Fidest – Agenzia giornalistica/press agency

Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

Posts Tagged ‘Biden’

President Biden Restores Protections for Three Monuments, including New England Marine Monument

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 ottobre 2021

WASHINGTON — Today, President Biden signed an executive order that reinstates protections for the Northeast Canyons and Seamounts Marine National Monument off the coast of New England, as well as the Bears Ears and Grand Staircase-Escalante national monuments in Utah. This action reverses the former rollbacks by President Trump, restoring the protections for these monuments. The marine monument, which is roughly the size of Connecticut, is the first of its kind in the U.S. Atlantic Ocean and was first established by President Obama in 2016 to protect vulnerable deep-sea coral and sponge gardens from destructive fishing methods. This monument includes diverse corals and sponges on the seafloor, serves as a nursery for commercially important fish species, and is home to critically endangered North Atlantic right whales. Oceana senior campaign manager Gib Brogan released the following statement in response to the announcement:“The United States—and New England—has its marine monument back, and ocean life in these New England waters are safer because of it. Protecting the New England marine monument is a win-win for both fishermen and healthy oceans, sustaining strong fisheries for years to come. President Biden not only restored these monuments today, he restored hope that our environment will be protected from both political attacks and environmental threats.By permanently prohibiting destructive fishing in the Northeast Canyons and Seamounts and reinstating the protections, the hundreds of marine mammals that swim there will have reduced risk in the monument, including the critically endangered North Atlantic right whale. From the corals on the seafloor to the dolphins swimming on the surface thousands of feet above, the protections for the New England marine monument support an array of marine wildlife as well as productive fisheries and healthy oceans in New England.”

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden completa l’agenda di Trump sull’Afghanistan: giusta mossa ma nessun dividendo politico

Posted by fidest press agency su martedì, 14 settembre 2021

By Domenico Maceri. Donald Trump spesso assumeva i suoi collaboratori guardando la Fox News, la rete di televisione conservatrice, scegliendo da coloro che rispecchiavano le sue idee. Il caso del colonnello in pensione Douglas MacGregor è tipico. Nel mese di aprile del 2020, l’allora presidente degli Usa lo vide in televisione e lo invitò alla Casa Bianca dopo avergli sentito dire che gli Stati Uniti dovevano andarsene dall’Afghanistan. Subito dopo essere stato assunto come consigliere al presidente, MacGregor ricevette semplici direzioni in un foglio di carta da Trump ordinandogli che il suo compito era di “Andare via dall’Afghanistan”. Subito dopo il consigliere preparò una pagina di istruzioni che avrebbe fissato il ritiro dei soldati americani per il 12 gennaio 2021, proprio mentre Trump si apprestava ad uscire dalla Casa Bianca, a conclusione delle elezioni del 2020. Trump voleva riportare le truppe a casa al più presto ma poi si accordò con i talebani per il primo maggio del 2021. Questo accordo creò serie apprensioni nei vertici delle forze armate americane. Biden seguì lo stesso percorso tracciato dal predecessore rimandando però la data al 31 agosto.In realtà era stato Trump a seguire la strada tracciata da Biden quando da vicepresidente di Barack Obama aveva raccomandato già dal 2009 di riportare a casa le truppe dall’Afghanistan. Nel suo libro “Promesse da mantenere” Biden reitera i consigli dati a Obama quando scrive che in Afghanistan “altri dieci anni non avrebbero ottenuto” risultati diversi. Obama non seguì il consiglio e nemmeno Trump nei suoi quattro anni da presidente riuscì a finire la guerra. Biden lo ha fatto. Una decisione giusta anche se gli è costata capitale politico a causa del modo affrettatissimo del ritiro, causato dal fatto che i soldati del governo afghano non hanno combattuto i talebani. Il presidente afghano Ashraf Ghani e i soldati al suo comando fecero un accordo coi Talebani che rese molto più rapido il loro controllo del Paese, cogliendo Biden di sorpresa. In effetti, senza il supporto americano il governo afghano si squagliò e il presidente Ghani abbandonò il Paese.Trump non ha riconosciuto che il suo successore alla Casa Bianca ha fatto proprio quello che non era riuscito a lui. Con la sua tipica ipocrisia, l’ex inquilino della Casa Bianca ha dichiarato ai suoi sostenitori che Biden ha “consegnato una grande vittoria a tutti i nemici dell’America” riportando a casa “i grandi soldati dall’Afghanistan”. Anche Mike Pompeo, segretario di Stato nell’amministrazione di Trump, ha criticato l’azione di Biden, dimenticando ovviamente che era stato proprio lui a negoziare il ritiro, fissandolo per il primo maggio. Altri leader di ambedue i partiti hanno dimostrato il disappunto in particolare per le scene caotiche all’aeroporto di Kabul e ovviamente anche per la morte di tredici soldati americani a causa dell’attacco suicida dell’Isis-K.MacGregor, però, l’ex consigliere di Trump, ha lodato il ritiro, asserendo in un’intervista alla Abc che la guerra equivaleva a “un’enorme perdita di tempo, soldi, risorse e vite umane”, concludendo che Biden ha avuto completamente ragione. Gli americani sono d’accordo secondo parecchi sondaggi anche se molto meno sul metodo del ritiro. Secondo il Pew Research Center, un think tank non partisan con sede a Washington D. C., il 54 percento degli americani approva il ritiro delle truppe ma solo il 42 percento sostiene che Biden abbia gestito bene la situazione. L’indice di gradimento di Biden è sceso e adesso il 44 percento approva il suo operato, 7 punti in meno degli ultimi sondaggi. Un recentissimo sondaggio della Cnn, però, ci informa che Biden riceve il 52 percento di approvazione, molto meglio del 37 percento di Trump a questo punto della sua presidenza.Nel suo discorso alla nazione Biden ha spiegato le ragioni del ritorno delle truppe citando il successo straordinario delle evacuazioni (125 mila fra americani e afghani che avevano assistito le truppe). Ha anche asserito che non voleva essere il quarto presidente a rimandare al suo successore la patata bollente e che gli Stati Uniti non possono “costruire nazioni”. Ha anche reiterato i costi che secondo uno studio della Brown University hanno raggiunto più di 6 mila miliardi di dollari e hanno causato la morte di 7 mila americani.Gli americani dunque hanno ripetuto quello fatto dai britannici i quali invasero l’Afghanistan per ben tre volte, poi i sovietici, e infine gli americani, arrivando alla conclusione che il Paese del Sudest asiatico è veramente “un cimitero di imperi”. Nei venti anni di presenza americana in Afghanistan il governo locale non è riuscito a controllare i talebani anche se bisogna ammettere che progressi sociali sono avvenuti, specialmente nelle grosse città e nella capitale Kabul. Con il ritorno al potere dei talebani e il loro annuncio del recentissimo governo provvisorio la situazione delle donne diviene preoccupante anche se molto è cambiato in venti anni.Anche Biden dovrebbe preoccuparsi. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan gli è costato politicamente. Verrà dimenticato alla luce delle prossime elezioni di midterm del 2022 e quelle presidenziali del 2024. Agli americani importa la politica estera ma viene messa in secondo luogo alle questioni domestiche. Anche qui l’ultimo mese non promette bene per Biden. La pandemia, che era sotto controllo, ha ripreso gli aumenti dei casi positivi soprattutto dovuti alla variante Delta. Inoltre ci sono anche da affrontare i danni causati dagli uragani nel Sud del Paese, gli incendi nell’Ovest, e l’economia. Il numero dei posti di lavoro creati nei primi mesi dell’amministrazione di Biden era promettente ma nel mese di agosto solo 235 mila posti di lavoro sono stati creati invece dei 725 mila che gli economisti si aspettavano.Nonostante tutto, però, Biden in futuro sarà riconosciuto come il presidente che mise fine ad una guerra iniziata da George W. Bush con ragioni molto dubbie. Questo conflitto è stato poi seguito da quello in Iraq, con la scusa delle armi di distruzione massiva possedute da Saddam Hussein che difatti non esistevano. L’attuale inquilino della Casa Bianca avrebbe però potuto anche insistere sull’insostenibilità delle spese militari non solo in Afghanistan ma in altre parti del mondo. Considerando il fatto che il 53 percento del bilancio Usa viene speso per la difesa, con approvazione bipartisan, difficile capire come non pochi politici americani continuino a dire che non ci sono fondi per le spese domestiche. Trump, nonostante tutti i suoi difetti, aveva intuito quest’idea ma non fece nulla al riguardo, eccetto strillare agli alleati, minacciandoli che dovevano pagare di più per la loro difesa. Biden ha perso un’opportunità per tracciare una rivalutazione delle spese militari totali. Dopotutto, però, Biden è un centrista, che quando si tratta di spendere per la difesa non si tirava e continua a non tirarsi mai indietro. Quanto tempo si potranno sostenere soldati americani sparsi in 150 Paesi del mondo? Non se ne parla perché potrebbe aumentare i sospetti che l’impero americano stia per finire? Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

What Joe Biden’s debacle means for Afghanistan and America

Posted by fidest press agency su venerdì, 20 agosto 2021

America has spent $2trn in Afghanistan since invading in 2001; more than 2,000 American lives have been lost, not to mention more than 117,000 Afghan ones. And yet, having taken Kabul, the Taliban control more of the country today than they did when they were last in power. They have also won the ultimate affirmation: defeating a superpower. It is not surprising that America failed to turn Afghanistan into a democracy. Nor was it unreasonable for Joe Biden, America’s president, to want to draw the conflict to a close, given the duration, scale and expense of the American deployment. But his failure to withdraw in an orderly fashion has left the Afghans abandoned. America’s intelligence was flawed and its planning rigid. Mr Biden was capricious and his concern for allies minimal. That is likely to embolden jihadists everywhere. It will also dismay America’s friends and encourage adventurism on the part of hostile governments such as Russia’s or China’s. By Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Infrastrutture:Vittoria per Biden e Repubblicani?

