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Dall’istologia al bersaglio molecolare

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 ottobre 2020

Roma Mercoledì 14 ottobre 2020, alle ore 11:30 presso l’Aula multimediale del Palazzo del Rettorato dell’Università Piazzale Aldo Moro, 4 si terrà la conferenza stampa di presentazione del Rome Trial, uno studio unico al mondo per le caratteristiche di profilazione genomica, di analisi dei dati e di gestione interdisciplinare. Lo studio è promosso dall’Università La Sapienza di Roma, dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione per la Medicina Personalizzata (FMP). Interverranno Eugenio Gaudio, Magnifico Rettore dell’Università La Sapienza, Alessio D’Amato, Assessore alla Sanità e integrazione Socio-Sanitaria della Regione Lazio, Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Vincenzo Panella, Direttore Generale Azienda Universitario-Ospedaliera Policlinico Umberto I di Roma, Adriano Marcolongo, Direttore Generale Azienda Universitario-Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, Francesco Ripa di Meana, Direttore Generale degli IFO-IRCCS di Roma, Nello Martini, Presidente della Fondazione ReS, Paolo Marchetti, Presidente della Fondazione per la Medicina Personalizzata e Professore ordinario di Oncologia Medica alla Sapienza, Mauro Biffoni, Direttore del Dipartimento di Oncologia e Medicina Molecolare dell’Istituto Superiore di Sanità. L’Oncologia sta attraversando un profondo cambiamento basato sull’acquisizione di informazioni meccanicistiche sullo stato di malattia e l’uso conseguente di terapie mirate (Terapie Personalizzate e di Precisione). La misura più diretta del processo di cambiamento in atto è la recente introduzione di terapie curative per molti tipi di tumori altrimenti fatali. Il nuovo paradigma si basa sull’individuazione nei tumori o nelle biopsie liquide di specifiche alterazioni molecolari, cosiddette actionable, che consentono di predire la sensibilità a terapie mirate (targeted therapies) o all’immunoterapia. Tra i vari tipi di alterazione (genomiche, epigenetiche, dell’RNA, delle proteine, del metabolismo, solo per citarne alcune) le mutazioni del DNA sono quelle correntemente più utilizzate per orientare la scelta della maggior parte delle nuove terapie (Oncologia Mutazionale), indipendentemente dalla sede del tumore (approccio agnostico). Si tratta di un cambiamento culturale che segna un’epoca e che avrà effetti significativi sulla salute dei pazienti e sulla organizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. È però un processo complesso, che richiede non solo un aggiornamento radicale della scienza medica, ma anche un governo razionale dei nuovi strumenti disponibili. Afferma il Prof. Paolo Marchetti “Il Rome Trial è uno studio assolutamente unico nel panorama mondiale sia per la sua capacità di innovazione che per la sua complessità. Il trattamento verrà individuato in base alla presenza di alterazioni molecolari e non in funzione dell’organo o del tessuto da cui origina la neoplasia. Anche se alcune