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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 55

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Governo Monti: Dalla padella alla brace

Posted by fidest press agency su domenica, 20 novembre 2011

Mario monti

Image via Wikipedia

(Prima parte) Riprendo in parte quanto mi ha scritto la redazione del Pmli soprattutto sui punti che ritengo condivisibili.Un argomentare che ho suddiviso in tre parti. Incomincio dalla figura di Mario Monti, apprezzato economista secondo la “vulgata” corrente. Per questo, a differenza di chi si profonde in critiche con venature ideologiche, affermo ciò che appare più evidente. Monti è l’interfaccia del mondo capitalistico, delle sue logiche e dell’idea che occorra ridurre sempre di più, nel governo della politica, l’idea del pubblico per offrire maggiori spazi di manovra al privato. Cosa significa? Prendiamo un esempio: la sanità pubblica. Si deve dimostrare per prima cosa che essa non funziona e che solo quella privata può soddisfare le esigenze dei cittadini. E’ vero? No è falso per il semplice motivo che il privato, come accade negli Usa, si rivolge solo all’area del benessere mentre il diritto alla salute è di tutti e per tutti. La salute, infatti, è una condizione primaria che lo stato deve farsene carico integralmente. Il suo impegno, quindi, deve essere quello di favorire l’azione pubblica senza impaludarla di carichi burocratici economicamente onerosi. Ma il discorso si deve rendere ancora più ampio partendo dalla convinzione che esistono dei valori irrinunciabili che partono dal diritto alla vita e si dilatano in quello del vivere. In altri termini la società moderna ed evoluta deve poter garantire indistintamente a coloro che vengono al mondo condizioni di equità sociale e di giustizia distributiva riguardo le risorse disponibili. I punti salienti sono quelli fondanti: alimentazione, istruzione, lavoro, abitazione, previdenza e assistenza.
Sotto questo profilo Berlusconi prima e Monti oggi non si possono considerare dei garanti nel ricercare nella mano pubblica la riposta alla tutela degli interessi primari dell’essere umano e del suo vivere in società. Ma la verità è anche che i loro contraddittori di ieri e di oggi hanno fatto ben poco per richiamarsi ad una società aperta alla solidarietà civile nel governo della cosa pubblica. Questo spiega la ragione per la quale tutto l’arco di rappresentanza partitica, oggi esistente nel nostro Parlamento, si muove seguendo la stessa logica del capitalismo e della sua filosofia dell’avere per essere. Così ci troviamo divisi non tanto e non solo per schieramenti politici ma per quella che è la reale condizione nella quale possiamo dire che su 7 miliardi di persone solo 500 milioni possono godere i frutti della terra e per costoro i restanti sono condannati all’emarginazione sia pure graduata da livelli di povertà e di mediocrità.
E allora per rispondere al giusto risentimento del Pml ma esteriorizzando il concetto in modo diverso occorre soggiungere che prima di guardare il fuscello nell’occhio dell’altro bisogna riflettere sulla trave che si sta infilzando in quello nostro. Significa anche che dobbiamo dimostrare ciò che affermiamo prima ancora di enunciarlo perchè la vera rivoluzione non è quella che si fa ma quella che è in noi nel concepire la vita in un modo in luogo di un altro. E il nostro nemico dichiarato sta nella incapacità delle masse di saper maturare la realtà che li circonda e la consapevolezza che occorra invertire i termini e affermare che è l’essere e non l’avere il principio e non la fine della nostra condizione, del nostro vivere in comune. In altri termini l’uomo vive perchè è e non perchè ha, ma è un profilo che trova non pochi ostacoli per aprirsi alla nostra consapevolezza perchè è questa la vera e più grande rivoluzione di tutti i tempi e segnerebbe il passaggio per l’homo novus. Se questo percorso ci è, in qualche modo, impedito, la dittatura delle minoranze non mancherà di esprimere i suoi imbonitori di turno, reale e intangibile oppio dei popoli. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Comunisti, post-comunisti e cattocomunismi

Posted by fidest press agency su martedì, 25 agosto 2009

Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 molti equilibri internazionali sono saltati e con essi le ideologie che li sostenevano ora con il socialismo reale ora con una real-politic di tipo togliattiana, berlingueriana ecc. Ora ci troviamo con “amicizie ed apprezzamenti” a dir poco sorprendenti come un Berlusconi che ammira l’ex uomo del Kgb Putin ed un D’Alema che elogia Fini  che condanna il fascismo, propone il voto per gli immigrati e ripudia il nazionalismo. Ora il comunismo è diventato soltanto un’opinione. Eppure in Italia i comunisti sono sempre i soliti. Lo grida Berlusconi dal pulpito congressuale di Forza Italia e lo gridano quei partiti che si sentono di difendere la propria identità anche se risulta obsoleta per non scomparire. Un po’ come dire, chiosando Gabriele D’Annunzio: Nec tecum nec sine te vivere possum. E da qui partono tutte le difficili convivenze, accettate ma non condivise. E’ così che ci ritroviamo con la coppia, ricordate?, Occhetto-Di Pietro a cui fanno da contro altare le allergie nei loro riguardi dei socialisti/triciclisti. Per non parlare dei Verdi e di quelli della Margherita, ora Pd dopo il passaggio alla casa Ulivo e via di questo passo. Ora lo strano è che esiste di fatto una opposizione, ed anche consistente a nostro avviso, nei confronti di Berlusconi dai cittadini/elettori che fanno la spesa nei mercati rionali e nei supermercati o nella bottega del dettagliante sotto casa e sono alle prese con la crisi economica, che sono delusi per le promesse non mantenute, che ascoltano con sempre maggiore diffidenza gli slogan televisivi improntati al tutto bene che si vuole instillare negli italiani a dispetto della realtà e a quei rigurgiti di polemiche come un anticomunismo viscerale o con gli scandali a “luci rosse”  che sembrano costituire solo un pretesto per distrarli dai veri problemi. Eppure questo popolo di oppositori alla fine continuerà a votare per Berlusconi o ad astenersi dal voto proprio perché le opposizioni non mostrano di essere in grado di tutelarli adeguatamente e alla fine si teme di finire dalla padella nella brace.

