, a sostenerlo per un governo da gestire insieme. Abbiamo dimenticato tutto: le figuracce che ci ha fatto fare in capo internazionale, le sue vicende giudiziarie che hanno finito con il ridicolizzare la giustizia del nostro paese che per anni lo insegue per giudicarlo e tutte le volte ora per una provvidenziale prescrizione o leggi ad personam come la depenalizzazione del falso in bilancio si ritrova a capo a dodici. Usque tandem… (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Bersani non può capire

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2013

Gli otto punti “salvifici” fissati da Bersani vorrebbero essere adoperati, nelle intenzioni dell’autore, come una sorta di grimaldello con il quale penetrare nella roccaforte dei grillini. La verità ci dimostra, invece, che rappresenta un gesto disperato di chi non sa che pesci prendere. D’altra parte lo ha spiegato molto bene D’Alema facendo capire, nel suo intervento, che se non ci fosse stato Berlusconi il Pd si sarebbe alleato con il Pdl, ovvero per la conservazione di là di quelli che rappresentano i conflitti d’interesse e i guai giudiziari e le leggi ad personam del cavaliere. A questo punto due sono gli aspetti che potrebbero indurre i parlamentari del Movimento cinque stelle a respingere al mittente una proposta che se è nei contenuti allettante potrebbe trasformarsi in una polpetta avvelenata per chi si accingesse ad inserirla nel suo menu. Il primo è la credibilità. Il Pd dovrebbe indicare tempi e modi d’attuazione del programma proposto, ma su questo terreno “scivoloso” vi sono le corsie “burocratiche” delle varie commissioni parlamentari e i loro tempi che un’accorta regia potrebbero trasformare in biblici. Il secondo è la stessa collocazione del Pd nei confronti del suo elettorato. Qui non parliamo di destra o di sinistra ma semplicemente del ruolo che la società civile sta assumendo tra chi ha e chi è e il chi è dei democratici sembra votato ad essere edulcorato con il chi ha, ovvero con i grossi interessi finanziari, economici et similia dei poteri forti italiani, continentali e mondiali. Questa è la differenza e non credo sia da poco. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Le donne e il “regalo” di Berlusconi

Posted by fidest press agency su martedì, 8 marzo 2011

“Già questo Paese pullula di poveracci che non riescono ad arrivare alla fine del mese… C’è rimasto un solo nababbo, il nostro amato premier e noi non possiamo permettere che spenda tutto e finisca sul lastrico pure lui nell’occasione della sua festa preferita… quella della Donna!!! Lo salveremo con un’idea semplice quanto geniale… Un unico, colossale, meraviglioso, irresistibile, ineguagliabile regalo, quello di cui nessuna può fare a meno per migliorare la propria vita… le sue dimissioni. E’ l’invito che, tra il serio e il faceto, Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia, rivolge al Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi, alla vigilia dell’8 marzo, Festa della Donna. “Caro Premier – aggiunge Maccari -, ci dia retta, non è più tempo della vetusta mimosa, e poi dica un po’, ma quanto le costerebbe mandarne un rametto a tuuuuutte le sue amiche? Nipoti di presidenti, orfanelle e poverelle varie, igieniste dentali, ministre, coloradine, meteorite, olgettine, bungarelle, e così via… E’ molto, ma molto meglio che lei dia le dimissioni, perché così tutte le donne italiane le diranno grazie, e non solo quel qualche migliaio che invita ai suoi incontri letterari nelle sue ville!”. “Tutte saranno veramente felici – conclude il leader del Coisp -, in particolar modo le poliziotte che purtroppo ha mortificato non invitandole alle sue feste speciali, ma facendo mettere in quell’occasione a qualcun altro le loro divise; che non ha aiutato, come fa con tante persone che hanno bisogno perché lei dice di aver un grande e buon cuore; cui non ha garantito un trattamento lavorativo dignitoso ma tutto il contrario, con l’azione vergognosa del suo Governo”.

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La guerra tra il cavaliere e Tremonti

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 ottobre 2009

Non riguarda una disputa di politica economica, sul metodo e sulle misure da prendere; si tratta di una guerra personale tra due interessi opposti. Da una parte il cavaliere che insegue gli indici di gradimento precipitati verso il basso, per cui esige spendere promesse in grado di proseguire nell’itinerario della pia illusione, purchè ciò produca  una ripresa dei consensi; gli interessi economici personali li ha già abbondantemente soddisfatti riversando gran parte delle sue attenzioni economiche verso ENI ed ENEL, Impregilo, Banche (Mediobanca, Chebanca, Mediolanum). Il cavaliere vorrebbe una programmazione di politica economica dilatata alle piccole e medie industrie in modo da poter catturare il loro consenso, mentre Tremonti non intende allargare i cordoni della borsa in modo di equilibrare i conti, ovviamente a discapito  della politica del lavoro e della produttività,  al fine di proseguire nei vantaggi concessi alla politica economica della finanza, che produce incremento di ricchezza individuale, anche se non produce un solo posto di lavoro e non si proietta verso una ipotesi di Stato sociale con una programmazione equilibrata dell’economia. E’ chiaro che Tremonti gode dell’appoggio della Lega. Tutto il Nord d’Italia è diventato il meridione d’Europa e sopravvive grazie agli imbrogli fiscali, alle evasioni; i ricavi fiscali del Nord Italia sono in esubero a fronte delle esigenze, per cui diventa facile, nel breve termine, mantenere inalterata la situazione di privilegio verso il capitalismo più esasperato, tacitando la popolazione con la logica del “panem et circenses”. (Rosario Amico Roxas in sintesi)

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