Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 244

Posts Tagged ‘Biden’

The Economist this week: Biden’s China doctrine

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2021

Our cover this week is about President Joe Biden’s China doctrine. Between them, Mr Biden and Donald Trump have engineered the most dramatic break in American foreign policy in the five decades since Richard Nixon went to China. Optimists long hoped that welcoming China into the global economy would make it a “responsible stakeholder”, and perhaps bring about political reform. Today Mr Biden foresees a struggle that pits America against China—a struggle that he says can have only one winner. The administration believes that America must blunt China’s ambitions, by building up its strength at home and working with allies abroad. Much about Mr Biden’s new doctrine makes sense, but the details contain a lot to be worried about—not least the fact that it is unlikely to work. Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

Posted in Estero/world news, Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il tempo stringe: Biden e le due strade per le infrastrutture

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 giugno 2021

By Domenico Maceri. Il Senato americano si prende una pausa di due settimane per il weekend del 4 luglio, festa dell’indipendenza. Poi il mese di agosto i senatori hanno in calendario un’altra pausa di quattro settimane per letture estive nella loro preparazione per la stagione legislativa che inizia nel mese di settembre. Dei 24 mesi dall’insediamento di Joe Biden fino alle prossime elezioni di midterm nel 2022 quindi si va a una riduzione di un mese e mezzo. Bisogna poi aggiungere anche un altro mese perduto dopo l’insediamento per le negoziazioni delle procedure causate dal “pareggio” al Senato di 50 a 50. Mitch McConnell, leader repubblicano, e Chuck Schumer, leader democratico, hanno alla fine trovato il compromesso che dà ai democratici il lieve controllo della Camera Alta. Da febbraio ad oggi sono anche passati quasi altri cinque mesi, quindi all’amministrazione di Biden ne rimangono 17 in cui i democratici controllano sia il potere esecutivo che quello legislativo. Il tempo stringe e i repubblicani stanno facendo di tutto per fare scadere l’orologio, sperando di ottenere la maggioranza in una o ambedue le Camere alle elezioni di midterm. In tal caso, Biden si vedrebbe le mani quasi completamente legate e diventerebbe un’anatra zoppa per i due anni restanti del mandato. I democratici sanno benissimo dell’ostruzionismo anche perché McConnell lo ha confermato quando ha detto che la sua strategia sarà quella di bloccare l’agenda “sinistroide” del presidente Biden. Gli ultimi episodi di questo ostruzionismo si sono veduti recentemente quando i repubblicani hanno bloccato la formazione di una commissione per studiare l’insurrezione al Campidoglio il 6 gennaio scorso. Il senatore democratico conservatore del West Virginia Joe Manchin credeva che si fossero potuti trovare 10 senatori repubblicani favorevoli i quali si sarebbero aggiunti ai 50 democratici per approvare la misura. Manchin infatti aveva anche direttamente chiesto il favore a McConnell il quale si è rifiutato, vedendo la creazione della Commissione un serio svantaggio alle prospettive elettorali del suo partito nel 2022. Un altro esempio di ostruzionismo molto più fresco si è avuto con l’apertura al dibattito su HR1, For the People Act, la misura di legge sulla riforma elettorale approvata alla Camera. Non si trattava di sottoporla al voto ma semplicemente di iniziare il dibattito che avrebbe sfociato in modifiche promosse da Manchin in un altro tentativo di operare in maniera bipartisan.Manchin aveva annunciato delle modifiche sperando che una decina di senatori repubblicani avrebbero accettato ma McConnell è riuscito a mantenere il suo caucus compatto. I democratici sapevano già che la loro riforma non sarebbe stata approvata ma hanno promosso la misura per cominciare a convincere Manchin e l’altra senatrice democratica Kyrsten Sinema (Arizona) all’eliminazione del “filibuster” che richiede una super maggioranza di 60 dei 100 voti al Senato per procedere ai dibattiti e le votazioni.Alcuni democratici di sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare di New York (14esimo distretto) hanno perso la pazienza e vedono le sole possibilità di agire mediante l’eliminazione del filibuster. Si tratta di una preoccupazione seria poiché se da una parte i repubblicani sono molto efficaci con il loro ostruzionismo si stanno anche preparando in maniera pericolosa alle prossime elezioni. Il Brennan Center for Justice, un’organizzazione progressista alla Facoltà di Legge nella New York University, ci informa che dall’elezione del 2020 ad oggi 17 Stati hanno approvato leggi che limitano il diritto al voto. Questa strategia di Stati dominati da repubblicani si rifà alle leggi del Sud di ridurre i diritti degli afro-americani dopo la Guerra Civile che sono continuati e espansi anche negli Stati del Nord. Si tratta di leggi che riducono le opportunità di votare le quali colpiscono in grande misura gli afro-americani, altri gruppi minoritari, e in linea generale le classi più povere che di solito votano in massa contro i repubblicani. In alcuni Stati, leggi già promulgate ed altre in programma tolgono addirittura alle circoscrizioni locali il diritto di dichiarare i vincitori nelle elezioni conferendolo alle legislature Statali. Questa è stata una strategia di Donald Trump il quale cercò di fare ribaltare le elezioni locali specialmente in Georgia, Arizona, Michigan, Nevada e Pennsylvania, gridando alla frode elettorale senza però offrire prove.Nonostante queste attività antidemocratiche i senatori continuano a cercare strade bipartisan. Dieci di loro, 5 repubblicani e 5 democratici, hanno raggiunto un accordo sulle infrastrutture che il presidente Biden ha accettato. L’accordo stanzierebbe 1000 miliardi di dollari (600 mila nuovi investimenti) sulle infrastrutture tradizionali come strade, ponti, reti ferroviarie ecc. La sinistra però non è entusiasta poiché non include le “infrastrutture umane”, investimenti sulle famiglie, asili nido per tutti i bambini, e le iniziative per affrontare i cambiamenti climatici. Nancy Pelosi, speaker della Camera, e Schumer, leader al Senato, hanno ambedue reiterato l’importanza delle infrastrutture umane senza nascondere la loro delusione. Biden ha reiterato anche lui la priorità delle infrastrutture umane e ha chiarito che sarebbero incluse in un altro disegno di legge che verrebbe approvato mediante la manovra di “reconciliation”. Questa manovra raggira il “filibuster” poiché richiede solo 50 voti invece di 60 al Senato. La manovra bipartisan e quella probabilmente solo con voti democratici verrebbero considerate in tandem. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che non firmerà una legge senza l’altra.Al momento Biden sta tentando di remare con la destra e anche con la sinistra. La strada bipartisan riflette la sua visione tradizionale di centrista e quella della “reconciliation”, la sua nuova faccia progressista. Molto dipenderà da McConnell il quale si è espresso con parole dure sulla doppia strada intrapresa da Biden. Il leader della minoranza al Senato ha detto che rimane confuso dalle prospettive “bipartisan” di Biden le quali contrastano con “l’ultimatum” di imporre il suo veto se solo una della due misure arriverà alla Casa Bianca. Comunque vada, il 46esimo presidente non chiude la porta né a una politica bipartisan né alle manovre delineate solo dai democratici. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La proposta del budget di Biden: fra aspirazione e realtà

Posted by fidest press agency su domenica, 6 giugno 2021

By Domenico Maceri. La manovra di bilancio del presidente Joe Biden è la “più spericolata e irresponsabile proposta di budget” della storia. Con queste parole Kevin McCarthy, parlamentare di Bakersfield, California, e leader della minoranza repubblicana alla Camera, ha espresso il suo giudizio di parte sull’annuncio dell’attuale presidente. Nancy Pelosi, parlamentare democratica di San Francisco e speaker della Camera, invece, ha controbattuto che si tratta di “un’evidente dichiarazione dei valori dei democratici” per i bisogni dei lavoratori e le famiglie americane. Nessuno dei due giudizi coglie appieno il piano di bilancio di Biden per il 2022 ma quello della Pelosi si avvicina molto di più.La manovra di budget per il 2022 di Biden costerebbe 6 mila miliardi di dollari e rappresenta una spesa che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale. Quando vi si aggiungono agli investimenti di 1900 miliardi dell’American Rescue Plan, legge firmata da Biden per affrontare la pandemia, si cominciano a capire le sue priorità. L’attuale inquilino della Casa Bianca interpreta il ruolo del governo in modo attivo per il bene dell’America. Si tratta anche di una ridistribuzione delle risorse che mirano a ridurre, anche se in maniera leggera, il divario creatosi fra ricchi e poveri negli ultimi decenni. La spesa della manovra corrisponde a un aumento del 35 percento in comparazione a quella prima della pandemia. Biden investirebbe su programmi che sono popolari con gli americani incluso la pubblica istruzione, la ricerca, i ponti, le strade, la banda larga, asili nido e scuole per l’infanzia per tutti i bambini e l’ampliamento della sanità per gli anziani. Include inoltre investimenti per le ricerche necessarie per affrontare il riscaldamento globale e investimenti anche per coprire le rette dei primi due anni di università. I costi verrebbero coperti in parte da prestiti come pure da aumenti alle tasse dei redditi alti e le corporation.La manovra di bilancio di Biden riflette in buona misura la sua piattaforma elettorale ma non in maniera completa. Per la sanità il candidato Biden aveva respinto le richieste di Medicare for All, il sistema governativo per gli over 65, a tutti gli americani, come insistevano i due candidati liberal Bernie Sanders (Vermont) e Elizabeth Warren (Massachusetts). Il candidato Biden aveva promesso invece una “public option”, una opzione di assicurazione pubblica da comprare, con benefici simili a quelli del Medicare. Nel suo piano di bilancio questa “public option” non è menzionata. Manca anche l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, cavallo di battaglia dei due senatori liberal, sostenuto anche da Biden anche se in maniera poco convincente.Una delle critiche sollevate è stata la questione delle spese e l’impatto al deficit che aumenterebbe a 1800 miliardi nel 2022 e poi scenderebbe a 1300 nei prossimi dieci anni. Considerando i tassi di interesse a bassissimi livelli, però, Biden ha spiegato che questa è una buonissima opportunità per investire nel futuro. Nonostante tutto, però, le spese del governo americano continuerebbero a rappresentare una percentuale del Pil inferiore a quella di altri Paesi industrializzati dell’Europa Occidentale.Secondo Biden si tratta di investimenti che stimolerebbero la prosperità per le famiglie in un’economia globale in costante e rapido cambiamento. La classe media e i poveri ci guadagnerebbero senza però avere un impatto negativo sulla crescita. L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha continuato spiegando che più soldi nelle tasche dei consumatori alla fine aiuterebbero anche le corporation con l’aumentata richiesta di prodotti e servizi.Il piano sul bilancio annunciato tipicamente dai presidenti americani non significa che sarà necessariamente approvato dalle due Camere legislative. Si tratta di una road map sulle priorità dell’inquilino alla Casa Bianca che saranno riprese dai legislatori. Non tutte le aspirazioni del presidente verranno effettuate anche se i democratici, persino quelli di sinistra, hanno benedetto il piano di Biden. L’eccezione verte sulle spese per la difesa. Il Congressional Progressive Caucus, l’ala sinistra dei parlamentari democratici, ha criticato il bilancio americano sulla difesa considerandolo eccessivo. Difatti, i costi per le spese militari superano il totale di quelle degli altri dieci paesi che più spendono per la difesa. Come si aspettava, i repubblicani hanno dissentito, asserendo che il budget di Biden riflette tagli alla difesa.Il nodo però rimane l’arduo percorso legislativo, tenendo conto delle leggerissime maggioranze del partito del presidente sia alla Camera che al Senato. L’altro ostacolo ovviamente rimane la salita nella Camera Alta, dove, secondo la regola del filibuster, ci vogliono non 51 dei 100 voti favorevoli ma 60, permettendo alla minoranza repubblicana di dare filo da torcere ai disegni di legge approvati dai democratici.In un discorso a Tulsa in Oklahoma per commemorare l’eccidio di più di 300 afro-americani avvenuto il 31 maggio 1921, Biden ha anche toccato il tema dei progressi fatti della sua amministrazione per la giustizia razziale. Ha però anche chiarito che le sue mani sono legate dal fare di più poiché ha solo una maggioranza risicata alla Camera di solo 4 voti e al Senato solo 50 dei 100 senatori sono democratici. Inoltre, Biden ha anche rilevato che con due senatori democratici che spesso votano con i repubblicani è difficile approvare leggi che favoriscano il diritto al voto. Il 46esimo presidente si riferiva senza però citare i nomi a Joe Manchin (West Virginia) e Kyrsten Sinema (Arizona), ambedue democratici i quali con frequenza si schierano con i repubblicani e difatti sono ambedue contrari all’eliminazione del filibuster. Questa regola che richiede 60 voti al Senato per procedere ai voti dà alla minoranza in Senato il potere di bloccare leggi favorite dalla Camera, dal presidente, e spesso dalla stragrande maggioranza degli americani. L’esempio più eclatante si è visto recentemente quando la legge sulla Commissione per gli assalti al Campidoglio ha ricevuto solo 55 dei 60 voti necessari. Biden non ha esplicitamente fatto richiesta di eliminare il filibuster ma lo ha suggerito, ricordando a Manchin e Sinema che ha bisogno del loro aiuto.Fino ad adesso questi due senatori democratici provenienti da Stati conservatori sembrano non sentire le parole di Biden. In una recente intervista Sinema ha risposto che il filibuster mantiene la protezione della minoranza e protegge anche la democrazia. La sua definizione di democrazia non richiede il 51 ma il 60 percento al Senato. Una definizione anomala di democrazia che dà alla minoranza troppo potere. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden piace ai liberal ma non tanto in affari esteri