delle modalità di analisi previste in questo studio sono presenti anche in altri, l’insieme del percorso di diagnosi molecolare, di analisi interdisciplinare e di scelta del trattamento è unico per i seguenti motivi: 1. Valutazione delle mutazioni somatiche da tessuto tumorale e da biopsia liquida 2. Valutazione dell’espressione genica 3. Valutazione del profilo immunologico 4. Utilizzo della piattaforma Navify per la raccolta dei dati e la discussione interdisciplinare 5. Impiego di metodologie di analisi innovative, quali la Network Oncology 6. Numero di farmaci a bersaglio molecolare disponibili, includenti anche l’immunoterapia e sue associazioni 7. Riconciliazione terapeutica attraverso una piattaforma innovativa (DrugPinTM), che consente di ridurre le interferenze negative tra il farmaco (o i farmaci) utilizzati per il trattamento della neoplasia e le terapie che il paziente deve assumere per altre patologie da cui è affetto 8. Possibilità di trattamento con farmaci a bersaglio molecolare o immunoterapia anche dei pazienti trattati nel gruppo di controllo Al fine di individuare il miglior trattamento possibile è stato istituito uno specifico Molecular Tumor Board, costituito da un tavolo di esperti che si incontrerà periodicamente in via telematica. Infine un altro aspetto assolutamente peculiare ed unico del Rome Trial riguarda l’analisi di tutte le informazioni, attraverso la piattaforma Navify di Roche, utilizzata per la prima volta in uno studio clinico. L’impiego di questa piattaforma, oltre a consentire la discussione interdisciplinare delle informazioni riguardanti il singolo paziente, metterà a disposizione della ricerca un patrimonio enorme di informazioni, raccolte in maniera prospettica e quindi priva degli errori sistematici (bias) tipici delle raccolte retrospettive. Tutti questi dati, grazie ad un accordo con i fisici e gli ingegneri di Sapienza, saranno analizzati con metodologie particolarmente innovative, tra cui la Network analysis, che non valuta esclusivamente la alterazione di singoli nodi di una via di segnale, ma prende in esame le interazioni tra questi nodi, attraverso un modo completamente nuovo di affrontare il problema dei meccanismi di attività e resistenza ai trattamenti farmacologici. Sebbene sia obbligatorio riportare nella scheda tecnica di un singolo farmaco le sue interazioni note con altri farmaci. Infatti, il rischio di una interazione farmacologica negativa aumenta con il numero di patologie presenti principi attivi o con il cibo, è molto complesso e di difficile applicazione pratica analizzare le interazioni tra molti e, conseguentemente, con il numero di farmaci necessario a trattare ciascuna patologia. Oltre 200 farmaci. farmaci. Infatti, il rischio di una interazione farmacologica negativa aumenta con il numero di patologie presenti contengono nella loro scheda tecnica specifiche indicazioni di farmacogenomica e circa un terzo di queste e, conseguentemente, con il numero di farmaci necessario a trattare ciascuna patologia. Oltre 200 farmaci riguardano farmaci oncologici.

