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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 335

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La bolla del corporate debt

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 settembre 2020

E’ indubbio che la pandemia abbia messo in serie difficoltà moltissime imprese. In particolare quelle di piccola e media dimensione, che hanno bisogno di sostegni concreti e veloci. E’ doveroso e opportuno, però, distinguerle nettamente da quelle società di più grandi dimensioni che in passato hanno approfittato, creando in modo speculativo la pericolosissima bolla del cosiddetto corporate debt. Queste ultime, guarda caso, oggi sono in prima fila a chiedere gli aiuti di stato.
La società americana Janus Henderson, tra le più grandi al mondo nella gestione di capitali con quasi 300 miliardi di dollari di assets under management, ha recentemente pubblicato il suo primo rapporto annuale, il Corporate Debt Index (JDCDI). La società ha sede a Londra ma è quotata a Wall Street. L’indice coinvolge 900 delle maggiori corporation internazionali non finanziarie e non immobiliari. E’ concentrato soprattutto sul settore corporate bond, quello delle obbligazioni.
Il debito delle imprese, oltre che attraverso l’emissione di obbligazioni, può essere aumentato anche con altri “veicoli”, tra cui il prestito bancario. Quest’ultimo sistema, per esempio, è sicuramente prevalente in Europa, in Giappone e in altri paesi dell’Asia. L’altra possibilità è l’emissione di nuove azioni. Essa, però, è ritenuta di solito più costosa e politicamente più complicata rispetto all’emissione di nuove obbligazioni di debito.Secondo l’Index, nel 2019, senza Covid quindi, il debito corporate in bond, al netto del cash, aveva raggiunto il totale record di 8.300 miliardi di dollari con un aumento annuo di 625 miliardi, pari all’8,1%. Da sole 25 corporation hanno accresciuto il loro debito in obbligazioni di 410 miliardi. Gli Usa detengono il 51% del totale e l’Unione europea il 23%. In Europa la Germania ha il 38%, l’Italia il 9%.Secondo l’agenzia Standard&Poors, solo il mercato delle obbligazioni corporate sarebbe globalmente di circa 13.000 miliardi di dollari, tre quinti dei quali negli Usa.
La somma succitata non considera la liquidità presente in certe società. Infatti, alcune corporation americane, come Alphabet proprietaria di Google con 104 miliardi di cash, sono strapiene di liquidità, per cui i debiti sono sicuramente di dimensione maggiore. La società più indebitata è la tedesca Volkswagen, con un’esposizione quasi pari al debito di nazioni come il Sud Africa e l’Ungheria. Cinque delle prime dieci imprese più indebitate sono del settore dell’auto. Le case automobilistiche tedesche VW, Daimler e Bmw insieme contano ben 762 miliardi di dollari di corporate debt. Non a caso nella lista per nazioni la Germania è seconda, dopo gli Usa. L’indebitamento delle imprese italiane incluse nell’indice è cresciuto più lentamente. Il comparto delle utilities è quello con un indebitamento maggiore.Il rapporto succitato stima che nel 2020 l’aumento del corporate debt sarà di oltre mille miliardi, il12% in più! Il 2020 sarà un anno horribilis poiché si prevedono una forte caduta dei profitti e, di conseguenza, una maggiore difficoltà nei pagamenti degli interessi sui debiti. I tassi d’interesse molto bassi e la crescente assunzione del rischio da parte delle imprese hanno indubbiamente favorito la crescita dell’indebitamento. I capitali raccolti sono stati destinati principalmente all’acquisizione di altre imprese. Ben 9 delle 10 imprese che hanno maggiormente aumentato il loro indebitamento, hanno usato i fondi per tale scopo. Alcuni hanno riacquistato le proprie azioni sul mercato. Si tratta di un fenomeno tipicamente americano: le imprese hanno speso globalmente oltre 710 miliardi di dollari in simili operazioni. La metà delle quali, secondo Goldman Sachs, sarebbe stata fatta con nuovi debiti. Neanche a dirlo spesso i debiti aumentano per distribuire dividendi agli azionisti in misura maggiore rispetto a quanto effettivamente realizzato. Il Fondo Monetario Internazionale ha denunciato queste pericolose e fuorvianti operazioni. Agli investimenti sono andati soltanto gli spiccioli rimasti. Tutte queste situazioni di solito determinano in poco tempo crisi recessive. Si tenga presente che nel 2019 gli utili si sono già ridotti per le tensioni sul fronte commerciale e per la decelerazione dell’economia mondiale, ancora in corso.
In sintesi, le preoccupazioni degli analisti derivano dal fatto che negli ultimi 5 anni la crescita degli indebitamenti ha ampiamente superato quella degli utili. Il rapporto tra il debito netto (senza il cash) e il profitto è passato dal 251% del 2014 al 310% del 2019. Riteniamo che, senza ledere l’autonomia delle attività imprenditoriali, le autorità preposte debbano verificare i bilanci effettivi per evitare fallimenti, licenziamenti e i riverberi negativi sull’intera economia dei singoli paesi. di Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista.