Posted by fidest press agency su martedì, 25 maggio 2021

By Domenico Maceri “Parla come moderato ma sta governando per soddisfare l’estrema sinistra”. Con queste parole, Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza repubblicana al Senato, commentava la politica di Joe Biden. McConnell ha continuato spiegando che nella campagna elettorale Biden aveva promesso un governo bipartisan ma difatti governa come “un socialista”. Queste asserzioni di McConnell sono comuni fra i repubblicani per strizzare l’occhio all’ala destra del loro partito, ma contengono in un certo senso una dosi di verità. Biden sta difatti sorprendendo molti con la sua politica liberal specialmente negli affari interni ma su quelli esteri si tratta di un’altra cosa.Bill Clinton, il 42esimo presidente, 1993-2001, spiegò agli americani che “The era of big government is over” (L’era dei grandi programmi governativi è finita) riprendendo in un certo senso il concetto di Ronald Reagan che il governo non è amico del popolo. Con Biden si direbbe che “The era of big government is back” (Si ritorna ai grandi programmi governativi). E difatti l’American Rescue Plan (il pacchetto di 1900 miliardi di dollari) per fare fronte alla pandemia, già approvato con voti solo democratici, si è rivelato popolare anche con i legislatori repubblicani. Alcuni di loro hanno infatti lanciato annunci reiterando che sussidi alle piccole aziende stanno arrivando nonostante il fatto che loro avevano votato contro. La popolarità del disegno di legge ci viene anche confermata da non pochi sindaci e governatori repubblicani che hanno visto i benefici per i loro cittadini. Persino gli elettori di Kevin McCarthy, leader della minoranza repubblicana alla Camera, ne hanno beneficiato in maniera significativa, specialmente a causa dei loro bassi redditi. Il pacchetto avrà anche un impatto notevole poiché ridurrà il livello della povertà del 50 percento. Trentanove milioni di famiglie americane di basso reddito, infatti, riceveranno assegni familiari di 300 dollari al mese per ogni figlio al di sotto di 6 anni e 250 dollari per quelli da 6 a 17 anni.Inoltre, la proposta sulle infrastrutture di 2300 miliardi ci chiarisce che Biden intende investire in grande per il futuro dell’America. Questo piano, però, avrà bisogno di voti repubblicani i quali hanno già indicato che lo vorrebbero ridurre a 800 miliardi. Di questi giorni si sta negoziando ma in caso di mancanza di un accordo bipartisan Biden potrebbe usare la strada della “reconciliation” come ha fatto per il pacchetto contro la pandemia, anche se questa strada non è tanto facile. Tutto sommato, l’ala sinistra del Partito Democratico è rimasta soddisfatta ed ha fatto quadrato intorno a Biden. Non si sono sentite voci di dissenso nemmeno dai più noti rappresentanti della sinistra come Bernie Sanders, (senatore del Vermont), Elizabeth Warren (senatrice del Massachusetts) e Alexandria Ocasio-Cortez (parlamentare del 14esimo distretto di New York).Ciò non vuol dire che la sinistra sia completamente soddisfatta con l’operato di Biden specialmente per quanto riguarda il mancato aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il supporto della Green New Deal, e la proposta di Medicare for All (Sanità pubblica per tutti). Si crede però che Sanders potrebbe essere soddisfatto con una riduzione da 65 a 60 o 55 anni per qualificare al Medicare. Non coprirebbe tutti ma si tratterebbe di un notevole passo avanti.Se la politica interna di Biden ha soddisfatto la sinistra, quella estera ha dimostrato in grande misura un centrismo tradizionale che si rifà alle radici dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Va ricordato che Biden è stato un politico moderato per quasi tutti i 51 anni di vita politica. Negli ultimi anni del suo percorso, quello da presidente, però si è spostato a sinistra in parte perché spinto dal cambiamento del suo partito ma anche come reazione ai quattro anni di presidenza di Donald Trump. L’ex presidente, al di là della sua politica strampalata, si è concentrato sulla riduzione delle tasse ai benestanti e la nomina di giudici per soddisfare i bisogni del suo partito.Biden, però, ha fatto sorridere la sinistra in politica estera con l’annuncio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan annunciata per il mese di settembre dell’anno in corso. Per quanto riguarda la recentissima patata bollente del conflitto nel Medio Oriente, Biden ha agito in maniera molto cauta. All’inizio ha dichiarato che l’Israele ha il diritto di difendersi se attaccato ma evidentemente in privato ha spinto Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano, per un cessate il fuoco, l’iniziativa egiziana, che al momento di scrivere è stato annunciato da Israele e Hamas. Biden ha avuto poche carte da giocare ma alla fine sembra che avrà avuto un impatto per la sospensione degli attacchi.Alcuni analisti sono stati sorpresi dalla politica liberal di Biden ma in realtà riflette la sua mancanza di preconcetti ideologici che reiterano la sua capacità di produrre risultati senza atteggiamenti dogmatici. Va ricordato che scelse Kamala Harris come sua vice nonostante i duri attacchi in campagna elettorale subiti dall’allora senatrice della California. In un’intervista a David Brooks del New York Times, Biden ha sostenuto di non essere cambiato poiché lotta per i diritti dei poveri da decenni. Il 46esimo presidente ha spiegato che ciò si deve in parte alle sue radici irlandesi. Gli antenati di Biden per secoli furono sottomessi dagli inglesi e lui capisce molto bene il concetto di “dignità”, identificandosi con quelli senza potere. A 78 anni, Biden ha capito anche che con ogni probabilità gli rimangono tre anni di mandato poiché si crede che non si ricandiderà. Dunque il tempo limitato a sua disposizione rifletterà la politica di un presidente che agisce con i suoi veri ideali pensando alla storia e al senso di giustizia invece di possibili vantaggi politici futuri. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden e i brevetti anti-Covid: le vite umane più importanti dei profitti?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 maggio 2021

Domenico Maceri. “Assolutamente. Certamente. È l’unica soluzione umana al mondo”. Ecco come il candidato Joe Biden rispondeva a una domanda nella campagna elettorale del 2020 se lui, da presidente, condividerebbe con il resto del mondo un vaccino anti-Covid scoperto dagli Stati Uniti. Biden continuò a chiarire che si condividerebbe la tecnologia con tutti poiché proteggere gli americani è impossibile senza la protezione di tutti gli esseri umani.Biden ha agito recentemente per mantenere la promessa fatta come si è visto dall’annuncio della sua rappresentante per il commercio Katherine Tai. Gli Stati Uniti si impegneranno ad approvare la sospensione dei brevetti per i vaccini onde affrontare in maniera più efficace la pandemia nei paesi poveri che fino ad adesso hanno avuto accesso limitatissimo ai vaccini. La Tai ha chiarito che l’amministrazione del 46esimo presidente rispetta la protezione della proprietà intellettuale ma le circostanze straordinarie del Covid-19 richiedono misure altrettanto straordinarie.L’annuncio è stato ricevuto come una piacevole sorpresa da alcuni membri della sinistra che spingevano Biden alla sospensione dei brevetti da parecchi mesi. Al voto di ottobre del WTO, l’organizzazione mondiale che si occupa degli aspetti sulla proprietà intellettuale in una procedura chiamata TRIPS, l’America aveva votato contro la mozione introdotta dall’India e l’Africa del Sud per sospendere i brevetti sui vaccini. Adesso che gli Stati Uniti hanno cambiato idea aumenteranno le probabilità che tutti gli altri 160 paesi faranno altrettanto. Difatti, parecchie voci importanti si sono dichiarate favorevoli, incluso la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e persino Papa Francesco ha incoraggiato la sospensione. Una rara voce di scetticismo è venuta a galla dalla cancelliera tedesca Angela Merkel ma ovviamente si tratta dell’inizio delle trattative. La prossima riunione del WTO avverrà a novembre e quindi ci sarà tempo per mettere tutti nella stessa strada.Il problema però è proprio il tempo, specialmente considerando la tragica situazione in molti paesi e specialmente in India. La mossa di Biden che sospenderebbe, ma non eliminerebbe la proprietà intellettuale, mira a reiterare l’emergenza globale. Il sistema capitalista è riuscito a trovare vaccini efficaci contro il Covid-19 ma solo una piccola parte degli esseri umani ha potuto beneficiarne. Fino ad adesso la stragrande maggioranza dei vaccini sono andati nelle braccia dei cittadini benestanti. In America ci si sta avvicinando al 50 percento di vaccinati e Biden ha promesso che si arriverà all’immunità di gregge raggiungendo il 70 percento per il 4 luglio, festa dell’indipendenza. Altri paesi occidentali stanno anche facendo notevoli progressi. Secondo alcuni calcoli, però, solo l’otto percento della popolazione mondiale ha ricevuto almeno una dosi del vaccino, livello molto basso. Il fabbisogno di vaccini per il mondo si aggira fra 10 e 15 miliardi di dosi per raggiungere l’immunità di gregge.L’annuncio di Biden della sospensione dei brevetti permetterebbe ad altri paesi come l’India, l’Africa del Sud, il Ghana ed altri a produrre vaccini e inoculare abbastanza persone per fermare la pandemia. Non si tratta solo dei brevetti, però, poiché la produzione dei vaccini richiede anche la condivisione del know-how, materiali, e anche fondi addizionali. Sedici miliardi di dollari sono stati stanziati a livello globale per questo programma e si crede che ulteriori fondi saranno necessari.Il primo passo, ossia la sospensione dei brevetti, non è stato però benvenuto dalle industrie farmaceutiche, specialmente dalla manciata di grosse aziende che stanno producendo i vaccini, preoccupate dalla possibile perdita di ingenti profitti. Sono stati rilevati i fatti che gli ingredienti per la produzione di vaccini sono limitati e l’apertura dei brevetti causerebbe concorrenza per questi scarsi ingredienti, creando ulteriori ostacoli alla produzione. Altri critici della mossa di Biden hanno rilevato che la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale creerà disincentivi per le aziende che investono sulla ricerca ed eventuale produzione di queste medicine. Si calcola che ci vogliono investimenti di parecchi miliardi di dollari per coprire le spese delle ricerche che conducono alla produzione di nuovi farmaci.Tutto questo è vero ma queste argomentazioni dimenticano il fatto che le ricerche spesso vengono fatte in parte da istituti universitari i quali ricevono la maggior parte dei loro fondi dai governi. Nel caso del vaccino anti-Covid il governo americano ha contribuito 18 miliardi di dollari mediante il programma Warp Speed durante l’amministrazione di Donald Trump. Questi contributi sono stati indispensabili al vaccino prodotto da Moderna le cui ricerche sono state anche assistite da lavoro fatto dal National Institute of Health. Inoltre la tecnologia mRNA, usata da Pfizer e Moderna, non è completamente nuova poiché è basata su ricerche fatte da Katalin Kariko, scienziata ungherese, trasferitasi negli Usa nel 1985, alla University of Pennsylvania. Quindi le aziende che ritengono i diritti dei brevetti non sono completamente basati su ricerche ed investimenti fatti esclusivamente da loro stesse.In effetti, le aziende non creano profitti completamente in isolamento e i diritti alla proprietà intellettuale hanno limiti. La storia ce lo conferma. La proprietà tecnologica sull’aviazione dei fratelli Wright fu presa dal governo perché consisteva di un’indispensabile risorsa nella Prima Guerra Mondiale. Un altro caso più vicino a noi, però, ci indica quello che potrebbe succedere con i brevetti sui vaccini. Subito dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelli dell’11 settembre del 2001, occorsero altri attacchi che sembravano provenire dalla stessa matrice. Ci riferiamo agli attacchi di antrace che veniva spedita a individui di rilievo e canali televisivi. La Bayer Corporation aveva un antibiotico efficace contro l’antrace e il governo di George W. Bush fece una richiesta per la produzione immediata di 12 milioni di dosi. Impossibile, fu la reazione della Bayer perché ci volevano quasi due anni. Dopo le minacce del governo di sospendere il brevetto e consegnare la ricetta ad altre aziende per accelerare la produzione, la Bayer riconsiderò e promise di consegnare le dosi richieste in tempi rapidissimi. La mossa di Biden di sospendere i brevetti potrebbe funzionare alla stessa maniera? Alcuni analisti credono di sì in parte per evitare la sospensione dei brevetti nel futuro. L’effetto potrebbe essere la soluzione poiché sarebbe più facile ampliare la produzione con le strutture già esistenti invece di iniziarne nuove che prenderebbe molto tempo. La mossa di Biden potrebbe dunque incentivare le aziende farmaceutiche a produrre la quindicina di miliardi di vaccini necessari in tempi rapidi. Comunque vada, Biden si è preso la parte morale della contesa agendo per tentare di salvare le più vite possibili. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden Boom: siamo alle porte di una nuova era di espansione economica?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 maggio 2021

