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La bolla del debito dei “corporate bond”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 Mag 2017

Banca europea per gli investimentiLa bolla dei corporate bond è una seria minaccia al sistema economico e finanziario mondiale. Forse è peggiore di quella dei famigerati mutui subprime e delle ipoteche immobiliari del 2008, in quanto ha abbondantemente superato i 30 trilioni di dollari. Il dato più preoccupante però è che nel settore corporate il tasso debiti/ ricavi, il famoso leverage, è il più alto degli ultimi 12 anni. In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un’economia più forte.
Si tratta, come è noto, di prestiti obbligazionari emessi dalle società per cercare finanziamenti. Il ricorso al mercato dei capitali è indubbiamente una strada importante e positiva se imboccata con grande attenzione. Si può ottenere la necessaria liquidità per modernizzare e innovare le strutture produttive e per ampliare il perimetro del mercato. Purtroppo, però, come in molte altre situazioni economiche e finanziarie, l’abuso e la mancanza di oculatezza possono portare a dei disastri.
L’anno scorso le grandi imprese hanno aumentato il loro debito corporate a livello mondiale di ben 3,7 trilioni di dollari. Un nuovo record. Una simile impennata si ebbe nel 2006 alla vigilia della crisi globale. Ora non si può ignorare che recentemente anche il quotidiano economico tedesco Handelsblatt abbia ammonito il governo e gli investitori tedeschi del rischio dell’esplosione di questa nuova bolla.
La “miccia” potrebbe essere accesa dall’atteso e progressivo aumento dei tassi di interesse. Negli Usa la bolla dei corporate bond ha raggiunto i 14 trilioni di dollari, superando di molto anche quella delle ipoteche immobiliari che è di circa 11 trilioni. Perciò gli Stati Uniti potrebbero diventare nuovamente l’epicentro di un’ulteriore e più grave crisi finanziaria globale.
Dal 2008 ad oggi negli Usa l’ammontare dei corporate bond è cresciuto del 75%, tanto da spingere persino il Fondo Monetario Internazionale a riconoscere che un aumento del tasso di interesse potrebbe far crescere il rischio di collasso per un quinto delle grandi corporation americane.
Per quello che possa valere, anche le agenzie di rating ammettono un tale rischio soprattutto per le imprese del settore energetico e delle materie prime. Nel 2016 ci sarebbero stati 162 bond default per un totale di 240 miliardi di dollari, pari a più del doppio del livello del 2015 che era stato di 110 miliardi.
I quantitative easing hanno di fatto permesso alle banche centrali di acquistare una grande quantità di titoli di Stato spingendo nel contempo le banche e gli altri grandi investitori verso il mercato dei corporate bond. Ciò ovviamente è stato molto favorito dalla politica di interesse zero che ha reso i titoli di Stato poco appetibili. Secondo il citato giornale tedesco, il gigante assicurativo Allianz, per esempio, avrebbe in portafoglio ben 250 miliardi di dollari di tali titoli, molti dei quali con un rating a dir poco mediocre.
Secondo uno studio dell’Institute of International Finance, negli Usa e in Europa il 97% dei fondi resi disponibili per le imprese dai corporate bond sarebbe usato per operazioni di “ingegneria finanziaria” e soltanto un misero 3% verrebbe impiegato per l’acquisto di macchinari o per altri investimenti reali di lungo termine.
E’ una palese distorsione, una scelta di vera “finanza creativa” che ha comportato soprattutto operazioni di fusioni e acquisizioni, di riacquisto di quote azionarie e finanche di pagamento dei dividendi. Decisioni fatte solo per migliorare le valutazioni di breve termine in borsa. Infatti a Wall Street l’indice Dow Jones è passato da circa 12.000 punti del 2010 ai 21.000 di oggi! Una crescita assolutamente ingiustificata rispetto all’andamento dell’economia produttiva sottostante.
Il citato studio sottolinea inoltre che, nonostante il fatto che l’attuale tasso di interesse sia inferiore all’1%, circa il 10% delle grandi imprese americane non farebbe un profitto sufficiente a coprire i costi del debito.
Ignorare tutto ciò consegnerebbe l’economia e gli Stati a nuove e forse più drammatiche convulsioni sistemiche.
Ci si augura che al recente meeting di Bari i ministri delle Finanze del G7 abbiano affrontato anche questo tema, che non è di certo secondario rispetto alle più grandi politiche di rilancio economico. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Usa: vera ripresa o nuove bolle finanziarie?