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C’è una bolla sul mercato azionario americano?

Posted by fidest press agency su domenica, 9 agosto 2020

A cura di Alberto Artoni, Portfolio Manager US Equity di AcomeA SGR. Negli Stati Uniti, è in discussione l’ultimo round di stimolo fiscale. Si tratta di un appuntamento importante perché in assenza di ulteriore stimolo, i sussidi di disoccupazione, attualmente 600 dollari a settimana, andrebbero a esaurirsi presto. I democratici vogliono estendere il sussidio fino a gennaio, mentre i repubblicani propongono una riduzione a 200 dollari a settimana per due mesi. In termini di ulteriore stimolo, i repubblicani parlano di $ 1trilione (4.5% del PIL), mentre i democratici parlano di $ 3.5trilioni (16% del PIL). È possibile che si trovi un’intesa vicina alla proposta repubblicana. Si prevede che a fine anno, il deficit di bilancio degli Stati Uniti possa raggiungere almeno il 20% del PIL.Dal punto di vista della politica monetaria, dall’inizio della pandemia, il bilancio della FED è aumentato di $3 trilioni e si attesta oggi a circa $7 trilioni (32% del PIL). La gran parte dell’aumento si è verificata tra marzo e aprile, mentre da fine maggio in poi il bilancio della FED si è stabilizzato. La voce di bilancio che si è normalizza nell’ultimo periodo sono le Swap lines, cioè il prestito di liquidità fatto dalla FED alle banche centrali estere. Di per sé, questa rappresenta una buona notizia, poiché le condizioni sul mercato FX sono notevolmente migliorate rispetto a marzo/aprile. La FED continua a mantenere una stance monetaria molto accomodante e nel meeting di settembre potrebbero emergere novità in termini di strategy review. In sostanza la FED potrebbe comunicare la revisione dell’obiettivo di inflazione di medio periodo al di sopra dell’attuale target del 2%. Questo certificherebbe che la FED auspica un livello di inflazione più alto del 2%, per cercare di compensare il periodo in cui l’inflazione è stata più bassa delle attese. Le implicazioni di questa nuova strategia potrebbero portare il mercato a prezzare attese di inflazione più elevate ma tassi comunque bassi ancora per un lungo periodo di tempo.
A luglio questo rapporto ha raggiunto e superato i livelli del 2000, durante quella che fu poi definita come “la bolla delle dot-com”. Oltre alle ragioni fondamentali sopra descritte riteniamo che abbia influito in questa dinamica il cosiddetto effetto “FOMO” (acronimo inglese per “fear of missing out”, ossia un istinto irrazionale che spinge agli acquisti per paura di perdere le opportunità di guadagno) che sembra colpire non solo gli investitori privati (a questo proposito si è molto sentito parlare della piattaforma Robin Hood) ma anche i tanti investitori istituzionali prigionieri del confronto con il benchmark trimestrale.
In questo contesto di mercato siamo consapevoli dei timori degli investitori nei confronti dell’investimento nel mercato americano, tuttavia dobbiamo prendere atto di come il basso livello dei tassi sui titoli governativi renda le azioni particolarmente interessanti rispetto al passato. Alla luce di queste dinamiche una strategia azionaria value rappresenta un’incredibile opportunità di allocare i propri risparmi nel mercato azionario, al riparo dal rischio bolla.