A cura di Giuseppe Zaffiro Puopolo, Portfolio Manager di Moneyfarm. Dopo i primi 100 giorni in carica, Joe Biden si è trovato a gestire un’inversione di tendenza economica così drastica che neanche gli analisti più ottimisti avrebbero potuto prevedere. A poco più di un anno da quando il mondo ha sentito parlare per la prima volta di Covid 19, i dati sulla crescita economica degli Stati Uniti stanno entusiasmando investitori e commentatori a tal punto da far parlare di nuovo boom e dell’inizio di una nuova era all’insegna dell’espansione economica.In questo contesto di ottimismo ha preso forma il piano di investimento da 2 trilioni di dollari di Biden. Completando il già ampio American Rescue Plan varato negli scorsi mesi, il nuovo decreto include tra le altre cose un piano di investimenti per ammodernare un sistema di infrastrutture che ha un disperato bisogno di modernizzazione, nonché un consapevole spostamento verso l’energia verde. È probabile che centinaia di miliardi saranno assegnati ad aree come i trasporti, industria ed edilizia abitativa, nel più grande pacchetto economico mai approvato da Washington. Il pacchetto è stato annunciato come un potenziale balzo in avanti per un’economia rinomata per la sua capacità di innovare e per la resilienza, confermate dai risultati straordinari che arrivano da praticamente tutti i settori dell’economia a stelle e strisce (la sorpresa economica sull’ultima stagione degli utili ha superato il 20%). Se il Covid-19 ha costretto le aziende a ibernarsi, il grizzly sembra pronto a riemergere dal letargo per mettersi a caccia di nuove opportunità nell’economia globale. Non a caso siamo in piena primavera. La prospettiva della ripresa è stata per mesi la luce in fondo al tunnel che ha animato i mercati, un’opportunità per immaginare un’uscita positiva dall’emergenza. Il piano infrastrutturale di Washington aiuta a collocare questa opportunità nella realtà, fornendo alcuni dettagli necessari per chiarire il quadro e garantendo una prospettiva di ottimismo che vada oltre la mera speranza di sopravvivere. C’è un precedente storico che solletica la fantasia dei più ottimisti: negli anni ’60 l’amministrazione Kennedy approvò un ampio piano di tagli fiscali, che portarono a oltre 100 mesi di espansione economica nel decennio successivo. I salari statunitensi aumentarono di un terzo in quella decade, e anche le entrate fiscali del governo crebbero vertiginosamente. Difficile fare un paragone, ma è comunemente accettato che le decisioni politiche ebbero un ruolo chiave nel far partire quella fase di espansione e, la spinta pubblica verso la crescita economica non è mai stata forte come negli ultimi mesi. Senza proiettarci troppo nel futuro, i segnali di ripresa economica nel 2021 possono essere trovati sia nei primi dati, sia nelle proiezioni degli economisti. Negli Usa, le previsioni di crescita economica reale per il primo trimestre si attestano intorno al 7% o all’8%, sulla base di dati parziali. È significativo che la maggior parte degli economisti si aspetti che la tendenza continui almeno per il resto dell’anno solare. I dati del FMI suggeriscono una previsione media di crescita del 6,4% nei quattro trimestri del 2021. Se le proiezioni sono accurate, quest’anno rappresenterà il migliore per la crescita dal 1984, anch’esso preceduto da una profonda recessione. L’enorme afflusso dei dollari stampati dalla Fed e distribuiti dalla Casa Bianca ha aiutato le famiglie a risparmiare moltissimo durante il lockdown. Il tasso medio di risparmio del reddito disponibile negli Stati Uniti prima della pandemia era del 7,5%. Nel 2020, questa cifra è balzata al 16,3%, circa 1,4 trilioni di dollari di risparmi extra. Questo denaro dovrà trovare una collocazione una volta che l’economia si sarà completamente aperta e la fiducia sarà riacquisita.Certo i rischi non mancano. È importante sottolineare che il virus potrebbe ancora avere delle recrudescenze se i vaccini iniziassero a dimostrarsi inefficaci contro le varianti del Covid-19. In particolare, ci sono preoccupazioni che l’espansione monetaria possa far crescere l’inflazione, mentre l’aumento del debito pubblico potrebbe causare grattacapi nel medio termine. I giganteschi piani di transizione ambientale hanno spinto al rialzo il prezzo di alcune materie prime (come il rame e i metalli industriali). La pandemia continua a creare problemi sulle catene di approvvigionamento globale, con l’India – un importante esportatore di materie prime – ora in prima linea. Prodotti specifici come i semiconduttori sono molto richiesti, ma l’offerta fa fatica a tenere il passo della domanda. Questi sono tutti fattori che rafforzano la narrativa di coloro che pensano che la Fed farà fatica a mantenere il suo impegno di non aumentare i tassi prima del 2023 – uno dei critici più duri della Banca Centrale è stato l’ex Segretario del Tesoro Larry Summers.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il piano di Biden sulle infrastrutture: al di là di strade e ponti

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 aprile 2021

Domenico Maceri, PhD. “È come un cavallo di Troia”. Ecco la reazione di Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e leader della minoranza al Senato, mentre commentava il massiccio piano infrastrutturale annunciato da Joe Biden in un discorso a Pittsburgh in Pennsylvania. McConnell ha elaborato sostenendo che il progetto si basa su “ulteriori prestiti e ingenti aumenti fiscali a tutte le componenti produttive” dell’economia.Il programma dell’attuale inquilino alla Casa Bianca di circa duemila miliardi di dollari si aggiunge al recente pacchetto di stimolo anti-Covid approvato recentemente con voti di soli democratici. I repubblicani, a differenza dei democratici che votarono a favore del pacchetto anti-Covid durante l’amministrazione di Donald Trump, sembrano essersi rinchiusi nella loro tipica strategia di bloccare qualunque cosa un presidente democratico possa fare. Lo fecero in grande misura durante l’amministrazione di Barack Obama e lo stanno mettendo in pratica con Biden.Biden sa benissimo che il tema delle infrastrutture è popolare con gli americani e in un certo senso anche con i repubblicani, ma lavorare in maniera bipartisan a Washington sembra essere scomparso. Il piano di Biden etichettato “American Jobs Plan” spenderebbe ingenti somme sulle strade, ponti, ferrovie, ma includerebbe anche fondi per nuove tecnologie e il cambiamento climatico. Biden lo ha classificato come “l’investimento più significativo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale” che metterebbe l’America all’avanguardia anche nelle emergenti tecnologie.Il 73 percento degli americani favorisce il piano annunciato da Biden, cifra molto alta specialmente di questi giorni. Alcuni repubblicani, a differenza di McConnell, se ne sono accorti, riconoscendo l’importanza dei progetti di infrastrutture, obiettando però sulle dimensioni del piano. Il senatore repubblicano del Missouri Roy Blunt, in un’intervista alla Fox News, ha detto che bisogna ridurre il piano di Biden del 70 percento se il presidente spera di ottenere supporto del suo partito. Blunt ha dichiarato che 615 miliardi sarebbero sufficienti perché il resto sarebbe speso in aree che non hanno nulla a che fare con le infrastrutture.Blunt non ha tutti i torti se si definiscono infrastrutture semplicemente come ponti e strade. Biden la vede diversamente includendo anche l’ampliamento di banda larga a zone in America dove non esiste. Include anche infrastrutture legate all’industria manifatturiera, la modernizzazione delle reti elettriche, migliorie alle scuole, e anche assistenza per la cura degli anziani e per assicurarsi che l’acqua sia potabile per tutti.Si tratta di una differenza non solo del termine infrastrutture ma anche di una visione del ruolo del governo nella società. I repubblicani continuano ad insistere che lasciando mano libera alle aziende private il sistema funziona per tutti. Una visione limitata poiché le aziende private investono solo quando vedono il profilo dei guadagni. Il tipo di investimenti fatti dal governo non mira a produrre profitti ogni tre mesi per soddisfare gli investitori. Gli investimenti governativi producono alcuni frutti immediatamente ma in molti casi i benefici saranno duraturi e verranno a galla in tempi poco vicini.I repubblicani non sono gli unici insoddisfatti con le spese della proposta di Biden. L’ala sinistra del Partito Democratico dissente anche ma nella direzione opposta. Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare ultra liberal di New York (14esimo distretto), in un’intervista alla Msnbc ha dichiarato che le spese proposte da Biden sono insufficienti poiché includono un lasso di tempo di dieci anni. La cifra indicata da Ocasio-Cortez si aggirerebbe invece non su duemila ma diecimila miliardi di dollari.La proposta di Biden sarà dunque massaggiata e discussa alla Camera che come si sa è dominata dai democratici. Alla fine emergerà un disegno di legge che soddisfi le due ali del partito democratico il quale arriverà al Senato dove si prevede una strada in salita. Nella Camera Alta i democratici dovranno fare i conti con il filibuster che richiede 60 consensi per procedere al voto il che vuol dire che 10 repubblicani dovrebbero votare con i democratici. Già si parla di raggirare il filibuster ripetendo la reconciliation che solo richiede una semplice maggioranza se i disegni di legge sono concentrati su questioni di bilancio. La parlamentarian Elizabeth McDonough, il funzionario che consiglia il Senato su questioni di procedure legislative, ha informato i vertici del Partito Democratico che possono usare altre tre manovre di reconciliation nei primi due anni dell’amministrazione di Biden. Una buona notizia per i democratici anche se uno dei loro senatori conservatori, Joe Manchin del West Virginia, ha dichiarato che non appoggia totalmente la proposta di Biden. In particolar modo Manchin è contrario all’aumento delle tasse alle corporation dal 21 al 28 percento che lui vorrebbe ridurre al 25 percento. Va ricordato che nel 2017 i repubblicani ridussero la cifra dal 35 al 21 percento. Tutto sommato, le corporation ne uscirebbero abbastanza bene anche con Biden nonostante l’evidente piccolo passo indietro. Jeff Bezos, infatti, il padrone di Amazon e l’uomo più ricco al mondo, si è dichiarato favorevole alle tasse sulle corporation programmate da Biden.Questo piccolo sacrificio per le corporation coprirebbe il costo della sua proposta, secondo Biden, anche se il tam-tam di una patrimoniale alle classi benestanti suonato dai senatori democratici di sinistra Bernie Sanders e Elizabeth Warren gli chiederebbe un altro piccolo sacrificio. Non dovrebbe fare loro tanto male considerando anche i notevoli profitti accumulati durante la pandemia. I benefici della nuova proposta però andrebbero a tutti gli americani, come ci confermano ricerche citate in un recente articolo del Washington Post. Uno studio di Moody Analytics ci informa che ogni dollaro investito dal governo si traduce a 1,50 nell’aumento del Pil (Prodotto interno lordo). La crescita verrebbe stimolata al 3,8 percento, la disoccupazione scenderebbe a 3,5 percento e 13,5 milioni di posti di lavoro verrebbero creati. Un altro studio della Georgetown University conferma questi dati anche se il numero di posti di lavoro sarebbe 15 milioni.La proposta di Biden sulle infrastrutture fa parte dell’ideologia dei democratici di usare il governo per migliorare la società guardando al passato ma anche al futuro. Donald Trump nel suo slogan di “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America) mirava a riportare il Paese nella società degli anni 50 quando i bianchi dominavano e i gruppi minoritari si trovavano decisamente in una posizione sfavorevole, specialmente gli afro-americani. Biden sta cercando di fare l’America grande includendo però tutti gli americani, prendendo ispirazione dai programmi progressisti del New Deal degli anni 30 di Franklin Delano Roosevelt, la cui foto lui vede ogni giorno dal suo studio ovale alla Casa Bianca. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden e i vaccini: America first