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Il vizio d’origine della politica italiana

Posted by fidest press agency su lunedì, 17 agosto 2009

Editoriale Fidest. Con il passaggio dalla monarchia alla repubblica gli italiani hanno presentato il primo conto a chi avrebbe potuto evitare la dittatura fascista e non l’ha fatto. Il secondo, con l’avvento dell’Uomo qualunque inteso come antipartito, doveva essere il prezzo da far pagare a quei partiti che invece di coalizzarsi per contrastare il movimento fascista hanno continuato a dividersi e a litigare tra loro. A mettere, in quest’ultima circostanza, il bastone tra le ruote vi è stata la “paura” di finire dalla padella nella brace con l’avvento della dittatura comunista. Così gli italiani sono stati costretti a bere sino all’ultima goccia, dal calice che è stato loro offerto, un’amara bevanda. Ma il male non è venuto da solo. La Dc fu condannata a governare da sola lacerata al proprio interno dai franchi tiratori che riducevano alla loro mercé i governi che venivano costituiti, da alleati inconsistenti e non certo alternativi alla guida del Paese per via dei loro bassi consensi popolari. Così si consolidò quello che Fanfani aveva fin dal 1967 temuto con l’ampliarsi della corruzione, della formazione di vari comitati d’affari, dal voto di scambio e degli intrallazzi con la criminalità organizzata per il controllo del territorio. I politologi del poi definirono questo scenario con il termine molto soft di “democrazia bloccata”. A spezzare tale spirale poco virtuosa e molto equivoca vi furono due eventi di cui uno esterno ai nostri confini domestici con la caduta del muro di Berlino e il collasso dell’Urss e l’altro con il ripulisti organizzato dalla procura di Milano e che passò alla storia come “mani pulite”. La vecchia guardia dei partiti come il Psi e la Dc ne uscirono malconci e con una caduta verticale dei consensi popolari. Sembrò salvarsi dallo scempio solo il Pci. A questo punto il partito della sinistra italiana senza demeriti ma nemmeno meriti si ritrovò maggioranza nel Paese. Chi poteva sbarrargli la strada? Praticamente nessuno. Ma non era destino che dopo anni d’opposizione, ed anche di consensi popolari che in certe elezioni avevano portato il Pci ad avvicinarsi al quorum dei voti per permettergli di governare l’Italia, si aggiungesse allo scorno la beffa. Spuntò quasi dal nulla un nuovo partito dal nome suggestivo di Forza Italia e un uomo che il potere lo aveva visto solo per interposta persona. Quest’uomo giocò molto bene la sua carta con il supporto mediatico delle sue televisioni, che coprivano quasi per intero il territorio nazionale, e con la rottura di un tabù alleandosi con il Msi poi divenuto Alleanza Nazionale e guidato da un giovane colonnello: Gian Franco Fini l’allievo prediletto di Almirante. Ma la sua marcia, che poteva essere trionfale, fu intralciata da un altro alleato, la Lega di Bossi, che sul più bello fece lo sgambetto alla nuova coalizione e permise alla sinistra, che nel frattempo aveva allargata la sua area di alleanze con i “cattolici di sinistra” e la costellazione di sinistra integralista sempre divisa e litigiosa, di battere il nemico comune: il centro-destra. Si capì subito che Bossi aveva bisogno di tempo per fare chiarezza al proprio interno e per studiare bene con chi poteva allearsi per raggiungere al meglio i suoi obiettivi che erano quelli, se non proprio di uno stato del Nord spaccando l’Italia in due tronconi, almeno quello di una autonomia amministrativa e politica così ampia da compensare, in qualche modo, la rinuncia del suo fine primario e con l’aggregazione dei territori che riteneva i più importanti e ricchi del Paese: il Triveneto, la Lombardia, il Piemonte e la Liguria. In questa partita a poker si capì subito chi poteva essere il vincitore poiché il centro sinistra era ancora legato da logiche ideologiche e dalla presunzione di poter guidare il Paese alla vecchia maniera considerandola la più gradita all’elettorato. Berlusconi, invece, seppe pagare il silenzio alle accuse rivoltagli dai leghisti riguardo i suoi intrallazzi da palazzinaro e da patron mediatico e che furono, tra l’altro, messi nero su bianco sul giornale dei leghisti. Promise anche che sarebbe arrivato a soddisfare le richieste dei leghisti per le loro autonomie locali e dei posti chiave nel governo. Il resto è storia dei giorni nostri. E’ la storia che tutti noi viviamo mentre i debiti berlusconiani sono pagati e l’Italia rischia di generare se non divisioni territoriali una nuova ondata xenofobica rivolta non solo agli extracomunitari ma agli stessi italiani che non appartengono alla famiglia del nord. E quelli del Centro sud? Stanno facendo la fine dei classici pifferai che andarono per suonare e furono suonati. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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