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“Il tempo per risolvere il problema della bolla del debito cinese sta per scadere”

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 luglio 2019

A cura di Paul Smillie, Analista senior della Columbia Threadneedle Investments. Nelle ultime settimane, i timori di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sono balzati alla ribalta delle cronache, spaventando gli investitori. Ciò è apparso particolarmente evidente in Cina, dove lo Shanghai Composite Index ha ceduto il 10% circa a maggio rispetto ai livelli di aprile in seguito al deteriorarsi delle trattative commerciali tra i due paesi.Considerate le minacce del Presidente statunitense Donald Trump di autorizzare una nuova tranche di dazi (pari al 25% sui restanti USD 300 miliardi di importazioni cinesi, mentre la Cina prende in esame eventuali contromisure), l’impatto negativo di una guerra commerciale sull’economia cinese potrebbe rivelarsi significativo.Il prospettarsi di un conflitto commerciale è sicuramente preoccupante, ma riteniamo che i mercati stiano sottostimando altri rischi sistemici potenzialmente più gravi per l’economia cinese, ovvero la rapida e preoccupante espansione del credito negli ultimi anni.La crescita cinese va indebolendosi ed attualmente è scesa al di sotto del 7% da oltre il 14% annuo registrato prima della crisi finanziaria, evidenziando una contrazione molto marcata per la seconda economia mondiale in termini di dimensioni. Le autorità cinesi hanno reagito aprendo i rubinetti del credito al fine di stimolare l’economia favorendo il ricorso a prestiti. Il problema è che quanto più si prolunga l’espansione creditizia, tanto meno efficace diviene questa strategia.Nel 2008, il rendimento sul credito, che misura l’efficacia del nuovo credito nello stimolare la crescita, si attestava intorno allo 0,75. Questo significa che ciascun CNY di credito generava CNY 0,75 in termini di prodotto interno lordo (PIL) nominale. Dal 2014, questo rapporto è sceso in media allo 0,25.
L’aumento dei rischi estremi è ancora più preoccupante. Comunque la si guardi, la massiccia espansione del credito cinese negli ultimi anni dovrebbe far suonare campanelli di allarme. I principali parametri della crescita del credito indicano non solo che l’attuale tasso di espansione è insostenibile, ma anche che causerà un forte aumento dei prestiti in sofferenza, che non mancherà prima o poi di avere enormi ripercussioni negative sui mercati obbligazionari e azionari cinesi.Prendiamo il rapporto credito/PIL, che misura il livello del credito rispetto alle dimensioni dell’economia. Includendo sia il credito a bilancio che quello fuori bilancio, alcuni stimano che tale rapporto sia salito al 300% circa dalla crisi finanziaria, partendo da una base di quasi il 150%. Ciò segnala a nostro avviso una chiara crisi del settore bancario cinese.
La buona notizia è che i livelli dei prestiti cinesi in valuta estera sono bassi, fatta eccezione per il settore aziendale. È quindi improbabile che in Cina si assista a una replica della crisi asiatica del 1997, innescata dall’elevato indebitamento in dollari.
Includendo tuttavia gli attivi fuori bilancio, i patrimoni bancari cinesi ammontano all’incirca a USD 45.000 miliardi. Secondo le stime, il paese detiene USD 3.000 miliardi di riserve valutarie, che potrebbero rapidamente esaurirsi in seguito a prelievi di capitale di entità anche contenuta. Qualora si rendesse necessario sostenere le banche, le autorità cinesi si vedrebbero costrette a ricorrere a provvedimenti più radicali. Il governo potrebbe ricapitalizzare il settore bancario, una mossa che, secondo i nostri calcoli, potrebbe far schizzare verso l’alto il rapporto ufficiale debito/PIL del paese, portandolo dall’attuale 48% circa a oltre il 70%. Tale livello sarebbe ancora in linea con quelli di molti governi occidentali, ma non si tratterebbe di una mossa di poco conto.
Cinque anni fa eravamo del parere che una rapida espansione del credito in Cina avrebbe potuto essere gestita senza causare gravi turbolenze sui mercati. Non siamo più di questo avviso.La Cina potrebbe diventare la prima nazione in grado di assorbire una tale espansione del credito senza accusare problemi, tramite un’abile riduzione dell’indebitamento in un contesto di rallentamento della crescita, svalutando la propria moneta o, più probabilmente mediante una costosa ricapitalizzazione del settore bancario. Non si può tuttavia escludere il rischio di un improvviso e doloroso scoppio della bolla del credito cinese, con gravi ripercussioni per la crescita globale data l’importanza del paese per l’economia globale.In ogni caso, gli investitori possono aspettarsi oscillazioni dei mercati azionari e obbligazionari ancora più marcate di quelle causate dagli attuali timori della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