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 marzo 2021

By Domenico Maceri, PhD. “Come vi ho detto in precedenza porto in tasca un foglietto con il numero aggiornato degli americani morti a causa del Covid”. Così Joe Biden, presidente Usa, reiterando ai media la sua concentrazione sulla lotta contro la pandemia. Fino ad oggi, 30 milioni di casi positivi e quasi 550 mila americani morti sono le cifre che preoccupano di più l’attuale inquilino della Casa Bianca. Le vaccinazioni continuano in maniera organizzata e celere e si prevede la vaccinazione dei 267 milioni di americani eleggibili (i giovani meno di 16 anni non qualificano) entro il mese di luglio. Il 23 percento degli americani ha ricevuto almeno una delle prime dosi del vaccino. I numeri dei casi positivi sono anche in calo ma preoccupano ancora nuove possibili impennate soprattutto a causa delle varianti del Covid.Biden si preoccupa prima degli americani e in secondo luogo dei cittadini in altri Paesi perché dopotutto l’America è al primo posto nella classifica al mondo per quanto riguarda il numero dei casi positivi e deceduti. In parte ciò si deve alla debolissima reazione del predecessore Donald Trump il quale aveva minimizzato il pericolo del Covid-19. Nessuna politica avrebbe potuto bloccare tutti i casi positivi né tutte le morti ma certamente si sarebbe potuto fare molto di più. Altri Paesi con leadership più serie come quelle della Nuova Zelanda e l’Australia, con casi e morti relativamente bassi, ci servono da esempio.Biden ha ereditato una situazione disastrosa e si capisce dunque la sua priorità di concentrerai prima sugli americani. La pandemia però non conosce confini anche se i diversi Paesi si sono ovviamente preoccupati principalmente di proteggere in primo luogo i loro cittadini. Allo stesso tempo, però, queste politiche nazionalistiche nella lotta contro la pandemia si sovrappongono. Alcuni avrebbero preferito una reazione globale che non distinguesse fra Paesi poveri e ricchi poiché dopotutto il virus non discrimina a seconda dei soldi in tasca dell’individuo. Ciononostante le risorse economiche hanno influito e continuano ad influire.I Paesi ricchi si sono accaparrati dei vaccini prenotandosi anche prima di sapere quali sarebbero stati efficaci. Il sistema capitalista ha funzionato a beneficio dei ricchi mentre i poveri sono rimasti indietro. Le aziende farmaceutiche occidentali hanno sviluppato quattro vaccini che hanno ottenuto il permesso di somministrare ai cittadini dei Paesi che li hanno comprati. I due vaccini iniziali, Pfizer e Moderna, hanno avuto i primi permessi di somministrazione ai quali si è aggiunto AstraZeneca e poco dopo quello di Johnson e Johnson. Gli Stati Uniti hanno abbastanza dosi per vaccinare 500 milioni di americani, quasi due vaccini a persona. Hanno anche il diritto di comprare altre 100 milioni di dosi di AstraZeneca che ancora non è stato autorizzato negli Usa. Il Canada, da parte sua, ha contratti per vaccinare i suoi cittadini nove volte. Un’analisi della World Bank ci informa che fino ad oggi l’82 percento dei cittadini in Paesi benestanti hanno iniziato le vaccinazioni. Solo il 3 percento dei Paesi poveri possono dire altrettanto. La vaccinazione dei cittadini in Paesi poveri non avverrebbe fino al 2024, mentre negli altri Paesi, incluso quelli di reddito medio, la vaccinazione potrebbe portarsi a conclusione alla fine di quest’anno.Considerando questo gap, un gruppo di Paesi poveri sotto la guida dell’India e il Sudafrica aveva fatto richiesta al World Trade Organization di sospendere i brevetti dei vaccini approvati. Questa azione avrebbe potuto accelerarne la produzione e proteggere tutto il mondo in breve tempo. La richiesta è stata bloccata dai Paesi benestanti, incluso gli Usa, l’Unione Europea, la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia, i quali hanno prenotato in diverse misure i vaccini per i loro cittadini. Senza la sospensione dei brevetti, il controllo totale della produzione rimane nelle mani di poche aziende farmaceutiche le quali si interessano al bene comune ma il loro scopo principale consiste dei profitti.I profitti fanno parte dei vaccini sviluppati da altri Paesi ma in modo diverso. In Russia il vaccino denominato Sputnik V è stato anche lanciato, ricevendo buone notizie di efficacia (91 percento, simile a Pfizer e Moderna) secondo la rivista scientifica Lancet della Gran Bretagna. Anche questo vaccino è in vendita ma nell’Occidente rimane esitazione anche se alcuni piccoli Paesi come la Repubblica di San Marino lo hanno usato. È anche usato in Paesi del terzo mondo in Africa, Asia, e Latino America. Si è anche parlato di produrlo in Italia e non sarebbe impensabile che sia approvato per uso generale in Europa. Inoltre la Russia ha stabilito accordi in India che condurrebbero alla produzione di 500 milioni di dosi. Per i russi, oltre ai profitti economici, lo Sputnik V servirebbe a riconfermare la potenza e il prestigio del loro Paese nel mondo.La Cina, da parte sua, ha sviluppato ed approvato 5 vaccini, che però fino ad adesso non sono stati riconosciuti dall’Occidente perché non hanno ancora completato la fase 3 dei test. C’è da tenere presente anche la poca trasparenza dei risultati resi noti senza però escludere una sottintesa concorrenza con i Paesi occidentali su chi “salverà” il mondo dalla pandemia. Ciononostante la Cina sta già regalando i suoi vaccini e ne ha promesso 500 milioni di dosi a 45 Paesi.Sia La Russia che la Cina vorrebbero usare i vaccini da loro sviluppati per ragioni geopolitiche. Si tratterebbe di una “politica vaccinale” che ambirebbe a creare aperture ad eventuali mercati in Paesi poveri, rafforzando l’idea che il loro sistema politico funziona non solo dentro dei loro confini ma anche all’estero.Biden ha dato segnali di riconoscere che l’America sta dando l’impressione di essere egoista con i vaccini. Il presidente americano, noto per la sua empatia verso i suoi cittadini, vorrebbe anche applicarla ai cittadini del resto del mondo. Lo ha riconosciuto anche dal lato pratico quando ha dichiarato che la pandemia non si “può fermare con i muri per quanto alti si possano costruire”. Gli americani “saranno sicuri solo quando tutto il mondo sarà sicuro”, ha continuato Biden. Fino al momento, però, la sua priorità rimane la popolazione americana. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il disegno di legge sull’immigrazione di Biden: giusta strada ma successo non assicurato

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

By Domenico Maceri. In una recente comunicazione della Casa Bianca per introdurre una nuova proposta di legge il presidente Joe Biden ha dichiarato di essere entusiasta di cooperare con i leader delle due Camere per correggere “le malefatte dell’amministrazione precedente e restaurare la giustizia e l’ordine” al sistema di immigrazione. Sono passati 31 anni dall’ultima riforma sull’immigrazione avvenuta nel 1986 durante l’amministrazione di Ronald Reagan che regolarizzò lo status di 3 milioni di immigrati entrati negli Usa senza autorizzazione legale, aprendo loro la porta al percorso della cittadinanza americana e l’integrazione. Poi dei piccoli tentativi di migliorare il nodo dell’immigrazione senza successi. Un altro tentativo che sfiorò il successo emerse nel 2013 mediante una riforma bipartisan guidata da un gruppo di otto senatori dei due partiti approvata dal Senato con un voto di 68 favorevoli e 32 contrari. Il disegno di legge alla fine naufragò alla Camera poiché l’allora speaker, John Boehner, cedendo alle pressioni del caucus di ultra destra dei Tea Party, non sottomise la proposta al voto.Barack Obama aveva sperato e lavorato per l’approvazione di quella legge ma dopo avere accettato la sconfitta alla Camera cercò di agire senza assistenza delle legislature con un ordine esecutivo, il cosiddetto DACA (Deferred Action on Childhood Arrivals). Il decreto diede residenza temporanea ai “dreamers”, i giovani portati negli Stati Uniti da genitori senza permessi legali. Sono stati definiti “dreamers” (sognatori) perché anelano diventare legalmente ciò che a tutti gli effetti sono già, ossia americani, poiché cresciuti negli Usa, conoscendo poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. Donald Trump cercò di abrogare il decreto di Obama ma alla fine la Corte Suprema gli legò le mani e il programma continua tuttora.Nella campagna elettorale del 2020 Biden aveva promesso di introdurre legislazione sull’immigrazione nei primi cento giorni di amministrazione. Il disegno di legge appena annunciato mantiene la promessa, e non è molto diverso da quello della proposta di legge del 2013. Include la regolarizzazione degli undici milioni di immigrati arrivati prima del 2021 senza autorizzazione legale. In effetti, vuole evitare di incoraggiare nuovi individui ad entrare nel Paese senza documenti. I “dreamers”, i lavoratori agricoli, e quegli individui che stanno beneficiando di un TPS (Temporary Protected Status), un permesso temporaneo per stranieri la cui deportazione li metterebbe a rischio nei loro Paesi di origine, potrebbero fare domanda di cittadinanza in tre anni. Gli altri dovrebbero aspettare otto anni. Tutti dovrebbero sottomettersi a controlli e dovrebbero avere la fedina penale pulita.Non appena annunciato il programma alcuni senatori repubblicani lo hanno bollato di amnistia e quindi senza speranza del loro supporto. Questi dimenticano ovviamente che Ronald Reagan, il loro paladino repubblicano, fece la stessa cosa nel 1986. C’è anche una buona dosi di ipocrisia. Uno dei più vociferi oppositori della proposta di Biden è proprio Marco Rubio, repubblicano della Florida, il quale era stato uno degli otto senatori che aveva promosso la riforma del 2013. Adesso però il Grand Old Party (Gop) si è trasformato da un partito identificato come protettore della libera iniziativa a uno dominato dal culto all’ex presidente Donald Trump e la sua politica anti-immigrati. Recentissimi sondaggi confermano che l’ex presidente continua a dominare l’ideologia del partito nonostante le potenti voci dissidenti rappresentate da Mitch McConnell (Senato) e Liz Cheney (Camera) che hanno preso le distanze da Trump, cercando di metterlo da parte.La reazione di Rubio ci fa credere che la forma attuale della proposta di Biden avrebbe serissime difficoltà di ottenere 60 voti al Senato per potere avanzare al voto. Una soluzione parziale potrebbe fare includere alcune componenti popolari come la cittadinanza ai “dreamers” e includerla nel pacchetto di stimolo sul coronavirus. Questa strada non appare essere considerata da Biden al momento. Un’altra strada plausibile sarebbe di spacchettare il programma comprensivo dividendolo in “bocconcini” più facili da digerire. La cittadinanza ai “dreamers” sarebbe popolare poiché è supportata dal 70 percento degli americani.Nel soggetto di immigrazione Biden ha già cominciato a ribaltare le componenti più estremiste iniziate dal suo predecessore. I richiedenti asilo non devono continuare ad attendere in Messico secondo l’accordo di Trump e il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. La costruzione del muro alla frontiera sud è stata sospesa e persino il linguaggio di riferirsi agli immigrati è stato umanizzato. Non si parla più dei residenti senza documenti legali come “alien” (stranieri o alieni di altri pianeti), ma di “non cittadini”, “vicini”, “amici” e “membri della comunità” poiché gli 11 milioni di questi individui sono già nel Paese. Il loro contributo è notevole e la loro assenza devasterebbe l’economia e le loro famiglie, molte delle quali sono “miste” poiché includono membri nati in America e legalmente cittadini americani. Si tratta di individui con radici in America che non si auto deporteranno, come aveva suggerito Mitt Romney, candidato alla presidenza nel 2012. Non a caso, il disegno di legge proposto da Biden è stato introdotto alla Camera dalla parlamentare californiana Linda Sanchez e al Senato da Bob Melendez del New Jersey. La prima è la sesta di sei figli di immigrati messicani della California del Sud e il secondo è figlio di genitori cubani.