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I polmoni ed il cuore non sono gli unici organi bersaglio del COVID-19

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 ottobre 2020

Lo dimostra uno studio appena pubblicato da The Journal of Infectious Diseases ed al quale hanno collaborato l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, in collaborazione con il Dipartimento di malattie infettive dello University College di Londra. Lo studio è stato ritenuto di grande importanza, tanto da ottenere l’immagine di copertina del numero del giornale.La ricerca ha analizzato gli esiti delle autopsie condotte su 22 pazienti deceduti a causa del COVID-19. La causa di morte è stata per tutti l’insufficienza cardio-respiratoria, causata principalmente da danno polmonare acuto, danno microvascolare o trombosi; tuttavia l’analisi dei campioni prelevati durante le autopsie ha evidenziato importanti alterazioni, oltre che di polmoni e cuore, anche a carico di fegato, reni, milza e midollo osseo.Diciotto dei pazienti sottoposti ad esame post-mortem, di età mediana pari a 76 anni (minima 27, massima 92) presentavano una o più comorbilità, come ipertensione, patologie cardiache, diabete, tumore, malattie respiratorie o renali; i rimanenti quattro pazienti, di età mediana pari a 48 anni e mezzo (minima 35, massima 65) non presentavano invece alcuna malattia sottostante.Dall’autopsia e dai successivi esami microscopici dei campioni sono emerse numerose alterazioni a carico degli organi analizzati.I polmoni di tutti i pazienti si presentavano aumentati di volume, edematosi e congestionati, con ispessimento pleurico diffuso e versamento pleurico. Nei campioni polmonari è stata inoltre dimostrata una significativa sovraregolazione del recettore delle citochine CXCR3, il che porta ad individuare proprio in questa citochina un potenziale bersaglio terapeutico per i futuri trattamenti.L’analisi condotta sul cuore dei pazienti ha evidenziato un incremento delle dimensioni e del peso, ipertrofia e dilatazione degli atri e dei ventricoli, sia destri che sinistri. La letteratura scientifica disponibile ha evidenziato che i problemi cardiaci pre-esistenti sono un fattore di rischio per i pazienti COVID-19, ma la ricerca ha evidenziato nei quattro pazienti senza fattori di rischio pre-esistenti una accentuata pericardite e infiltrazioni di cellule infiammatorie, indicando che la malattia può compromettere la funzione cardiaca anche nei soggetti sani.Circa il 30% dei pazienti esaminati ha evidenziato lesioni ai reni, in prevalenza tra i pazienti con comorbilità. Lo stesso fenomeno è stato osservato nell’analisi del fegato: anche in questo caso i pazienti che avevano fattori di rischio pre-esistenti hanno evidenziato lesioni epatiche più pronunciate. Saranno tuttavia necessari ulteriori studi per verificare se le lesioni renali ed epatiche siano effetto diretto dell’azione del virus, oppure dell’eccessiva e anormale risposta infiammatoria innescata dal sistema immunitario.L’analisi della milza ha evidenziato in tutti i pazienti una riduzione del volume e delle dimensioni, mentre l’analisi al microscopio del midollo osseo ha evidenziato, in particolare nei pazienti con comorbilità, una prevalenza del midollo giallo ricco di adipociti sul midollo rosso ematopoietico.In conclusione, quello delle autopsie dei deceduti per COVID-19 è un campo di ricerca sinora poco frequentato sia per l’emergenza vissuta negli ospedali di tutto il mondo che per le oggettive difficoltà di operare in sicurezza gli esami post-mortem su pazienti altamente contagiosi; certamente però dalle autopsie può venire un contributo decisivo nel capire meglio i tanti e ancora poco conosciuti meccanismi dell’interazione tra il SARS-CoV-2 e l’ospite umano. È opportuno quindi che, soprattutto in una fase nella quale le strutture ospedaliere non sono più sotto pressione come nei mesi peggiori della pandemia, venga data la priorità a studi autoptici completi su tutto il corpo, cercando di segmentare le analisi per provenienza geografica, età, gruppi etnici, comorbilità. Laura Falasca, Roberta Nardacci, Daniele Colombo, Eleonora Lalle, Antonino Di Caro, Emanuele Nicastri, Andrea Antinori, Nicola Petrosillo, Luisa Marchioni, Gianluigi Biava, Gianpiero D’Offizi, Fabrizio Palmieri, Delia Goletti, Alimuddin Zumla, Giuseppe Ippolito, Mauro Piacentini, Franca Del Nonno, on behalf of COVID 19 INMI Study Group, Post-Mortem Findings in Italian Patients with COVID-19 – a Descriptive Full Autopsy Study of cases with and without co-morbidities, The Journal of Infectious Diseases, https://doi.org/10.1093/infdis/jiaa578 Salvatore Curiale Science communicator

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Al via “Bersaglio Melanoma”