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La bolla del corporate debt

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 marzo 2019

Nonostante i dati statistici indichino una presunta positiva ed effervescente crescita economica e occupazionale americana, non sono pochi gli esperti che paventano nuovi rischi finanziari negli Usa. Lo afferma anche la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ai suoi più alti livelli. Dopo la Grande Crisi del 2007-8, il debito delle imprese, il cosiddetto corporate debt, nel suo insieme è cresciuto enormemente. Si è passati dai 4.900 miliardi di dollari del 2007 ai 9.100 miliardi a fine 2018. Di questi, circa 5.000 miliardi sono sotto forma di obbligazioni.In aggiunta a ciò, la grande parte di esse, pari a circa 2.300 miliardi, gode di un rating molto basso, la tripla BBB, appena sopra lo status di “junk”, di obbligazioni spazzatura. Tecnicamente, a questo livello sono ancora considerate degne d’investimento, anche se devono offrire interessi alti per trovare acquirenti sul mercato. In questa situazione limite gli investitori istituzionali di solito ritengono di tenerle ancora nei loro bilanci.Preoccupante è notare che, all’interno della bolla del corporate debt, i prestiti alle imprese già altamente indebitate siano fortemente aumentati, fino a raggiungere un ammontare stimato in 1.300 miliardi di dollari.
Oggi si teme che anche una limitata recessione economica, provocata, per esempio, dalla tensione sui dazi o da qualche riduzione nella crescita in una parte del globo, possa innescare una grave crisi in questo settore. Di conseguenza, se fosse ulteriormente abbassato il rating, molte imprese dovrebbero pagare interessi ancora più alti e molte altre non avrebbero più accesso al mercato del credito. A quel punto, anche gli investitori istituzionali dovrebbero disfarsi di detti bond, determinando un’esacerbazione della dinamica recessiva. Questa situazione è stata resa possibile dal lungo periodo di tassi vicini allo zero, che hanno convinto molti ad avventurarsi in zone di maggiore rischio. I tassi bassi hanno anche spinto le corporation americane a chiedere grandi prestiti che sono stati utilizzati per riacquistare le proprie azioni sul mercato. Ciò ha contribuito al boom delle quotazioni di Wall Street e, di conseguenza, ha giustificato anche la distribuzione di lauti dividendi. Chiaramente il problema non è limitato agli Usa. Anche in Cina il corporate debt è esploso in modo prepotente e potrebbe presto presentare il conto. Lo stesso dicasi per l’Europa dove è cresciuto fortemente, anche se in quantità inferiore di quello americano.Il problema vero è che il livello del debito, che è stato al centro della crisi finanziaria, è cresciuto. Secondo la BRI, il debito globale, quello privato, quello dei governi e quello delle imprese non finanziarie, nel 2007 era pari al 210% del pil, oggi supera il 240%. Basilea afferma che la politica monetaria espansiva è stata necessaria per portare le economie dei maggiori paesi industrializzati fuori dalla crisi. Adesso però le banche centrali, in caso di un peggioramento della situazione economica, avrebbero pochi strumenti d’intervento. In particolare esse temono la crescita dell’inflazione. Per contenerla si dovrebbe aumentare i tassi d’interesse, mandando, però, in tilt un sistema economico già molto stressato, in particolare il settore delle corporate bond.
La BRI reputa che un salvataggio da parte delle banche centrali potrebbe non essere sufficiente poiché negli ultimi 40 anni sono cambiati drasticamente i parametri di intervento. Oggi le cause di una recessione sono più legate al settore finanziario, in particolare quando esso si rende protagonista di un’espansione non sostenibile.
Qualora vi fosse un aumento dell’inflazione, le banche centrali dovrebbero mettere dei freni alla politica monetaria, proprio mentre il settore finanziario si sta indebolendo. A quel punto l’effetto sul debito globale sarebbe difficilmente gestibile.
Molti temono, quindi, il rischio di un crac. Secondo la Bri neanche un eventuale crac risolverebbe il problema perché provocherebbe un automatico successivo aumento del debito.
Per l’istituto di Basilea vi sarebbero solo tre modi per ridurre il debito. Il primo sarebbe di favorire la crescita dell’inflazione mantenendo i bassi i tassi d’interesse, svalutando così anche il valore del debito. Però, la storia ci insegna che tale processo porta a un crollo della crescita economica. Il secondo è la ristrutturazione del debito, cosa che comporterebbe dei sacrifici per gli investitori-possessori dello stesso. Il terzo e unico modo positivo è il sostegno dei settori dell’economia reale che fa aumentare la ricchezza prodotta e diminuire il rapporto debito/pil.
Non ci riteniamo di parte, ma è auspicabile che dalle prossime elezioni europee esca una governance più consapevole di dover superare la politica di austerità e sostenere, invece, investimenti e attuare anche una guida fiscale ed economica unica e autorevole.
Si tratta di una prospettiva tanto semplice quanto razionale. Purtroppo, però, per quanto ci riguarda in Europa continua a dominare la politica ossessiva dell’austerità prima di tutto. E’ sorprendente e poco incoraggiante vedere ancora una volta che certi banchieri siano più consapevoli dei governi. (Mario Lettieri già sottosegretario all’Economia e Paolo Raimondi economista)