La strada all’approvazione della proposta di Biden sull’immigrazione è decisamente in salita considerando il bisogno di 60 consensi al Senato per avanzare al voto. Lo spostamento del Partito Repubblicano all’estrema destra con la continua influenza di idee anti-immigrati riflessi nei quattro anni di mandato di Trump non consente molte speranze. Ciononostante Biden ha il grande merito di avere giustamente riconfermato l’immigrazione come valore aggiunto al Paese invece di influenza distruttiva come la vedeva l’ex presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo però Biden continua anche ad agire da solo. Il suo recentissimo ordine esecutivo che ha posto fine al bando di richieste di “green cards”, i permessi di ingresso legale, emanato da Trump, è stato abrogato senza bisogno di azione legislativa. Mettere in atto la riforma comprensiva sull’immigrazione sarà molto più difficile. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden governa mentre McConnell e McCarthy cercano l’anima del loro partito

Posted by fidest press agency su domenica, 7 febbraio 2021

By Domenico Maceri. “Le menzogne pazzoidi e le teorie di complotti sono il cancro del Partito Repubblicano e del nostro Paese”. Così Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza nella Camera Alta, mentre attaccava indirettamente la parlamentare di ultra destra Marjorie Taylor Greene senza però menzionare il nome. McConnell ha continuato prendendo le distanze da quelli “che non credono che un aereo ha colpito il Pentagono l’undici settembre, che le sparatorie che uccidono bambini nelle scuole non sono che messe in scena” e vivono in una realtà alternativa. Il senatore del Kentucky ha anche lodato la parlamentare del Wyoming Liz Cheney la quale è una dei dieci parlamentari repubblicani che ha votato per l’impeachment di Donald Trump il mese scorso.La risposta di Greene non si è fatta attendere. La parlamentare ha ribattuto usando Twitter che “il vero cancro del Partito Repubblicano sono i deboli membri del partito che solo sanno perdere con garbo” e che per questo “stiamo perdendo il nostro Paese”.Le due visioni del Partito Repubblicano espresse da McConnell e Greene, la quale in effetti ha cercato di prendersi il posto di Trump silenziato da Twitter, rappresentano le due fazioni: l’establishment e il populismo. Il presidente Joe Biden si è recentemente riunito con dieci senatori repubblicani “moderati”, ossia rappresentanti dell’establishment repubblicano, cercando di stabilire un accordo per affrontare la pandemia e la crisi economica ereditate da Trump. In effetti, i democratici hanno il doppio lavoro di governare e mantenere l’ordine che sarà molto difficile se i moderati repubblicani non lo assistono.Trump è uscito dalla Casa Bianca e il blocco dei social gli impedisce di comunicare ma lui ha già altri guai con il processo al Senato sul suo secondo impeachment, il primo presidente nella storia americana ad avere subito questo “onore”. Come spesso succedeva da presidente, il caos continua a regnare. Gli avvocati che dovevano difenderlo al Senato si sono dimessi perché il 45esimo presidente voleva una strategia legale concentrata sulla presunta frode elettorale che gli avrebbe rubato la vittoria invece della possibile incostituzionalità di condannare un ex presidente. Oltre alla strategia legale c’era anche un conflitto finanziario: i legali richiedevano 3 milioni di dollari ma Trump voleva solo pagare 250mila.Nonostante tutto i suoi seguaci continuano le sue battaglie con la stessa falsariga dell’elezione “rubata” e l’assoluta fedeltà all’ex presidente. La Greene, parlamentare estremista, 14esimo distretto della Georgia, è stata etichettata una “star” dall’ex presidente per i suoi toni battaglieri. In realtà i suoi comportamenti continuano la campagna di menzogne dell’ex presidente, incapace di ammettere che ha perso l’elezione. La Greene è anche grande sostenitrice di QAnon, il movimento di ultra destra convinto che Trump sia il messia mandato per sconfiggere i seguaci di satana che abusano i bambini. Alcune delle teorie strampalate credute da Greene includono quella che gli incendi delle foreste in California nel 2018 siano stati causati da un laser controllato da una famiglia di banchieri ebraici e che i Clinton avrebbero ucciso John F. Kennedy. Gli attacchi dell’undici settembre non sono mai esistiti, secondo Greene. Nei suoi post in social media la Greene ha sostenuto la necessità di giustiziare membri di alto profilo del Partito Democratico. Nancy Pelosi, la speaker della Camera, è rea di alto tradimento, secondo la Greene, e meriterebbe la morte. Questi post sono stati recentemente cancellati e la Greene ha spiegato che altri individui si occupavano dei suoi account social e quindi lei non è responsabile.Per le sue posizioni estremiste i democratici hanno cercato di fare diventare Greene l’emblema del Partito Repubblicano. Ecco perché McConnell ha provato a prendere le dovute distanze. Il “capo” della Greene però è Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, il quale aveva nominato la Greene alla prestigiosa Commissione sulla Pubblica Istruzione. Nancy Pelosi ha attaccato questa mossa domandando retoricamente “che cosa pensavano i suoi leader”, alludendo ovviamente a McCarthy, senza però farne nome.
McCarthy, parlamentare del 23esimo distretto della California, divenuto leader della minoranza nel 2019, ha discusso l’incarico alle commissioni della Camera con Greene senza però eliminarla. McCarthy, aveva avuto parole poco dolci su Trump subito dopo gli assalti al Campidoglio il 6 gennaio scorso, asserendo che l’allora presidente era responsabile per gli attacchi ma ha cambiato musica recentemente. Proprio la settimana scorsa ha visitato l’adesso ex presidente in Florida come ci rivela una foto dei due leader repubblicani. Un annuncio di Trump ha chiarito che i due coopereranno per riconquistare la maggioranza del loro partito alla Camera nell’elezione di midterm del 2022.McCarthy si trovava però nei guai ma a salvarlo forse sono stati i democratici. Steny Hoyer, parlamentare del quinto distretto dal Maryland, vice della Pelosi alla Camera, ha sottoposto gli incarichi di Green alle commissioni di Bilancio e Istruzione a un voto di tutta l’aula. Con 230 voti a favore (219 democratici e 11 repubblicani) e 199 contrari la Greene è stata espulsa. Niente di grave, secondo le sue dichiarazioni il giorno dopo, perché le commissioni “sarebbero una perdita di tempo”. I suoi guai però non sarebbero finiti. Jimmy Gomez, parlamentare democratico (California, 34esimo distretto) ha anche introdotto una mozione che espellerebbe Greene completamente dalla Camera ma il requisito di 2/3 dei voti dei suoi colleghi fa credere che non andrà in porto. Una censura, invece, introdotta dalla parlamentare Nikema Williams, democratica, quinto distretto della Georgia, è più probabile poiché richiede una semplice maggioranza.Mentre i repubblicani litigano fra di loro alla ricerca dell’anima del loro partito, Biden continua a governare. Oltre ai suoi ordini esecutivi per ribaltare i danni causati dal suo predecessore le ultime notizie ci indicano che il suo stimolo di 1900 miliardi sia indirizzato verso la manovra di “reconciliation”. Questo meccanismo richiede una semplice maggioranza e raggirerebbe il filibuster al Senato secondo le cui regole 41 dei 100 senatori potrebbero bloccare il disegno di legge. Biden ha bisogno dei repubblicani per unificare il Paese ma prima di metterlo in atto McConnell e McCarthy devono eliminare o almeno tenere sotto controllo l’influenza di Trump che continua a ingombrare il panorama politico.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden ferma il gasdotto in terra indigena

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

Il giorno stesso del suo insediamento, il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ritirato il permesso per la costruzione del controverso gasdotto Keystone XL (KXL). Così facendo, soddisfa una richiesta fondamentale dei nativi americani che vivono lungo il percorso di costruzione e temono per la qualità dell’acqua nel bacino idrografico del gasdotto. Proprio all’inizio del suo mandato, Biden sta mantenendo una promessa chiave della campagna e sta dando l’esempio per la protezione del clima e dell’ambiente. Per l’Associazione per i popoli minacciati (APM) è incoraggiante vedere che sembra preoccuparsi di guarire le molte ferite che Donald Trump ha inflitto al rapporto con i Nativi americani. Le auto-organizzazioni indigene come il Lakota People’s Law Project hanno definito lo stop del KXL un promettente inizio di una nuova politica governativa che prende sul serio la protezione del clima e i diritti indigeni. Insistono sul fatto che anche il progetto Dakota access Pipeline (DAPL) deve essere urgentemente fermato. Obama aveva fermato questo progetto alla fine del suo secondo mandato, Trump lo aveva immediatamente rimesso in moto. L’allora presidente Obama ha anche definito il KXL controproducente per i suoi sforzi per combattere la crisi climatica e ne aveva fermato la costruzione. Come una delle sue prime decisioni, Trump aveva revocato la moratoria. Aveva dichiarato la costruzione dell’oleodotto una priorità assoluta della sua amministrazione, a condizione che i tubi dell’oleodotto fossero stati costruiti da società statunitensi e con acciaio americano. Così ora la storia si sta ripetendo e Biden, a sua volta, sta sollevando di nuovo l’ordine esecutivo di Trump. Speriamo che questo metta fine a questo progetto dannoso per il clima e pericoloso per gli indigeni sarà completamente smantellato. Il KXL è destinato al trasporto del petrolio dai giacimenti petroliferi di sabbie bituminose nel nord dell’Alberta, Canada, alle raffinerie in Texas, USA. Nel suo percorso attraversa i territori di diverse comunità indigene che lamentano di non essere state incluse nel processo di pianificazione.

Posted in Diritti/Human rights, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Biden sceglie Gensler per la SEC: ecco perché è un’ottima notizia per i Bitcoin

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

L’insediamento di Joe Biden avviene nel bel mezzo di una crisi politica, sanitaria e di sicurezza nazionale senza precedenti. La nomina di Gensler è arrivata in un momento perfetto, dato che il mercato delle criptovalute, valutato oltre un trilione di dollari, è considerevolmente maturato negli ultimi tre anni dopo la frenesia delle ICO. Come segno di questa maturità, Anchorage è diventata la prima banca per asset digitali autorizzata a livello federale, mentre Gemini, la piattaforma di trading di criptovalute con sede a New York e gestita da i fratelli Wnklevoss, investitori in Bitcoin di lungo corso, potrebbe quotarsi in Borsa, diventando la seconda società incentrata sulle criptovalute a fare una IPO dopo il suo competitor Coinbase. Dall’altro lato, la nomina di Gary Gensler resta una grande notizia per il settore delle criptovalute – per via delle sue posizioni favorevoli alle cripto e della sua profonda conoscenza del Bitcoin e della tecnologia su cui si fonda, la blockchain – e potrebbe addirittura aprire le porte a un ETF statunitense sui Bitcoin. In 21Shares, ci aspettiamo che il mandato di Gensler fornisca una maggiore chiarezza sulla regolamentazione negli USA, attraverso delle proposte pragmatiche e atti simili alla causa legale legata a Ripple, che ha portato Grayscale e Kraken a escluderlo dalla loro gamma di prodotti negli Stati Uniti. È bene ricordare che Gensler, negli anni passati, era professore del corso chiamato “Blockchain and Money” al MIT, che consisteva in una panoramica sui Bitcoin e in una spiegazione dettagliata degli aspetti commerciali, tecnici e anche politici della tecnologia blockchain, dei registri distribuiti e degli smart contract.Da questo punto di vista, siamo anche nel bel mezzo di una crescente adozione istituzionale del Bitcoin, come copertura contro l’inflazione e l’instabilità geopolitica. Per esempio, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper ha definito il Bitcoin come una potenziale valuta di riserva, mentre il gestore di fondi di investimenti britannico Ruffer ha lodato questo criptoasset nella sua lettera agli investitori dichiarando di aver “lavorato molto per valutare il pericolo che i Bitcoin siano un errore. Li abbiamo osservati per molto tempo e il nostro giudizio è che questi siano una creatura unica, in quanto riserva di valore emergente che mette assieme alcuni benefici della tecnologia e dell’oro.”

