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Stati Uniti d’Europa. Coronavirus e Bretton Woods

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 marzo 2020

Bretton Woods è una località degli Usa, dove, nel 1944, un anno prima della fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, i delegati di 44 nazioni stabilirono le regole per le relazioni commerciali e finanziarie internazionali. Poco dopo, sempre negli Usa, si tenne una conferenza delle 4 potenze alleate per definire l’assetto politico del dopoguerra. La proposta di tornare ai vecchi sistemi politici, o al nazionalismo, fu bocciata; si posero, così, le basi di un nuovo ordine che ha consentito di evitare la Terza Guerra Mondiale.Torniamo ai nostri giorni e ci chiediamo quali assetti politici dovrà avere l’Europa, dopo aver vinto la guerra contro il Coronavirus. Insomma, a settembre, cosa intende fare il governo Conte? E, soprattutto, ha in testa uno scenario futuro che ci consenta di affrontare le prossime emergenze sanitarie, monetarie e ambientali?Guardare al passato per vedere il futuro è utile:A gennaio scorso dilagò l’epidemia in Cina. In una intervista televisiva del 27 gennaio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dichiarava: siamo prontissimi ad affrontare il Coronavirus.Il che significa che le strutture sanitarie, il personale, le dotazioni, il sistema pubblico e privato, erano state messe nelle condizioni di affrontare l’emergenza virale.
Risulta? Non ci sembra proprio.Passata questa emergenza, è utile chiedere al presidente Conte quali tavoli di trattativa intenda aprire con la Ue: lasciare tutto come è, o involversi nei nazionalismi, o aprire a un nuovo assetto politico europeo.Si vuol fare tesoro di quello che è successo e superare l’attuale organizzazione a favore di una Europa federale? A cosa servono 28 politiche sanitarie dove ognuno fa per sè? Occorre, invece, un ministro della Salute Europea, a tutela della salute di tutti i cittadini europei.
Il premier Conte ha qualche idea in proposito?

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Bretton Woods e nuovo ordine monetario

Posted by fidest press agency su sabato, 27 agosto 2011

L’attuale attacco speculativo, forse il più grave della storia moderna, sembra celebrare a suo modo il quarantesimo anniversario della fine del sistema di Bretton Woods.
Il 15 agosto 1971 infatti il presidente americano Richard Nixon decise di sganciare il dollaro dal valore dell’oro. L’accordo monetario internazionale realizzato nel 1944 per la ricostruzione economica del dopoguerra e per garantire una stabilità nella regolazione delle bilance dei pagamenti dei Paesi del mondo occidentale era stato ancorato al dollaro con accertate riserve auree. In teoria i Paesi con riserve in dollari potevano in ogni momento richiedere la loro riconversione in oro. Negli anni sessanta il dollaro americano non poteva più mantenere il vecchio valore di cambio con l’oro a seguito di una serie di crisi economiche e monetarie, di impennate inflazionistiche ed in particolare a causa di una crescente esposizione debitoria determinata dalle spese sostenute per la guerra in Vietnam. L’amministrazione americana aveva due alternative: svalutare il dollaro e risalire la china della crescita produttiva oppure far saltare gli accordi di Bretton Woods. Decise per la seconda alternativa. «Dobbiamo proteggere il dollaro dagli attacchi degli speculatori internazionali» disse Nixon nel suo famoso discorso. Si passò al sistema dei cambi monetari flessibili, sempre ostaggio dei mercati valutari. Il 15 agosto 1971 fu uno spartiacque nella storia economico-politica del dopo guerra. Molti guai che oggi stanno venendo al pettine sono nati lì! L’accordo che era stato costruito da 44 Stati fu distrutto con una firma unilaterale. Così si infranse il disegno condiviso di costruire un mondo e uno sviluppo economico più stabili e giusti. Disegno perseguito fino ad allora, nonostante le tensioni della guerra fredda. Da quel momento gli Stati Uniti hanno affrontato i loro deficit di bilancio e le loro spese crescenti stampando sempre più dollari. Dollari che hanno inondato il mondo. Comprati prima dall’Europa, poi dai produttori di petrolio e più recentemente dalla Cina. Nel 1971 in Usa il rapporto debito pubblico/pil era di 36,2%. Oggi ha superato il 100%. Da 40 anni l’America ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità. I buchi sono stati coperti con nuovi debiti che la Fed si è sempre premurata di monetizzare. È stato un cattivo esempio per molti altri paesi. Se il gatto ruba il formaggio, figuriamoci i topolini! Per gestire un debito crescente e una situazione finanziaria sempre più malata, gli Usa hanno cambiato nel tempo molte altre norme. Hanno abbattuto anche l’intero apparato di regole realizzate dal presidente Franklin Delano Roosevelt per superare la Grande Depressione e lasciato mano libera alla finanza più selvaggia. Non si può dire che l’Europa si è comportata in modo diverso, più corretto. Perciò oggi le sfide per riorganizzare e armonizzare le relazioni economiche in un mondo globale e profondamente cambiato sono l’imperativo per tutti. Soprattutto per gli Usa se vogliono ancora avere un ruolo strategico. L’Europa finalmente sembra volersi dare un governo politico ed economico unitario. Intanto i Paesi del Brics e l’Africa bussano alla porta della storia. Per evitare che la crisi porti a una guerra tra le valute, uno dei perni del nuovo accordo internazionale dovrà essere quello monetario. Il ruolo del dollaro come moneta di scambio e di riserva è arrivato al capolinea! Pochi giorni fa, l’agenzia di stampa cinese Xinhua ha ribadito che «occorre studiare altre opzioni al dollaro come moneta di riserva. Per gli Usa il tempo dei prestiti facili e del debito è finito». Il governatore della Banca Centrale della Cina Zhou Xiachuan ha avvisato che le attuali politiche economiche di Washington indeboliscono la fiducia nei Treasury bond e il sistema finanziario internazionale. Il messaggio dei paesi del Brics è chiaro: è tempo di lavorare per creare un paniere stabile di monete, anche con riferimento all’oro, come elemento essenziale per gestire insieme e in modo costruttivo la nuova stagione di sviluppo e di cooperazione economica mondiale. Del resto nel discorso del 1971 Nixon parlò della «necessità urgente di creare un nuovo sistema monetario internazionale» perché era consapevole della «gravità» della sua decisione. Fino a oggi sottovalutata da molti. (Mario Lettieri Sottosegretario dell’Economia nel governo Prodi e Paolo Raimondi Economista – fonte Italiaoggi)