Posted by fidest press agency su sabato, 7 agosto 2021

“By Domenico Maceri. Il piano bipartisan sulle infrastrutture: vittoria per Biden ma anche per i repubblicani? “Repubblicani, non cedete —i Patrioti non dimenticheranno mai! Se questa misura va in porto, un sacco di primarie vi aspettano”. Con queste parole fra consigli e minacce Donald Trump ha cercato di dissuadere i senatori repubblicani dal votare a favore della proposta bipartisan sulle infrastrutture negoziata da cinque senatori democratici e altri cinque repubblicani. L’ex presidente ha continuato attaccando Mitch McConnell, leader della minoranza repubblicana nella Camera Alta, accusandolo di essere un “perdente” e di fare il gioco dell’estrema sinistra democratica.Trump nella sua semplicità è sempre trasparente come se stesse giocando alla dama. McConnell, invece, gioca a scacchi sapendo benissimo che nonostante il suo voto favorevole che apre la porta al voto sulla misura bipartisan, alla fine lui e il suo partito ci guadagneranno.L’accordo negoziato dal gruppo bipartisan include i notevoli contributi di Kyrsten Sinema e Joe Manchin, senatori democratici conservatori, rispettivamente dell’Arizona e West Virginia, ambedue sotto pressione di votare con il loro partito per eliminare il filibuster. Questa regola permette a una minoranza di 41 senatori di bloccare leggi nella Camera Alta ed è usata da ambedue partiti per vantaggi politici. La regola è però divenuta uno strumento favorito dei repubblicani per frenare misure legislative democratiche sulla riforma elettorale, l’immigrazione, e altri diritti civili. L’accordo bipartisan sulle infrastrutture fa respirare i senatori conservatori democratici confermando la loro idea che a Washington si può lavorare in maniera bipartisan.La misura approvata dal gruppo bipartisan deve essere votata dal Senato, poi dalla Camera, ed eventualmente firmata dal presidente Joe Biden. Si tratta di un lungo processo che fa il gioco di McConnell con buone prospettive di “profitti” politici per i repubblicani. Il primo fra questi è la riduzione sempre più incalzante della pressione per l’eliminazione del filibuster poiché McConnell lo usa in maniera efficace come strumento ostruzionista. La proposta bipartisan disegnata dal gruppo di dieci senatori “moderati” cerca di dimostrare che l’era del clima bipartisan al Senato continua. Si tratta di un’illusione che però rafforza la mano di Sinema e Manchin fino ad adesso contrari all’eliminazione del filibuster. Adesso con l’accordo iniziale sulle infrastrutture possono cantare vittoria anche se il traguardo finale rimane lontano. Ciò include l’improbabile approvazione alla Camera dominata dai democratici i quali potrebbero congelare la proposta del Senato. I repubblicani però ci guadagnano perché la proposta di mille miliardi di dollari solo include la metà in nuove spese e il rimanente verrebbe fornito da fondi già stanziati per altri programmi sui trasporti. Nonostante questo però si tratta di una misura che contribuirebbe ingenti risorse per rimodernare i ponti, la rete delle autostrade interstatale, i trasporti pubblici—treni, autobus e metropolitane—, e l’ampliamento della rete di stazioni di ricarica dei veicoli elettrici. Contribuirebbe anche alla manutenzione di infrastrutture idriche, l’espansione di accesso alla banda larga e la modernizzazione della rete elettrica come pure l’espansione delle energie rinnovabili. I negoziatori repubblicani hanno avuto successo anche con le coperture che non includono aumenti alle tasse come avrebbero voluto i democratici.La proposta di legge del Senato dovrà però fare i conti con la Camera dove le sue chance di approvazione sono in salita. I democratici sia al Senato che nella Camera Bassa favoriscono un piano di infrastrutture di 3500 miliardi di dollari che va molto oltre il “modesto” piano bipartisan. Il piano democratico che al momento si sta sviluppando alla Commissione sul Bilancio presieduta da Bernie Sanders, il senatore democratico socialista del Vermont, è ovviamente molto ambizioso. La proposta include non solo spese sulle infrastrutture ma anche fondi per il sostegno all’infanzia e all’istruzione, i cambiamenti climatici, ampliamento dell’assistenza sanitaria, e la riforma sull’immigrazione. Le coperture per queste ingenti spese verrebbero fornite da un aumento al carico fiscale sulle imprese e sui redditi superiori a 400mila dollari l’anno. L’approvazione avverrebbe mediante la procedura parlamentare di “reconciliation” che non è soggetta alla soglia dei 60 voti al Senato. Anche questa strada non è in discesa perché tutti i 50 senatori democratici dovrebbero votare compatti e i soliti Sinema e Manchin hanno espresso dubbi per l’uso della procedura di “reconciliation”, preferendo la strada tradizionale bipartisan.I democratici non sono contrari alla misura bipartisan sulle infrastrutture ma la appoggerebbero solo in tandem con la loro proposta di 3500 miliardi di dollari. Ambedue proposte dovrebbero essere approvate simultaneamente ma i repubblicani si oppongono.Le elezioni di midterm dell’anno prossimo continuano a preoccupare i democratici poiché si crede che potrebbero perdere la maggioranza in una o addirittura entrambe Camere. In tale eventualità Biden sarebbe nelle mani della maggioranza repubblicana che lo renderebbe in grande misura un’anatra zoppa per i due ultimi anni del suo mandato. Il tempo stringe dunque. McConnell da parte sua sta facendo il gioco di collaborare sapendo benissimo che il lungo percorso legislativo lo favorisce. Le sue priorità sono di mantenere il filibuster e togliere a Biden successi legislativi che potrebbero conquistare il supporto degli indipendenti, spesso decisivi negli esiti elettorali. Trump dunque non ha intuito male che l’approvazione di una legge sulle infrastrutture rappresenterebbe una vittoria per l’attuale presidente. McConnell non lo dice apertamente ma da vecchia volpe lo sa. Il leader della minoranza al Senato, però, è meno trasparente del 45esimo presidente e riuscirebbe persino a cantare vittoria per i suoi elettori del Kentucky in caso di vittorie legislative di Biden, facendo notare che Washington funziona. Da non dimenticare che McConnell, dopo l’approvazione di 1900 miliardi della legge American Rescue Plan, ha ricordato ai suoi concittadini che riceveranno quasi 4 miliardi di fondi. L’ipocrisia era totalmente apparente perché, come gli ha fatto notare Biden, nessuno dei repubblicani aveva votato a favore della legge. Anche quando gli altri fanno il lavoro i repubblicani si affibbiano il credito per il lavoro altrui.L’approvazione del piano bipartisan rappresenta una vittoria parziale per Biden ma per una vittoria più completa ci vuole anche il piano democratico. Si tratterebbe anche di una vittoria per il Paese. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

“Il grande impegno di Biden sul fronte del cambiamento climatico”

Posted by fidest press agency su giovedì, 29 luglio 2021

A cura di Natalia Luna, Analista senior, Investimento responsabile e Brian Aronson, Analista azionario di Columbia Threadneedle Investments. I primi mesi del presidente Joe Biden alla Casa Bianca riflettono pienamente l’impegno della sua amministrazione a favore della transizione verso un’economia a basso tenore di carbonio. Biden è rientrato nell’Accordo di Parigi e recentemente ha annunciato un obiettivo estremamente ambizioso: dimezzare le emissioni entro il 2030. L’American Jobs Plan di Biden da 2.250 miliardi di dollari, noto anche come Infrastructure Plan ed annunciato a marzo in una proposta storica, affronta ampiamente gli impegni sul cambiamento climatico presi in campagna elettorale, andando addirittura oltre le promesse fatte in determinate aree. Sebbene le cifre finali potrebbero essere soggette a compromessi in modo da ottenere l’approvazione del Congresso, il piano mira ad imprimere slancio alla generazione di energia pulita e alla produzione statunitense di veicoli elettrici, fornendo inoltre un modesto sostegno per la ristrutturazione degli edifici. Il cuore di questo approccio è l’Infrastructure Bill: una lista di proposte da 2.000 miliardi di dollari volta ad avviare gli Stati Uniti su un percorso di azzeramento delle emissioni entro il 2050. La proposta infrastrutturale include la promozione di tecnologie a basse emissioni di carbonio e dei principali obiettivi relativi al cambiamento climatico.Biden ha svelato una vasta serie di proposte di spesa e di incentivi fiscali, ripartite per lo più su un periodo di otto anni ed incentrate su infrastrutture, adattamento ai cambiamenti climatici e iniziative sociali. Uno dei punti del piano consiste in particolare nella generazione di elettricità a zero emissioni di carbonio entro il 2035, come promesso da Biden in campagna elettorale. Tale obiettivo sarà supportato da incentivi fiscali sorprendentemente generosi per le energie rinnovabili e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, nonché da 100 miliardi di dollari di investimenti per il miglioramento delle infrastrutture energetiche. La transizione verso l’energia pulita potrebbe accelerare grazie alla proposta di un’estensione di 10 anni ai crediti fiscali per l’eolico, il solare e le pile a combustibile, che va ben oltre i due anni di incentivi precedentemente introdotti a dicembre 2020. La proposta consentirebbe agli sviluppatori di nuovi progetti di energia rinnovabile di realizzare immediatamente il valore in contanti dei crediti fiscali, il che aiuterebbe i loro flussi di cassa. Anche le aziende di servizi di pubblica utilità potrebbero beneficiarne, seppur meno direttamente, dato che i crediti fiscali potrebbero abbassare il costo dell’energia rinnovabile per i consumatori. Il calo delle bollette tende ad allentare le relazioni tra utility ed autorità di regolamentazione statali, favorendo una maggiore spesa per investimenti da parte delle prime, a vantaggio della crescita. Anche i 100 miliardi di dollari stanziati per l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche risulteranno vantaggiosi per le utility, supportando ancora una volta la spesa per investimenti. La proposta di Biden fa espressamente riferimento agli investimenti nelle reti di trasmissione, poiché sono necessarie linee a voltaggio più alto per spostare l’elettricità verde dai siti eolici o solari più grandi ai centri di carico. Inoltre, qualsiasi misura che faciliti il processo di scelta del sito per i progetti di trasmissione incoraggerà l’avvio di nuovi progetti. Questo enorme programma d’investimento sembra rappresentare uno sviluppo positivo per i produttori di apparecchiature elettriche, così come per alcune società di ingegneria e di costruzione. Non tutti però risulteranno avvantaggiati: il piano di Biden eliminerebbe i sussidi ai combustibili fossili per le società del settore petrolio e gas, ma non era certo una sorpresa.Per quanto riguarda i trasporti non inquinanti, l’enfasi principale delle proposte di Biden riguarda l’ulteriore impulso al mercato dei veicoli elettrici prodotti negli USA. Il piano prevede lo stanziamento di 174 miliardi di dollari per il settore, da spendere in particolare per l’installazione di 500.000 caricatori di veicoli elettrici entro il 2030, il che rappresenta una modesta sorpresa positiva. Potrebbe trattarsi di uno sviluppo significativo, specie se unito a un sussidio potenziale di 7.500 dollari per ogni consumatore che acquista un veicolo elettrico prodotto negli USA, e infonderebbe fiducia negli utenti verso l’infrastruttura di ricarica, rendendo competitivo il costo dei veicoli elettrici rispetto a quello dei motori a combustione interna. La combinazione di queste due misure fa salire del 15-30% le previsioni di Columbia Threadneedle per la domanda annuale di litio tra il 2021 e il 2025 e potrebbe sostenere le società posizionate per affrontare tale incremento. Le iniziative del piano sul fronte dei trasporti non inquinanti prevedono anche una proposta del valore di 111 miliardi di dollari riguardante le infrastrutture idriche, che include la modernizzazione dei sistemi idrici obsoleti, e i sistemi di trasporto pubblico e ferroviario, nonché il rafforzamento delle infrastrutture di importanza critica per le conseguenze del cambiamento climatico. Gli investimenti a favore di porti ed aeroporti intendono rendere gli Stati Uniti un leader globale nel trasporto aereo e di merci non inquinante, mentre gli investimenti nelle infrastrutture idriche possono fornire sostegno alle società i cui prodotti supportano il filtraggio, il trattamento e il trasporto efficiente di acqua. Le aziende di attrezzature per l’edilizia dovrebbero invece beneficiare dei 25 miliardi di dollari in finanziamenti per gli aeroporti e dei 17 miliardi di dollari in finanziamenti per le vie d’acqua, nonché di altre spese per infrastrutture più tradizionali. Parallelamente a tutto ciò, 85 miliardi di dollari in finanziamenti per il trasporto pubblico e 80 miliardi di dollari in finanziamenti per le ferrovie favoriranno la transizione verso mezzi di trasporto puliti per le flotte delle società ferroviarie e di consegne. In linea con la modesta promessa elettorale di Biden per l’avvio di una graduale ristrutturazione degli edifici, il piano propone di spendere 213 miliardi di dollari per il miglioramento dell’efficienza energetica. Gli edifici sono responsabili di circa il 10% delle emissioni degli Stati Uniti e di un terzo del consumo energetico del paese, secondo la US Energy Information Administration (EIA). L’importo sarà utilizzato per l’adeguamento di 2 milioni di abitazioni a prezzi accessibili, la costruzione di 500.000 nuovi alloggi e l’adeguamento di più di un milione di case con miglioramenti efficienti sotto il profilo energetico. Per raggiungere questi obiettivi è prevista l’estensione e l’espansione dei crediti per l’efficienza di abitazioni ed esercizi commerciali, nonché la creazione di un “Clean Energy and Sustainability Accelerator” (acceleratore di energia pulita e sostenibilità) da 27 miliardi di dollari per mobilitare gli investimenti privati. È presente anche una proposta per i progetti di rinnovamento energetico degli edifici pubblici. I principali beneficiari degli sforzi per rendere più ecocompatibile il patrimonio edilizio statunitense sono le società di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, le quali giocheranno un ruolo chiave nelle ristrutturazioni, riducendo significativamente il consumo di elettricità e sostituendo i refrigeranti nocivi.Allo stato attuale, il piano di Biden rappresenta un netto cambiamento rispetto alle politiche dell’amministrazione precedente e, se attuato, dovrebbe accelerare l’ecologizzazione dell’energia, dei trasporti e degli edifici statunitensi, e questo nonostante l’assenza di alcuni impegni presi in campagna elettorale, come i piani concreti sull’idrogeno verde e i dettagli sulle modalità di decarbonizzazione dell’agricoltura. La sua implementazione però è tutta da vedere. Ora tocca al Congresso trasformare il piano in legge ed è altamente probabile che alcune delle disposizioni non vengano approvate o siano modificate.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

The Economist this week: Biden’s China doctrine

Posted by fidest press agency su lunedì, 19 luglio 2021

Our cover this week is about President Joe Biden’s China doctrine. Between them, Mr Biden and Donald Trump have engineered the most dramatic break in American foreign policy in the five decades since Richard Nixon went to China. Optimists long hoped that welcoming China into the global economy would make it a “responsible stakeholder”, and perhaps bring about political reform. Today Mr Biden foresees a struggle that pits America against China—a struggle that he says can have only one winner. The administration believes that America must blunt China’s ambitions, by building up its strength at home and working with allies abroad. Much about Mr Biden’s new doctrine makes sense, but the details contain a lot to be worried about—not least the fact that it is unlikely to work. Zanny Minton Beddoes Editor-In-Chief The Economist

Posted in Estero/world news, Recensioni/Reviews | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Il tempo stringe: Biden e le due strade per le infrastrutture