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Sassoli: Con Biden per la democrazia del Bene Comune

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo a seguito dell’insediamento del Presidente Biden. “Congratulazioni al Presidente Biden e alla Vice Presidente Harris per il loro insediamento. La nuova amministrazione rappresenta l’inizio di una nuova era per le relazioni transatlantiche. Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti”. “Insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. “Nonostante i recenti avvenimenti di Washington e alla luce delle crescenti sfide in materia di democrazia in tutto il mondo, ho fiducia nel modello democratico statunitense e nelle sue istituzioni. Quei fatti ci mettono davanti una evidenza: le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. “Non dimentichiamolo mai davanti a un mondo in profondo cambiamento e sempre più incerto. Abbiamo una crisi pandemica e solo se l’affrontiamo insieme saremo efficaci. Perciò, accolgo con favore l’impegno degli Stati Uniti a tornare nell’Organizzazione mondiale della sanità e mi congratulo per il loro impegno di rientrare negli accordi di Parigi, solo insieme riusciremo a costruire un mondo più verde e più giusto”.
“L’UE e gli USA sono partner naturali con valori e storia condivisi e un impegno di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo. Non vediamo l’ora di incontrare il Presidente e lo invitiamo a venire al Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria”.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

La diversità del team di Biden: la sinistra sorride poco

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

By Domenico Maceri. Il giorno dopo le vittorie dei candidati democratici Raphael Warnock e Jon Ossoff nel ballottaggio in Georgia, garantendo la maggioranza democratica al Senato, Joe Biden ha nominato Merrick Garland a procuratore generale degli Stati Uniti. Si tratta di una scelta accettabile ma poco coraggiosa considerando il fatto che con il controllo del Senato a cominciare dal 20 gennaio 2021, i democratici avranno ampi spazi per approvare facilmente le nomine di Biden per la sua amministrazione. La scelta di Garland suggerisce da una parte una rivincita della giustizia poiché era stato nominato da Barack Obama per sostituire Antonin Scalia alla Corte Suprema nel 2016. Va ricordato che Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente uscente della Camera Alta, bloccò la nomina e poi con l’elezione di Donald Trump, il seggio andò a Neil Gorsuch. Garland, dunque, ritorna alla ribalta, accomunando Obama e Biden a una scelta moderata. Infatti, Garland è emblematico della squadra del nuovo presidente che in grande misura riflette professionalismo ma anche una visione di governo che rispecchia il centrismo del 46esimo presidente.Dopo i quattro anni disastrosi di Trump ci vuole stabilità e normalità e gli individui dell’amministrazione scelti finora da Biden le promettono entrambe. L’ala sinistra del suo partito, però, che lo ha aiutato notevolmente a prevalere nell’elezione, non è entusiasta. Biden ha dichiarato che la sua amministrazione rifletterà la diversità dell’America. Su questo punto ha ragione. La lista delle nomine include una varietà di razza, etnia, genere e anche di orientamento sessuale. Quasi la metà degli incarichi più importanti saranno occupati da donne fra le quali spiccano la vicepresidente Kamala Harris, scelta dopo le elezioni primarie, Janet Yellen (Tesoro), e Deb Haaland (Interni), la prima nativa americana a formare parte del Cabinet di un presidente. Harris e Haaland rappresentano anche i gruppi minoritari, afro-americani e indiani per la prima e nativi americani per la seconda. La Yellen è anche la prima donna ad occupare il ruolo di segretario del Tesoro.Altri afro-americani di rilievo includono al primo posto Lloyd Austin, (Difesa) e Marcia Fudge (Edilizia e Sviluppo Urbano). Parecchi nomi di latinos di rilievo includono Alejandro Mayorkas (Homeland Security), Xavier Becerra (Salute e Servizi Sociali) e Miguel Cardona (Pubblica Istruzione). Spicca anche Pete Buttigieg (Trasporti), il primo segretario apertamente gay.La sinistra ha preventivamente obiettato e fino adesso è riuscita a bloccare Rahm Emanuel, capo di gabinetto durante l’amministrazione di Obama. Da sindaco di Chicago, Emanuel è stato criticato aspramente per la sua gestione dell’uccisione di un giovane afro-americano da parte della polizia. La sinistra ha fallito nel caso di Gina Raimondo, governatrice del Rhode Island, nominata da Biden come segretario del Commercio. La Raimondo ha avuto scontri feroci con i sindacati delle pensioni pubbliche del suo Stato. Biden ha anche deluso la sinistra con la nomina di Tom Vilsack (Agricoltura). Vilsack aveva ricoperto lo stesso ruolo nell’amministrazione di Obama ed è stato criticato per la sua politica poco favorevole agli agricoltori afro-americani. Fudge sarebbe stata preferita ma Biden l’ha scelta per l’edilizia.A differenza di Obama nel 2008 Biden ha fatto poco uso nell’incorporare i suoi avversari alle primarie democratiche. Obama, va ricordato, incluse Hillary Clinton, la sua grande rivale per la nomination nel 2008, come segretario di Stato. L’eccezione per Biden è il citato caso di Buttigieg, l’ex sindaco di South Bend, il quale nelle primarie diede filo da torcere al nuovo inquilino della Casa Bianca. Il presidente entrante avrebbe anche offerto l’incarico di segretario del Lavoro a Bernie Sanders, ottima scelta, ma il senatore del Vermont ha declinato poiché non era sicuro che il suo sostituto al Senato sarebbe stato un democratico. La perdita di un seggio al Senato potrebbe essere di somma importanza per spianare il terreno non solo alle conferme dei nominati da Biden ma anche per disegni di legge introdotti dai democratici alla Camera. Con la maggioranza in ambedue le Camere a conclusione del ballottaggio in Georgia, Biden può sorridere poiché ridurrà il potere di Mitch McConnell che sarebbe stato abilissimo ostruzionista.Biden, come si sapeva, è un centrista e la squadra scelta lo riflette, anche se la sua politica non consisterà di un ritorno ai tempi di Obama. I quattro anni di Trump hanno cambiato il Paese e il partito del presidente entrante è anche cambiato. La squadra di Biden, formata da professionisti con notevole esperienza, sarà indispensabile per risolvere i problemi del paese. A differenza di Trump che ricevette da Obama una situazione facile da gestire, Biden dovrà fare fronte alla pandemia nella quale il presidente uscente ha completamente fallito. Dovrà anche cercare di unificare il Paese come riflette “America Unita”, il tema annunciato del suo insediamento. Ecco perché non si è dimostrato entusiasta né all’invocazione del 25esimo per rimuovere Trump né al secondo impeachment del presidente uscente. Le mani di Biden e della sua squadra sono già occupate con i seri problemi del Paese e i processi a Trump passano in secondo piano. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Trump non ammette sconfitta ma cede a Biden sulla transizione del governo

Posted by fidest press agency su domenica, 29 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Laura Ingraham, conduttrice di un programma alla Fox News e grande sostenitrice di Donald Trump, ha recentemente accettato l’idea che Joe Biden sia stato eletto, ammettendo che “bisogna vivere nella realtà”. La realtà era già nota da parecchie settimane ma Ingraham e soprattutto Trump non la volevano accettare. Il presidente uscente, infatti, come ha fatto in tanti altri casi, ha tentato del tutto per ribaltare la realtà obiettiva, fabbricandosi una visione personale di vittoria nell’elezione del 2020. Trump è riuscito a mantenere viva questa sua visione con l’aiuto del suo partito, conducendo il Paese vicino a una crisi costituzionale e allo stesso tempo facendoci vedere la fragilità della democrazia americana. Alla fine però, poco a poco, i legislatori statali e locali repubblicani, molto più che quelli federali, si sono resi conto che la democrazia vale più del loro partito e hanno fatto il loro dovere.Trump da parte sua non ha ancora ammesso la vittoria di Biden ma ha dato il via libera alla transizione, accettando di procedere con le pratiche formali per il trasferimento di fondi federali e le informazioni necessarie alla nuova amministrazione. La sua riluttanza però di accettare la realtà nelle ultime settimane dopo l’elezione ci ha aperto gli occhi al pericolo di un individuo che dava chiari segnali di volersi prendere il potere, mettendo da parte la democrazia che esiste in America da più di tre secoli. Le cifre complete dell’esito elettorale non sono ancora disponibili al 100% ma vi erano già abbastanza dettagli per determinare il vincitore presidenziale.Trump aveva già preparato il terreno per contestare l’esito durante la campagna elettorale asserendo a destra e manca che i voti per corrispondenza avrebbero truccato l’elezione. Si tratta di una grande falsità ma anche di ipocrisia. Trump sa benissimo che il voto per corrispondenza non gli causa problemi come si vede chiaramente dallo Stato dell’Utah che ha una storia abbastanza lunga di condurre le elezioni quasi completamente per corrispondenza. Nessun broglio in Utah per Trump perché, dopotutto, si tratta di uno Stato affidabilmente “red”, ossia che sempre vota per i repubblicani. Nemmeno vi è stata alcuna critica sulla Florida dove molti elettori anziani votano per corrispondenza, e guarda caso, anche quest’anno ha dato la maggioranza dei suoi consensi al presidente uscente.Per Trump i brogli sono avvenuti in quegli Stati che lui ha perso, specialmente il Michigan, la Pennsylvania, la Georgia, il Wisconsin, l’Arizona e il Nevada che gli hanno negato la rielezione. Per cercare di ribaltare gli esiti annunciati dai media e poco a poco degli Stati che hanno certificato i risultati, Trump ha continuato la sua campagna di tweet velenosi in cui ha ripetuto (e continua a ripetere) che alla fine lui vincerà. Questo gli è stato utile per mantenere soddisfatta la sua base ma anche per fare richiesta di contributi per le spese legali che dovrebbero condurre alla vittoria. I suoi sostenitori però forse non avranno notato che il 60% di questi contributi possono essere usati anche per saldare i debiti della campagna elettorale invece di pagare gli avvocati assunti da Trump.Questi avvocati hanno offerto pochissimi successi all’attuale inquilino della Casa Bianca. In caso dopo caso i tentativi legali di Trump hanno fallito in parte per il contenuto fasullo delle denunce ma anche per l’incapacità dei rappresentanti, capitanati da Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e grande sostenitore dell’ex tycoon. Giuliani, però, ha lavorato nell’ambito legale come se si trattasse di un reality per le televisioni via cavo e le sue asserzioni si sono squagliate proprio come è successo alla sua tinta di capelli in un video divenuto virale che ha fatto il giro del mondo. A completare il quadro irreale dei suoi sforzi giudiziari è stato l’ovvio complottismo di Sidney Powell, una dei suoi legali, la quale aveva dichiarato che l’elezione era stata truccata mediante il software usato per contare i voti. Secondo Powell, si tratta di un software di origine venezuelana sotto la guida di Hugo Chavez (morto nel 2013!). Queste asserzioni erano troppo esagerate persino per Trump che l’ha licenziata senza però essere preoccupato del modo in cui l’aveva assunta.Le azioni più pericolose di Trump per ribaltare l’elezione sono state quelle di mettere pressioni sui legislatori statali di dichiarare l’elezione illegale il che permetterebbe agli Stati di scegliere i grandi elettori che eleggono il presidente senza tenere conto del volere dei votanti. In effetti, Trump voleva che si bypassassero i voti dei cittadini per conquistarsi la maggioranza dei voti elettorali. Trump ha avuto successi limitati anche con questa strategia. Il 45esimo presidente si era incontrato alla Casa Bianca con leader repubblicani del Michigan per convincerli a bloccare la certificazione di Biden, vincitore dello Stato. Dopo l’incontro questi sono stati fotografati all’Hotel di Trump di Washington mentre bevevano champagne Dom Perignon, che secondo informazioni, costerebbe 800 dollari a bottiglia. Dei quattro responsabili per la certificazione dell’elezione nel Michigan, vinta da Biden con un margine di 155mila voti, uno dei due repubblicani ha votato con Trump ma l’esito gli è stato sfavorevole.Nel caso della Georgia, vinta da Biden con un margine di quasi 13mila voti confermati dal riconteggio, Trump aveva messo pressioni sul governatore repubblicano Brian Kemp per bloccare la certificazione per presunta frode elettorale. Kemp si è rifiutato nonostante gli aiuti ricevuti da Trump nella sua elezione a governatore due anni fa.Non c’è stata frode elettorale nell’elezione del 2020. Lo ha persino confermato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, un’agenzia del governo federale, diretta da Chris Krebs, il quale era stato nominato da Trump. L’annuncio di Krebs non ha fatto piacere al presidente uscente e lo ha subito subito licenziato come spesso fa con subordinati che lo contraddicono.Nonostante il fallimento di Trump di ribaltare un’elezione che ha ovviamente perso, il danno fatto alla realtà condivisa e soprattutto alla democrazia americana è grave. Il presidente uscente ha tracciato la strada a futuri politici con simili tendenze autoritarie a seguire il suo esempio. Nel 2020 la democrazia ha vinto ma le azioni di Trump ci hanno rivelato che il sistema politico americano è fragile e un altro leader più abile di lui potrebbe in futuro giungere a esiti molto più pericolosi. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Biden: un vaccino per i mercati?

