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Gran Bretagna e Coronavirus: Nelle mani del fatalismo di Boris Johnson, inclusi i nostri connazionali

Posted by fidest press agency su martedì, 17 marzo 2020

Se è vero che il primo compito di uno Stato è quello di tutelare la salute dei suoi cittadini, il modo in cui il Governo e il premier inglese Boris Johnson hanno affrontato la vicenda del Coronavirus è tale che è difficile per noi italiani comprenderne e giustificarne il senso. In sostanza, ha detto Johnson di recente, visto che nulla sembrerebbe possibile fare per contenere l’epidemia, scopo del Governo e delle Autorità dovrebbe essere solo quello di ritardarne (delay) il picco così che, nel tempo, le persone si “autoimmunizzeranno”. Non è certo questa la posizione della OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che perciò critica aspramente il Governo britannico. Le misure adottate riflettono perfettamente la posizione governativa nel senso che non è previsto di fare proprio nulla al punto che, forse, sarebbe stato addirittura meglio starsene zitti. Non ha molto senso dire – come ha fatto Johnson – che in presenza di sintomi (febbre, tosse ecc.) si dovrà stare a casa. Un qualunque malato (inglese o non inglese) ci arriva da solo a capire di dover stare a casa se si sente male e ha la febbre (anche perché è la malattia stessa a costringerlo).
E’ singolare, poi, il cinismo dell’affermazione del Premier che molte famiglie inglesi, nei prossimi tempi, dovranno attendersi di perdere i loro cari (lose loved ones). Se simili discorsi o prese di posizione fossero accaduti in Italia, ci sarebbero state feroci contestazioni sia sul piano politico che su quello scientifico e tutto avrebbe ricevuto ampia diffusione sulla stampa e, in genere, sul sistema dell’informazione. Non ci sembra che sia accaduto niente del genere in Uk. Il tutto sembra svolgersi nell’alveo di un ordinario dibattito politico: il Times, giornale orientato a favore dei conservatori, ha dato il suo plauso alla linea del Premier avvalorandone le indicazioni degne di un Ponzio Pilato, mentre il Guardian, orientato in senso opposto, ha sostenuto che occorreva ben altro; nè è mancato chi (come può mancare lo stereotipo??) ha detto che gli italiani hanno agito come hanno agito solo perché non hanno voglia di lavorare. Per quanto ci riguarda si potrebbe anche dire che, in fin dei conti sono affari loro e che se il fatalismo e l’inerzia del loro premier gli va bene, se le possono tenere! Il fatto è, purtroppo, che in Inghilterra, ed in particolare a Londra, ci sono centinaia di migliaia di italiani, nostri figli, nostri fratelli e nostre sorelle che, come se niente fosse, sono costretti tutti i giorni a prendere la metropolitana di Londra pigiati come sardine, a frequentare le affollate strade del centro, a lavorare nei locali e negli uffici altrettanto affollati senza alcuna protezione ed esponendosi ad un rischio elevatissimo. E’ per loro che siamo preoccupati e non sappiamo proprio come aiutarli. Anche perché è troppo semplice, come fanno alcuni nostri politici italiani, dire loro di tornare in patria. (Libero Giulietti, legale, consulente Aduc)

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“Get Brexit done” Boris Johnson si aggiudica le elezioni. Possibili impatti