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Derivati: c’è una grande bolla

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 gennaio 2019

Di Mario LETTIERI e Paolo RAIMONDI.  Qualche settimana fa l’Esma, l’autorità europea per la vigilanza sui mercati finanziari, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale relativo alla situazione dei derivati. Lo ha fatto in modo preciso e persino sorprendente. A fine 2017, solo il mercato europeo dei derivati ha registrato un valore nozionale di ben 660 mila miliardi di euro, di cui oltre 542 mila sono derivati over the counter (otc), quelli cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati. Dal rapporto si deduce subito che i derivati regolamentati, quelli perciò meno rischiosi, ancora rappresentano solo una minima parte del mercato. Il risultato ci sembra davvero sbalorditivo e molto preoccupante.
Fino ad oggi ci si è basati sui dati forniti dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la banca delle banche centrali mondiali con sede a Ginevra, che a fine 2017 ha quantificato il totale dei derivati a livello mondiale intorno a 622 mila miliardi di dollari, di cui gli otc erano pari a 532 mila miliardi.
La Bri, inoltre, ha sempre indicato che la «componente europea» del mercato dei derivati fosse circa un quarto del totale mondiale. Se tale stima fosse confermata, allora la bolla degli otc potrebbe essere di dimensioni enormemente maggiori rispetto a quella finora conosciuta. Ci sono parecchie ragioni per prendere dannatamente sul serio la cosa. Nel nostro paese, purtroppo, non ci pare che i media abbiano molto considerato i dati riportati.
Occorre sapere anzitutto che si tratta di un rapporto ufficiale voluto dall’Unione europea. Si ricordi che l’Esma è stata creata nel 2011 dalla Ue al fine di studiare il comportamento dei mercati dei derivati per evitare situazioni d’instabilità e rischi di nuove grandi crisi finanziarie. Si rileva che l’operazione di raccolta dei dati rientra nel cosiddetto sistema Emir, European Market and Infrastructure Regulation, che dal 2014 impone che tutti i contratti derivati siano riportati ai trade repositors, organismi riconosciuti dall’Esma.
A fine 2017, i contratti stipulati erano pari a 74 milioni, dove almeno una delle controparti era domiciliata in uno dei paesi europei.
L’aspetto importante, distintivo e positivo è che in Europa vi è l’obbligo di riportare tutte le operazioni in derivati all’Esma. I dati forniti dalla Bri, invece, si basano solo su dei sondaggi fatti attraverso le banche centrali di alcuni paesi con alcune grandi banche intenzionali. In pratica, riportano ciò che vogliono. Perciò appaiono cifre totalmente differenti per l’evidente diverso approccio. Nel documento in questione si rivela, tra l’altro, che nel 2017 i derivati europei sono aumentati del 9%!
Il rapporto europeo si basa, quindi, su dati più veritieri e molto dettagliati. Ad esempio, il 69% di tutti i derivati è legato all’andamento dei tassi di interesse. Quelli sulle monete rappresentano il 12% e la stragrande maggioranza di tutti i contratti è di breve durata, inferiore a un anno. Ovviamente gli attori principali di questo mercato sono le società d’investimento e le banche. Contano oltre il 95% di tutte le attività.
Dato non secondario riportato dallo studio citato è che il 33% dei derivati europei sono fatti in dollari, il 28% in euro e l’11% in sterline britanniche. Ciò non è irrilevante perché evidenzia il rischio che il mercato europeo potrebbe anche essere influenzato dall’andamento di altre monete, fuori dal controllo della Bce.
Si sottolinea inoltre il fatto che la stragrande maggioranza dei contraenti europei sia domiciliata in Gran Bretagna. Di conseguenza la City è il mercato principale dei derivati europei, seguita molto da lontano da Francoforte e Parigi. Da ciò la grande preoccupazione dell’elite britannica per le imprevedibili conseguenze della Brexit per i mercati finanziari di Londra. Si ricordi, infatti, che la City conta per circa il 12% del pil inglese.
Dal rapporto dell’Esma, infine, emerge un quadro allarmante del sistema bancario europeo. Lo stravolgimento dei principi del sistema di mercato sociale, che nei passati decenni è stato il pilastro della crescita economica e industriale dell’Europa, ha indotto le maggiori banche europee, a cominciare dalla Deutsche Bank tedesca, ad avventurarsi nei mari tempestosi della deregulation finanziaria e della speculazione.
Infatti, secondo vari studi, tra cui quello della Mediobanca, delle 12 banche internazionali maggiormente coinvolte nei derivati, ben 9 sono europee. Un primato certamente non positivo.
Ci auguriamo che l’Esma, che oltre al controllo ha il compito di suggerire leggi e regole per i mercati finanziari, sappia incidere nel riportare il sistema bancario europeo sulla sua strada storica di «fornitore di credito per lo sviluppo.