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Annual meetings banca mondiale

Posted by fidest press agency su lunedì, 5 ottobre 2009

Istanbul 6,7 ottobre 2009. Il recentissimo summit dei G20 di Pittsburgh ha portato con sé un apparente vento di cambiamento, regalando alle economie emergenti un 5 per cento in più di quote di potere nel Fondo monetario e un 3 per cento in ambito Banca mondiale. Sebbene da anni si parli di una nuova Bretton Woods per le istituzioni finanziarie internazionali che riveda gli equilibri di potere a livello internazionale e democratizzi maggiormente le istituzioni di Washington, per esempio tramite le proposte innovative della società civile globale per una doppia maggioranza, politica ed economica, in seno a FMI e World Bank – la montagna ha partorito un topolino. Era ormai scritto da tempo che le nuove super potenze del Sud del mondo come la Cina e l’India avrebbero acquisito maggior importanza e potere decisionale nel board delle due istituzioni. Ma una reale democrazia latita ancora. Non si raggiungerà alla fine una vera parità Nord-Sud e così come accade nei processi del G20, anche nel contesto delle istituzioni finanziarie internazionali i Paesi più poveri – e più impattati da una crisi che non hanno né voluto né causato – continueranno ad avere ben poca voce in capitolo. Il Fondo monetario internazionale ha promesso che destinerà ai Paesi più poveri circa quattro miliardi di dollari nel 2009, altrettanti nel 2010, fino ad arrivare a un totale complessivo di 17 miliardi entro il 2014. Purtroppo non si sa ancora come saranno racimolati 14 dei 17 miliardi previsti. Poco più di 780 milioni derivano dalla vendita di una parte delle riserve auree del Fondo. Fondi che, nonostante le pressioni dei Paesi meno sviluppati e delle reti della società civile globale, non saranno destinate alla cancellazione del debito. Qualora i fondi necessari siano garantiti da Paesi donatori, è alquanto probabile che tali erogazioni non andranno ad aumentare il monte degli aiuti allo sviluppo.  Anche il taglio dello 0,5 per cento degli interessi sui prestiti concessi dal Fondo alle realtà più povere del pianeta avrà degli impatti minimi sulle disponibilità finanziarie di questi ultimi – si calcola un risparmio di un solo milione all’anno in media per Paese.  Infine va sottolineato che gran parte delle nuove risorse che nel 2010 saranno allocate nelle banche multilaterali di sviluppo andranno a beneficiare principalmente i Paesi emergenti e a medio reddito e gli sportelli per il prestito al settore privato. Risulta inaccettabile la proposta del Presidente della Banca Robert Zoellick di creare una linea di prestiti per il salvataggio delle banche private nel Sud del mondo, quando la gran parte di questa è controllata da istituti di credito del ricco Nord che hanno già ampiamente tratto vantaggio dagli aiuti di Stato. I banchieri di Washington sostengono che ormai il 35 per cento del loro portfolio energetico è dedicato alle fonti rinnovavili. Peccato che in quel calcolo vengono considerati per il 60 per cento anche i grandi progetti idroelettrici, che la Banca è tornata a finanziare alla grande. Progetti che hanno impatti negative anche sul clima, oltre che costi socio-ambientali spesso non accettabili. Infatti come comprovato da numerosi studi internaziionali, nel caso delle regioni tropicali la sommersione di vegetazione su larga scala provoca l’emissione cospicua di metano, che è un gas serra. Di contro la Banca mondiale promuoverà a Istanbul una revisione del Debt Sustainability Framework che definisce quanto un Paese povero può indebitarsi. Un allentamento temporaneo delle prescrizioni della Banca a fronte della crisi in realtà non risolve il problema dell’emorragia di risorse che il pagamento del debito esistente continua a produrre, né previene la creazione di nuovo debito. (Luca Manes in sintesi)

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