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Tre anni fa, in un fine settimana di inizio estate, Boris Johnson viveva una lacerante indecisione. A poche settimane dal referendum che avrebbe deciso le sorti della Brexit, ancora non si era espresso: ma il voto era ormai vicino, ed era tempo di prendere una decisione, che sarebbe stata resa pubblica in un editoriale sul Daily Telegraph, uno dei più influenti giornali conservatori. Così, per schiarirsi le idee, Johnson decise di scrivere due articoli: uno nel quale sosteneva la necessità di restare nell’UE e un altro nel quale sposava la causa della Brexit, l’articolo che poi decise di pubblicare.La scelta che Johnson prese durante quel fine settimana ha condizionato la politica e la storia recente della Gran Bretagna e dell’Unione Europea. Il suo contributo è stato, secondo molti osservatori, cruciale nel condizionare il referendum sulla Brexit, soluzione che era osteggiata dal suo stesso partito. Per spiegare il voltafaccia al suo rivale e compagno di scuola David Cameron scelse un’immagine di Rudyard Kipling: “Scusami, la Brexit finirà schiacciata come una rana sotto un erpice. Ma questa era la scelta che dovevo fare…”. A tre anni dal referendum, sotto un erpice sono invece finite moltissime delle convenzioni della politica britannica, la cui geografia è uscita sconvolta dalle ultime elezioni. David Cameron non è più in politica e il partito Conservatore, riorganizzato da Johnson intorno a una agenda concentrata sulla Brexit, ha stravinto un’elezione trionfando in molte zone del Paese storicamente di sostegno ai laburisti. L’etoniano Johnson ha conteso al socialista Corbyn i voti della “working class” in moltissime località che non avevano un rappresentante conservatore anche da 50 o 70 anni.
Il Partito Laburista, che ha subito la peggiore sconfitta degli ultimi trent’anni, ha pagato gli errori strategici nel posizionarsi rispetto alla questione politica più importante per gli elettori. Al contrario Johnson è riuscito a polarizzare il voto delle persone favorevoli alla Brexit e il desiderio – condiviso da coloro che avevano votato “leave”, ma non solo – di chiudere il più presto possibile la questione, dopo tre anni di stallo e crisi. Boris Johnson è riuscito nel capolavoro politico di non farsi associare con la gestione della crisi politica e istituzionale da parte del suo partito sotto la guida di Theresa May e di presentarsi come l’uomo in grado di risolvere lo stallo, spostando la piattaforma del suo partito verso una forma inedita di nazionalismo. “Chiudiamo la Brexit” questo è stato il mantra che ha ripetuto come un’ossessione.
Ma possiamo considerare veramente chiusa la questione? Probabilmente no. L’unica certezza è che la Brexit avverrà veramente e che la maggioranza a Westminster ha i margini e la compattezza per gestire il processo politico senza più ripensamenti. Boris, galvanizzato da una vittoria più ampia delle aspettative, ha parlato di “un mandato chiaro” e ha fatto trapelare l’intenzione di procedere a tappe forzate per rispettare la deadline di dicembre. L’accordo che Johnson ha siglato con l’Unione Europea, tuttavia, è di fatto un modo per rimandare alcune delle questioni più rilevanti da un punto di vista economico, politico e finanziario. Le parti in causa avranno ora fino a dicembre 2020 per definire i propri rapporti. Questo particolare è ovviamente di grande rilevanza nel valutare l’impatto della Brexit sui mercati nel medio termine:
1. È possibile che nei prossimi mesi alcune catene del valore subiranno le conseguenze dell’incertezza legata al negoziato ed eventualmente di nuove regole. Non bisogna inoltre sottovalutare la sfida operativa e logistica che la Brexit pone sulle amministrazioni pubbliche, per continuare a garantire una circolazione senza intoppi delle merci.
2. In questo momento è impossibile escludere la possibilità di una “Brexit dura”, ovvero una Brexit senza accordo commerciale: un’eventualità che probabilmente si rifletterebbe in senso negativo sul mercato.
3. Questa incertezza è legata a un processo politico e negoziale che vivrà di varie fasi. È prematuro in questo momento prevedere quale sarà la nuova postura delle parti.
In definitiva è ragionevole immaginare che la “fase 2” della Brexit resterà un potenziale fattore di mercato almeno per un altro anno. Ci possiamo aspettare che il tema comincerà ad assumere maggiore rilevanza man mano che la scadenza di dicembre si avvicina senza che le parti abbiano definito un accordo. Tuttavia. è plausibile che il risultato elettorale possa agevolare l’apertura di una nuova fase nel rapporto tra UK e UE: eliminando complessità del processo politico. Boris Johnson è ora forte di un chiaro mandato, mentre l’Unione Europea potrebbe assumere un atteggiamento più benevolo ora che la possibilità di invertire il processo Brexit è affievolita. D’altra parte, Johnson non ha mai avuto mano libera per spiegare che tipo di Brexit desiderasse veramente, oscillando tra posizioni più morbide e più oltranziste a seconda dell’opportunità politica, ora finalmente avrà la possibilità di chiarificare meglio la sua agenda. Sicuramente il risultato elettorale rimanda eventuali criticità e sarà importante valutare come le parti approcceranno il negoziato.C’è poi la questione del confine Nord Irlandese. Stando all’accordo che Johnson dovrebbe approvare, si dovrebbe risolvere la questione stabilire un confine non intrusivo nel Mar d’Irlanda. Va da sé che questa operazione presenta più di una criticità. Per citare un documento del ministero dell’Interno britannico pubblicato dal Financial Times, sarà una sfida “strategica, politica e operativa”.Più in generale, il successo dei partiti nazionalista in Scozia e nell’Irlanda del Nord sta a testimoniare che il progetto unitario e unitarista di Johnson (One Nation Conservative Party) ha più di qualche ostacolo: l’Inghilterra sembra oggi aver preso una direzione marcatamente diversa dal resto dell’Unione. Per ovviare a queste difficoltà Johnson metterà mano al portafoglio, allargando i cordoni della spesa pubblica: nel medio termine è da valutare l’effetto sugli spread per l’obbligazionario governativo, anche se un ritorno alla spesa potrebbe avere un effetto positivo sulla crescita.Nel breve periodo, il Pound e il FTSE hanno celebrato con un mini-rally (anche perché è scongiurato l’aumento della tassa sui profitti presentato dai Laburisti). Guardando al futuro, la situazione oltre manica merita di continuare a essere guardata con attenzione. E considereremo tutti questi aspetti quando si tratta di valutare il nostro posizionamento su azionario e bond governativi britannici, che resta comunque limitato.

