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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 229

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Elezioni: Avremo un parlamento devitalizzato?

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 febbraio 2018

camera deputati“Aridateci” le correnti. Di fronte al nauseante spettacolo della formazione delle liste elettorali – cui, chi più chi meno, non si è sottratto nessuno, neppure le vestali della democrazia diretta – con scelte che porteranno a Camera e Senato soldatini ciecamente obbedienti, creando un parlamento “devitalizzato”, divampa in noi la nostalgia del tempo che fu, quando i partiti – che tali era giusto definire – erano articolati in “correnti”, stabili e organizzate. E tutte, anche quando la pratica quotidiana le spingeva sul terreno del sottogoverno e della clientela, sempre e comunque definite seconda precise linee politico-culturali distintive. Certo, quella pratica ha prodotto nel tempo delle degenerazioni, talvolta anche gravi – non ci sfugge – ma è evidente che il confronto con la situazione degli anni della Seconda Repubblica, e ancor peggio con quella di oggi, rende più che giustificato il rimpianto. Anche perché, francamente, la polemica pannelliana contro la cosiddetta “partitocrazia” non ci ha mai convinto. Non c’è il minimo dubbio: la statura del personale politico e il livello del dibattito politico fanno pendere l’ago della bilancia del confronto tra le epoche, a favore della stagione correntizia.Oggi, invece, ci accingiamo a passare da una fase che ha visto la prevalenza dei dilettanti – di fronte alla quale pensavamo, sbagliando, che si fosse toccato il fondo – ad una in cui a prevalere sarà la genia dei lobotomizzati, peraltro senza per questo perdere un’oncia sul terreno dell’incompetenza. Con qualche rara eccezione, naturalmente, che non fa altro che confermare la regola. Chi ha fatto più scalpore è stato il Pd, che Renzi ha sottoposto ad una vera e propria pulizia etnica. Anche se dobbiamo confessarvi che non proviamo alcuna pietà per coloro che l’hanno subita: Renzi, in fondo, ha solo fatto se stesso, chi aveva immaginato che sarebbe stato inclusivo e tollerante, si è dimostrato un credulone, che non solo non ha capito l’uomo – ma qui entriamo nel campo della psicologia – ma soprattutto non ha letto il suo disegno di conquista totale del Pd per trasformarlo in un partito personale. Molti ex democristiani si sono baloccati nell’idea che “in fondo Renzi fa fuori i comunisti, che è cosa buona e giusta”. Altri, compresi molti esponenti dei gironi più larghi dell’inner circle renziano rispetto a quello centrale (5 persone a esagerare), si sono fidati delle promesse e delle blandizie, e solo alla fine hanno capito quanto mal gliene sia incolto. Eppure, le mosse del segretario del Pd erano perfettamente prevedibili, perché era chiaro il disegno: avere i gruppi parlamentari totalmente al suo servizio, sapendo che il risultato elettorale costringerà a fare patti al di fuori dello schema a quattro con cui si va alle elezioni e che avere il controllo dei parlamentari è indispensabile a poter reggere qualsiasi gioco si voglia fare dal 5 marzo in avanti. Perciò, hanno sbagliato coloro che non hanno posto per tempo e sul terreno politico, anziché quello viscido della spartizione dei seggi (peraltro presunti, perché vedremo come andrà a finire…), il tema delle scelte del partito e della sua conduzione. Renzi ha perso le amministrative, quindi il referendum (rovinosamente), poi le regionali siciliane, e alle primarie per la segreteria ha sì superato gli altri, ma la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono scesi a 1,3 milioni dagli 1,7 milioni del 2013. Inoltre, come spiegammo a suo tempo, aveva scientemente preparato la trappola della diaspora, in cui Bersani e D’Alema sono caduti come polli per poi doversi affidare ad un grillino mancato come Pietro Grasso, proprio perché il suo obiettivo era la pulizia etnica.Tutto questo non era forse sufficiente per capire l’antifona e porre il problema politico? Certo che sì. Ma tutti i capi-bastone – che siamo costretti a chiamare così proprio perché le correnti non esistono e ci si vergogna anche solo a chiamarle per nome – hanno preferito affidarsi alla trattativa bilaterale. Perdendo tutti clamorosamente la partita. Sarà cinismo il nostro, ma gli sta bene. La politica richiede coraggio, e almeno questa caratteristica non difetta a Renzi – anzi, ne ha fin troppo – mentre gli altri ne sono sprovvisti.Non diversamente sono andate le cose nel centro-destra, e in particolare in Forza Italia. Al di là dei proclami, sensibilità politica, esperienza amministrativa (sana) e competenze specifiche non sono certo stati i criteri di selezione, tanto che persino un uomo equilibrato e misurato come Gianni Letta ha dovuto sbottare. Ma anche Salvini e Meloni hanno badato essenzialmente alla fedeltà. E del “centralismo a-democratico” dei 5stelle, con contorno di brutte figure come quella di quell’ammiraglio già consigliere comunale in carica per una lista civica guidata dal Pd o del tizio indicato come sfidante di Renzi a Firenze nella sfida diretta di collegio, che risulta un ex iscritto al Pd che ha fatto campagna per il sì al referendum costituzionale, vogliamo parlarne? La verità è che la mediocrità delle leadership chiama altra mediocrità, in un loop che non sembra avere fine. Tanto che, in questo quadro, appare sotto una luce decisamente migliore non solo chi si è sottratto e chiamato fuori, come Enrico Letta, Cuperlo o Tremonti, ma anche chi, suo malgrado, è stato messo fuori senza andare troppo per il sottile. Non tutti, sia chiaro. Che i Razzi o gli Scilipoti non siederanno più sugli scranni di Montecitorio o palazzo Madama farà solo che bene alla salute, malconcia assai, della nostra democrazia. Tuttavia, si è formato un piccolo partito, del tutto trasversale, di “riserve della Repubblica”, che verranno bene in una situazione post elettorale che presumibilmente richiederà (per fortuna) caratteristiche del tutto diverse da quelle dei capipartito scesi