Posted by fidest press agency su domenica, 2 agosto 2020

“Il nostro scopo è quello di favorire la diagnosi precoce del melanoma, capire quali sono le eventuali cause di possibili ritardi ed elaborare raccomandazioni per limitarle o eliminarle. Conoscere le difficoltà del percorso diagnostico e rimuovere le possibili cause che ritardano la diagnosi è essenziale per migliorare la prognosi nelle persone con melanoma. Linee di indirizzo, quindi, elaborate da specialisti insieme ai rappresentanti dei pazienti, che rendano il percorso del paziente all’interno del sistema sanitario efficace ed efficiente e che magari promuovano un programma di screening su tutto il territorio nazionale. Serve, da un lato uno sforzo aggiuntivo per la prevenzione e dall’altro un Percorso Diagnostico Terapeutico e Assistenziale, un PDTA, in grado di garantire uniformità nell’assistenza al paziente in tutte le regioni italiane”. Questa la dichiarazione di intenti delle quattro Associazioni di pazienti – AIMAME (Associazione Italiana Malati di Melanoma), APAIM (Associazione Pazienti Italia Melanoma), Emme Rouge (Comitato Emme Rouge in ricordo di Mara Nahum Onlus) e MIO (Melanoma Italia Onlus) – promotrici di “Bersaglio Melanoma”, progetto che si rivolge a dermatologi e pazienti, ma anche alle istituzioni.Secondo i dati pubblicati su “Numeri del Cancro in Italia 2019”, curato dalla Fondazione AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), si stima che in Italia nel 2019 siano stati registrati circa 12.300 nuovi casi di melanoma della cute, 6.700 tra gli uomini e 5.699 tra le donne (circa il 4% di tutti i tumori in entrambi i sessi).Il melanoma, come confermano ancora i dati, rappresenta il 9% dei tumori giovanili negli uomini (seconda neoplasia più frequente, dopo il testicolo) e il 7% nelle donne (terza neoplasia più frequente, dopo mammella e tiroide).Il Progetto “Bersaglio Melanoma”, realizzato con il patrocinio di ADOI (Associazione Dermatologi-Venereologi Ospedalieri Italiani), AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), IMI (Intergruppo Melanoma Italiano) e SIDeMaST (Società Italiana di Dermatologia Medica, Chirurgica, Estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse), si configura come uno strumento utile ad individuare le problematiche che determinano il ritardo diagnostico del tumore della pelle e che ostacolano la corretta presa in carico del paziente la quale non sempre è assicurata allo stesso modo su tutto il territorio nazionale.
È sempre più evidente la necessità di porre il dermatologo al centro di questo percorso di prevenzione e diagnosi, come sottolinea anche Giovanni Pellacani, Direttore della Struttura Complessa di Dermatologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Il Melanoma è un tumore della pelle aggressivo che deriva dalla trasformazione maligna dei melanociti, cellule che costituiscono l’epidermide. I melanociti producono melanina, un pigmento che protegge il corpo dagli effetti dannosi dei raggi solari. In condizioni normali i melanociti possono creare degli agglomerati scuri visibili sulla superficie della pelle e noti come nei. Il rischio di insorgenza del melanoma cutaneo è legato a fattori genetici, fenotipici, ambientali e alle combinazioni tra questi. Anche gli stati di immunodeficienza costituiscono un fattore di rischio personale. Il più importante fattore di rischio ambientale è stato identificato nell’esposizione a raggi UV sia in rapporto alle dosi assorbite sia al tipo di esposizione (intermittente più che cronica) e anche all’età (a maggior rischio l’età infantile e adolescenziale) con rischio marcatamente maggiore nei casi di sussistenza e interazione di tutti questi fattori. La prevenzione e la diagnosi precoce sono oggi gli strumenti più efficaci per ridurre la mortalità per melanoma.

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Vitalizi, Richetti e soci puntano al bersaglio grosso: le pensioni di 20 milioni di italiani