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Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo sul voto in Gran Bretagna

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

“Mi congratulo con Boris Johnson per il successo nel voto di ieri. Adesso ci aspettiamo che il nuovo parlamento di Westminster approvi in fretta l’accordo con la UE per una Brexit ordinata entro il 31 gennaio del 2020. Dopo l’approvazione del Parlamento britannico dell’accordo con la UE sarà il Parlamento Europeo ad esprimere il suo voto a gennaio”.”Saremo vigili -continua il Presidente dell’Europarlamento- sull’attuazione degli accordi, in particolare per quanto riguarda i diritti dei cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito e di quelli del Regno Unito che si trovano in altri Stati membri. Il Parlamento Europeo auspica -conclude David Sassoli- relazioni future molto strette tra Unione europea e Regno Unito e continuerà ad agire in modo responsabile durante la nuova fase negoziale, nel rispetto dei valori fondanti e dei principi della nostra Unione e in ferma difesa degli interessi dei cittadini e degli Stati europei”.

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The Economist this week: Boris Johnson and the Conservative victory

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

“We have published a special edition with our analysis of Britain’s astonishing general election. As we went to press, Boris Johnson was heading for a majority of around 80 seats, the largest Conservative victory since the days of Margaret Thatcher. Under Jeremy Corbyn, meanwhile, Labour has suffered its worst result since 1935. The vote marks a profound realignment in British politics. For the first time since the referendum of 2016, it is clear that Britain will leave the European Union. The party of the rich has buried Labour under the votes of working-class northerners and Midlanders. And, after a decade of weak or non-existent majorities, Britain has a prime minister with immense personal authority and a free rein in Parliament.” (by Zanny Minton Beddoes, Editor-in-Chief)

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La Gran Bretagna sceglie la Brexit

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 dicembre 2019

Londra. Boris Johnson ha vinto la scommessa. Gli elettori gli hanno dato un’ampia fiducia. In base agli ultimi exit ha ottenuto 368 seggi su 650 alla Camera dei Comuni mentre il suo diretto avversario laburista Jeremy Corbyn non è andato oltre i 191 e segnando un declino peggiore del previsto per i Labour. Ora, ha dichiarato Boris Johnson, usciremo formalmente dall’Ue il 31 gennaio 2020. E la sterlina vola. La proclamazione degli eletti avverrà tra breve e con essi il numero esatto dei componenti dei vari schieramenti. In Italia la prima a congratularsi, per la vittoria dei conservatori britannici, è stata Giorgia Meloni, presidente dei Fratelli d’Italia, scrivendo su Twitter: «Congratulazioni a Boris Johnson per la grande vittoria. Ancora una volta la coerenza paga, ora la volontà del popolo britannico sarà finalmente rispettata. A noi il compito di difendere gli interessi italiani in un nuovo rapporto di cooperazione con il Regno Unito».