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La “bolla” del reddito fisso: una tesi da sfatare

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 Maggio 2018

L’analisi è a firma di David Stubbs, Head of Client Investment Strategy per l’EMEA, J.P. Morgan Private Bank. Dopo un anno di relativa calma e rendimenti interessanti sui mercati globali, all’inizio del 2018 le condizioni sono diventate più volatili. Questo cambiamento ha riacceso il lungo dibattito su come gli investitori stimano le performance degli investimenti nel medio termine. Nella sua recente edizione di Perspectives from Europe, J.P. Morgan Private Bank contraddice la tesi della maggior parte degli operatori di mercato che temono la presenza di una bolla finanziaria soprattutto in campo obbligazionario.
Le analisi della Private Bank dimostrano che questa tesi della manipolazione del mercato non è attendibile e che gli attuali rendimenti dei titoli di Stato dei paesi sviluppati si attestano per lo più a livelli equilibrati. Le attuali valutazioni dei titoli di Stato sono determinate da tre fattori: la diminuzione del tasso di riferimento neutrale dopo la crisi finanziaria globale, la credibilità delle banche centrali e le prospettive d’inflazione favorevoli a livello globale che consentono alle banche centrali di normalizzare gradualmente i tassi. Nel complesso questi fattori suggeriscono che le attuali valutazioni obbligazionarie non siano particolarmente irragionevoli e contraddicono l’idea che le obbligazioni stiano vivendo una fase di “bolla”. Ciò non significa che i titoli di Stato siano immuni da sell-off o rally di un certo rilievo man mano che il ciclo economico evolve. Tuttavia, esiste una sorta di ancoraggio sottostante delle valutazioni che ci permette di sfruttare le oscillazioni, da noi ritenute eccessive, e di non temere troppo la duration.”Il nostro quadro di asset allocation rispecchia un rifiuto implicito della teoria secondo cui le bolle finanziarie siano onnipresenti e che i tassi d’interesse globali siano artificialmente bassi”, ha dichiarato Stubbs. “Sottopesiamo la duration poiché ci aspettiamo un rialzo dei rendimenti a medio termine in concomitanza con la ripresa congiunturale della crescita globale, ma continuiamo a ridurre l’entità di questa sottoponderazione man mano che i rendimenti salgono verso livelli che riteniamo prossimi al valore di equilibrio.” Analogamente, la Private Bank continua a investire in obbligazioni societarie e dei mercati emergenti. Tuttavia, poiché gli spread si sono ristretti verso livelli equilibrati, la società è intenta a ridurre l’entità del sovrappeso sui mercati del credito in senso ampio, tra cui l’high yield statunitense, per aumentare invece l’esposizione ai mercati obbligazionari core.”La nostra idea secondo cui i mercati dei tassi d’interesse globali presentino valutazioni razionali, senza nessuna bolla pronta a scoppiare, giustifica anche la posizione pro-ciclica di sovrappeso che abbiamo sulle azioni globali”, ha affermato Stubbs. “Respingiamo la “teoria della bolla” in base alla quale la prossima crisi di mercato sarà determinata da un rialzo sostenuto e destabilizzante dei rendimenti dei titoli di Stato.” Questa teoria deporrebbe a favore di un portafoglio che abbia un’esposizione minima all’azionario e ai prodotti a reddito fisso, privilegiando invece i prodotti che traggono vantaggio dalla volatilità, che sono costosi da mantenere. Un portafoglio di questo genere sarebbe stato nettamente sottoperformante rispetto a una strategia concentrata su azioni e asset a reddito fisso a partire dalla crisi finanziaria globale.