Posted by fidest press agency su venerdì, 27 novembre 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management e Tazio Storni, Senior Investment Manager dei comparti tematici Pictet-Biotech e Pictet-Health. Il neo-eletto Presidente statunitense Joe Biden si è presentato al mondo con la notizia di un potenziale vaccino contro il Coronavirus. Negli studi di Fase 3, infatti, i vaccini a mRNA sviluppati da Pfizer, in collaborazione con BioNTech, e Moderna hanno mostrato un livello di copertura molto alto, prossimo al 95%, un’efficacia che si riscontra molto raramente in questo genere di sperimentazioni. Non solo, questi vaccini paiono anche estremamente sicuri, considerato che solamente il 3-4% dei pazienti testati ha mostrato effetti collaterali (perlopiù, un senso di affaticamento, comune anche nei vaccini anti-influenzali). Resta da sciogliere il nodo riguardante la durata della copertura, ma i primi dati inducono a stimare che la protezione possa permanere almeno per 6 mesi (c’è anche chi, come la ricerca pubblicata sul New York Times, ipotizza che duri per 2-3 anni). L’attesa per il vaccino, in ogni caso, non dovrebbe rivelarsi eccessivamente lunga. Si tratta di un risultato straordinario, al quale abbiamo contribuito anche noi cittadini, cui le istituzioni hanno richiesto in questi mesi un enorme sacrificio. E, verosimilmente, dovremo fare ancora la nostra parte, visto che il distanziamento sociale (se imposto: lockdown) resterà la principale arma per contenere la diffusione del virus fino a quando non avremo a disposizione, e non solo in approvazione, un vaccino: il mercato attribuisce una probabilità del 98% allo scenario di un vaccino disponibile entro la prossima primavera e, in particolare, ne stima la distribuzione entro gennaio con una probabilità del 44%. Da questo punto di vista, quindi, le notizie positive possono migliorare solo marginalmente il quadro incorporato nei valori di mercato, mentre sarebbero mal tollerati sviluppi negativi su efficacia e/o tempi di produzione. L’Europa, nello specifico, pare la regione più vulnerabile, complici il ruolo dominante che il settore terziario riveste nell’economia della regione (i servizi sono il settore più colpito dalla pandemia) e gli scarsi margini di intervento fiscale e monetario ancora a disposizione (dando per assodato il programma Next Generaion EU, nonostante il fatto che i rallentamenti nell’approvazione definitiva provocati da Ungheria e Polonia faranno slittare ulteriormente nel tempo l’erogazione effettiva delle risorse previste).Al contrario, i “vincitori” in questo complicato 2020 sembrano essere i mercati emergenti, soprattutto i Paesi asiatici. Questi, infatti, non solo hanno beneficiato del fatto che i servizi pesano meno sull’economia (mediamente per il 54%, rispetto al 72% dei Paesi sviluppati), ma hanno goduto anche della domanda di beni dei consumatori del mondo sviluppato, che ha sospinto la produzione industriale dei mercati emergenti al di sopra dei livelli pre-pandemici.Dal punto di vista del commercio e per le prospettive dei Paesi emergenti, un’altra notizia positiva è arrivata dagli Stati Uniti. Il candidato democratico Joe Biden, infatti, è stato eletto con una maggioranza alquanto schiacciante, aggiudicandosi 306 Grandi Elettori contro i 232 ottenuti dal Presidente uscente Donald Trump. Con l’insediamento di Biden alla Casa Bianca la politica estera e quella commerciale vedranno probabilmente un ritorno al multilateralismo e una rinnovata adesione degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali, in primis al WTO.I mercati hanno accolto con condivisibile entusiasmo la notizia di un possibile imminente vaccino. Scongiurare il protrarsi di lockdown a intermittenza, infatti, eviterebbe di rivedere troppo spesso in futuro il crollo degli utili aziendali a cui abbiamo assistito nel corso del secondo trimestre di quest’anno, in particolare in Europa (-61% rispetto al secondo trimestre del 2019, oltre il doppio del -30% registrato negli Stati Uniti). Come anticipato nel secondo paragrafo, il Vecchio Continente si conferma un’altra volta la regione più esposta agli alti e bassi della pandemia, e di conseguenza il trade più reattivo rispetto all’evoluzione della situazione sanitaria sui mercati finanziari.Per concludere l’analisi degli effetti che il vaccino è destinato ad avere sui mercati finanziari, non possiamo non prendere in considerazione il settore farmaceutico. Le aziende di questo universo, che beneficiano della mancata onda blu alle elezioni statunitensi (una vittoria netta dei democratici avrebbe potuto portare a una maggiore regolamentazione, soprattutto in relazione ai prezzi dei farmaci), ma in modo forse controintuitivo, potrebbero non beneficiare invece a livello di profitti della realizzazione e della distribuzione dei vaccini. Infatti, dopo aver investito ingenti risorse nella ricerca, i governi hanno stipulato accordi per ricevere le dosi a prezzi contenuti, che vanno dai 2$ ad un massimo di 30$, con i prezzi più bassi garantiti ai Paesi emergenti in modo tale da raggiungere più facilmente una copertura sufficiente a livello globale (per arrivare alla famosa “immunità di gregge”, occorre immunizzare almeno il 60% della popolazione mondiale). Inoltre, risulterebbe poco etico per le aziende farmaceutica accrescere i propri profitti approfittando dell’emergenza, con potenziali danni reputazionali ora che gli occhi di tutto il mondo sono puntati, con speranza, verso di loro. Paradossalmente, quindi, il vaccino destinato a dare slancio agli utili aziendali a livello globale potrebbe risultare meno determinante proprio per le società che lo svilupperanno.Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/11/biden-un-vaccino-per-i-mercati

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il peso del voto latino: Trump migliora, ma Biden vince

Posted by fidest press agency su lunedì, 23 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Da anni si parla del voto latino come un gigante addormentato poiché nonostante i numeri crescenti di ispanici la loro partecipazione alle urne rimaneva sempre sotto le aspettative. Juan Gonzalez, condirettore di Democracy Now, ha centrato però il bersaglio rilevando che nell’elezione del 2020 il gigante si è finalmente svegliato. I media, però, continua giustamente Gonzalez, hanno sottolineato di più il fatto che Trump ha vinto lo Stato della Florida a causa del voto latino e i successi del presidente uscente con gli ispanici nella zona del Texas confinante col Messico. I fatti ci dicono però che al di là del voto latino che ha preferito Joe Biden invece di Trump a livello nazionale il loro flusso alle urne è aumentato del 64% in confronto all’elezione del 2016. Il voto degli afro-americani è aumentato anche del 20%, quello degli asiatici-americani del 16% e quello degli elettori bianchi di un po’ più del 5%. In termini di dati precisi, dei 32 milioni di latinos eleggibili, 26 milioni hanno esercitato il loro diritto al voto.Al livello nazionale, come si aspettava, i latinos hanno preferito il candidato democratico (Biden 66%, Trump 32%). L’attuale inquilino della Casa Bianca ha migliorato con i latinos dal 2016 quando ricevette il 28%, cifra simile a quella di Mitt Romney nel 2008, ma notevolmente inferiore a quella ricevuta da George W. Bush (44%) nel 2004. Il voto latino non è però monolitico. Questo gruppo è una costruzione degli analisti per cercare di capire come votano gli elettori le cui radici affondano nella lingua e cultura ispanica. Si tratta di un gruppo variegato per quando riguarda la razza, Paesi di origine, e persino religione, dato che la tradizionale maggioranza cattolica ha perso terreno e gli evangelici hanno aumentato i loro numeri.Esaminando dunque i “successi” di Trump con il voto latino si nota che in Florida, dove il presidente uscente ha vinto, una buona fetta di questo elettorato affonda le radici a Cuba e consiste di ideologia di destra anti-Castro. Questo era da aspettarsi. Inoltre, la crescente immigrazione in Florida di ispanici provenienti da Paesi sudamericani tende a destra perché anche loro sfuggono a regimi autoritari di sinistra. Il successo di Trump con gli elettori ispanici al confine col Messico diventa chiaro in confronto all’elezione del 2016. Nella contea di Hidalgo, per esempio, il candidato Trump nel 2016 ricevette il 27% del voto latino ma nel 2020 è aumentato al 40%. Questo successo va spiegato con l’ideologia sociale conservatrice dei residenti ma anche con il beneficio arrecato all’economia dalla dura politica sull’immigrazione. La costruzione del muro, anche se lungi da essere completa e ovviamente non pagata dal Messico come aveva promesso Trump in campagna elettorale, ha creato posti di lavoro generati dagli sforzi del governo per bloccare l’ingresso di immigrati non autorizzati. Ma ciò che più ha contribuito al “sorriso” di questi elettori ispanici a Trump è stata la costante campagna mediatica, specialmente in Florida, condotta principalmente mediante annunci televisivi. Biden, da parte sua, si è svegliato tardi in Florida e ha speso una cifra inferiore a quella del suo avversario per ingraziarsi con gli elettori latinos del Sunshine State. La forza di Biden con gli elettori ispanici si è vista invece in zone dove la provenienza e le radici affondano nel Messico. Da non dimenticare che Trump iniziò la sua campagna elettorale accusando il Messico di mandare “stupratori e criminali” in America. L’accusa si rifaceva a tutti gli immigrati ma i più colpiti sono stati specificamente quelli provenienti dal Paese confinante al Sud degli Stati Uniti. Gli elettori di origine messicana, specialmente quelli residenti nelle grandi metropoli americane e negli Stati liberal, hanno preferito Biden. In California il presidente eletto ha ricevuto il 77% del voto latino e nello Stato di New York la cifra è vicina (72%). Cifre simili oltre il 70% per Biden si sono viste nelle metropoli come Philadelphia, Milwaukee, ed altre.Il supporto dei latinos si è rivelato critico per Biden in parecchi Stati ma specialmente in Arizona dove il candidato democratico è riuscito a ribaltare l’esito del 2016. In parte ciò si deve al fatto che i latinos in questo Stato sono di origine messicana, motivati anche dalle aspre leggi sull’immigrazione. Inoltre la condotta razzista dello sceriffo Joe Arpaio di alcuni anni fa ha galvanizzato i latinos a votare contro Trump, visto anche lui come fautore di un’ideologia anti-immigratoria ma anche anti-messicana.Il voto latino, importante nell’elezione del 2020, lo diventerà ancor di più nel futuro. Al momento i 60 milioni di latinos rappresentano il 18,3 percento della popolazione statunitense, cifra che secondo alcune proiezioni, diventerà 119 milioni nel 2060, ossia il 28% del totale. In dieci Stati americani gli ispanici includono un milione di residenti. Nonostante alcuni “successi” geografici di Trump con il voto latino la maggioranza degli ispanici rimangono nel campo democratico. Sarebbe però uno sbaglio dare per scontata la fedeltà dei latinos al partito di Biden. In futuro ci sarà molto da fare per continuare a ridurre l’erosione di questi elettori verso il Partito Repubblicano. Il fatto che il “gigante addormentato” si sia svegliato in questa elezione ci farebbe credere che ambedue partiti dovranno sudare sette camicie per il loro consenso. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il difficile compito di Biden e le sagge parole di Ocasio-Cortez