enrico letta

in campo e dei loro accoliti. D’altra parte, non solo il subentrato Monti del 2011, ma anche chi si è avvicendato a palazzo Chigi nel corso della legislatura apertasi con il voto del 2013 e in via di conclusione – Letta, Renzi, Gentiloni – è stato un “perdente di successo” (copyright Michele Ainis) e magari, come nel caso dell’attuale segretario del Pd, un non parlamentare. A conferma che non solo era (e rimane) una bufala la questione dei “candidati premier”, non prevista dalla Costituzione e dunque una aperta violazione di essa – a proposito, ci fa piacere che lo dica con nettezza e persino veemenza il presidente Napolitano, ma non era meglio se da inquilino del Quirinale avesse stoppato questa barbarie? – ma che la politica percorre sempre strade più complesse di quelle stupidamente semplificate a cui la si vorrebbe costringere. Ce ne accorgeremo dopo queste “inutili” (le virgolette sono multiple) elezioni, quando gli eletti saranno chiamati a ratificare gli accordi che si dovranno fare. Intese che riusciranno meglio a chi evita la rissa o ancor meglio a chi è rimasto fuori. E quando sarà il capo dello Stato, mai come in questa circostanza, a dare le carte. Suo malgrado, lo sappiamo. Ma siamo sicuri che non si tirerà indietro. E che il partito di chi sta fuori gli darà una mano decisiva.(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Bersani ammicca ai 5 stelle: E’ fantapolitica?