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La politica continua a vivere in una bolla di grandi illusioni

Posted by fidest press agency su mercoledì, 6 settembre 2017

Enrico Cisnetto, “Cortina InConTra”

La politica si affaccia ai riti settembrini più che mai immersa in una bolla di grandi illusioni. E, di conseguenza, gli italiani tornano dalle ferie così come erano partiti: profondamente intrisi di scetticismo. Hai voglia di sbandierare i decimali di pil in più – la ripresa c’è, ma la crescita strutturale è ben altra cosa – o sfornare qualche dato sulla maggiore occupazione – nascondendo che in due casi su tre si tratta di contratti a termine, e che la disoccupazione è altrettanto aumentata – piuttosto che agitare la carota di nuovi bonus dal chiaro sapore elettorale: il sentimento diffuso è che il Paese non sia governato e, soprattutto, che non ci siano le condizioni perché lo diventi prossimamente. D’altra parte, si tratta di un’idea difficile da confutare. Anche a chi, come noi, non batte affatto un cuore populista e disfattista, gli basta vedere, da un lato, la rinuncia codarda a mettere mano alla legge elettorale, e dall’altro la dinamica del dibattito (si fa per dire) politico solo ed esclusivamente incentrato sugli equilibri di potere (presunti), per soccombere alla irrefrenabile pulsione di alzare le mani in segno di resa. Persino il giochetto estivo sull’understatement dell’attuale premier come caratteristica gradita dagli italiani e come premessa per individuare il prossimo – che sarebbe tema serio se fosse affrontato seriamente – finisce per rendere scoraggiante la prospettiva dei prossimi mesi. Nei quali con la manovra di bilancio ci giocheremo la residuale credibilità in Europa e la possibilità di consolidare o meno la ripresa economica, e con la campagna elettorale e il voto decideremo se la prossima legislatura sarà finalmente quella buona per traghettarci nella Terza Repubblica o se sarà l’ennesima occasione sprecata a favore della transizione infinita. Il maledetto vizio di compulsare continuamente i sondaggi e, peggio ancora, di usarli per costruire trame politiche, spinge i partiti a immaginare situazioni che non esistono. Per esempio, si fantastica che il centro-destra unito possa vincere le elezioni e a questo fine si costruiscono a tavolino mediazioni politiche per rendere compatibili la posizione europeista del partito di Berlusconi e Tajani, collocata nell’alveo del partito popolare europeo e nel solco merkeliano della Dc tedesca, con quella eurodisfattista del duo Salvini-Meloni. Trascurando non solo che per vincere ci vogliono i voti – e in un contesto proporzionale questa armata brancaleone non arriverà mai al 51% – che acqua santa e diavolo non sono fatti per stare insieme e che il Cavaliere, per quanti remise en forme faccia, rimane pur sempre un ottantenne senza uno straccio di classe dirigente intorno, ma soprattutto che la cosa è già stata lungamente sperimentata nel passato con esiti disastrosi. Allo stesso modo si immagina che la gauche, spaccata non solo tra il Pd e chi sta alla sua sinistra ma anche e soprattutto dentro i Democratici in un festival dei veti incrociati che si fatica persino a censire, possa in qualche modo tornare a palazzo Chigi, tanto che si discute se ciò sia più probabile con Renzi o qualcun altro, trascurando di percepire che nella società il sentimento diffuso sia quello di voler infliggere una dura punizione a coloro – tutti, Renzi in primis ma nessuno escluso – che hanno abusato del consenso e mortificato le aspettative in modo intollerabile. Forse si fanno illusioni anche i 5stelle, fin qui candidati ad essere il primo partito ma con l’handicap di non aver costruito uno straccio di alleanze, visto che sembrano trascurare l’effetto per nulla positivo sui potenziali elettori che stanno provocando sia i disastrosi risultati degli amministratori locali arrivati alla conquista di alcune città, che le scene un po’ ridicole di sorda competizione interna in un contesto dove tutti contano uno ma due (Grillo e Casaleggio) contano più di tutti gli altri messi assieme.All’intero sistema politico, dunque, sfugge il fatto che in queste condizioni la cosa più probabile, per non dire certa – tanto più se ci si presenterà al cospetto dei cittadini senza essere riusciti ad evitare la mortificazione di doverli costringere a votare con due mozziconi di leggi elettorali rivenienti da altrettanti bocciature della Corte Costituzionale – è che le elezioni non laureino alcun vincitore. Cosa che non rappresenterebbe un dramma se le forze politiche, consce di questa probabilità, si muovessero fin d’ora a creare le condizioni per cucire, dopo, le alleanze necessarie a dare un governo al Paese. Non si dice, come noi invece abbiamo sempre auspicato e come bisognerebbe fare in un paese serio, che questo “patto di governabilità” sia sottoscritto adesso, o comunque prima del voto, ma che almeno si evitasse di parlare fin d’ora di inciucio come se le larghe intese tra moderati e riformisti fossero una lesione alla democrazia.L’unico embrione di questa discussione s’intravede in qualche analisi giornalistica circa le qualità della leadership che occorre in una fase politica come questa. Assodato che il decisio-bullismo alla Renzi è stato (giustamente) rottamato da tutti (tranne che dal suo inventore), si discetta se è meglio il piglio di Minniti – che sta facendo complessivamente molto bene il suo mestiere, come dimostra il fatto che una parte non piccola del suo partito non glielo riconosce – e di Calenda o la sorniona bonarietà di Gentiloni. Detta così pare un gioco estivo da spiaggia, e infatti quasi sempre finisce a gossip. In realtà, dietro c’è (ci sarebbe) un’analisi politica molto profonda da fare, riguardo l’eccesso di leaderismo che ha caratterizzato la nostra Seconda Repubblica (e in generale il mondo dopo il passaggio del secolo) e gli effetti dell’ubriacatura maggioritaria che non ha affatto portato maggiore governabilità. Occorre dunque ripartire dalla natura del sistema politico – e di conseguenza istituzionale – che occorre per far uscire l’Italia dal declino imboccato un quarto di secolo fa. C’è il tema dei partiti – che vanno rivalorizzati, ma senza nascondere il fatto che non possono più essere come quelli del dopoguerra – della loro capacità di rappresentanza in una società atomizzata e liquida come la nostra, e del peso che essi debbono avere rispetto alle leadership personali. E c’è il tema delle alleanze tra soggetti politici diversi, che a sua volta pone quello delle figure più adatte alla mediazione, necessariamente inclusive ma non per questo prive del necessario decisionismo.Nonostante tutto, non vogliamo arrenderci allo scoramento. Buona ripresa. (Enrico Cisnetto direttore http://www.terzarepubblica.it)

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Le imprese devono osare di più

Posted by fidest press agency su mercoledì, 24 marzo 2010

Londra dal 17 al 19 maggio congresso di Frost & Sullivan “Growth, Innovation, Leadership – GIL Europe 2010”  Aprirà i lavori del congresso Holger Schmieding, Chief Economist di Bank of America – Merrill Lynch che, assieme a Vinnie Aggarwal, offrira’ una visione del clima economico corrente e suggerimenti sulle migliori strategie di crescita e profitto per il 2010. L’economista di Frost & Sullivan Aggarwal fa notare che la crescita dell’Asia continua ad essere di tutto rilievo mentre diversi analisti si mostrano preoccupati dallo sviluppo troppo rapido della Cina e dalla possibilità di una bolla speculativa connessa ad un ritmo di crescita del 10% dovuto in parte ad un forte stimolo fiscale. L’Europa sta, al contrario, mostrando segnali di lenta ripresa confermati dagli indicatori economici di Reuters che suggeriscono un ritmo di crescita dell’1,2% per quest’anno e del’1,5% per il 2011. Il congresso di Frost & Sullivan Growth, Innovation and Leadership e’ l’unico evento a disposizione del senior management disegnato in maniera tale da favorire il processo critico di decision making per le imprese. GIL 2010: Europe presenta una ottima opportunita’ per le imprese partecipanti di avere discussioni franche e aperte, migliorare la propria conoscenza di strategie e prodotti e di fare nuove conoscenze con altri operatori di mercato.
Frost & Sullivan, la Growth Partnership Company, lavora in stretta collaborazione con i propri clienti per aiutarli ad accelerare la loro crescita e a raggiungere risultati di rilievo in termini di  crescita, innovazione e leadership di mercato. Il Growth Partnership Service di Frost & Sullivan offre ai manager e ai loro team una serie di strumenti quali ricerche e modelli di best practice che permettono l’identificazione, la valutazione e l’implementazione di significative strategie di crescita. Frost & Sullivan ha oltre 45 anni di esperienza maturata lavorando per conto e in collaborazione con importanti societa’ a livello globale fra cui le prime 1000, aziende emergenti e investitori e vanta una rete di  piu’ di 40 uffici in cinque continenti. Per far parte della nostra Growth Partnership, si prega di visitare il sito http://www.frost.com

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