Posted by fidest press agency su sabato, 29 luglio 2017

pensionati“La proposta di legge in condominio tra Richetti e M5S e in via di approvazione introduce elementi inquietanti di destrutturazione del sistema previdenziale. Quello dei vitalizi è palesemente un alibi per far passare un progetto ben più articolato di ricalcolo delle pensioni erogate. I vitalizi sono già calcolati con il contributivo dal 2012 e danno diritto alla pensione quando viene maturata l’età pensionabile. La legge Richetti impone il ricalcolo dei vitalizi maturati in precedenza con il metodo contributivo, e non solo. Propone il ricalcolo anche per i vitalizi maturati prima del 1995 anno in cui è stato introdotto il calcolo contributivo delle pensioni.Quindi non solo ha effetto retroattivo, ma trasforma in contributivo il calcolo dei vitalizi maturati con il sistema retributivo. Tutto senza la riforma dell’articolo 38 della Costituzione utilizzata come richiamo per distogliere dalla reale portata della legge Richetti. È questa la legge che apre alla possibilità di ricalcolo delle pensioni erogate con il sistema retributivo, altro che leggi costituzionali. La furia sanfedista di PD e soci tutta protesa a ricostruire un verginità politica capace di nascondere l’insipienza progettuale delle forze politiche, trasforma questa vicenda in una battaglia di equità. È vero che si rischia di apparire difensori dei vitalizi, ma la difesa è del principio dei diritti acquisiti contro la retroattività strumentale delle leggi. L’obiettivo è ben più corposo e non ha niente a che vedere con moralizzazione e lotta ai privilegi. Ma qual è il grosso risparmio realizzato con questa legge? 740 milioni in dieci anni, vale a dire lo 0.0002 % della spesa pubblica. Un’inezia persino ridicola se non servisse a nascondere le vere intenzioni del governo. Non a caso la Ragioneria dello Stato con il suo rapporto rilancia l’allarme sulla tenuta del sistema previdenziale, mentre Boeri impazza tra debito implicito e caccia ai pensionati che scappano all’estero. L’accerchiamento al sistema previdenziale pubblico è un processo complesso che ha natura strategica, la difesa del diritto alla pensione deve diventare un percorso di lotte sociali.Cgil Cisl Uil portano avanti i loro incontri segreti con il governo farneticando sulla pensione di garanzia per i giovani ai quali non si riesce a dare un reddito sociale minimo, avendo in animo la logica affaristica dell’APE sociale o meno e soprattutto della previdenza complementare riaprendo la caccia al tfr che i lavoratori non vogliono cedere. Il primo ottobre è la giornata internazionale di lotta dei pensionati, organizziamo la nostra presenza nell’ambito delle iniziative di mobilitazione”. E’ quanto scrive il sindacato Usb.

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Franceschini: Il nuovo bersaglio di Renzi

Posted by fidest press agency su domenica, 9 luglio 2017

“Quindi il mirino di Renzi ha un nuovo bersaglio. Rifacciamo i conti: D’Alema, Bersani, Letta, Cuperlo, Orlando, Alfano e oggi Franceschini. Si può governare un partito e aspirare a rigovernare il Paese così? Franceschini gli ha ricordato una cosa semplice: ” da soli non si vince e gli alleati minori vanno aiutati a tornare in parlamento non il contrario. È quello che faceva la DC, anche quando aveva più del 40%.” Così fanno i grandi partiti. Anche il PCI e poi il Pds coltivavano buone relazioni con gli alleati minori. È l’abc della politica. Per Renzi no. Vede il pericolo M5S e la crescita dei populismi, ma la sua principale attività è quella di far fuori gli alleati interni ed esterni. È come se De Gasperi, di fronte alla minaccia del frontismo, si fosse impegnato a cacciare Saragat dal Parlamento! È come se Fanfani, di fronte alla grande crescita del PCI, fosse interessato solo a punire Malagodi e La Malfa! Boh… ” così in una nota Sergio Pizzolante, componente la segreteria nazionale di Alternativa popolare.

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Mieloma multiplo: elotuzumab riduce del 30% rischio progressione malattia