Posted by fidest press agency su lunedì, 27 marzo 2017

bersaniErrare humanum est, perseverare autem diabolicum. Pier Luigi Bersani persevera nel suo finora infruttuoso tentativo di corteggiamento di Grillo e dei grillini, sprezzante del pericolo di cadere pesantemente nel ridicolo. E non ha neppure la scusante di aver letto Michel Houellebecq, il grande scrittore francese che al Corriere della Sera ha distillato il suo pensiero sulla grandezza della democrazia diretta e il fallimento di quella rappresentativa, che immaginiamo sarà subito ingaggiato dai pentastellati come loro maître à penser, anche se è assai improbabile che ce ne sia uno che lo conoscesse prima di questa intervista, non a caso titolata “Sono populista”. Già, perché il buon Bersani ha parlato prima che i populisti nostrani ottenessero questo popò di copertura intellettuale. Ci ha dunque messo solo del suo, l’uomo che ha portato la “ditta” fuori dal Pd, nonostante che nel 2013, alle sue avances perché aderisse ad un governo “di minoranza e di combattimento”, Grillo gli avesse risposto con un umiliante “vaffa”, facendolo beppe_grillo-fonte-wikipediadefinire dagli scagnozzi uno “zombie”, e altre amenità del genere. Non contento, ora ci ritenta, con l’aggravante che nella prossima legislatura le parti saranno invertite, e dunque sarebbe Bersani a fare da portatore di voti a Grillo. Perché, per come si stanno mettendo le cose, sia il centro-sinistra sia il centro-destra, salvo miracoli, sono destinati a perdere.Ora è vero che nel sistema proporzionale, specie se la legge elettorale dovesse restare quella riveniente dagli interventi censori della Corte Costituzionale, e cioè con il premio di maggioranza assegnato alla lista e non alla coalizione (oltre la soglia del 40%, improbabile per chiunque), risultare il primo partito non porta automaticamente alla guida del governo. Tuttavia, la primazia dà diritto ad avere, per prassi consolidata, il primo incarico da parte del presidente della Repubblica, e aiuta l’incaricato a cercarsi i voti o nelle consultazioni, se l’incarico sarà – come crediamo e speriamo – prudentemente esplorativo, o in parlamento, nella malaugurata ipotesi che il capo dello Stato assegni un mandato pieno. E in questo caso, sappiamo che i fuoriusciti dal Pd – salvo che D’Alema non provveda a smentire Bersani, come auspichiamo – sono pronti ad appoggiare quello che è stato imprudentemente definito un “partito di centro”, partendo dal presupposto (è sempre il Bersani pensiero a parlare) che se alle prossime elezioni s’indebolisse aprirebbe le porte ad una “robaccia di destra”. Cosa che renderebbe Grillo e i suoi, potabili.
Bersani si è bevuto il cervello? Nel caso, è in buona in compagnia. Anzi, peggio di lui è, manco a dirlo, Michele Emiliano, che si azzarda a sostenere che “se non ci fosse il movimento 5 Stelle la crisi sarebbe senza speranza”. D’accordo che, dopo la sua battaglia contro la trivelle (ricordate l’inutile referendum dell’anno scorso?) e quella per evitare la posa di un tubo sottomarino che senza danno porterebbe in Italia gas pregiato dall’Est, appare evidente a tutti che si tratta di un populista che ha sbagliato partito, ma metterla in questi termini proprio mentre si candida alla segreteria del Pd è davvero troppo. Più cauto, ma non per questo meno sorprendente, è la sponda che Enrico Letta ha voluto offrire a Bersani (“capisco Pier Luigi”), ovviamente in chiave anti-Renzi.
Vi domanderete, cari lettori, perché in questo luogo che si fa vanto di essere non convenzionale, si stia dando così tanto spazio ad un fenomeno destinato ad essere marginale come il “nuovo” partito degli anti-renziani. La risposta è semplice. Noi di TerzaRepubblica non abbiamo mai risparmiato critiche – seppur sempre costruttive – a Renzi e al renzismo, ma abbiamo sempre detto che di fronte alla deriva populista e qualunquista rappresentata da Grillo e dai dilettanti allo sbaraglio che lo seguono come adepti di una setta (salvo altrimenti essere cacciati), nessun errore di Renzi come pure del Berlusconi presidente del Consiglio potrà essere stato e potrà mai essere in futuro così grave da farci esitare. Anzi, siamo andati oltre, chiedendo ai riformisti e ai moderati di smetterla di baloccarsi nell’illusione di poter conseguire una vittoria come quelle che entrambi i fronti hanno avuto nel corso della Seconda Repubblica, e di costruire fin d’ora le basi di un’alleanza in chiave anti-5stelle. E non contenti, abbiamo detto che essa va con coraggio dichiarata prima del voto, per trasparenza nei confronti degli elettori e perché se si vuole dare basi minimamente solide alla prossima legislatura, almeno su alcuni punti fondamentali andrà trovata una convergenza costruita nel tempo.Dalla scelta pro Europa – pur con tutti i distinguo che si debbono fare su come è stata costruita fin qui – alla comune volontà di aggredire in modo strutturale il debito pubblico, da un piano di revisione radicale del decentramento amministrativo ad un programma economico di natura liberal-keynesiana, fino ad comune intendimento di mettere fine allo squilibrio tra magistratura e politica come caposaldo per una vera riforma della giustizia, queste sono le cose su occorre concordare partendo fin d’ora da un lavoro di progressiva condivisione. Con la premessa che a monte da parte di riformisti e moderati c’è l’adesione senza riserve alla democrazia parlamentare e l’abiura non tanto della concezione rousseauiana della democrazia diretta in cui davvero “uno vale uno”, che ha il solo difetto di essere inapplicabile della società di massa – e di cui sicuramente sarà sincero paladino Houellebecq ma con la quale Grillo non ha nulla a che fare – quanto di quella pratica e di quel linguaggio che è corretto catalogare come anti-politica o anti-casta, per cui il populista è colui che si accredita agli occhi dei cittadini come il fustigatore dei costumi corrotti. A questo proposito, e soprattutto in merito all’inutile ginnastica di chi accusa Grillo di non essere un capo democratico – come se un movimento come il suo potesse essere altro che uno strumento nelle mani del “depositario della verità” – segnaliamo un bellissimo articolo del professor Dino Cofrancesco sul Secolo XIX (che provvediamo a riprodurre su TerzaRepubblica).Tornando alle “forze di governo”, è venuto il momento di decidersi a stabilire chi sono i possibili alleati e chi gli impraticabili. In mancanza, il Pd sarà solo preda delle sue guerre interne, Forza Italia finirà vittima della contraddizione di un’impossibile alleanza con Salvini (starà poi a chi nella Lega si distingue decidere da che parti mettersi) e la destra sovranista, e nessuna forza di centro avrà forza sufficiente o potrà nascere ex novo. A tutto vantaggio dei grillini, cui nessun fallimento negli enti locali, neppure quello ormai conclamato in Campidoglio, potrà fermarne l’ascesa. Partiti avvisati…(Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Cinque stelle a un bivio

Posted by fidest press agency su lunedì, 18 marzo 2013

Quanto è accaduto al Senato costituisce un precedente che il fondatore del Movimento non può ignorare. Questo è il motivo del suo forte e severo richiamo per chi ha indebolito la monolitica posizione di chi per anni ha fondato il suo convincimento e quello dei suoi milioni di sostenitori sulla necessità di un ricambio della classe politica incapace di cavalcare il diverso riciclando i totem del passato. Quasi un anno fa analizzando il progetto portato avanti da Grillo ebbi a dire che sarebbe riuscito in pieno solo se avesse raggiunto il 40% del consenso popolare. Non è stato così e ora dobbiamo fare i conti con una mezza vittoria di tutti, compreso il Pdl. A questo punto Grillo, logicamente, punta a una prova d’appello e vuole arrivarvi con coerenza riaffermando che questa classe politica non è capace di porre mano a un reale cambiamento. Sull’altro versante Bersani vuole dimostrare a quei elettori che hanno preferito votare Cinque stelle che non c’è bisogno di lanciare “segnali di guerra” perché il Pd è capace di rinnovarsi e ha pensato di dimostrarlo con l’elezione di due outsider alla Camera e al Senato. Ma, ed è lo stesso Bersani che lo dice, “governare” è un’altra cosa. La domanda che ora mi pongo è: saranno capaci i parlamentari del Pd di sostenere un cambiamento che, per la mentalità corrente delle logiche partitiche, è a dir poco “rivoluzionario”? Ora, quindi, tutto dipende dal “fattore umano”. The flesh is weak, dicono gli inglesi. E il buon giorno incomincerà proprio sulla scelta del Capo dello stato poiché sarà lui a dirigere l’orchestra nei mesi prossimi. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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Bersani non può capire

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2013

Gli otto punti “salvifici” fissati da Bersani vorrebbero essere adoperati, nelle intenzioni dell’autore, come una sorta di grimaldello con il quale penetrare nella roccaforte dei grillini. La verità ci dimostra, invece, che rappresenta un gesto disperato di chi non sa che pesci prendere. D’altra parte lo ha spiegato molto bene D’Alema facendo capire, nel suo intervento, che se non ci fosse stato Berlusconi il Pd si sarebbe alleato con il Pdl, ovvero per la conservazione di là di quelli che rappresentano i conflitti d’interesse e i guai giudiziari e le leggi ad personam del cavaliere. A questo punto due sono gli aspetti che potrebbero indurre i parlamentari del Movimento cinque stelle a respingere al mittente una proposta che se è nei contenuti allettante potrebbe trasformarsi in una polpetta avvelenata per chi si accingesse ad inserirla nel suo menu. Il primo è la credibilità. Il Pd dovrebbe indicare tempi e modi d’attuazione del programma proposto, ma su questo terreno “scivoloso” vi sono le corsie “burocratiche” delle varie commissioni parlamentari e i loro tempi che un’accorta regia potrebbero trasformare in biblici. Il secondo è la stessa collocazione del Pd nei confronti del suo elettorato. Qui non parliamo di destra o di sinistra ma semplicemente del ruolo che la società civile sta assumendo tra chi ha e chi è e il chi è dei democratici sembra votato ad essere edulcorato con il chi ha, ovvero con i grossi interessi finanziari, economici et similia dei poteri forti italiani, continentali e mondiali. Questa è la differenza e non credo sia da poco. (Riccardo Alfonso fidest@gmail.com)

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La preistoria della Gelmini

Posted by fidest press agency su giovedì, 7 marzo 2013

“Bersani non comprende l’esito elettorale, il Pd ha perso voti quando ha indugiato nell’antiberlusconismo e non ha dato risposta ai problemi concreti del paese. Si è illuso in un accordo con Grillo che ha respinto al mittente ogni disponibilità e siamo lontani da una soluzione”. Lo dice a Radio 24 Maria Stella Gelmini commentando l’ennesimo no del Pd al Pdl. Maria Stella Gelmini promette che “il Pdl non starà con le mani in mano, darà battaglia in Parlamento, su abolizione dell’Imu sulla prima casa, riduzione cuneo fiscale, riforma fiscale, quoziente familiare, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti”.Riguardo al M5S e ai grillini, Gelmini precisa: “Credo che sia sbagliato ironizzare su chi è stato eletto e magari non ha una conoscenza approfondita delle istituzioni, nel tempo l’esperienza si fa”. Ma boccia completamente l’ideologia. “Mi preoccupa di più il contenuto del programma M5S simile a quello di rifondazione comunista, il no alle grandi opere, no alle infrastrutture, lo statalismo, l’approccio ideologico alla scuola mi pare un programma che forse viene presentato in modo moderno sul web ma nei contenuti è veramente preistorico”.

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Diversamente politici

Posted by fidest press agency su domenica, 3 marzo 2013

Scrive Rosario Amico Roxas: “Non basta il voto degli elettori per fare di persone dotate di buona volontà anche dei buoni politici. La loro vocazione di servire la democrazia si scontra frontalmente con l’imposizione del capo che non tratta, non discute, non collabora, e non permette che si possa trattare, discutere, collaborare. Lo slogan è “tutti fuori” e per ottenere tale risultato non c’è nulla di meglio che esaltare la ingovernabilità e paralizzare un paese già palesemente claudicante di suo. I giovani che hanno creduto, gli adulti che hanno voluto protestare, si ritrovano adesso nell’alveo di un fiume dopo un furioso temporale, mentre esondano i margini e la piena dilaga travolgendo ciò che resta.
Non c’è un rimedio che viene proposto,valutato, ipotizzato, ma solo il peggio che dovrebbe rigenerarsi e modificare, per inerzia, la storia della nazione. L’idea di distruggere per poter ricostruire al meglio è vecchia, ed ogni tentativo di proporla è stato causa di immani tragedie, perché la storia può essere indirizzata a progetti di sviluppo e di progresso, ma non certo di riedificazione dopo aver raso al suolo l’immagine stessa della storia. Così tanti giovani fiduciosi sono stati ridotti a “diversamente politici”, asserviti alla assurda logica del “tanto peggio tanto meglio”; è stata carpita la loro buona fede, la loro fiducia, senza dare loro nulla in cambio se non la promessa di distruggere ciò che ancora rimane. Senza speranza non c’è futuro.”
E’ a mio avviso un argomentare interessante e condivisibile se non vi fosse un ma. Ebbi già modo alcuni mesi fa di parlare del Movimento Cinque stelle e vi intravidi la possibilità che potesse funzionare da grimaldello per aprire la porta e farvi entrare aria nuova. Aggiunsi, tuttavia, che per essere completo il successo il movimento avrebbe dovuto ottenere almeno il 35% dei consensi. Non è stato così e me ne rammarico perché lo schiaffo ricevuto dai partiti non è stato da Ko e ora cercano di correre ai ripari adottando i soliti sistemi di corruzione, di seduzione, di disinformazione.
Per quanto si possa dire male di Grillo egli è stato il solo capace di renderci consapevoli di quello che siamo e che potremmo non essere se solo lo volessimo. Qui parliamo di un terzo, o quasi, degli italiani che ha votato Berlusconi completamente dimentichi di ciò che è stato e continua a essere e dei danni che ha provocato con il suo Governo. Qui parliamo di un altro terzo degli italiani, o giù di lì, che ha votato il Pd dimentico che è stato il partito responsabile dell’ascesa di Berlusconi, di averlo favorito non affrontando la legge sul conflitto d’interessi e sui tanti processi che se non hanno avuto la loro naturale conclusione lo si deve alle diverse leggi ad personam che gli hanno permesso di stravolgere il sistema giudiziario italiano. Non dimentichiamo, inoltre, che Bersani durante tutta la recente campagna elettorale è stato un “timido interlocutore” di fronte all’arroganza di un mattatore della taglia del cavaliere. Si percepiva quasi la voglia di favorire Berlusconi e di portarlo a governare di nuovo il paese come se nulla fosse. E ora ci meravigliamo che almeno una parte degli italiani abbia avuto la consapevolezza che esisteva ed esiste una sola forza capace di spezzare questi inciuci e d’offrire agli italiani un’alternativa scompaginando gli orditi di palazzo? Per quanto possa sembrare surreale a taluni il successo, sia pure parziale dei grillini, esso è diventato la sola e unica speranza degli italiani, di quelli, per intenderci, come Rosario, che credono nei valori della democrazia, della giustizia e della libertà. Abbiamo toccato il fondo? Forse, ma vi era un’alternativa diversa? Non credo sic stantibus rebus. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Bersani: la vittoria di Pirro

Posted by fidest press agency su mercoledì, 11 novembre 2009

Editoriale fidest. L’on.le Bersani ha vinto la corsa per la segreteria del Pd, ma è stata una vittoria di Pirro. Ora gli tocca contare i pezzi che sta perdendo per aver ristabilito il vecchio criterio partitico intorno alla logica trasformista di quello che fu il Partito comunista in Italia che iniziò il suo mutamento di pelle, ma solo formale, a partire dagli anni novanta. Pensò in questo modo di salvarsi dal crollo di una ideologia che, con il muro di Berlino, segnò il suo definitivo de profundis. Pensò di avere ragione d’esistere almeno in Italia dove un altro muro, ma questa volta di segno opposto, era crollato: la leadership democristiana e quella dei suoi alleati sotto le picconate dei magistrati di “mani pulite”. Ancora una volta non si comprese l’umore degli italiani e, se vogliamo, i loro pregiudizi sul partito comunista e la loro diffidenza per una svolta fin troppo opportunistica e per giunta tardiva. Questa vacatio la colse Silvio Berlusconi ereditando l’elettorato che si sentiva ancora anticomunista e gli permise di vincere le elezioni. E le vinse, di nuovo, dopo una sconfitta “fortunosa” proprio perché il trasformismo della dirigenza in odore di “comunismo” non era riuscita a far perdere le sue tracce. Si attribuì il calo dei consensi all’abbraccio “mortale” con la sinistra radicale, ma il male, elettoralmente parlando, non era tutto lì. Era nel fatto che nel Pd non poteva esserci spazio per farvi entrare l’altro partito “La Margherita” se non si superavano le vecchie logiche spartitorie e una leadership fortemente compromessa con il suo passato. Oggi, che ci troviamo con il post berlusconismo, ancora una volta gli ex-comunisti del Pd non hanno capito la lezione e dovranno mettere in conto defezioni e la crescita esponenziale di un forte partito di centro che non si fa venire il torcicollo guardando ora a destra e ora sinistra. Lo ha capito Fini e molti altri come lui che credono più ad un elettorato moderato e dove alle tute blu si passa a quelle bianche, ma soprattutto alla grande voglia di uomini con una visione diversa della politica e per la quale se non vi è più posto per il berlusconismo lo è ancora meno per D’Alema e i suoi amici. Se sapessero almeno staccare la corrente al momento giusto senza far andare in cortocircuito l’intero sistema politico italiano. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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