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In Pakistan vi sono attualmente 187 cristiani detenuti in carcere per blasfemia

Posted by fidest press agency su sabato, 16 febbraio 2019

Quasi 200 casi come quello di Asia Bibi di cui nessuno parla. . Così riferisce Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Commissione Nazionale Giustizia e Pace pachistana (Ncjp), ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in visita nel Paese asiatico. Se la vicenda giudiziaria della madre cristiana si è definitivamente conclusa il 29 gennaio scorso, per tanti altri suoi fratelli nella fede non è così.Con “legge antiblasfemia” si intendono principalmente due commi dell’articolo 295 del codice penale pachistano (i commi B e C). L’articolo 295B prevede l’ergastolo per chi profana il Corano, e il 295C la pena di morte per chi insulta il Profeta Maometto.«La legge anti-blasfemia è un potente strumento nelle mani dei fondamentalisti e ai danni delle minoranze, spesso usato impropriamente per vendette personali – aggiunge Chaudhry – E quando viene accusato un cristiano è tutta la comunità a pagarne le conseguenze».È esattamente quanto è successo nel marzo 2013 nel quartiere cristiano di Joseph Colony a Lahore, dopo che il giovane cristiano Sawan Masih è stato accusato di aver insultato Maometto. «Il 9 marzo, dopo la preghiera del venerdì una folla di tremila musulmani ha dato fuoco all’intero quartiere distruggendo quasi 300 abitazioni e due chiese», racconta ad ACS padre Emmanuel Yousaf, presidente dell’Ncjp durante una visita all’insediamento che oggi è stato ricostruito grazie agli aiuti del governo e restituito alle famiglie cristiane.Ma se gli 83 uomini ritenuti colpevoli del rogo sono stati tutti liberati, Sawan Masih è stato condannato a morte nel 2014 e attende ancora oggi il processo di appello. «Le udienze vengono continuamente rinviate – spiega ad ACS l’avvocato Tahir Bashir – L’ultima era stata fissata per il 28 gennaio scorso, ma il giudice non si è presentato. Ora una nuova udienza è fissata per il 27 febbraio».Come per Asia Bibi, anche per Sawan non mancano delle irregolarità. La denuncia è stata presentata da un suo amico musulmano, Shahid Imran, in seguito ad una lite. Ma soltanto due giorni dopo sono stati presentati due testimoni che in realtà non erano presenti al momento delle presunte offese a Maometto. «Le accuse a Sawan sono strumentali – spiega padre Yousaf ad ACS – in realtà il vero scopo era di cacciare i cristiani da questo quartiere, che è piuttosto ambito perché vicino a fabbriche siderurgiche».Intanto, da quasi sei anni, la moglie di Sawan, Sobia, cresce da sola i loro tre figli. «Non so perché abbiano incolpato mio marito – dice ad ACS – so soltanto che l’uomo che lo accusa era un suo amico con il quale aveva litigato. Sawan è innocente!».

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A un anno dal massacro di Cristiani

Posted by fidest press agency su venerdì, 30 luglio 2010

Gojra Pakistan (30.7.2009). La minoranza religiosa è senza protezione e senza diritti – La legge contro la blasfemia alimenta la violenza Per evitare ulteriori aggressioni arbitrarie a persone appartenenti a minoranze religiose in Pakistan, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede l’immediato annullamento delle disposizioni sulla blasfemia nel codice penale pakistano. In occasione del primo anniversario del massacro di Cristiani a Gojra (provincia del Punjab), l’APM chiede che i responsabili delle violenza siano finalmente processati. Inoltre l’APM chiede maggiore tutela per le minoranze cristiana e musulmana degli Ahmadiyya. Durante le violenze scoppiate il 30 luglio 2009 e continuate per diversi giorni, gruppi di musulmani radicali avevano bruciato diverse chiese e oltre 100 case di credenti cristiani. Nove persone appartenenti alla comunità cristiana sono state uccise. Nonostante le autorità abbiano individuato i responsabili dei crimini, questi continuano a restare impuniti. I Cristiani costituiscono meno del 2% dei 160 milioni di abitanti del Pakistan. Secondo il padre John Shakir Nadeem, membro della Conferenza Episcopale Pakistana, Gojra non rappresenta un’eccezione: ci sono regioni in Pakistan in cui i credenti cristiani e/o Ahmadiyya vengono trattati come animali, tenuti in condizione di schiavitù, minacciati, sono vittime di violenza o di conversioni forzate. Secondo la Commissione per la Giustizia e la Pace della Conferenza Episcopale Pakistana, continua ad aumentare il numero delle persone costrette a convertirsi all’Islam. Nel 2008 sono stati infatti documentati 414 casi di conversione forzata. Il 22 luglio 2010 la Corte Suprema Pakistana ha ordinato la liberazione della signora Zaibunnisa, Cristiana 60enne, dopo che questa aveva trascorso 14 anni in carcere, accusata di blasfemia ma senza aver mai subito un reale processo.

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