Posted by fidest press agency su domenica, 10 aprile 2016

wall streetNegli Usa ritorna la paura di nuove bolle simili a quella legata ai mutui subprime che nel 2008 fu la causa principale dello scatenamento della crisi finanziaria globale. Molti mutui furono concessi senza tenere in considerazione la reale capacità di pagamento di molti sottoscrittori. In seguito i titoli suddetti furono utilizzati come base per altre operazioni ad alto rischio, i derivati finanziari. La montagna di titoli virtuali, così creata, crollò su se stessa quando la percentuale dei mancati pagamenti e dei fallimenti individuali divenne insostenibile. Ormai è storia nota. Situazioni simili però si stanno ricreando anche oggi in vari settori economici, tra cui quello delle vendite di automobili e quello delle carte di credito. Anche in questo caso gli Usa precedono, indicano la strada che, anche se pericolosa, l’Europa non esita a percorrere. Negli anni passati chi ha acquistato un’auto lo ha fatto a debito. Così negli Usa gli acquirenti sono diventati ‘parte’della tanto sbandierata ripresa economica americana. La domanda, si è detto, è ripartita: il cavallo è tornato a bere. Il totale dei prestiti per l’acquisto di automobili ha raggiunto il trilione (mille miliardi) di dollari. Le banche e altri mediatori finanziari anche in questo caso hanno ‘impachettato’ tali debiti in apposite obbligazioni che sono state vendute sul mercato. Sulle stesse si sono moltiplicati i vari strumenti finanziari anche per darne copertura assicurativa. Intanto i media statunitensi hanno cominciato ad evidenziare che un numero crescente di acquirenti non è in grado di pagare le rate. Alcuni istituti finanziari hanno registrato un ritardo di pagamento di oltre 30 giorni per almeno il 12% dei prestiti da loro concessi. Anzi, per il 2,6% degli stessi è già stata attivata la procedura di fallimento e di sequestro del veicolo. Ancora una volta sono le agenzie di rating a valutare la sostenibilità delle obbligazioni e degli asset-backed security (derivati) emessi dalle banche sulla base dei mutui accesi per l’acquisto di auto. Fitch Ratings riporta che i titoli ‘impacchettati’ nei passati 5 anni con un ritardo di pagamento di 60 giorni hanno raggiunto complessivamente il livello del 5,16%. Il più alto degli ultimi 20 anni. Alla luce dei dati succitati si può dire che le vendite record di auto non riflettono il vero andamento dell’economia americana. Tutto al più rappresentano il più facile accesso al credito per l’acquisto di automobili.
Altro settore delicato ci sembra quello delle carte di credito, il cui debito negli Usa sta raggiungendo il livello di 1 trilione di dollari. Nell’ultimo trimestre del 2015 vi è stata un’impennata che ha superato la crescita totale avvenuta nel triennio 2009-11. E’ il caso di sottolineare che nel solo ultimo trimestre dell’anno scorso l’incremento è stato di ben 52 miliardi.
Purtroppo il rischio di una bolla si profila anche per i crediti concessi agli studenti. Sono prestiti garantiti dallo Stato che devono essere ripagati durante la futura vita lavorativa da chi ne ha usufruito nel periodo universitario. Si stima che l’ammontare complessivo sia oggi ben oltre 1 trilione di dollari e che possa raggiungere i 3,3 trilioni entro il 2024.
Naturalmente il timore è dovuto al fatto che anche su questi prestiti le banche hanno emesso una serie di titoli abs il cui valore è strettamente legato al flusso di cassa dei rimborsi continui. Questa situazione si sta aggravando tanto che il tema è diventato oggetto della campagna presidenziale in corso. In verità la lista potrebbe essere più lunga perché vi sono tante altre ‘piccole’ bolle. Trattasi comunque di trilioni anche se non di centinaia di trilioni come per i derivati otc. Sono dati che cominciano ad essere oggetto di valutazione e di discussione da parte degli addetti. Considerati i riverberi che oggettivamente la finanza globalizzata può determinare nei singoli Paesi, sarebbe opportuno che le autorità di governo e di vigilanza nazionali ed internazionali vi prestassero adeguata attenzione. A partire dal nostro Paese, dove, come è noto, il problema dei crediti deteriorati e delle sofferenze per 200 miliardi di euro è di prima grandezza. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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