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 giugno 2021

By Domenico Maceri. Il Senato americano si prende una pausa di due settimane per il weekend del 4 luglio, festa dell’indipendenza. Poi il mese di agosto i senatori hanno in calendario un’altra pausa di quattro settimane per letture estive nella loro preparazione per la stagione legislativa che inizia nel mese di settembre. Dei 24 mesi dall’insediamento di Joe Biden fino alle prossime elezioni di midterm nel 2022 quindi si va a una riduzione di un mese e mezzo. Bisogna poi aggiungere anche un altro mese perduto dopo l’insediamento per le negoziazioni delle procedure causate dal “pareggio” al Senato di 50 a 50. Mitch McConnell, leader repubblicano, e Chuck Schumer, leader democratico, hanno alla fine trovato il compromesso che dà ai democratici il lieve controllo della Camera Alta. Da febbraio ad oggi sono anche passati quasi altri cinque mesi, quindi all’amministrazione di Biden ne rimangono 17 in cui i democratici controllano sia il potere esecutivo che quello legislativo. Il tempo stringe e i repubblicani stanno facendo di tutto per fare scadere l’orologio, sperando di ottenere la maggioranza in una o ambedue le Camere alle elezioni di midterm. In tal caso, Biden si vedrebbe le mani quasi completamente legate e diventerebbe un’anatra zoppa per i due anni restanti del mandato. I democratici sanno benissimo dell’ostruzionismo anche perché McConnell lo ha confermato quando ha detto che la sua strategia sarà quella di bloccare l’agenda “sinistroide” del presidente Biden. Gli ultimi episodi di questo ostruzionismo si sono veduti recentemente quando i repubblicani hanno bloccato la formazione di una commissione per studiare l’insurrezione al Campidoglio il 6 gennaio scorso. Il senatore democratico conservatore del West Virginia Joe Manchin credeva che si fossero potuti trovare 10 senatori repubblicani favorevoli i quali si sarebbero aggiunti ai 50 democratici per approvare la misura. Manchin infatti aveva anche direttamente chiesto il favore a McConnell il quale si è rifiutato, vedendo la creazione della Commissione un serio svantaggio alle prospettive elettorali del suo partito nel 2022. Un altro esempio di ostruzionismo molto più fresco si è avuto con l’apertura al dibattito su HR1, For the People Act, la misura di legge sulla riforma elettorale approvata alla Camera. Non si trattava di sottoporla al voto ma semplicemente di iniziare il dibattito che avrebbe sfociato in modifiche promosse da Manchin in un altro tentativo di operare in maniera bipartisan.Manchin aveva annunciato delle modifiche sperando che una decina di senatori repubblicani avrebbero accettato ma McConnell è riuscito a mantenere il suo caucus compatto. I democratici sapevano già che la loro riforma non sarebbe stata approvata ma hanno promosso la misura per cominciare a convincere Manchin e l’altra senatrice democratica Kyrsten Sinema (Arizona) all’eliminazione del “filibuster” che richiede una super maggioranza di 60 dei 100 voti al Senato per procedere ai dibattiti e le votazioni.Alcuni democratici di sinistra come Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare di New York (14esimo distretto) hanno perso la pazienza e vedono le sole possibilità di agire mediante l’eliminazione del filibuster. Si tratta di una preoccupazione seria poiché se da una parte i repubblicani sono molto efficaci con il loro ostruzionismo si stanno anche preparando in maniera pericolosa alle prossime elezioni. Il Brennan Center for Justice, un’organizzazione progressista alla Facoltà di Legge nella New York University, ci informa che dall’elezione del 2020 ad oggi 17 Stati hanno approvato leggi che limitano il diritto al voto. Questa strategia di Stati dominati da repubblicani si rifà alle leggi del Sud di ridurre i diritti degli afro-americani dopo la Guerra Civile che sono continuati e espansi anche negli Stati del Nord. Si tratta di leggi che riducono le opportunità di votare le quali colpiscono in grande misura gli afro-americani, altri gruppi minoritari, e in linea generale le classi più povere che di solito votano in massa contro i repubblicani. In alcuni Stati, leggi già promulgate ed altre in programma tolgono addirittura alle circoscrizioni locali il diritto di dichiarare i vincitori nelle elezioni conferendolo alle legislature Statali. Questa è stata una strategia di Donald Trump il quale cercò di fare ribaltare le elezioni locali specialmente in Georgia, Arizona, Michigan, Nevada e Pennsylvania, gridando alla frode elettorale senza però offrire prove.Nonostante queste attività antidemocratiche i senatori continuano a cercare strade bipartisan. Dieci di loro, 5 repubblicani e 5 democratici, hanno raggiunto un accordo sulle infrastrutture che il presidente Biden ha accettato. L’accordo stanzierebbe 1000 miliardi di dollari (600 mila nuovi investimenti) sulle infrastrutture tradizionali come strade, ponti, reti ferroviarie ecc. La sinistra però non è entusiasta poiché non include le “infrastrutture umane”, investimenti sulle famiglie, asili nido per tutti i bambini, e le iniziative per affrontare i cambiamenti climatici. Nancy Pelosi, speaker della Camera, e Schumer, leader al Senato, hanno ambedue reiterato l’importanza delle infrastrutture umane senza nascondere la loro delusione. Biden ha reiterato anche lui la priorità delle infrastrutture umane e ha chiarito che sarebbero incluse in un altro disegno di legge che verrebbe approvato mediante la manovra di “reconciliation”. Questa manovra raggira il “filibuster” poiché richiede solo 50 voti invece di 60 al Senato. La manovra bipartisan e quella probabilmente solo con voti democratici verrebbero considerate in tandem. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha dichiarato che non firmerà una legge senza l’altra.Al momento Biden sta tentando di remare con la destra e anche con la sinistra. La strada bipartisan riflette la sua visione tradizionale di centrista e quella della “reconciliation”, la sua nuova faccia progressista. Molto dipenderà da McConnell il quale si è espresso con parole dure sulla doppia strada intrapresa da Biden. Il leader della minoranza al Senato ha detto che rimane confuso dalle prospettive “bipartisan” di Biden le quali contrastano con “l’ultimatum” di imporre il suo veto se solo una della due misure arriverà alla Casa Bianca. Comunque vada, il 46esimo presidente non chiude la porta né a una politica bipartisan né alle manovre delineate solo dai democratici. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

La proposta del budget di Biden: fra aspirazione e realtà

Posted by fidest press agency su domenica, 6 giugno 2021

By Domenico Maceri. La manovra di bilancio del presidente Joe Biden è la “più spericolata e irresponsabile proposta di budget” della storia. Con queste parole Kevin McCarthy, parlamentare di Bakersfield, California, e leader della minoranza repubblicana alla Camera, ha espresso il suo giudizio di parte sull’annuncio dell’attuale presidente. Nancy Pelosi, parlamentare democratica di San Francisco e speaker della Camera, invece, ha controbattuto che si tratta di “un’evidente dichiarazione dei valori dei democratici” per i bisogni dei lavoratori e le famiglie americane. Nessuno dei due giudizi coglie appieno il piano di bilancio di Biden per il 2022 ma quello della Pelosi si avvicina molto di più.La manovra di budget per il 2022 di Biden costerebbe 6 mila miliardi di dollari e rappresenta una spesa che non si vedeva dalla Seconda Guerra Mondiale. Quando vi si aggiungono agli investimenti di 1900 miliardi dell’American Rescue Plan, legge firmata da Biden per affrontare la pandemia, si cominciano a capire le sue priorità. L’attuale inquilino della Casa Bianca interpreta il ruolo del governo in modo attivo per il bene dell’America. Si tratta anche di una ridistribuzione delle risorse che mirano a ridurre, anche se in maniera leggera, il divario creatosi fra ricchi e poveri negli ultimi decenni. La spesa della manovra corrisponde a un aumento del 35 percento in comparazione a quella prima della pandemia. Biden investirebbe su programmi che sono popolari con gli americani incluso la pubblica istruzione, la ricerca, i ponti, le strade, la banda larga, asili nido e scuole per l’infanzia per tutti i bambini e l’ampliamento della sanità per gli anziani. Include inoltre investimenti per le ricerche necessarie per affrontare il riscaldamento globale e investimenti anche per coprire le rette dei primi due anni di università. I costi verrebbero coperti in parte da prestiti come pure da aumenti alle tasse dei redditi alti e le corporation.La manovra di bilancio di Biden riflette in buona misura la sua piattaforma elettorale ma non in maniera completa. Per la sanità il candidato Biden aveva respinto le richieste di Medicare for All, il sistema governativo per gli over 65, a tutti gli americani, come insistevano i due candidati liberal Bernie Sanders (Vermont) e Elizabeth Warren (Massachusetts). Il candidato Biden aveva promesso invece una “public option”, una opzione di assicurazione pubblica da comprare, con benefici simili a quelli del Medicare. Nel suo piano di bilancio questa “public option” non è menzionata. Manca anche l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, cavallo di battaglia dei due senatori liberal, sostenuto anche da Biden anche se in maniera poco convincente.Una delle critiche sollevate è stata la questione delle spese e l’impatto al deficit che aumenterebbe a 1800 miliardi nel 2022 e poi scenderebbe a 1300 nei prossimi dieci anni. Considerando i tassi di interesse a bassissimi livelli, però, Biden ha spiegato che questa è una buonissima opportunità per investire nel futuro. Nonostante tutto, però, le spese del governo americano continuerebbero a rappresentare una percentuale del Pil inferiore a quella di altri Paesi industrializzati dell’Europa Occidentale.Secondo Biden si tratta di investimenti che stimolerebbero la prosperità per le famiglie in un’economia globale in costante e rapido cambiamento. La classe media e i poveri ci guadagnerebbero senza però avere un impatto negativo sulla crescita. L’attuale inquilino alla Casa Bianca ha continuato spiegando che più soldi nelle tasche dei consumatori alla fine aiuterebbero anche le corporation con l’aumentata richiesta di prodotti e servizi.Il piano sul bilancio annunciato tipicamente dai presidenti americani non significa che sarà necessariamente approvato dalle due Camere legislative. Si tratta di una road map sulle priorità dell’inquilino alla Casa Bianca che saranno riprese dai legislatori. Non tutte le aspirazioni del presidente verranno effettuate anche se i democratici, persino quelli di sinistra, hanno benedetto il piano di Biden. L’eccezione verte sulle spese per la difesa. Il Congressional Progressive Caucus, l’ala sinistra dei parlamentari democratici, ha criticato il bilancio americano sulla difesa considerandolo eccessivo. Difatti, i costi per le spese militari superano il totale di quelle degli altri dieci paesi che più spendono per la difesa. Come si aspettava, i repubblicani hanno dissentito, asserendo che il budget di Biden riflette tagli alla difesa.Il nodo però rimane l’arduo percorso legislativo, tenendo conto delle leggerissime maggioranze del partito del presidente sia alla Camera che al Senato. L’altro ostacolo ovviamente rimane la salita nella Camera Alta, dove, secondo la regola del filibuster, ci vogliono non 51 dei 100 voti favorevoli ma 60, permettendo alla minoranza repubblicana di dare filo da torcere ai disegni di legge approvati dai democratici.In un discorso a Tulsa in Oklahoma per commemorare l’eccidio di più di 300 afro-americani avvenuto il 31 maggio 1921, Biden ha anche toccato il tema dei progressi fatti della sua amministrazione per la giustizia razziale. Ha però anche chiarito che le sue mani sono legate dal fare di più poiché ha solo una maggioranza risicata alla Camera di solo 4 voti e al Senato solo 50 dei 100 senatori sono democratici. Inoltre, Biden ha anche rilevato che con due senatori democratici che spesso votano con i repubblicani è difficile approvare leggi che favoriscano il diritto al voto. Il 46esimo presidente si riferiva senza però citare i nomi a Joe Manchin (West Virginia) e Kyrsten Sinema (Arizona), ambedue democratici i quali con frequenza si schierano con i repubblicani e difatti sono ambedue contrari all’eliminazione del filibuster. Questa regola che richiede 60 voti al Senato per procedere ai voti dà alla minoranza in Senato il potere di bloccare leggi favorite dalla Camera, dal presidente, e spesso dalla stragrande maggioranza degli americani. L’esempio più eclatante si è visto recentemente quando la legge sulla Commissione per gli assalti al Campidoglio ha ricevuto solo 55 dei 60 voti necessari. Biden non ha esplicitamente fatto richiesta di eliminare il filibuster ma lo ha suggerito, ricordando a Manchin e Sinema che ha bisogno del loro aiuto.Fino ad adesso questi due senatori democratici provenienti da Stati conservatori sembrano non sentire le parole di Biden. In una recente intervista Sinema ha risposto che il filibuster mantiene la protezione della minoranza e protegge anche la democrazia. La sua definizione di democrazia non richiede il 51 ma il 60 percento al Senato. Una definizione anomala di democrazia che dà alla minoranza troppo potere. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden piace ai liberal ma non tanto in affari esteri

Posted by fidest press agency su martedì, 25 Maggio 2021

By Domenico Maceri “Parla come moderato ma sta governando per soddisfare l’estrema sinistra”. Con queste parole, Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza repubblicana al Senato, commentava la politica di Joe Biden. McConnell ha continuato spiegando che nella campagna elettorale Biden aveva promesso un governo bipartisan ma difatti governa come “un socialista”. Queste asserzioni di McConnell sono comuni fra i repubblicani per strizzare l’occhio all’ala destra del loro partito, ma contengono in un certo senso una dosi di verità. Biden sta difatti sorprendendo molti con la sua politica liberal specialmente negli affari interni ma su quelli esteri si tratta di un’altra cosa.Bill Clinton, il 42esimo presidente, 1993-2001, spiegò agli americani che “The era of big government is over” (L’era dei grandi programmi governativi è finita) riprendendo in un certo senso il concetto di Ronald Reagan che il governo non è amico del popolo. Con Biden si direbbe che “The era of big government is back” (Si ritorna ai grandi programmi governativi). E difatti l’American Rescue Plan (il pacchetto di 1900 miliardi di dollari) per fare fronte alla pandemia, già approvato con voti solo democratici, si è rivelato popolare anche con i legislatori repubblicani. Alcuni di loro hanno infatti lanciato annunci reiterando che sussidi alle piccole aziende stanno arrivando nonostante il fatto che loro avevano votato contro. La popolarità del disegno di legge ci viene anche confermata da non pochi sindaci e governatori repubblicani che hanno visto i benefici per i loro cittadini. Persino gli elettori di Kevin McCarthy, leader della minoranza repubblicana alla Camera, ne hanno beneficiato in maniera significativa, specialmente a causa dei loro bassi redditi. Il pacchetto avrà anche un impatto notevole poiché ridurrà il livello della povertà del 50 percento. Trentanove milioni di famiglie americane di basso reddito, infatti, riceveranno assegni familiari di 300 dollari al mese per ogni figlio al di sotto di 6 anni e 250 dollari per quelli da 6 a 17 anni.Inoltre, la proposta sulle infrastrutture di 2300 miliardi ci chiarisce che Biden intende investire in grande per il futuro dell’America. Questo piano, però, avrà bisogno di voti repubblicani i quali hanno già indicato che lo vorrebbero ridurre a 800 miliardi. Di questi giorni si sta negoziando ma in caso di mancanza di un accordo bipartisan Biden potrebbe usare la strada della “reconciliation” come ha fatto per il pacchetto contro la pandemia, anche se questa strada non è tanto facile. Tutto sommato, l’ala sinistra del Partito Democratico è rimasta soddisfatta ed ha fatto quadrato intorno a Biden. Non si sono sentite voci di dissenso nemmeno dai più noti rappresentanti della sinistra come Bernie Sanders, (senatore del Vermont), Elizabeth Warren (senatrice del Massachusetts) e Alexandria Ocasio-Cortez (parlamentare del 14esimo distretto di New York).Ciò non vuol dire che la sinistra sia completamente soddisfatta con l’operato di Biden specialmente per quanto riguarda il mancato aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il supporto della Green New Deal, e la proposta di Medicare for All (Sanità pubblica per tutti). Si crede però che Sanders potrebbe essere soddisfatto con una riduzione da 65 a 60 o 55 anni per qualificare al Medicare. Non coprirebbe tutti ma si tratterebbe di un notevole passo avanti.Se la politica interna di Biden ha soddisfatto la sinistra, quella estera ha dimostrato in grande misura un centrismo tradizionale che si rifà alle radici dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Va ricordato che Biden è stato un politico moderato per quasi tutti i 51 anni di vita politica. Negli ultimi anni del suo percorso, quello da presidente, però si è spostato a sinistra in parte perché spinto dal cambiamento del suo partito ma anche come reazione ai quattro anni di presidenza di Donald Trump. L’ex presidente, al di là della sua politica strampalata, si è concentrato sulla riduzione delle tasse ai benestanti e la nomina di giudici per soddisfare i bisogni del suo partito.Biden, però, ha fatto sorridere la sinistra in politica estera con l’annuncio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan annunciata per il mese di settembre dell’anno in corso. Per quanto riguarda la recentissima patata bollente del conflitto nel Medio Oriente, Biden ha agito in maniera molto cauta. All’inizio ha dichiarato che l’Israele ha il diritto di difendersi se attaccato ma evidentemente in privato ha spinto Benjamin Netanyahu, Primo ministro israeliano, per un cessate il fuoco, l’iniziativa egiziana, che al momento di scrivere è stato annunciato da Israele e Hamas. Biden ha avuto poche carte da giocare ma alla fine sembra che avrà avuto un impatto per la sospensione degli attacchi.Alcuni analisti sono stati sorpresi dalla politica liberal di Biden ma in realtà riflette la sua mancanza di preconcetti ideologici che reiterano la sua capacità di produrre risultati senza atteggiamenti dogmatici. Va ricordato che scelse Kamala Harris come sua vice nonostante i duri attacchi in campagna elettorale subiti dall’allora senatrice della California. In un’intervista a David Brooks del New York Times, Biden ha sostenuto di non essere cambiato poiché lotta per i diritti dei poveri da decenni. Il 46esimo presidente ha spiegato che ciò si deve in parte alle sue radici irlandesi. Gli antenati di Biden per secoli furono sottomessi dagli inglesi e lui capisce molto bene il concetto di “dignità”, identificandosi con quelli senza potere. A 78 anni, Biden ha capito anche che con ogni probabilità gli rimangono tre anni di mandato poiché si crede che non si ricandiderà. Dunque il tempo limitato a sua disposizione rifletterà la politica di un presidente che agisce con i suoi veri ideali pensando alla storia e al senso di giustizia invece di possibili vantaggi politici futuri. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden e i brevetti anti-Covid: le vite umane più importanti dei profitti?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 19 Maggio 2021

Domenico Maceri. “Assolutamente. Certamente. È l’unica soluzione umana al mondo”. Ecco come il candidato Joe Biden rispondeva a una domanda nella campagna elettorale del 2020 se lui, da presidente, condividerebbe con il resto del mondo un vaccino anti-Covid scoperto dagli Stati Uniti. Biden continuò a chiarire che si condividerebbe la tecnologia con tutti poiché proteggere gli americani è impossibile senza la protezione di tutti gli esseri umani.Biden ha agito recentemente per mantenere la promessa fatta come si è visto dall’annuncio della sua rappresentante per il commercio Katherine Tai. Gli Stati Uniti si impegneranno ad approvare la sospensione dei brevetti per i vaccini onde affrontare in maniera più efficace la pandemia nei paesi poveri che fino ad adesso hanno avuto accesso limitatissimo ai vaccini. La Tai ha chiarito che l’amministrazione del 46esimo presidente rispetta la protezione della proprietà intellettuale ma le circostanze straordinarie del Covid-19 richiedono misure altrettanto straordinarie.L’annuncio è stato ricevuto come una piacevole sorpresa da alcuni membri della sinistra che spingevano Biden alla sospensione dei brevetti da parecchi mesi. Al voto di ottobre del WTO, l’organizzazione mondiale che si occupa degli aspetti sulla proprietà intellettuale in una procedura chiamata TRIPS, l’America aveva votato contro la mozione introdotta dall’India e l’Africa del Sud per sospendere i brevetti sui vaccini. Adesso che gli Stati Uniti hanno cambiato idea aumenteranno le probabilità che tutti gli altri 160 paesi faranno altrettanto. Difatti, parecchie voci importanti si sono dichiarate favorevoli, incluso la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e persino Papa Francesco ha incoraggiato la sospensione. Una rara voce di scetticismo è venuta a galla dalla cancelliera tedesca Angela Merkel ma ovviamente si tratta dell’inizio delle trattative. La prossima riunione del WTO avverrà a novembre e quindi ci sarà tempo per mettere tutti nella stessa strada.Il problema però è proprio il tempo, specialmente considerando la tragica situazione in molti paesi e specialmente in India. La mossa di Biden che sospenderebbe, ma non eliminerebbe la proprietà intellettuale, mira a reiterare l’emergenza globale. Il sistema capitalista è riuscito a trovare vaccini efficaci contro il Covid-19 ma solo una piccola parte degli esseri umani ha potuto beneficiarne. Fino ad adesso la stragrande maggioranza dei vaccini sono andati nelle braccia dei cittadini benestanti. In America ci si sta avvicinando al 50 percento di vaccinati e Biden ha promesso che si arriverà all’immunità di gregge raggiungendo il 70 percento per il 4 luglio, festa dell’indipendenza. Altri paesi occidentali stanno anche facendo notevoli progressi. Secondo alcuni calcoli, però, solo l’otto percento della popolazione mondiale ha ricevuto almeno una dosi del vaccino, livello molto basso. Il fabbisogno di vaccini per il mondo si aggira fra 10 e 15 miliardi di dosi per raggiungere l’immunità di gregge.L’annuncio di Biden della sospensione dei brevetti permetterebbe ad altri paesi come l’India, l’Africa del Sud, il Ghana ed altri a produrre vaccini e inoculare abbastanza persone per fermare la pandemia. Non si tratta solo dei brevetti, però, poiché la produzione dei vaccini richiede anche la condivisione del know-how, materiali, e anche fondi addizionali. Sedici miliardi di dollari sono stati stanziati a livello globale per questo programma e si crede che ulteriori fondi saranno necessari.Il primo passo, ossia la sospensione dei brevetti, non è stato però benvenuto dalle industrie farmaceutiche, specialmente dalla manciata di grosse aziende che stanno producendo i vaccini, preoccupate dalla possibile perdita di ingenti profitti. Sono stati rilevati i fatti che gli ingredienti per la produzione di vaccini sono limitati e l’apertura dei brevetti causerebbe concorrenza per questi scarsi ingredienti, creando ulteriori ostacoli alla produzione. Altri critici della mossa di Biden hanno rilevato che la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale creerà disincentivi per le aziende che investono sulla ricerca ed eventuale produzione di queste medicine. Si calcola che ci vogliono investimenti di parecchi miliardi di dollari per coprire le spese delle ricerche che conducono alla produzione di nuovi farmaci.Tutto questo è vero ma queste argomentazioni dimenticano il fatto che le ricerche spesso vengono fatte in parte da istituti universitari i quali ricevono la maggior parte dei loro fondi dai governi. Nel caso del vaccino anti-Covid il governo americano ha contribuito 18 miliardi di dollari mediante il programma Warp Speed durante l’amministrazione di Donald Trump. Questi contributi sono stati indispensabili al vaccino prodotto da Moderna le cui ricerche sono state anche assistite da lavoro fatto dal National Institute of Health. Inoltre la tecnologia mRNA, usata da Pfizer e Moderna, non è completamente nuova poiché è basata su ricerche fatte da Katalin Kariko, scienziata ungherese, trasferitasi negli Usa nel 1985, alla University of Pennsylvania. Quindi le aziende che ritengono i diritti dei brevetti non sono completamente basati su ricerche ed investimenti fatti esclusivamente da loro stesse.In effetti, le aziende non creano profitti completamente in isolamento e i diritti alla proprietà intellettuale hanno limiti. La storia ce lo conferma. La proprietà tecnologica sull’aviazione dei fratelli Wright fu presa dal governo perché consisteva di un’indispensabile risorsa nella Prima Guerra Mondiale. Un altro caso più vicino a noi, però, ci indica quello che potrebbe succedere con i brevetti sui vaccini. Subito dopo gli attacchi terroristici alle Torri Gemelli dell’11 settembre del 2001, occorsero altri attacchi che sembravano provenire dalla stessa matrice. Ci riferiamo agli attacchi di antrace che veniva spedita a individui di rilievo e canali televisivi. La Bayer Corporation aveva un antibiotico efficace contro l’antrace e il governo di George W. Bush fece una richiesta per la produzione immediata di 12 milioni di dosi. Impossibile, fu la reazione della Bayer perché ci volevano quasi due anni. Dopo le minacce del governo di sospendere il brevetto e consegnare la ricetta ad altre aziende per accelerare la produzione, la Bayer riconsiderò e promise di consegnare le dosi richieste in tempi rapidissimi. La mossa di Biden di sospendere i brevetti potrebbe funzionare alla stessa maniera? Alcuni analisti credono di sì in parte per evitare la sospensione dei brevetti nel futuro. L’effetto potrebbe essere la soluzione poiché sarebbe più facile ampliare la produzione con le strutture già esistenti invece di iniziarne nuove che prenderebbe molto tempo. La mossa di Biden potrebbe dunque incentivare le aziende farmaceutiche a produrre la quindicina di miliardi di vaccini necessari in tempi rapidi. Comunque vada, Biden si è preso la parte morale della contesa agendo per tentare di salvare le più vite possibili. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden Boom: siamo alle porte di una nuova era di espansione economica?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 12 Maggio 2021

A cura di Giuseppe Zaffiro Puopolo, Portfolio Manager di Moneyfarm. Dopo i primi 100 giorni in carica, Joe Biden si è trovato a gestire un’inversione di tendenza economica così drastica che neanche gli analisti più ottimisti avrebbero potuto prevedere. A poco più di un anno da quando il mondo ha sentito parlare per la prima volta di Covid 19, i dati sulla crescita economica degli Stati Uniti stanno entusiasmando investitori e commentatori a tal punto da far parlare di nuovo boom e dell’inizio di una nuova era all’insegna dell’espansione economica.In questo contesto di ottimismo ha preso forma il piano di investimento da 2 trilioni di dollari di Biden. Completando il già ampio American Rescue Plan varato negli scorsi mesi, il nuovo decreto include tra le altre cose un piano di investimenti per ammodernare un sistema di infrastrutture che ha un disperato bisogno di modernizzazione, nonché un consapevole spostamento verso l’energia verde. È probabile che centinaia di miliardi saranno assegnati ad aree come i trasporti, industria ed edilizia abitativa, nel più grande pacchetto economico mai approvato da Washington. Il pacchetto è stato annunciato come un potenziale balzo in avanti per un’economia rinomata per la sua capacità di innovare e per la resilienza, confermate dai risultati straordinari che arrivano da praticamente tutti i settori dell’economia a stelle e strisce (la sorpresa economica sull’ultima stagione degli utili ha superato il 20%). Se il Covid-19 ha costretto le aziende a ibernarsi, il grizzly sembra pronto a riemergere dal letargo per mettersi a caccia di nuove opportunità nell’economia globale. Non a caso siamo in piena primavera. La prospettiva della ripresa è stata per mesi la luce in fondo al tunnel che ha animato i mercati, un’opportunità per immaginare un’uscita positiva dall’emergenza. Il piano infrastrutturale di Washington aiuta a collocare questa opportunità nella realtà, fornendo alcuni dettagli necessari per chiarire il quadro e garantendo una prospettiva di ottimismo che vada oltre la mera speranza di sopravvivere. C’è un precedente storico che solletica la fantasia dei più ottimisti: negli anni ’60 l’amministrazione Kennedy approvò un ampio piano di tagli fiscali, che portarono a oltre 100 mesi di espansione economica nel decennio successivo. I salari statunitensi aumentarono di un terzo in quella decade, e anche le entrate fiscali del governo crebbero vertiginosamente. Difficile fare un paragone, ma è comunemente accettato che le decisioni politiche ebbero un ruolo chiave nel far partire quella fase di espansione e, la spinta pubblica verso la crescita economica non è mai stata forte come negli ultimi mesi. Senza proiettarci troppo nel futuro, i segnali di ripresa economica nel 2021 possono essere trovati sia nei primi dati, sia nelle proiezioni degli economisti. Negli Usa, le previsioni di crescita economica reale per il primo trimestre si attestano intorno al 7% o all’8%, sulla base di dati parziali. È significativo che la maggior parte degli economisti si aspetti che la tendenza continui almeno per il resto dell’anno solare. I dati del FMI suggeriscono una previsione media di crescita del 6,4% nei quattro trimestri del 2021. Se le proiezioni sono accurate, quest’anno rappresenterà il migliore per la crescita dal 1984, anch’esso preceduto da una profonda recessione. L’enorme afflusso dei dollari stampati dalla Fed e distribuiti dalla Casa Bianca ha aiutato le famiglie a risparmiare moltissimo durante il lockdown. Il tasso medio di risparmio del reddito disponibile negli Stati Uniti prima della pandemia era del 7,5%. Nel 2020, questa cifra è balzata al 16,3%, circa 1,4 trilioni di dollari di risparmi extra. Questo denaro dovrà trovare una collocazione una volta che l’economia si sarà completamente aperta e la fiducia sarà riacquisita.Certo i rischi non mancano. È importante sottolineare che il virus potrebbe ancora avere delle recrudescenze se i vaccini iniziassero a dimostrarsi inefficaci contro le varianti del Covid-19. In particolare, ci sono preoccupazioni che l’espansione monetaria possa far crescere l’inflazione, mentre l’aumento del debito pubblico potrebbe causare grattacapi nel medio termine. I giganteschi piani di transizione ambientale hanno spinto al rialzo il prezzo di alcune materie prime (come il rame e i metalli industriali). La pandemia continua a creare problemi sulle catene di approvvigionamento globale, con l’India – un importante esportatore di materie prime – ora in prima linea. Prodotti specifici come i semiconduttori sono molto richiesti, ma l’offerta fa fatica a tenere il passo della domanda. Questi sono tutti fattori che rafforzano la narrativa di coloro che pensano che la Fed farà fatica a mantenere il suo impegno di non aumentare i tassi prima del 2023 – uno dei critici più duri della Banca Centrale è stato l’ex Segretario del Tesoro Larry Summers.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il piano di Biden sulle infrastrutture: al di là di strade e ponti

Posted by fidest press agency su venerdì, 9 aprile 2021

Domenico Maceri, PhD. “È come un cavallo di Troia”. Ecco la reazione di Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e leader della minoranza al Senato, mentre commentava il massiccio piano infrastrutturale annunciato da Joe Biden in un discorso a Pittsburgh in Pennsylvania. McConnell ha elaborato sostenendo che il progetto si basa su “ulteriori prestiti e ingenti aumenti fiscali a tutte le componenti produttive” dell’economia.Il programma dell’attuale inquilino alla Casa Bianca di circa duemila miliardi di dollari si aggiunge al recente pacchetto di stimolo anti-Covid approvato recentemente con voti di soli democratici. I repubblicani, a differenza dei democratici che votarono a favore del pacchetto anti-Covid durante l’amministrazione di Donald Trump, sembrano essersi rinchiusi nella loro tipica strategia di bloccare qualunque cosa un presidente democratico possa fare. Lo fecero in grande misura durante l’amministrazione di Barack Obama e lo stanno mettendo in pratica con Biden.Biden sa benissimo che il tema delle infrastrutture è popolare con gli americani e in un certo senso anche con i repubblicani, ma lavorare in maniera bipartisan a Washington sembra essere scomparso. Il piano di Biden etichettato “American Jobs Plan” spenderebbe ingenti somme sulle strade, ponti, ferrovie, ma includerebbe anche fondi per nuove tecnologie e il cambiamento climatico. Biden lo ha classificato come “l’investimento più significativo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale” che metterebbe l’America all’avanguardia anche nelle emergenti tecnologie.Il 73 percento degli americani favorisce il piano annunciato da Biden, cifra molto alta specialmente di questi giorni. Alcuni repubblicani, a differenza di McConnell, se ne sono accorti, riconoscendo l’importanza dei progetti di infrastrutture, obiettando però sulle dimensioni del piano. Il senatore repubblicano del Missouri Roy Blunt, in un’intervista alla Fox News, ha detto che bisogna ridurre il piano di Biden del 70 percento se il presidente spera di ottenere supporto del suo partito. Blunt ha dichiarato che 615 miliardi sarebbero sufficienti perché il resto sarebbe speso in aree che non hanno nulla a che fare con le infrastrutture.Blunt non ha tutti i torti se si definiscono infrastrutture semplicemente come ponti e strade. Biden la vede diversamente includendo anche l’ampliamento di banda larga a zone in America dove non esiste. Include anche infrastrutture legate all’industria manifatturiera, la modernizzazione delle reti elettriche, migliorie alle scuole, e anche assistenza per la cura degli anziani e per assicurarsi che l’acqua sia potabile per tutti.Si tratta di una differenza non solo del termine infrastrutture ma anche di una visione del ruolo del governo nella società. I repubblicani continuano ad insistere che lasciando mano libera alle aziende private il sistema funziona per tutti. Una visione limitata poiché le aziende private investono solo quando vedono il profilo dei guadagni. Il tipo di investimenti fatti dal governo non mira a produrre profitti ogni tre mesi per soddisfare gli investitori. Gli investimenti governativi producono alcuni frutti immediatamente ma in molti casi i benefici saranno duraturi e verranno a galla in tempi poco vicini.I repubblicani non sono gli unici insoddisfatti con le spese della proposta di Biden. L’ala sinistra del Partito Democratico dissente anche ma nella direzione opposta. Alexandria Ocasio-Cortez, parlamentare ultra liberal di New York (14esimo distretto), in un’intervista alla Msnbc ha dichiarato che le spese proposte da Biden sono insufficienti poiché includono un lasso di tempo di dieci anni. La cifra indicata da Ocasio-Cortez si aggirerebbe invece non su duemila ma diecimila miliardi di dollari.La proposta di Biden sarà dunque massaggiata e discussa alla Camera che come si sa è dominata dai democratici. Alla fine emergerà un disegno di legge che soddisfi le due ali del partito democratico il quale arriverà al Senato dove si prevede una strada in salita. Nella Camera Alta i democratici dovranno fare i conti con il filibuster che richiede 60 consensi per procedere al voto il che vuol dire che 10 repubblicani dovrebbero votare con i democratici. Già si parla di raggirare il filibuster ripetendo la reconciliation che solo richiede una semplice maggioranza se i disegni di legge sono concentrati su questioni di bilancio. La parlamentarian Elizabeth McDonough, il funzionario che consiglia il Senato su questioni di procedure legislative, ha informato i vertici del Partito Democratico che possono usare altre tre manovre di reconciliation nei primi due anni dell’amministrazione di Biden. Una buona notizia per i democratici anche se uno dei loro senatori conservatori, Joe Manchin del West Virginia, ha dichiarato che non appoggia totalmente la proposta di Biden. In particolar modo Manchin è contrario all’aumento delle tasse alle corporation dal 21 al 28 percento che lui vorrebbe ridurre al 25 percento. Va ricordato che nel 2017 i repubblicani ridussero la cifra dal 35 al 21 percento. Tutto sommato, le corporation ne uscirebbero abbastanza bene anche con Biden nonostante l’evidente piccolo passo indietro. Jeff Bezos, infatti, il padrone di Amazon e l’uomo più ricco al mondo, si è dichiarato favorevole alle tasse sulle corporation programmate da Biden.Questo piccolo sacrificio per le corporation coprirebbe il costo della sua proposta, secondo Biden, anche se il tam-tam di una patrimoniale alle classi benestanti suonato dai senatori democratici di sinistra Bernie Sanders e Elizabeth Warren gli chiederebbe un altro piccolo sacrificio. Non dovrebbe fare loro tanto male considerando anche i notevoli profitti accumulati durante la pandemia. I benefici della nuova proposta però andrebbero a tutti gli americani, come ci confermano ricerche citate in un recente articolo del Washington Post. Uno studio di Moody Analytics ci informa che ogni dollaro investito dal governo si traduce a 1,50 nell’aumento del Pil (Prodotto interno lordo). La crescita verrebbe stimolata al 3,8 percento, la disoccupazione scenderebbe a 3,5 percento e 13,5 milioni di posti di lavoro verrebbero creati. Un altro studio della Georgetown University conferma questi dati anche se il numero di posti di lavoro sarebbe 15 milioni.La proposta di Biden sulle infrastrutture fa parte dell’ideologia dei democratici di usare il governo per migliorare la società guardando al passato ma anche al futuro. Donald Trump nel suo slogan di “Make America Great Again” (Rifacciamo grande l’America) mirava a riportare il Paese nella società degli anni 50 quando i bianchi dominavano e i gruppi minoritari si trovavano decisamente in una posizione sfavorevole, specialmente gli afro-americani. Biden sta cercando di fare l’America grande includendo però tutti gli americani, prendendo ispirazione dai programmi progressisti del New Deal degli anni 30 di Franklin Delano Roosevelt, la cui foto lui vede ogni giorno dal suo studio ovale alla Casa Bianca. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden e i vaccini: America first

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 marzo 2021

By Domenico Maceri, PhD. “Come vi ho detto in precedenza porto in tasca un foglietto con il numero aggiornato degli americani morti a causa del Covid”. Così Joe Biden, presidente Usa, reiterando ai media la sua concentrazione sulla lotta contro la pandemia. Fino ad oggi, 30 milioni di casi positivi e quasi 550 mila americani morti sono le cifre che preoccupano di più l’attuale inquilino della Casa Bianca. Le vaccinazioni continuano in maniera organizzata e celere e si prevede la vaccinazione dei 267 milioni di americani eleggibili (i giovani meno di 16 anni non qualificano) entro il mese di luglio. Il 23 percento degli americani ha ricevuto almeno una delle prime dosi del vaccino. I numeri dei casi positivi sono anche in calo ma preoccupano ancora nuove possibili impennate soprattutto a causa delle varianti del Covid.Biden si preoccupa prima degli americani e in secondo luogo dei cittadini in altri Paesi perché dopotutto l’America è al primo posto nella classifica al mondo per quanto riguarda il numero dei casi positivi e deceduti. In parte ciò si deve alla debolissima reazione del predecessore Donald Trump il quale aveva minimizzato il pericolo del Covid-19. Nessuna politica avrebbe potuto bloccare tutti i casi positivi né tutte le morti ma certamente si sarebbe potuto fare molto di più. Altri Paesi con leadership più serie come quelle della Nuova Zelanda e l’Australia, con casi e morti relativamente bassi, ci servono da esempio.Biden ha ereditato una situazione disastrosa e si capisce dunque la sua priorità di concentrerai prima sugli americani. La pandemia però non conosce confini anche se i diversi Paesi si sono ovviamente preoccupati principalmente di proteggere in primo luogo i loro cittadini. Allo stesso tempo, però, queste politiche nazionalistiche nella lotta contro la pandemia si sovrappongono. Alcuni avrebbero preferito una reazione globale che non distinguesse fra Paesi poveri e ricchi poiché dopotutto il virus non discrimina a seconda dei soldi in tasca dell’individuo. Ciononostante le risorse economiche hanno influito e continuano ad influire.I Paesi ricchi si sono accaparrati dei vaccini prenotandosi anche prima di sapere quali sarebbero stati efficaci. Il sistema capitalista ha funzionato a beneficio dei ricchi mentre i poveri sono rimasti indietro. Le aziende farmaceutiche occidentali hanno sviluppato quattro vaccini che hanno ottenuto il permesso di somministrare ai cittadini dei Paesi che li hanno comprati. I due vaccini iniziali, Pfizer e Moderna, hanno avuto i primi permessi di somministrazione ai quali si è aggiunto AstraZeneca e poco dopo quello di Johnson e Johnson. Gli Stati Uniti hanno abbastanza dosi per vaccinare 500 milioni di americani, quasi due vaccini a persona. Hanno anche il diritto di comprare altre 100 milioni di dosi di AstraZeneca che ancora non è stato autorizzato negli Usa. Il Canada, da parte sua, ha contratti per vaccinare i suoi cittadini nove volte. Un’analisi della World Bank ci informa che fino ad oggi l’82 percento dei cittadini in Paesi benestanti hanno iniziato le vaccinazioni. Solo il 3 percento dei Paesi poveri possono dire altrettanto. La vaccinazione dei cittadini in Paesi poveri non avverrebbe fino al 2024, mentre negli altri Paesi, incluso quelli di reddito medio, la vaccinazione potrebbe portarsi a conclusione alla fine di quest’anno.Considerando questo gap, un gruppo di Paesi poveri sotto la guida dell’India e il Sudafrica aveva fatto richiesta al World Trade Organization di sospendere i brevetti dei vaccini approvati. Questa azione avrebbe potuto accelerarne la produzione e proteggere tutto il mondo in breve tempo. La richiesta è stata bloccata dai Paesi benestanti, incluso gli Usa, l’Unione Europea, la Gran Bretagna, il Canada e l’Australia, i quali hanno prenotato in diverse misure i vaccini per i loro cittadini. Senza la sospensione dei brevetti, il controllo totale della produzione rimane nelle mani di poche aziende farmaceutiche le quali si interessano al bene comune ma il loro scopo principale consiste dei profitti.I profitti fanno parte dei vaccini sviluppati da altri Paesi ma in modo diverso. In Russia il vaccino denominato Sputnik V è stato anche lanciato, ricevendo buone notizie di efficacia (91 percento, simile a Pfizer e Moderna) secondo la rivista scientifica Lancet della Gran Bretagna. Anche questo vaccino è in vendita ma nell’Occidente rimane esitazione anche se alcuni piccoli Paesi come la Repubblica di San Marino lo hanno usato. È anche usato in Paesi del terzo mondo in Africa, Asia, e Latino America. Si è anche parlato di produrlo in Italia e non sarebbe impensabile che sia approvato per uso generale in Europa. Inoltre la Russia ha stabilito accordi in India che condurrebbero alla produzione di 500 milioni di dosi. Per i russi, oltre ai profitti economici, lo Sputnik V servirebbe a riconfermare la potenza e il prestigio del loro Paese nel mondo.La Cina, da parte sua, ha sviluppato ed approvato 5 vaccini, che però fino ad adesso non sono stati riconosciuti dall’Occidente perché non hanno ancora completato la fase 3 dei test. C’è da tenere presente anche la poca trasparenza dei risultati resi noti senza però escludere una sottintesa concorrenza con i Paesi occidentali su chi “salverà” il mondo dalla pandemia. Ciononostante la Cina sta già regalando i suoi vaccini e ne ha promesso 500 milioni di dosi a 45 Paesi.Sia La Russia che la Cina vorrebbero usare i vaccini da loro sviluppati per ragioni geopolitiche. Si tratterebbe di una “politica vaccinale” che ambirebbe a creare aperture ad eventuali mercati in Paesi poveri, rafforzando l’idea che il loro sistema politico funziona non solo dentro dei loro confini ma anche all’estero.Biden ha dato segnali di riconoscere che l’America sta dando l’impressione di essere egoista con i vaccini. Il presidente americano, noto per la sua empatia verso i suoi cittadini, vorrebbe anche applicarla ai cittadini del resto del mondo. Lo ha riconosciuto anche dal lato pratico quando ha dichiarato che la pandemia non si “può fermare con i muri per quanto alti si possano costruire”. Gli americani “saranno sicuri solo quando tutto il mondo sarà sicuro”, ha continuato Biden. Fino al momento, però, la sua priorità rimane la popolazione americana. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Il disegno di legge sull’immigrazione di Biden: giusta strada ma successo non assicurato

Posted by fidest press agency su lunedì, 1 marzo 2021

By Domenico Maceri. In una recente comunicazione della Casa Bianca per introdurre una nuova proposta di legge il presidente Joe Biden ha dichiarato di essere entusiasta di cooperare con i leader delle due Camere per correggere “le malefatte dell’amministrazione precedente e restaurare la giustizia e l’ordine” al sistema di immigrazione. Sono passati 31 anni dall’ultima riforma sull’immigrazione avvenuta nel 1986 durante l’amministrazione di Ronald Reagan che regolarizzò lo status di 3 milioni di immigrati entrati negli Usa senza autorizzazione legale, aprendo loro la porta al percorso della cittadinanza americana e l’integrazione. Poi dei piccoli tentativi di migliorare il nodo dell’immigrazione senza successi. Un altro tentativo che sfiorò il successo emerse nel 2013 mediante una riforma bipartisan guidata da un gruppo di otto senatori dei due partiti approvata dal Senato con un voto di 68 favorevoli e 32 contrari. Il disegno di legge alla fine naufragò alla Camera poiché l’allora speaker, John Boehner, cedendo alle pressioni del caucus di ultra destra dei Tea Party, non sottomise la proposta al voto.Barack Obama aveva sperato e lavorato per l’approvazione di quella legge ma dopo avere accettato la sconfitta alla Camera cercò di agire senza assistenza delle legislature con un ordine esecutivo, il cosiddetto DACA (Deferred Action on Childhood Arrivals). Il decreto diede residenza temporanea ai “dreamers”, i giovani portati negli Stati Uniti da genitori senza permessi legali. Sono stati definiti “dreamers” (sognatori) perché anelano diventare legalmente ciò che a tutti gli effetti sono già, ossia americani, poiché cresciuti negli Usa, conoscendo poco o niente del Paese di origine dei loro genitori. Donald Trump cercò di abrogare il decreto di Obama ma alla fine la Corte Suprema gli legò le mani e il programma continua tuttora.Nella campagna elettorale del 2020 Biden aveva promesso di introdurre legislazione sull’immigrazione nei primi cento giorni di amministrazione. Il disegno di legge appena annunciato mantiene la promessa, e non è molto diverso da quello della proposta di legge del 2013. Include la regolarizzazione degli undici milioni di immigrati arrivati prima del 2021 senza autorizzazione legale. In effetti, vuole evitare di incoraggiare nuovi individui ad entrare nel Paese senza documenti. I “dreamers”, i lavoratori agricoli, e quegli individui che stanno beneficiando di un TPS (Temporary Protected Status), un permesso temporaneo per stranieri la cui deportazione li metterebbe a rischio nei loro Paesi di origine, potrebbero fare domanda di cittadinanza in tre anni. Gli altri dovrebbero aspettare otto anni. Tutti dovrebbero sottomettersi a controlli e dovrebbero avere la fedina penale pulita.Non appena annunciato il programma alcuni senatori repubblicani lo hanno bollato di amnistia e quindi senza speranza del loro supporto. Questi dimenticano ovviamente che Ronald Reagan, il loro paladino repubblicano, fece la stessa cosa nel 1986. C’è anche una buona dosi di ipocrisia. Uno dei più vociferi oppositori della proposta di Biden è proprio Marco Rubio, repubblicano della Florida, il quale era stato uno degli otto senatori che aveva promosso la riforma del 2013. Adesso però il Grand Old Party (Gop) si è trasformato da un partito identificato come protettore della libera iniziativa a uno dominato dal culto all’ex presidente Donald Trump e la sua politica anti-immigrati. Recentissimi sondaggi confermano che l’ex presidente continua a dominare l’ideologia del partito nonostante le potenti voci dissidenti rappresentate da Mitch McConnell (Senato) e Liz Cheney (Camera) che hanno preso le distanze da Trump, cercando di metterlo da parte.La reazione di Rubio ci fa credere che la forma attuale della proposta di Biden avrebbe serissime difficoltà di ottenere 60 voti al Senato per potere avanzare al voto. Una soluzione parziale potrebbe fare includere alcune componenti popolari come la cittadinanza ai “dreamers” e includerla nel pacchetto di stimolo sul coronavirus. Questa strada non appare essere considerata da Biden al momento. Un’altra strada plausibile sarebbe di spacchettare il programma comprensivo dividendolo in “bocconcini” più facili da digerire. La cittadinanza ai “dreamers” sarebbe popolare poiché è supportata dal 70 percento degli americani.Nel soggetto di immigrazione Biden ha già cominciato a ribaltare le componenti più estremiste iniziate dal suo predecessore. I richiedenti asilo non devono continuare ad attendere in Messico secondo l’accordo di Trump e il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. La costruzione del muro alla frontiera sud è stata sospesa e persino il linguaggio di riferirsi agli immigrati è stato umanizzato. Non si parla più dei residenti senza documenti legali come “alien” (stranieri o alieni di altri pianeti), ma di “non cittadini”, “vicini”, “amici” e “membri della comunità” poiché gli 11 milioni di questi individui sono già nel Paese. Il loro contributo è notevole e la loro assenza devasterebbe l’economia e le loro famiglie, molte delle quali sono “miste” poiché includono membri nati in America e legalmente cittadini americani. Si tratta di individui con radici in America che non si auto deporteranno, come aveva suggerito Mitt Romney, candidato alla presidenza nel 2012. Non a caso, il disegno di legge proposto da Biden è stato introdotto alla Camera dalla parlamentare californiana Linda Sanchez e al Senato da Bob Melendez del New Jersey. La prima è la sesta di sei figli di immigrati messicani della California del Sud e il secondo è figlio di genitori cubani.

La strada all’approvazione della proposta di Biden sull’immigrazione è decisamente in salita considerando il bisogno di 60 consensi al Senato per avanzare al voto. Lo spostamento del Partito Repubblicano all’estrema destra con la continua influenza di idee anti-immigrati riflessi nei quattro anni di mandato di Trump non consente molte speranze. Ciononostante Biden ha il grande merito di avere giustamente riconfermato l’immigrazione come valore aggiunto al Paese invece di influenza distruttiva come la vedeva l’ex presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo però Biden continua anche ad agire da solo. Il suo recentissimo ordine esecutivo che ha posto fine al bando di richieste di “green cards”, i permessi di ingresso legale, emanato da Trump, è stato abrogato senza bisogno di azione legislativa. Mettere in atto la riforma comprensiva sull’immigrazione sarà molto più difficile. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden governa mentre McConnell e McCarthy cercano l’anima del loro partito

Posted by fidest press agency su domenica, 7 febbraio 2021

By Domenico Maceri. “Le menzogne pazzoidi e le teorie di complotti sono il cancro del Partito Repubblicano e del nostro Paese”. Così Mitch McConnell, senatore del Kentucky e leader della minoranza nella Camera Alta, mentre attaccava indirettamente la parlamentare di ultra destra Marjorie Taylor Greene senza però menzionare il nome. McConnell ha continuato prendendo le distanze da quelli “che non credono che un aereo ha colpito il Pentagono l’undici settembre, che le sparatorie che uccidono bambini nelle scuole non sono che messe in scena” e vivono in una realtà alternativa. Il senatore del Kentucky ha anche lodato la parlamentare del Wyoming Liz Cheney la quale è una dei dieci parlamentari repubblicani che ha votato per l’impeachment di Donald Trump il mese scorso.La risposta di Greene non si è fatta attendere. La parlamentare ha ribattuto usando Twitter che “il vero cancro del Partito Repubblicano sono i deboli membri del partito che solo sanno perdere con garbo” e che per questo “stiamo perdendo il nostro Paese”.Le due visioni del Partito Repubblicano espresse da McConnell e Greene, la quale in effetti ha cercato di prendersi il posto di Trump silenziato da Twitter, rappresentano le due fazioni: l’establishment e il populismo. Il presidente Joe Biden si è recentemente riunito con dieci senatori repubblicani “moderati”, ossia rappresentanti dell’establishment repubblicano, cercando di stabilire un accordo per affrontare la pandemia e la crisi economica ereditate da Trump. In effetti, i democratici hanno il doppio lavoro di governare e mantenere l’ordine che sarà molto difficile se i moderati repubblicani non lo assistono.Trump è uscito dalla Casa Bianca e il blocco dei social gli impedisce di comunicare ma lui ha già altri guai con il processo al Senato sul suo secondo impeachment, il primo presidente nella storia americana ad avere subito questo “onore”. Come spesso succedeva da presidente, il caos continua a regnare. Gli avvocati che dovevano difenderlo al Senato si sono dimessi perché il 45esimo presidente voleva una strategia legale concentrata sulla presunta frode elettorale che gli avrebbe rubato la vittoria invece della possibile incostituzionalità di condannare un ex presidente. Oltre alla strategia legale c’era anche un conflitto finanziario: i legali richiedevano 3 milioni di dollari ma Trump voleva solo pagare 250mila.Nonostante tutto i suoi seguaci continuano le sue battaglie con la stessa falsariga dell’elezione “rubata” e l’assoluta fedeltà all’ex presidente. La Greene, parlamentare estremista, 14esimo distretto della Georgia, è stata etichettata una “star” dall’ex presidente per i suoi toni battaglieri. In realtà i suoi comportamenti continuano la campagna di menzogne dell’ex presidente, incapace di ammettere che ha perso l’elezione. La Greene è anche grande sostenitrice di QAnon, il movimento di ultra destra convinto che Trump sia il messia mandato per sconfiggere i seguaci di satana che abusano i bambini. Alcune delle teorie strampalate credute da Greene includono quella che gli incendi delle foreste in California nel 2018 siano stati causati da un laser controllato da una famiglia di banchieri ebraici e che i Clinton avrebbero ucciso John F. Kennedy. Gli attacchi dell’undici settembre non sono mai esistiti, secondo Greene. Nei suoi post in social media la Greene ha sostenuto la necessità di giustiziare membri di alto profilo del Partito Democratico. Nancy Pelosi, la speaker della Camera, è rea di alto tradimento, secondo la Greene, e meriterebbe la morte. Questi post sono stati recentemente cancellati e la Greene ha spiegato che altri individui si occupavano dei suoi account social e quindi lei non è responsabile.Per le sue posizioni estremiste i democratici hanno cercato di fare diventare Greene l’emblema del Partito Repubblicano. Ecco perché McConnell ha provato a prendere le dovute distanze. Il “capo” della Greene però è Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, il quale aveva nominato la Greene alla prestigiosa Commissione sulla Pubblica Istruzione. Nancy Pelosi ha attaccato questa mossa domandando retoricamente “che cosa pensavano i suoi leader”, alludendo ovviamente a McCarthy, senza però farne nome.
McCarthy, parlamentare del 23esimo distretto della California, divenuto leader della minoranza nel 2019, ha discusso l’incarico alle commissioni della Camera con Greene senza però eliminarla. McCarthy, aveva avuto parole poco dolci su Trump subito dopo gli assalti al Campidoglio il 6 gennaio scorso, asserendo che l’allora presidente era responsabile per gli attacchi ma ha cambiato musica recentemente. Proprio la settimana scorsa ha visitato l’adesso ex presidente in Florida come ci rivela una foto dei due leader repubblicani. Un annuncio di Trump ha chiarito che i due coopereranno per riconquistare la maggioranza del loro partito alla Camera nell’elezione di midterm del 2022.McCarthy si trovava però nei guai ma a salvarlo forse sono stati i democratici. Steny Hoyer, parlamentare del quinto distretto dal Maryland, vice della Pelosi alla Camera, ha sottoposto gli incarichi di Green alle commissioni di Bilancio e Istruzione a un voto di tutta l’aula. Con 230 voti a favore (219 democratici e 11 repubblicani) e 199 contrari la Greene è stata espulsa. Niente di grave, secondo le sue dichiarazioni il giorno dopo, perché le commissioni “sarebbero una perdita di tempo”. I suoi guai però non sarebbero finiti. Jimmy Gomez, parlamentare democratico (California, 34esimo distretto) ha anche introdotto una mozione che espellerebbe Greene completamente dalla Camera ma il requisito di 2/3 dei voti dei suoi colleghi fa credere che non andrà in porto. Una censura, invece, introdotta dalla parlamentare Nikema Williams, democratica, quinto distretto della Georgia, è più probabile poiché richiede una semplice maggioranza.Mentre i repubblicani litigano fra di loro alla ricerca dell’anima del loro partito, Biden continua a governare. Oltre ai suoi ordini esecutivi per ribaltare i danni causati dal suo predecessore le ultime notizie ci indicano che il suo stimolo di 1900 miliardi sia indirizzato verso la manovra di “reconciliation”. Questo meccanismo richiede una semplice maggioranza e raggirerebbe il filibuster al Senato secondo le cui regole 41 dei 100 senatori potrebbero bloccare il disegno di legge. Biden ha bisogno dei repubblicani per unificare il Paese ma prima di metterlo in atto McConnell e McCarthy devono eliminare o almeno tenere sotto controllo l’influenza di Trump che continua a ingombrare il panorama politico.Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Spazio aperto/open space | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Biden ferma il gasdotto in terra indigena

Posted by fidest press agency su sabato, 23 gennaio 2021

Il giorno stesso del suo insediamento, il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha ritirato il permesso per la costruzione del controverso gasdotto Keystone XL (KXL). Così facendo, soddisfa una richiesta fondamentale dei nativi americani che vivono lungo il percorso di costruzione e temono per la qualità dell’acqua nel bacino idrografico del gasdotto. Proprio all’inizio del suo mandato, Biden sta mantenendo una promessa chiave della campagna e sta dando l’esempio per la protezione del clima e dell’ambiente. Per l’Associazione per i popoli minacciati (APM) è incoraggiante vedere che sembra preoccuparsi di guarire le molte ferite che Donald Trump ha inflitto al rapporto con i Nativi americani. Le auto-organizzazioni indigene come il Lakota People’s Law Project hanno definito lo stop del KXL un promettente inizio di una nuova politica governativa che prende sul serio la protezione del clima e i diritti indigeni. Insistono sul fatto che anche il progetto Dakota access Pipeline (DAPL) deve essere urgentemente fermato. Obama aveva fermato questo progetto alla fine del suo secondo mandato, Trump lo aveva immediatamente rimesso in moto. L’allora presidente Obama ha anche definito il KXL controproducente per i suoi sforzi per combattere la crisi climatica e ne aveva fermato la costruzione. Come una delle sue prime decisioni, Trump aveva revocato la moratoria. Aveva dichiarato la costruzione dell’oleodotto una priorità assoluta della sua amministrazione, a condizione che i tubi dell’oleodotto fossero stati costruiti da società statunitensi e con acciaio americano. Così ora la storia si sta ripetendo e Biden, a sua volta, sta sollevando di nuovo l’ordine esecutivo di Trump. Speriamo che questo metta fine a questo progetto dannoso per il clima e pericoloso per gli indigeni sarà completamente smantellato. Il KXL è destinato al trasporto del petrolio dai giacimenti petroliferi di sabbie bituminose nel nord dell’Alberta, Canada, alle raffinerie in Texas, USA. Nel suo percorso attraversa i territori di diverse comunità indigene che lamentano di non essere state incluse nel processo di pianificazione.

Posted in Diritti/Human rights, Estero/world news | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Biden sceglie Gensler per la SEC: ecco perché è un’ottima notizia per i Bitcoin

Posted by fidest press agency su venerdì, 22 gennaio 2021

L’insediamento di Joe Biden avviene nel bel mezzo di una crisi politica, sanitaria e di sicurezza nazionale senza precedenti. La nomina di Gensler è arrivata in un momento perfetto, dato che il mercato delle criptovalute, valutato oltre un trilione di dollari, è considerevolmente maturato negli ultimi tre anni dopo la frenesia delle ICO. Come segno di questa maturità, Anchorage è diventata la prima banca per asset digitali autorizzata a livello federale, mentre Gemini, la piattaforma di trading di criptovalute con sede a New York e gestita da i fratelli Wnklevoss, investitori in Bitcoin di lungo corso, potrebbe quotarsi in Borsa, diventando la seconda società incentrata sulle criptovalute a fare una IPO dopo il suo competitor Coinbase. Dall’altro lato, la nomina di Gary Gensler resta una grande notizia per il settore delle criptovalute – per via delle sue posizioni favorevoli alle cripto e della sua profonda conoscenza del Bitcoin e della tecnologia su cui si fonda, la blockchain – e potrebbe addirittura aprire le porte a un ETF statunitense sui Bitcoin. In 21Shares, ci aspettiamo che il mandato di Gensler fornisca una maggiore chiarezza sulla regolamentazione negli USA, attraverso delle proposte pragmatiche e atti simili alla causa legale legata a Ripple, che ha portato Grayscale e Kraken a escluderlo dalla loro gamma di prodotti negli Stati Uniti. È bene ricordare che Gensler, negli anni passati, era professore del corso chiamato “Blockchain and Money” al MIT, che consisteva in una panoramica sui Bitcoin e in una spiegazione dettagliata degli aspetti commerciali, tecnici e anche politici della tecnologia blockchain, dei registri distribuiti e degli smart contract.Da questo punto di vista, siamo anche nel bel mezzo di una crescente adozione istituzionale del Bitcoin, come copertura contro l’inflazione e l’instabilità geopolitica. Per esempio, l’ex primo ministro canadese Stephen Harper ha definito il Bitcoin come una potenziale valuta di riserva, mentre il gestore di fondi di investimenti britannico Ruffer ha lodato questo criptoasset nella sua lettera agli investitori dichiarando di aver “lavorato molto per valutare il pericolo che i Bitcoin siano un errore. Li abbiamo osservati per molto tempo e il nostro giudizio è che questi siano una creatura unica, in quanto riserva di valore emergente che mette assieme alcuni benefici della tecnologia e dell’oro.”

Posted in Economia/Economy/finance/business/technology | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

Sassoli: Con Biden per la democrazia del Bene Comune

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo a seguito dell’insediamento del Presidente Biden. “Congratulazioni al Presidente Biden e alla Vice Presidente Harris per il loro insediamento. La nuova amministrazione rappresenta l’inizio di una nuova era per le relazioni transatlantiche. Il mondo ha bisogno di un forte rapporto fra Europa e Stati Uniti”. “Insieme affrontiamo meglio le sfide che il nostro tempo ci presenta: lottare contro la crisi climatica e la perdita della biodiversità, affrontare da un punto di vista radicalmente democratico la trasformazione digitale e combattere le inaccettabili disuguaglianze in aumento”. “Nonostante i recenti avvenimenti di Washington e alla luce delle crescenti sfide in materia di democrazia in tutto il mondo, ho fiducia nel modello democratico statunitense e nelle sue istituzioni. Quei fatti ci mettono davanti una evidenza: le democrazie sono sistemi fragili, per non spegnerle vanno difese proteggendo il bene comune, con la partecipazione, la trasparenza ed il coinvolgimento dei cittadini”. “Non dimentichiamolo mai davanti a un mondo in profondo cambiamento e sempre più incerto. Abbiamo una crisi pandemica e solo se l’affrontiamo insieme saremo efficaci. Perciò, accolgo con favore l’impegno degli Stati Uniti a tornare nell’Organizzazione mondiale della sanità e mi congratulo per il loro impegno di rientrare negli accordi di Parigi, solo insieme riusciremo a costruire un mondo più verde e più giusto”.
“L’UE e gli USA sono partner naturali con valori e storia condivisi e un impegno di lunga data per lo stato di diritto, i diritti umani e il multilateralismo. Non vediamo l’ora di incontrare il Presidente e lo invitiamo a venire al Parlamento europeo per tenere un discorso in sessione plenaria”.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »

La diversità del team di Biden: la sinistra sorride poco

Posted by fidest press agency su giovedì, 21 gennaio 2021

By Domenico Maceri. Il giorno dopo le vittorie dei candidati democratici Raphael Warnock e Jon Ossoff nel ballottaggio in Georgia, garantendo la maggioranza democratica al Senato, Joe Biden ha nominato Merrick Garland a procuratore generale degli Stati Uniti. Si tratta di una scelta accettabile ma poco coraggiosa considerando il fatto che con il controllo del Senato a cominciare dal 20 gennaio 2021, i democratici avranno ampi spazi per approvare facilmente le nomine di Biden per la sua amministrazione. La scelta di Garland suggerisce da una parte una rivincita della giustizia poiché era stato nominato da Barack Obama per sostituire Antonin Scalia alla Corte Suprema nel 2016. Va ricordato che Mitch McConnell, senatore repubblicano del Kentucky e presidente uscente della Camera Alta, bloccò la nomina e poi con l’elezione di Donald Trump, il seggio andò a Neil Gorsuch. Garland, dunque, ritorna alla ribalta, accomunando Obama e Biden a una scelta moderata. Infatti, Garland è emblematico della squadra del nuovo presidente che in grande misura riflette professionalismo ma anche una visione di governo che rispecchia il centrismo del 46esimo presidente.Dopo i quattro anni disastrosi di Trump ci vuole stabilità e normalità e gli individui dell’amministrazione scelti finora da Biden le promettono entrambe. L’ala sinistra del suo partito, però, che lo ha aiutato notevolmente a prevalere nell’elezione, non è entusiasta. Biden ha dichiarato che la sua amministrazione rifletterà la diversità dell’America. Su questo punto ha ragione. La lista delle nomine include una varietà di razza, etnia, genere e anche di orientamento sessuale. Quasi la metà degli incarichi più importanti saranno occupati da donne fra le quali spiccano la vicepresidente Kamala Harris, scelta dopo le elezioni primarie, Janet Yellen (Tesoro), e Deb Haaland (Interni), la prima nativa americana a formare parte del Cabinet di un presidente. Harris e Haaland rappresentano anche i gruppi minoritari, afro-americani e indiani per la prima e nativi americani per la seconda. La Yellen è anche la prima donna ad occupare il ruolo di segretario del Tesoro.Altri afro-americani di rilievo includono al primo posto Lloyd Austin, (Difesa) e Marcia Fudge (Edilizia e Sviluppo Urbano). Parecchi nomi di latinos di rilievo includono Alejandro Mayorkas (Homeland Security), Xavier Becerra (Salute e Servizi Sociali) e Miguel Cardona (Pubblica Istruzione). Spicca anche Pete Buttigieg (Trasporti), il primo segretario apertamente gay.La sinistra ha preventivamente obiettato e fino adesso è riuscita a bloccare Rahm Emanuel, capo di gabinetto durante l’amministrazione di Obama. Da sindaco di Chicago, Emanuel è stato criticato aspramente per la sua gestione dell’uccisione di un giovane afro-americano da parte della polizia. La sinistra ha fallito nel caso di Gina Raimondo, governatrice del Rhode Island, nominata da Biden come segretario del Commercio. La Raimondo ha avuto scontri feroci con i sindacati delle pensioni pubbliche del suo Stato. Biden ha anche deluso la sinistra con la nomina di Tom Vilsack (Agricoltura). Vilsack aveva ricoperto lo stesso ruolo nell’amministrazione di Obama ed è stato criticato per la sua politica poco favorevole agli agricoltori afro-americani. Fudge sarebbe stata preferita ma Biden l’ha scelta per l’edilizia.A differenza di Obama nel 2008 Biden ha fatto poco uso nell’incorporare i suoi avversari alle primarie democratiche. Obama, va ricordato, incluse Hillary Clinton, la sua grande rivale per la nomination nel 2008, come segretario di Stato. L’eccezione per Biden è il citato caso di Buttigieg, l’ex sindaco di South Bend, il quale nelle primarie diede filo da torcere al nuovo inquilino della Casa Bianca. Il presidente entrante avrebbe anche offerto l’incarico di segretario del Lavoro a Bernie Sanders, ottima scelta, ma il senatore del Vermont ha declinato poiché non era sicuro che il suo sostituto al Senato sarebbe stato un democratico. La perdita di un seggio al Senato potrebbe essere di somma importanza per spianare il terreno non solo alle conferme dei nominati da Biden ma anche per disegni di legge introdotti dai democratici alla Camera. Con la maggioranza in ambedue le Camere a conclusione del ballottaggio in Georgia, Biden può sorridere poiché ridurrà il potere di Mitch McConnell che sarebbe stato abilissimo ostruzionista.Biden, come si sapeva, è un centrista e la squadra scelta lo riflette, anche se la sua politica non consisterà di un ritorno ai tempi di Obama. I quattro anni di Trump hanno cambiato il Paese e il partito del presidente entrante è anche cambiato. La squadra di Biden, formata da professionisti con notevole esperienza, sarà indispensabile per risolvere i problemi del paese. A differenza di Trump che ricevette da Obama una situazione facile da gestire, Biden dovrà fare fronte alla pandemia nella quale il presidente uscente ha completamente fallito. Dovrà anche cercare di unificare il Paese come riflette “America Unita”, il tema annunciato del suo insediamento. Ecco perché non si è dimostrato entusiasta né all’invocazione del 25esimo per rimuovere Trump né al secondo impeachment del presidente uscente. Le mani di Biden e della sua squadra sono già occupate con i seri problemi del Paese e i processi a Trump passano in secondo piano. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Uncategorized | Contrassegnato da tag: , , | Leave a Comment »

Trump non ammette sconfitta ma cede a Biden sulla transizione del governo

Posted by fidest press agency su domenica, 29 novembre 2020

By Domenico Maceri, PhD. Laura Ingraham, conduttrice di un programma alla Fox News e grande sostenitrice di Donald Trump, ha recentemente accettato l’idea che Joe Biden sia stato eletto, ammettendo che “bisogna vivere nella realtà”. La realtà era già nota da parecchie settimane ma Ingraham e soprattutto Trump non la volevano accettare. Il presidente uscente, infatti, come ha fatto in tanti altri casi, ha tentato del tutto per ribaltare la realtà obiettiva, fabbricandosi una visione personale di vittoria nell’elezione del 2020. Trump è riuscito a mantenere viva questa sua visione con l’aiuto del suo partito, conducendo il Paese vicino a una crisi costituzionale e allo stesso tempo facendoci vedere la fragilità della democrazia americana. Alla fine però, poco a poco, i legislatori statali e locali repubblicani, molto più che quelli federali, si sono resi conto che la democrazia vale più del loro partito e hanno fatto il loro dovere.Trump da parte sua non ha ancora ammesso la vittoria di Biden ma ha dato il via libera alla transizione, accettando di procedere con le pratiche formali per il trasferimento di fondi federali e le informazioni necessarie alla nuova amministrazione. La sua riluttanza però di accettare la realtà nelle ultime settimane dopo l’elezione ci ha aperto gli occhi al pericolo di un individuo che dava chiari segnali di volersi prendere il potere, mettendo da parte la democrazia che esiste in America da più di tre secoli. Le cifre complete dell’esito elettorale non sono ancora disponibili al 100% ma vi erano già abbastanza dettagli per determinare il vincitore presidenziale.Trump aveva già preparato il terreno per contestare l’esito durante la campagna elettorale asserendo a destra e manca che i voti per corrispondenza avrebbero truccato l’elezione. Si tratta di una grande falsità ma anche di ipocrisia. Trump sa benissimo che il voto per corrispondenza non gli causa problemi come si vede chiaramente dallo Stato dell’Utah che ha una storia abbastanza lunga di condurre le elezioni quasi completamente per corrispondenza. Nessun broglio in Utah per Trump perché, dopotutto, si tratta di uno Stato affidabilmente “red”, ossia che sempre vota per i repubblicani. Nemmeno vi è stata alcuna critica sulla Florida dove molti elettori anziani votano per corrispondenza, e guarda caso, anche quest’anno ha dato la maggioranza dei suoi consensi al presidente uscente.Per Trump i brogli sono avvenuti in quegli Stati che lui ha perso, specialmente il Michigan, la Pennsylvania, la Georgia, il Wisconsin, l’Arizona e il Nevada che gli hanno negato la rielezione. Per cercare di ribaltare gli esiti annunciati dai media e poco a poco degli Stati che hanno certificato i risultati, Trump ha continuato la sua campagna di tweet velenosi in cui ha ripetuto (e continua a ripetere) che alla fine lui vincerà. Questo gli è stato utile per mantenere soddisfatta la sua base ma anche per fare richiesta di contributi per le spese legali che dovrebbero condurre alla vittoria. I suoi sostenitori però forse non avranno notato che il 60% di questi contributi possono essere usati anche per saldare i debiti della campagna elettorale invece di pagare gli avvocati assunti da Trump.Questi avvocati hanno offerto pochissimi successi all’attuale inquilino della Casa Bianca. In caso dopo caso i tentativi legali di Trump hanno fallito in parte per il contenuto fasullo delle denunce ma anche per l’incapacità dei rappresentanti, capitanati da Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e grande sostenitore dell’ex tycoon. Giuliani, però, ha lavorato nell’ambito legale come se si trattasse di un reality per le televisioni via cavo e le sue asserzioni si sono squagliate proprio come è successo alla sua tinta di capelli in un video divenuto virale che ha fatto il giro del mondo. A completare il quadro irreale dei suoi sforzi giudiziari è stato l’ovvio complottismo di Sidney Powell, una dei suoi legali, la quale aveva dichiarato che l’elezione era stata truccata mediante il software usato per contare i voti. Secondo Powell, si tratta di un software di origine venezuelana sotto la guida di Hugo Chavez (morto nel 2013!). Queste asserzioni erano troppo esagerate persino per Trump che l’ha licenziata senza però essere preoccupato del modo in cui l’aveva assunta.Le azioni più pericolose di Trump per ribaltare l’elezione sono state quelle di mettere pressioni sui legislatori statali di dichiarare l’elezione illegale il che permetterebbe agli Stati di scegliere i grandi elettori che eleggono il presidente senza tenere conto del volere dei votanti. In effetti, Trump voleva che si bypassassero i voti dei cittadini per conquistarsi la maggioranza dei voti elettorali. Trump ha avuto successi limitati anche con questa strategia. Il 45esimo presidente si era incontrato alla Casa Bianca con leader repubblicani del Michigan per convincerli a bloccare la certificazione di Biden, vincitore dello Stato. Dopo l’incontro questi sono stati fotografati all’Hotel di Trump di Washington mentre bevevano champagne Dom Perignon, che secondo informazioni, costerebbe 800 dollari a bottiglia. Dei quattro responsabili per la certificazione dell’elezione nel Michigan, vinta da Biden con un margine di 155mila voti, uno dei due repubblicani ha votato con Trump ma l’esito gli è stato sfavorevole.Nel caso della Georgia, vinta da Biden con un margine di quasi 13mila voti confermati dal riconteggio, Trump aveva messo pressioni sul governatore repubblicano Brian Kemp per bloccare la certificazione per presunta frode elettorale. Kemp si è rifiutato nonostante gli aiuti ricevuti da Trump nella sua elezione a governatore due anni fa.Non c’è stata frode elettorale nell’elezione del 2020. Lo ha persino confermato la Cybersecurity and Infrastructure Security Agency, un’agenzia del governo federale, diretta da Chris Krebs, il quale era stato nominato da Trump. L’annuncio di Krebs non ha fatto piacere al presidente uscente e lo ha subito subito licenziato come spesso fa con subordinati che lo contraddicono.Nonostante il fallimento di Trump di ribaltare un’elezione che ha ovviamente perso, il danno fatto alla realtà condivisa e soprattutto alla democrazia americana è grave. Il presidente uscente ha tracciato la strada a futuri politici con simili tendenze autoritarie a seguire il suo esempio. Nel 2020 la democrazia ha vinto ma le azioni di Trump ci hanno rivelato che il sistema politico americano è fragile e un altro leader più abile di lui potrebbe in futuro giungere a esiti molto più pericolosi. Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Posted in Estero/world news, Politica/Politics | Contrassegnato da tag: , , , | Leave a Comment »