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 novembre 2020

“Io sono quello che ha corso contro i socialisti. Io sono il moderato”. Così Joe Biden un mese prima dell’elezione in un’intervista in cui cercava di mettere da parte le accuse che lui sarebbe dominato dall’ala sinistra del suo partito in caso di vittoria. Adesso da presidente eletto Biden avrà il duro compito di unificare il Paese dalle divisioni create da Donald Trump. Dovrà inoltre mantenere unito il suo partito che aveva fatto quadrato sotto la sua guida per l’elezione ma adesso alcune fratture hanno cominciato ad emergere. L’elezione del 3 novembre ha consegnato la Casa Bianca e ha riconfermato la maggioranza della Camera al Partito Democratico anche se diminuita di una manciata di seggi. La vittoria della maggioranza al Senato rimane improbabile anche se non impossibile. Ci vorrebbero le due vittorie di seggi nella Georgia che sono andati a finire al ballottaggio. Questa elezione preoccupa anche Mitch McConnell, repubblicano del Kentucky e presidente del Senato, il quale fino ad oggi non ha riconosciuto la vittoria di Biden. Il presidente uscente rimane popolare in Georgia e l’attuale presidente del Senato vuole assolutamente evitare una sconfitta repubblicana che gli farebbe perdere la leadership nella Camera Alta. Nonostante il fatto che tutte le contese elettorali non siano completamente finite, però, i dissensi dei democratici hanno iniziato a fare capolino. In una conferenza nazionale telefonica molto accesa durata tre ore, le due ali del Partito Democratico hanno espresso le loro differenze in toni abbastanza duri. L’ala moderata ha sostenuto che la vittoria di Biden, un moderato, è stata resa possibile dal centrismo del candidato che ha beneficiato di questa sua qualità negli Stati del Midwest. Rahm Emanuel, capo di gabinetto durante l’amministrazione di Barack Obama ed ex sindaco di Chicago, è stato uno dei più accesi sostenitori di questa tesi. Secondo Emanuel, ci voleva un moderato per conquistare il voto degli elettori indipendenti che sarebbero stati spaventati dalla retorica di sinistra e avrebbero scelto Trump. La sminuita maggioranza alla Camera in comparazione dall’elezione di midterm di due anni fa è stata spiegata anche con i cosiddetti eccessi di retorica “socialista” che avrebbe fatto perdere la rielezione ad alcuni parlamentari in zone in bilico. Conor Lamb, moderato della Pennsylvania, che è riuscito con difficoltà a conquistarsi un altro mandato, si è unito a Emanuel sostenendo che il risultato dell’elezione dovrebbe suonare un campanello d’allarme alle tendenze troppo liberal del suo partito.L’ala sinistra si è difesa facendo notare che tutti i candidati democratici progressisti, specialmente la nota “squad”, ossia Ilham Omar (Minnesota) Alexandria Ocasio-Cortez (New York), Rashida Tlaib (Michigan) e Aryanna Pressley (Massachusetts) sono stati rieletti nonostante i feroci attacchi della destra. La moderazione di Biden non è stata però sufficiente per avere la meglio negli Stati critici di Ohio e Florida. Nel Sunshine State, infatti, nonostante la vittoria di Trump, gli elettori hanno approvato l’aumento del salario minino a 15 dollari l’ora, uno dei cavalli di battaglia dei “socialisti” del Partito Democratico.Durante le prime contese delle primarie democratiche Biden sembrava essere stato rifiutato dal Partito Democratico ma poi in South Carolina è rinato con un vittoria schiacciante. Poco tempo dopo con vittorie in altri Stati i suoi avversari hanno gettato la spugna e si sono schierati tutti nel suo campo, essendosi resi conto che ci voleva qualcuno che sconfiggesse Trump. Il 45esimo presidente è riuscito, senza volere, a unificare i democratici. Bernie Sanders, uno dei candidati che aveva dato filo da torcere a Biden per la nomination, senza provare rancore, ha lavorato duro per farlo eleggere. Inoltre, Sanders aveva avvertito la “squad” che il primo ordine del giorno dei progressisti era lavorare sodo per sconfiggere l’attuale inquilino della Casa Bianca. Difatti, la collaborazione dell’ala sinistra ha contribuito notevolmente alla vittoria di Biden.L’ex vicepresidente ha ovviamente radici nell’ala moderata del Partito Democratico. Alcuni analisti hanno rilevato che la sua vittoria rappresenta un terzo mandato per Obama considerando la comunanza di vedute fra i due. Questo è vero ma solo in parte. Il Partito Democratico e il Paese non sono quelli del 2008 o 2012, anni in cui Obama fu eletto. Bisogna ricordare i contributi di Sanders negli ultimi 10 anni per mettere in primo piano programmi progressisti e la visibilità offerta all’ala sinistra del Partito da individui come Ocasio-Cortez. La parlamentare di New York si sta rivelando non solo ottima candidata ma anche la nuova voce dell’ala sinistra. Si sta esibendo anche da saggia politica. Commentando la squadra che Biden sta organizzando per governare il Paese. Ocasio-Cortez ha dichiarato che “non invidia la squadra d Biden. Si tratta di un delicato equilibrio……importante perché manderà un messaggio molto, molto potente sulle intenzioni di governare”. Non sarà facile per Biden formare una squadra per affrontare tutti i problemi che Trump gli lascerà. A cominciare dal fatto che il 45eismo presidente non ha ancora deciso di accettare il risultato elettorale, insistendo senza ragioni, sulla frode elettorale. Biden però ha già dato segnali di prepararsi a governare mettendo in piedi una task force di luminari scientifici e medici che lo consiglieranno sulla pandemia del Covid-19. Biden ha anche promesso che la sua squadra di governo includerà una grande diversità per quanto riguarda la razza, genere, e orientamento sessuale. Il neoeletto presidente dovrà anche tenere conto del fatto che con ogni probabilità McConnell controllerà il Senato che sarà responsabile di confermare le sue nomine. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , | Leave a Comment »

Mario Tassone: il nuovo Presidente degli USA

Posted by fidest press agency su domenica, 15 novembre 2020

Biden è il nuovo presidente degli USA. Le analisi sul voto sono un fiume in piena. Negli Stati Uniti vi è un sistema elettorale di cui si invoca il cambiamento anche se fu introdotto per assicurare unità a una Federazione con un territorio vasto e diversificato. Il vero problema non sono le regole con cui si è votato, ma i tormenti di un grande Paese dove, dalle profondità delle periferie, vi sono spinte per modificare equilibri e ruolo dell’America nel mondo. Trump è espressione di un sovranismo e populismo che fa leva su disagi, sofferenze e differenze sociali. Si inserisce nel flusso di movimenti che coinvolge parte del vecchio continente. Sono in crisi le vecchie solidarietà internazionali rette dalle condivisioni su valori inespugnabili di libertà, di democrazia e di intese fra i popoli. Anche se Trump non Vince ha dimostrato di essere espressione di una realtà non trascurabile. In Italia I sovranisti e I populisti fanno il tifo per Trump. Nulla di male. Ma l’interesse vero non è per Trump ma per un sistema nei Paesi europei dove si tenta di far riemergere gli egoismi, i nazionalismi, gli isolazionismi, i negazionismi. Un tentativo di fermare il tempo e di riportare indietro il quadrante della storia.

Posted in Cronaca/News, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Trump perde, Biden eletto

Posted by fidest press agency su domenica, 8 novembre 2020

Trump presidente uscente e i colpi severi alla democrazia: il duro compito del presidente neoeletto Biden. Il 5 novembre, due giorni dopo l’Election Day, la campagna di Donald Trump ha rilasciato un messaggio in cui diceva che “se si contano i voti in ritardo e illegali, gli ruberanno l’elezione”. Il messaggio, scritto in maiuscole come spesso fa l’attuale presidente nei suoi tweet, è falso. Non c’è stata nessuna frode. Trump ha deciso di non usare Twitter in questo caso perché non pochi dei suoi recenti tweet si sono beccati l’etichetta di potenzialmente falso che la piattaforma usa in casi di informazioni sospette o pericolose alla sicurezza pubblica. Non c’è stata frode nell’elezione ma Trump ha persino detto che non può perdere l’elezione a meno che gli venga rubata. Trump ha reiterato lo stesso concetto in una conferenza stampa alla Casa Bianca, ripetendo le stesse menzogne, causando parecchie reti televisive di interrompere e oscurare il suo discorso.Infatti, se c’è qualcuno reo di furti Trump dovrebbe guardare allo specchio per la sua condotta nei quasi quattro anni di presidente. Nella sua campagna elettorale del 2016 l’attuale inquilino usò le parole per attaccare i suoi avversari e chiunque gli avrebbe potuto sbarrare la strada. Una volta eletto si credeva che il candidato Trump sarebbe entrato nel ruolo di presidente, ma come ha detto Barack Obama recentemente, il magnate di New York non ha fatto altro che continuare i suoi comportamenti di candidato senza mai assumersi i compiti di responsabilità. La differenza però è che nei quattro anni ha assestato colpi severi alle istituzioni e ha accentuato le divisioni del Paese.Nel suo primo e unico mandato il 45esimo presidente ha continuato con la sua visione della realtà cercando di imporla al resto degli americani e il mondo. La minoranza degli americani che lo avevano eletto gli hanno perdonato la sua crudeltà, la corruzione, le sue indecenze, i suoi attacchi sferrati alle istituzioni, e soprattutto la sua degradazione delle tradizioni democratiche. Non a caso l’attuale inquilino della Casa Bianca ha dimostrato grande affezione per i leader mondiali autoritari da Vladimir Putin a Kim Jong-Un. Trump ha chiuso non uno ma ambedue gli occhi, avvicinandosi a regimi autoritari come l’Ungheria dove la democrazia è a tutti gli effetti scomparsa e l’Arabia Saudita, il cui regime è stato persino responsabile dell’orribile uccisione di un giornalista. Allo stesso tempo Trump si è allontanato dagli alleati tradizionali nel resto del globo con la sua politica isolazionista di America First, riflettendo l’egoismo personale e trasportandolo a quello nazionale e internazionale.In politica interna Trump si è allontanato dalla decenza comune accettata da tutti i suoi predecessori alla Casa Bianca. I suoi elettori e il Partito Repubblicano gli hanno perdonato il suo linguaggio volgare e i suoi comportamenti non degni di un presidente americano con pochissimi tentativi di imporgli paletti. A livello nazionale ma anche in campo internazionale la tradizionale retorica americana di diritti umani e il rispetto per le vite umane sono stati messi da parte da Trump. L’esempio più ovvio è stata la sua condotta nel gestire la pandemia del Covid-19. Il numero stratosferico di contagi e i decessi in America non lo hanno preoccupato, ripetendo falsamente a destra e manca che stiamo sconfiggendo il virus. Anche le ultimissime notizie ci dicono esattamente il contrario. La mancanza di compassione dell’attuale inquilino alla Casa Bianca si è evidenziata anche al livello internazionale dove la campagna americana di diritti umani è stata gestita da Trump con il completo silenzio.L’attacco più serio di Trump però verte proprio sull’istituzione della democrazia. Fino al momento continua ad insistere sull’idea di frode elettorale senza offrire nessuna prova perché tutti gli analisti ci dicono che non esiste. Al momento di scrivere, tutto ci indica che con i vantaggi in Pennsylvania e Georgia, Biden ha vinto l’elezione. Infatti, le maggiori reti televisive e media hanno annunciato che Biden è il presidente eletto. Trump continua a strillare irregolarità ed ha dato chiare indicazioni che intende fare ricorsi legali, sperando che la Corte Suprema intervenga e lo salvi dalla sconfitta che diviene ad ogni momento più evidente. Da parte sua Biden continua a parlare in modi pacati, tipici di un presidente che cerca di calmare le acque, come preludio al suo difficile compito di unificare il Paese. Un compito che dovrebbe essere facile considerando non solo la sua eventuale vittoria con l’Electoral College ma anche col voto popolare (74 milioni di voti fino al momento che potrebbero raggiungere 78 milioni una volta completati gli spogli di Stati come la California e New York). Anche Trump ha ricevuto 70 milioni di voti, 4 meno dell’eventuale vincitore, ma tuttavia una cifra notevole. Nella sua vita di imprenditore e di politico Trump ha spesso parlato di perdenti e vincitori. Lui ne sa qualcosa. Dopo le sue bancarotte negli anni 90 è riuscito a ritornare a galla. La situazione attuale è più seria. Una sconfitta gli farà perdere l’immunità e lo bollerebbe come perdente. Potrà accettarla o continuerà ancora per vie legali cercando di ribaltare la sconfitta? Il sindaco Jim Kenney, rispondendo ai giornalisti sui commenti di Trump per i presunti brogli elettorali, ha dichiarato che il presidente dovrebbe “smettere di fare il bambino… e riconoscere che ha perso”. Lo farà. Staremo a vedere. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »