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Posts Tagged ‘brexit’

Università all’estero, meglio gli Usa: in Inghilterra costa il triplo dopo la Brexit

Posted by fidest press agency su sabato, 3 aprile 2021

Qualcuno parla della fine di un’epoca, il periodo in cui gli italiani potevano sognare di mandare i figli a studiare nelle celebri università inglesi, tra le migliori al mondo – secondo le graduatorie internazionali – insieme ad Harvard, Stanford e Yale negli Stati Uniti.Ma la fine di un’epoca segna sempre l’inizio di un’altra, dove l’American Dream in questo caso diventa il protagonista.Fino allo scorso anno, agli europei veniva richiesto di pagare la stessa retta universitari degli inglesi, ossia circa 9mila sterline l’anno. Dal prossimo anno scolastico, invece, dovranno pagare circa 3 volte tanto, arrivando così fino a 30mila sterline.Per questo motivo, sono sempre di più gli studenti che decidono di proseguire gli studi negli Stati Uniti, potendo contare su una vastissima scelta di corsi, un ambiente internazionale con studenti provenienti da tutto il mondo e un’ottima introduzione nel mercato del lavoro. Oxford e Cambridge hanno da sempre occupato le top position nelle graduatorie delle migliori università del mondo, potendo competere con università del calibro di Harvard, grazie alla facilità di accesso alle università inglesi per gli studenti europei, ma con la Brexit, gli studenti e i docenti stessi, avranno sempre più difficoltà ad accedere alle università britanniche.Anche il semplice viaggiare diventerà sempre più complicato, così come le pratiche burocratiche che stanno diventando sempre più costose e impegnative.Lo scorso anno, erano 13.965 gli studenti italiani che avevano scelto di frequentare un’università inglese, ma dall’anno accademico 2021/22 perderanno i loro privilegi a causa della Brexit.Per capire le conseguenze di questa decisione del governo britannico, il portale Studying-in-UK.org ha condotto un sondaggio, dal quale è emerso che il 59,2% degli studenti italiani sta decidendo di lasciare le università britanniche nel prossimo anno accademico e, la maggior parte di essi, ha dichiarato che proseguirà gli studi negli Stati Uniti.Questo dato è confermato anche dalle agenzie di programmi di studio all’estero: “Quest’anno abbiamo ricevuto un record di richieste per le università americane” afferma Valeria Sessini, responsabile del Programma Campus USA di Mondo Insieme che offre borse di studio garantite in grado di coprire fino al 70% dei costi di vitto, alloggio e tasse scolastiche.“Studiare negli Stati Uniti è sempre più conveniente grazie alle borse di studio che permettono di pagare $13.000 per anno scolastico che, grazie anche al cambio favorevole, corrispondono a soli 11.000 euro.Sono sempre di più le opportunità per i giovani italiani che hanno il coraggio di investire nel loro futuro, studiando presso università prestigiose, che offrono loro un’eccellente istruzione, aprendo tante possibilità nel mondo lavorativo.Maggiori dettagli su come ottenere le borse di studio negli Stati Uniti sono reperibili su http://www.mondoinsieme.it,

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Presentazione del libro di Alessandro Belluzzo “Brexit. Istruzioni per l’uso”

Posted by fidest press agency su lunedì, 22 febbraio 2021

Mercoledì 24 febbraio alle ore 12 (ore 11 UK), trasmetteremo in diretta sul sito s24ore.it/librobrexit la presentazione del libro di Alessandro Belluzzo. Il tema del libro e della presentazione sarà ovviamente legato alla Brexit, e alla situazione attuale, ma verrà dato ampio risvolto al tema dei risvolti pratici nella gestione economica, tributaria, assicurativa che interessa le aziende PMI italiane che commerciano con il Regno Unito (pur rimanendo in Italia) o che si devono trasferire in UK. Interverranno all’evento l’Ambasciatore d’Italia in UK Raffaele Trombetta e il Console generale d’Italia a Londra Marco Villani che introdurranno a livello istituzionale lo stato dell’arte degli italiani in UK in questi mesi a partire da gennaio 2021; per le aziende italiane in UK interverranno Rocco Forte, della Rocco Forte Hotels, Alberto Mancuso, General Manager London Hub, IMI CIB Division di Intesa Sanpaolo, Alessandro Favelli, Founder & MD Pasta Evangelist, che insieme all’autore Alessandro Umberto Belluzzo dialogheranno mettendo in luce tutte le informazioni pratiche che un’azienda o un libero professionista devono tenere presente quando si parla di Brexit. L’incontro sarà moderato dal giornalista del Sole 24 Ore Simone Filippetti.

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Accordo Brexit: meglio di un no-deal

Posted by fidest press agency su mercoledì, 30 dicembre 2020

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Regno Unito e UE hanno finalmente raggiunto un nuovo accordo commerciale. I dettagli sono ancora un po’ vaghi. Si tratta di 500 pagine – stando alle dichiarazioni di Boris Johnson alla Vigilia di Natale – o di circa 1250 pagine – secondo tutti gli altri. L’accordo ora deve essere ratificato dagli Stati membri dell’UE e dal parlamento britannico. In un impeto di ottimismo in vista del nuovo anno, ipotizzo che tale processo vada avanti agevolmente. Se concepito bene, ne escono tutti vincitori con la possibile eccezione dei pescatori britannici, che ritengono di essere stati svenduti per il bene del restante 99,2% del PIL britannico. Probabilmente, in termini commerciali, questo accordo è peggiore di qualunque accordo stipulato dal Regno Unito ma, al di là dei suoi difetti, credo che nel breve termine sia molto meglio di un no-deal. Ad ogni modo, solo il tempo ci dirà se il Regno Unito sarà in grado o meno di sfruttare le sue ritrovate libertà per un futuro economico migliore o se la libertà dalla Corte di giustizia europea vale qualunque prezzo – è solo questione di opinioni, anche qui ogni parte potrebbe rivendicare la vittoria.Come si valuterà, quindi, il successo di questo accordo? Ovviamente non è semplice e non lo era neanche prima del Covid, ma in termini macro-economici è bene concentrarsi su crescita e inflazione mantenendo l’analisi il più semplice possibile. Il grafico seguente mostra la crescita del PIL del Regno Unito (anno su anno) per dieci anni, fino a dicembre 2019. Per quanto riguarda, invece, i prezzi al consumo, la discontinuità dovrebbe essere più facile da vedere. Il grafico seguente mostra la variazione anno su anno dei prezzi al dettaglio nel Regno Unito. Possiamo vedere l’incremento piuttosto netto in seguito al referendum del 2016, guidato in larga misura dall’indebolimento della sterlina. Nel 2020 la debolezza della domanda ha spinto al ribasso l’inflazione nel Regno Unito, come in qualunque altra economia sviluppata. Se c’è una discontinuità, almeno nel breve termine, dalla fine del periodo di transizione, potremmo aspettarci di ritrovarla nei prezzi alti o nella mancata disponibilità di certi beni (sebbene in questo secondo caso i dati siano più difficili da reperire). In sintesi, ritengo che questo accordo, per quanto “scarno”, possa essere migliore della rottura che avrebbe causato un mancato accordo. Potrà esserci ancora qualche discontinuità, data la tempistica (a una settimana dalla fine del periodo di transizione) e i termini dell’accordo, che devono per forza di cose essere, in un certo senso, peggiori di quelli di cui il Regno Unito ha goduto in precedenza. I prezzi dei beni al consumo potrebbero aumentare nella prima metà del 2021, anche con un accordo in atto, e la crescita essere più debole di quanto sarebbe stata – come del resto sostiene la maggior parte degli analisti – ma ritengo probabile che l’impatto del Covid renderà la valutazione delle conseguenze dell’accordo piuttosto complicata. Mi aspetto di vedere una ripresa economica nel 2021 – a condizione che il vaccino rimanga efficace e venga distribuito in modo efficiente – e l’impatto dell’accordo sulla Brexit ne sarà probabilmente offuscato – lasciando a tutte le parti in causa la possibilità di rivendicare la vittoria.

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Brexit: Cia, salvo un mercato da 3,4 mld

Posted by fidest press agency su domenica, 27 dicembre 2020

Dopo 4 anni di negoziati fra Europa e Regno Unito è stato raggiunto in extremis un accordo che è un regalo di Natale a tutto il settore agroalimentare del Made in Italy, che potrà così continuare a esportare senza dazi o quote nel suo quarto mercato di sbocco commerciale, per un valore complessivo di 3,4 miliardi di euro. Secondo Cia-Agricoltori Italiani occorre, adesso, mantenere una stretta vigilanza sulla governance dell’accordo per evitare danni futuri alla libera e leale concorrenza. Questo risultato tanto atteso ha, infatti, evitato una rottura che avrebbe determinato ripercussioni economiche drammatiche, ma è solo un “primo passo” nella costruzione di un nuovo sistema di relazioni fra l’economia europea e quella della Gran Bretagna, ormai Paese terzo a tutti gli effetti, con conseguenze sulla libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali. Secondo Cia occorrerà una stretta sorveglianza sul cosiddetto level playing field (la parità di condizioni sulla concorrenza), per fare in modo che Londra possa sì discostarsi dalla regolamentazione europea, ma senza il rischio di una concorrenza sleale alle aziende europee in merito agli aiuti di Stato e alle normative in campo fitosanitario e ambientale. L’accordo raggiunto rappresenta per Cia una boccata d’ossigeno per il Made in Italy agroalimentare, specialmente in questa lunga fase pandemica con pesanti ricadute sul fronte della crescita economica. Un “no deal” avrebbe determinato barriere tariffarie, minore domanda interna nel mercato inglese e il deprezzamento della sterlina, penalizzando i prodotti italiani più venduti nel Regno Unito. In primis il vino, che rappresenta il 24% del totale delle esportazioni agroalimentari Oltremanica, con un fatturato superiore a 830 milioni di euro. Di assoluto rilievo anche il nostro export di ortofrutta trasformata (13%) e ortofrutta fresca (6%), così come dei prodotti da forno e farinacei (11%) e dei prodotti lattiero-caseari (9%).Hanno un forte impatto su questo primato i prodotti a indicazione geografica protetta (Igp), che incidono per oltre il 30% sulle nostre esportazioni verso Londra e che grazie all’accordo commerciale raggiunto continueranno a essere riconosciute e tutelate in territorio britannico.

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Sassoli: L’accordo sulle relazioni future tra UE-Regno Unito garantisce la necessaria chiarezza

Posted by fidest press agency su sabato, 26 dicembre 2020

Bruxelles. “Accolgo con favore la notizia che oggi sia stato raggiunto l’accordo sulle future relazioni tra UE e Regno Unito, che sarà adesso esaminato in dettaglio dal Parlamento. Il Parlamento ringrazia e si congratula con i negoziatori dell’UE e del Regno Unito per i loro sforzi volti a raggiungere un accordo storico, anche se all’ultimo minuto. Nonostante sia profondamente dispiaciuto per la decisione del Regno Unito di lasciare l’UE, sono sempre stato convinto che una soluzione negoziata fosse nell’interesse di entrambe le parti. Questo accordo getta le basi per l’avvio di un nuovo partenariato”. “Tra pochi giorni, la legislazione europea non sarà più applicabile al Regno Unito. Il governo del Regno Unito è stato chiaro sulla decisione di voler lasciare il mercato unico, l’unione doganale e porre fine alla libera circolazione. Le decisioni hanno delle conseguenze: la mobilità e il commercio tra l’UE e il Regno Unito non saranno fluidi come prima. Inoltre, è stata una scelta del governo britannico quella di non permettere una transizione più agevole mediante una proroga del termine ultimo per il raggiungimento di un accordo”. “Il Parlamento accoglie con favore l’intenso dialogo, gli scambi e l’unita senza precedenti dimostrate dalle istituzioni europee durante l’intero processo negoziale. Tuttavia, il Parlamento si rammarica che la durata dei negoziati e la natura di questo accordo all’ultimo minuto non consentano un adeguato controllo parlamentare entro la fine dell’anno. Il Parlamento è ora pronto a reagire in maniera responsabile per ridurre al minimo i disagi per i cittadini e le imprese e per prevenire il caos e le conseguenze negative che deriverebbero da uno scenario “no-deal”. Il Parlamento – grazie alle sue commissioni competenti e durante la sua seduta plenaria – continuerà il suo lavoro di esame prima di decidere se dare il consenso nel nuovo anno”.“Il Parlamento è stato chiaro fin dall’inizio su quelli che erano i nostri punti fermi e, per tutta la durata dei negoziati, abbiamo lavorato a stretto contatto con il negoziatore capo dell’UE, Michel Barnier, che ha goduto del nostro pieno sostegno. Il Parlamento ha sempre sostenuto la necessità di un accordo equo e totale e siamo lieti che le nostre priorità si riflettano nell’accordo finale. Se il Parlamento europeo deciderà di approvare l’accordo, ne seguirà attentamente l’attuazione”.“Ringraziamo il vicepresidente Maros Šefčovič per il lavoro svolto per garantire il pieno e fedele rispetto dell’accordo di ritiro. Il Parlamento non accetterà alcuna violazione dei diritti dei cittadini così come non accetterà un ritorno ad una frontiera fisica nell’isola d’Irlanda”.“Indipendentemente dalla Brexit, l’UE e il Regno Unito continueranno a condividere valori e interessi comuni. Siamo entrambe delle Unioni fondate sulla democrazia e sul rispetto dello stato di diritto e dobbiamo affrontare molte sfide comuni, dal cambiamento climatico al terrorismo. Questo accordo è un punto di partenza dal quale far partire la nostra nuova collaborazione”.

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Linea di assistenza sulla Brexit a disposizione dei cittadini

Posted by fidest press agency su venerdì, 25 dicembre 2020

Con l’avvicinarsi del 1º gennaio 2021, quando terminerà il periodo di transizione, il centro di contatto Europe Direct, vale a dire il numero telefonico unico dell’UE per i cittadini, rimarrà a disposizione di cittadini, imprese e parti interessate per rispondere alle domande relative alla Brexit in tutte le 24 lingue ufficiali. Le domande relative al Regno Unito saranno trattate in via prioritaria. L’iniziativa rientra nella preparazione generale dell’UE in vista della fine del periodo di transizione. Il centro di contatto è raggiungibile da tutti gli Stati membri e dal Regno Unito al numero gratuito 00 800 6 7 8 9 10 11 e per via elettronica.

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Brexit: Cia, serve accordo Ue-Uk per scongiurare ritorno dazi

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 dicembre 2020

Resta fondamentale arrivare a un accordo commerciale tra Ue e Regno Unito. Un “no deal”, ancora di più in questa fase di pandemia, metterebbe a rischio la stabilità dei mercati e colpirebbe l’Italia in modo diretto, visto che Londra rappresenta il quarto mercato di sbocco per l’export agroalimentare tricolore e il terzo all’interno dei confini comunitari. Così Cia-Agricoltori Italiani, in merito all’incontro stasera a Bruxelles tra il premier britannico Boris Johnson e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.“La soluzione appena raggiunta sull’Irlanda del Nord ci fa ben sperare -osserva il presidente nazionale di Cia, Dino Scanavino-. Bisogna uscire assolutamente da questa situazione di incertezza, rischiosa per imprese e cittadini, che può assumere una dimensione allarmante in un periodo già di difficoltà sul fronte della crescita economica, a causa degli effetti del Covid”.A inizio 2021, di fatto, il Regno Unito sarà fuori dal mercato unico e dall’unione doganale e, senza un accordo sui futuri rapporti commerciali, torneranno dazi e controlli sulle merci alle frontiere. Un problema enorme, prima di tutto per cibo e bevande Made in Italy. Le esportazioni agroalimentari nazionali verso il Regno Unito, infatti, valgono 3,4 miliardi di euro -ricorda l’Ufficio Studi Cia-. Tra i prodotti italiani più venduti, il primo è il vino, che rappresenta il 24% del totale delle esportazioni Oltremanica, con un fatturato superiore a 830 milioni di euro. Di assoluto rilievo anche il nostro export verso Londra di ortofrutta trasformata (13%) e ortofrutta fresca (6%), così come dei prodotti da forno e farinacei (11%) e dei prodotti lattiero-caseari (9%).

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“Brexit e Next Generation EU, il nuovo volto dell’Europa”

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 ottobre 2020

A cura di Andrea Delitala, Head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management. Come succede nelle migliori famiglie, nel divorzio tra Unione Europea e Regno Unito si è passati alle vie legali, che nella fattispecie consistono nella procedura di infrazione che l’UE ha avviato nei confronti del Paese secessionista.A distanza di oltre 4 anni dal referendum che aveva sancito la volontà del popolo britannico di lasciare il blocco, il tema caldo resta ancora quello irlandese: secondo il “Withdrawal Agreement” siglato tra le parti a gennaio, l’Irlanda del Nord dovrebbe infatti continuare a seguire le norme doganali dell’Unione Europea, restando parte del mercato unico sui beni. In questo modo, verrebbe scongiurata l’eventualità di confini fisici tra Irlanda del Nord (fuori dall’UE con Brexit) e Repubblica d’Irlanda (membro dell’UE). Procede, quindi, il braccio di ferro che vede da un lato il governo britannico ricercare un accordo paritario sullo stile di quello che regola le relazioni dell’UE con il Canada e dall’altro le istituzioni europee che non cedono terreno e continuano ad affermare la dominanza della legislazione comunitaria, visto il maggior peso economico del blocco e la vicinanza fisica con il Regno Unito (che rende non replicabile lo schema messo in piedi con il Canada). Un altro importante tavolo negoziale nel Vecchio Continente riguarda il massiccio piano di intervento fiscale, denominato Next Generation EU (NG-EU), concordato al vertice europeo di luglio.L’iter si conferma, quindi, lungo e non privo di insidie. In particolare, c’è da abbattere le reticenze dei cosiddetti Paesi “frugali” (Austria, Danimarca, Finlandia, Olanda e Svezia) e del gruppo di Visegràd (Polonia, Repubblica Cena, Slovacchia e Ungheria), i cui veti incrociati potrebbero complicare notevolmente i piani dell’UE. Lo scenario delineato fa aumentare il rischio che il piano per la ripresa possa naufragare, considerato che, perché vada a buon fine, è necessaria l’approvazione unanime da parte dei Parlamenti dei singoli Stati membri. Una fonte di alea sul futuro dell’Unione e sul suo primo passo verso la tanto agognata integrazione fiscale, che si aggiunge ad una serie di rischi più “operativi” legati alle modalità con cui le risorse erogate verrebbero utilizzate. Nello specifico, occorre verificare che i fondi vengano destinati ad investimenti aggiuntivi e non sostitutivi, ossia che non si sostituisca semplicemente il debito pubblico con i trasferimenti comunitari come fonte di finanziamento di investimenti già pianificati. Inoltre, sussiste il tema, sempre d’attualità in Italia, dell’utilizzo effettivo delle risorse, con il rischio che una loro cattiva allocazione porti a sprecare un’occasione più unica che rara di effettuare le necessarie riforme strutturali senza gravare sul bilancio dello Stato, già appesantito. Molto della sostenibilità del debito italiano dipenderà proprio dall’approvazione finale del programma dell’UE. Detto ciò, NG-EU rappresenta una innovazione epocale che, a nostro avviso, difficilmente rimarrà confinata alla gestione dell’emergenza COVID. Si tratta di un primo esercizio di Budget comunitario con trasferimenti impliciti tra Paesi (sia a fondo perduto che nei prestiti a tassi agevolati), e una prima forma di condivisione del rischio sulle emissioni di obbligazioni da parte della Commissione. A seguito del primo disastroso (specie per Trump) dibattito TV e della malattia (COVID) di Trump, i sondaggi, le proiezioni elettorali e le scommesse, danno come scenario ampiamente favorito quello del “Blue Sweep”, ossia della vittoria dei democratici al Congresso e del contemporaneo insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Perché ciò si concretizzi, saranno nuovamente determinanti i cosiddetti “Swing States”, ossia Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e North Carolina, che risultarono fatali a Hillary Clinton nel 2016.Una vittoria democratica rafforzerebbe il cambio di paradigma della politica economica a cui stiamo assistendo negli ultimi anni e che sta accelerando per effetto della pandemia. La politica fiscale sembra avviata ad abbandonare l’impegno a compensare le politiche espansive con successive misure restrittive (austerità, Patto di Stabilità e via dicendo) cui logicamente si associa la nozione di neutralità della politica fiscale (principio Ricardiano in base al quale si scontano le tasse future).L’impatto sui mercati finanziari potrebbe portare a un’ulteriore espansione dei multipli azionari. Con i tassi reali stabili o addirittura in calo (i tassi nominali sono ancorati ai livelli attuali dalle banche centrali e la politica fiscale potrebbe far comparire un po’ di inflazione), per riportare i premi di rischio sui loro livelli medi servirebbe una nuova fase di risalita delle valutazioni azionarie, seppur i livelli attuali possano apparire già costosi. Per questo, certamente si dovrebbero dissipare i rischi immediati e percepire come permanente il nuovo mix di politiche economiche sopra descritto.Il 2020 sarà sicuramente un anno da ricordare, segnato non solo da una delle più gravi epidemie nella storia dell’umanità, ma anche da una radicale trasformazione dell’assetto politico e istituzionale a livello globale. Dall’Europa agli Stati Uniti, il vento del cambiamento spira forte come poche volte in passato. Fonte: https://www.am.pictet/it/italy/articoli/2020/analisi-dei-mercati-e-asset-allocation/10/brexit-e-next-generation-eu-il-nuovo-volto-dell-europa