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Da Londra “messaggi d’amore” per l’Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 maggio 2016

londraBoris Johnson strizza l’occhio all’Italia spiegando il rischio che corre rimanendo nella UE. L’Italia è ad un passo dal baratro ma i suoi governanti invece di comportarsi come bravi padri di famiglia nascondo quello che aspetta gli italiani. L’Italia è un paese bloccato dal suo debito e da una crisi del settore bancario, irrisolvibile nel breve tempo. Il prodotto interno lordo si è ridotto del 9% e la produzione industriale del 25%.L’Italia leader nel manifatturiero che ha contribuito allo sviluppo in tempi passati, ormai è solo un ricordo, ad una le aziende sono state svuotate e chi caparbiamente ha voluto continuare è stato costretto a delocalizzare. La percentuale del debito rispetto al Pil sale: 121 per cento nel 2011, 123 nel 2012, 129 nel 2013, 132,7 nel 2015 ed è un macigno che peserà per i prossimi 50 anni. Oggi Renzi può contare su babbo natale, Draghi, ma se la Corte Suprema tedesca dovesse accettare il ricorso della Bundesbank per l’Italia non ci sarà futuro, anche la posizione dello stesso Draghi non sarebbe più così sicura.L’Italia ha una crescita che l’FMI prevede intorno all’1%, non sufficiente a spronare l’economia.Non solo, la FED presto alzerà i tassi di interesse e la speculazione selvaggia costringerà la Cina a frenare il boom del credito. L’Italia a questo punto precipiterà, in una nuova crisi, e questo accadrà nei primi mesi del 2017. Tra i paesi principali europei è quello più vulnerabile, ha tutti gli indicatori macroeconomici peggiori anche rispetto alla Spagna, che ha ripreso a macinare numeri anche grazie ai buoni rapporti di scambio con i paesi del nord africa.L’inflazione è a livelli bassi e il governo non ha attuato misure politiche per combattere la recessione. Il paese ha urgente bisogno di riforme su vasta scala, che per natura porteranno contrazione a breve termine, bisogna bilanciare con investimenti per attutire l’urto, ma il governo Renzi sembra infischiarsene, è urgente varare un New Deal al più presto. Il tanto fagocitato Fiscal Compact, come medicina curativa, al contrario, obbliga a conseguire un surplus di bilancio abbastanza grande da tagliare il rapporto debito/Pil del 3,6 per cento all’anno per vent’anni. I governanti italiani dovevano pensare solo ad abbattere la pressione fiscale e il surplus usarlo per abbassare il debito pubblico, macigno che grava sulla crescita del paese. Ma per fare questo ci vuole un premier, una coalizione credibile che spieghi al popolo italiano le vere condizioni del paese, e il pericolo a cui va incontro. Una sorta di messaggio trasmesso 2 anni fa da Vucic in TV al popolo serbo, nel suo messaggio accorato, annunciava tagli nel pubblico impiego sopra un certo tetto senza toccare gli stipendi medi. Vucic andò avanti e promise che quelle riforme avrebbero insieme ad altre, razionamento dei trasporti, sanita, università, portato enormi benefici. Il premier Vucic, prese in mano un paese con il livello di corruzione stratosferico, riuscì in 2 anni a tagliare del 30% questo cancro semplicemente ruotando all’interno dei ministeri i dirigenti, altri spostandoli di sede e centralizzando gli acquisti.Tali norme nel nostro paese non sono fattibili, i sindacati pur di non perdere potere bloccherebbero il paese, a differenza Vucic capì questo pericolo e concordò le manovre del suo esecutivo con i sindacati, che capirono impedirono qualsiasi forma di protesta, nonostante i tagli, non fu indetta neppure un’ora di sciopero. Allo scadere dei 2 anni, Vucic ha presentato un biglietto da visita di una Serbia in crescita, nuovi posti di lavoro e un piano industriale innovativo nei distretti, non solo, ma allo scadere dei 2 anni che ha concordato con i sindacati, ha restituito quanto preso in prestito ed ha aumentato gli stipendi minimi di lavoratori e pensionati. Pensate che il nostro Renzi abbia simili capacità e credibilità? L”Italia ha i politici che merita ma è giusto ricordare cosa era e cosa è oggi, negli anni 90 durante il craxismo l’Italia vantava un ampio avanzo negli scambi commerciali con la Germania, prima che fossero fissati i tassi di cambio e quando si poteva ancora svalutare. In 15 anni l’Italia ha perso rispetto alla Germania il 30% di competitività sul costo di lavoro per unità di prodotto. Negli ultimi 5 anni, la produttività è calata del 5,9%. I governi che si sono succeduti dall’era Craxi sono tutti criticabili, nessuno ha avuto il coraggio di mettere mano alle riforme e questo oggi ingessa il paese. Quello che abbiamo difronte, è un paese che si muove con le stampelle, e a questo c’è da aggiungere la crisi bancaria dietro l’angolo. L’Italia è tra i paesi messi peggio anche per i derivati che gli istituti di credito hanno in pancia. La vigilanza che esercita la Bce sta rendendo le cose più difficili, il fondo Atlante potrebbe attirare sempre più banche nelle sabbie mobili, aumentando il rischio sistemico. L’Italia a causa delle regole varate dalla UE è quella messa peggio, è un paese commissariato anche se l’esecutivo lo nega, altrimenti non si spiega il perché Renzi, non prende iniziative in piena sovranità per stabilizzare il proprio sistema bancario. Sono convinto che il governo Renzi affronterà molte burrasche nei prossimi mesi, se non sarà un bravo comandante affonderà con tutta la nave, ben prima del Referendum di ottobre, data che Renzi si è dato come scadenza per la fine del suo governo in caso di vittoria del NO. Renzi è ad un bivio, ha una sola scelta, tirare fuori i suoi attributi in presenza della Merkel e le autorità europee, oppure restare a guardare in attesa che il sistema bancario imploda e il paese non possa più far fronte ai suoi debiti. L’Italia non è la Grecia, non può accettare supinamente la sottomissione, purtroppo non ha un leader carismatico come Craxi o Andreotti. Anche i grandi economisti italiani e capitani l’industria stanno ripensando all’uscita dell’euro come unica svolta a tutti i problemi del paese. Solo così si eviterebbe una catastrofica deindustrializzazione, che è già in atto, grandi gruppi industriali, gioielli del nostro paese sono finiti sotto il controllo tedesco, francese, giapponese e cinese. Abbiamo tutto il tempo per riorganizzarci con accordi bilaterali one to one (Italia – Svizzera), (Italia – GB) e (Italia – Serbia) e rilanciare così una nuova UE aperta ad est. (Maurizio Compagnone Opinionista del “La Gazzetta italo brasiliana”)