Posted by fidest press agency su giovedì, 4 giugno 2015

New England Journal of MedicinePassi in avanti significativi nel trattamento del mieloma multiplo. Elotuzumab, anticorpo sperimentale immuno-stimolante, ha dimostrato di ridurre del 30% il rischio di progressione della malattia o di morte. I dati emergono da ELOQUENT-2, studio randomizzato di fase III in aperto, pubblicato nell’edizione online del New England Journal of Medicine. E l’Italia ha svolto un ruolo di primo piano in questo studio. ELOQUENT-2 ha valutato elotuzumab in combinazione con il trattamento standard lenalidomide e desametasone rispetto a lenalidomide e desametasone nel mieloma multiplo in recidiva o refrattario. Lo studio ha dimostrato un aumento della sopravvivenza libera da progressione e della risposta obiettiva.
“Il mieloma multiplo, nonostante i passi in avanti nei trattamenti, è una malattia ancora in gran parte non curabile”, ha affermato Sagar Lonial, M.D. chief medical officer al Winship Cancer Institute of Emory University School of Medicine. “I dati di ELOQUENT-2 sono significativi perché mostrano che aggiungendo elotuzumab al trattamento standard si ottiene una sorprendente riduzione del rischio di progressione della malattia, che si mantiene nel tempo. È la dimostrazione del beneficio del trattamento immuno-oncologico nel mieloma multiplo”. I risultati dello studio ELOQUENT-2 sono stati presentati a Chicago al Congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) che si è concluso ieri. Presentati all’ASCO anche i risultati di uno studio di fase II che ha valutato elotuzumab in combinazione con bortezomib e desametasone rispetto a bortezomib e desametasone in pazienti con mieloma multiplo in recidiva o refrattario. In linea con i dati di ELOQUENT-2, i risultati di questo studio di fase II hanno mostrato una riduzione del 28% del rischio di progressione della malattia o di morte nel braccio elotuzumab, bortezomib e desametasone rispetto a bortezomib e desametasone. “Questi studi, che hanno valutato elotuzumab in combinazione con un immuno-modulatore o un inibitore del proteasoma, dimostrano che elotuzumab, un anticorpo immuno-stimolante, possiede potenzialità come nuova modalità di trattamento del mieloma multiplo”, ha commentato Michael Giordano, senior vice president, Head of Development, Oncology, Bristol-Myers Squibb. “Continuiamo a fare grandi progressi nel nostro obiettivo di espandere il ruolo dell’immuno-oncologia nei tumori ematologici, come il mieloma multiplo. Siamo in attesa dei risultati di un follow-up prolungato di ELOQUENT-2 perché un miglioramento dei risultati a lungo termine, inclusa la sopravvivenza, è fondamentale per i pazienti”.
Elotuzumab è un anticorpo sperimentale immuno-stimolante che ha come bersaglio SLAMF7 (Signaling Lymphocyte Activation Molecule), una glicoproteina di superficie altamente e uniformemente espressa nelle cellule di mieloma e sulle cellule Natural Killer (NK), ma non nei tessuti normali o nelle cellule staminali ematopoietiche. Elotuzumab è attualmente in sperimentazione per valutare se la molecola possa selettivamente colpire le cellule di mieloma. Si pensa che elotuzumab agisca attraverso un duplice meccanismo d’azione: legandosi a SLAMF7 sulle cellule NK, le attiva direttamente, e legandosi a SLAMF7 sulle cellule di mieloma, le rende sensibili al riconoscimento e alla distruzione da parte delle cellule NK.
A maggio 2014, la Food and Drug Administration (FDA) ha concesso ad elotuzumab la designazione di ‘Breakthrough Therapy’ per l’utilizzo in combinazione con uno dei trattamenti per il mieloma multiplo (lenalidomide, usato in combinazione con desametasone) nei pazienti che avevano ricevuto uno o più linee di terapia precedenti. Elotuzumab è una molecola sperimentale e la sua sicurezza ed efficacia non sono state valutate dalla FDA o da altra autorità regolatoria sanitaria.
Bristol-Myers Squibb e AbbVie hanno sviluppato insieme elotuzumab, ma solo Bristol-Myers Squibb sarà impegnata nella commercializzazione del farmaco.
Il mieloma multiplo è una neoplasia ematologica, o del sangue, maligna che si sviluppa nel midollo osseo. Si manifesta quando una plasmacellula, un tipo di cellula presente nella parte centrale del midollo osseo, diventa cancerosa e si moltiplica senza controllo. Malgrado i recenti avanzamenti degli ultimi anni nel trattamento del mieloma multiplo, soltanto il 45% dei pazienti sopravvive 5 anni. Una caratteristica comune per molti pazienti è che manifestano cicliche remissioni e recidive, tra le quali sospendono il trattamento per un breve periodo per eventualmente riprenderlo. Dopo la recidiva, meno del 20% dei pazienti è vivo a 5 anni. Si stima che annualmente siano diagnosticati globalmente più di 114.200 nuovi casi di mieloma multiplo e che più di 79.000 persone muoiano per questa malattia nel mondo.