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Boris Backed off the Boards Ahead of London Mayoral Election, Sky Bet Reports

Posted by fidest press agency su giovedì, 3 maggio 2012

London, (PRNewswire) Online betting firm Sky Bet have slashed Boris Johnson’s odds of winning a second term as London mayor to 1/10 from 1/7 due to heavy support for the incumbent in the run-up to Thursday’s election.
Tuesday’s poll from YouGov, who have an impressive record in predicting this election, gave Boris just a 3% lead but nearest challenger, Labour candidate Ken Livingstone, is friendless in the next London mayor betting and his odds have drifted from 4/1 to 11/2.Sky Bet spokeswoman, Helen Jacob, said: “Punters are backing Boris Johnson as though the votes were already cast. The polls suggest it’s a closer run race than the odds, which have Boris as a shoo-in to win on Thursday.” In the betting without Johnson and Livingstone, Sky Bet make Liberal Democrats candidate Brian Paddick the 1/3 favourite, with Green candidate Jenny Jones a 9/2 shot and Independent Siobhan Benita available at 11/2.

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Missione del Sindaco di Roma a Londra

Posted by fidest press agency su lunedì, 30 novembre 2009

Venerdì 11 e sabato 12 dicembre 2009 dall’Aeroporto “Leonardo da Vinci” di Fiumicino, con volo British Airways BA 551 con decollo alle ore 7.55. L’arrivo a Londra Heathrow è previsto alle 9.35 (ora locale). A seguire, trasferimento in pullman presso la City Hall dove, alle ore 10.30, è fissato l’incontro con il Sindaco di Londra Boris Johnson.La delegazione del Comune di Roma pernotta al London Marriott Hotel, Grosvenor Square W1K 6JP Il rientro del Sindaco a Roma è previsto sabato12 dicembre, con volo British Airways BA 548 delle 7.30 con arrivo a Fiumicino alle ore 10.55.

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