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Tumore e terapie bersaglio

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 gennaio 2015

amianto2Una nuova tecnica mirata per identificare i geni mutati responsabili della ridotta sopravvivenza nel mesotelioma, il tumore associato all’esposizione all’amianto. Si chiama sequenziamento mirato di nuova generazione (NGS) ed è stato utilizzato per la prima volta dai ricercatori del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino in collaborazione con i colleghi dell’Ospedale San Antonio e Biagio di Alessandria. La scoperta è molto importante perché in questo modo è stato individuato un alto numero di mutazioni geniche, legate alla precoce progressione del tumore e alla riduzione della sopravvivenza. Sarà inoltre possibile valutare il ruolo delle terapie a bersaglio molecolare in una neoplasia particolarmente aggressiva, che presenta tassi di sopravvivenza a tre anni pari all’8%. Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Thoracic Oncology, la rivista ufficiale dell’Associazione internazionale per lo studio del carcinoma polmonare (International Association for the Study of Lung Cancer – IASLC). “Abbiamo utilizzato un approccio mirato – spiega il prof. Giorgio Scagliotti, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e primo autore dello studio – per valutare retrospettivamente alterazioni in 52 geni, fra quelli più frequentemente mutati nei tumori, in 123 pazienti con mesotelioma maligno della pleura in stadio avanzato (III e IV). Il sequenziamento di nuova generazione è un metodo affidabile, si concentra infatti su un gruppo specifico di geni, invece di ricorrere al più complesso sequenziamento dell’intero genoma. Questo procedimento ha il potenziale per descrivere accuratamente il tipo, la posizione e il numero di mutazioni genetiche nel mesotelioma e consente di indentificare associazioni con le caratteristiche del paziente, compresi i dati di sopravvivenza”. Nel 2014 in Italia sono state stimate 1.800 nuove diagnosi di mesotelioma, nella maggior parte dei casi la malattia è diagnosticata quando è già in fase avanzata e le opzioni terapeutiche sono limitate. “Lo stato mutazionale del mesotelioma è molto complesso – sottolinea la prof.ssa Silvia Novello, oncologa dell’Università di Torino e componente del Comitato esecutivo dello IASLC – con un elevato numero di alterazioni in geni coinvolti nella riparazione del DNA, nella sopravvivenza delle cellule neoplastiche e nei processi di proliferazione cellulare”. Il mesotelioma continua a provocare decessi nonostante la sua produzione sia cessata nel nostro Paese dal 1992. La latenza infatti può andare da 20 a oltre 45 anni dall’inizio dell’esposizione. Per fare il punto su terapie, prevenzione, assistenza psico-sociale e legale dei malati e ricadute giudiziarie il 29 e 30 gennaio a Bari l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) organizza la III Consensus Conference italiana per il controllo del mesotelioma maligno della pleura. “I nostri dati – continua il prof. Scagliotti – non indicano la presenza di una specifica mutazione ‘driver’, cioè in grado di influenzare il comportamento della cellula malata, come si è osservato in alcuni casi di adenocarcinoma del polmone, soprattutto nei non fumatori. Tuttavia nel mesotelioma vi è un accumulo di numerose mutazioni cosiddette ‘temporanee’, che potrebbe spiegare la fase di latenza molto lunga della comparsa clinica della malattia”. Le alterazioni si concentrano essenzialmente nell’ambito di due vie molecolari (quella che coinvolge il gene p53 e i geni concentrati nella via PI3K-AKT). “Alcune – conclude il prof. Mauro Papotti, Ordinario di Anatomia Patologica all’Università di Torino e co-autore dello studio – potranno essere attentamente considerate in futuri studi clinici per valutare il ruolo delle terapie a bersaglio molecolare in questa neoplasia”.

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