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Che fine ha fatto Brexit? Si avvicina la scadenza dei negoziati

Posted by fidest press agency su domenica, 27 settembre 2020

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Chi si ricorda della Brexit? Negli scorsi mesi, con il mondo sotto il giogo della pandemia e della recessione, il negoziato per il divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea è passato comprensibilmente in secondo piano. Ci eravamo lasciati a gennaio con le prospettive di una trattativa che avevamo preannunciato molto difficile, con le parti in causa che partivano da posizioni inconciliabili su temi chiave. Insomma, l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mercati è stata cannibalizzata da altri temi, ma ciò non vuol dire che il tema Brexit non sia più rilevante. Ricordiamo che le due parti hanno tempo fino a fine anno per trovare un accordo, in caso l’accordo non si trovasse il Regno Unito uscirebbe dall’Unione Europea in modo unilaterale senza garantirsi un accesso privilegiato al mercato unico. Questa prospettiva, secondo gli analisti, sarebbe stata causa di un gran numero di conseguenze economiche e logistiche negative per moltissimi settori, vista anche la grande integrazione delle catene del valore sulle due sponde della Manica. A poche settimane dalla fine dell’anno, siamo più vicini a un accordo? Difficile a dirsi. Le parti in causa da un lato si dicono fiduciose che dei progressi possano essere fatti, dall’altro, in un esercizio di realismo, cominciano a preparare l’opinione pubblica all’eventualità di un no deal e a mettere in piedi le infrastrutture necessarie per un’eventuale uscita senza accordo, senza risparmiare iniziative apertamente ostili.Anche il risultato delle elezioni Usa si intreccia probabilmente con la trattativa, con Biden che ha annunciato che non firmerà un accordo commerciale con il Regno Unito se la Brexit creerà problemi per la pace in Irlanda del Nord. Insomma, in uno scenario aperto a molte soluzioni l’incertezza si esprime sulla volatilità implicita della sterlina (l’asset maggiormente impattato dalla Brexit), in crescita da qui alla fine dell’anno e sugli stessi livelli dello scorso inverno, quando la Brexit era sulle prime pagine di tutti i giornali. Questo vuol dire che, nonostante l’opinione pubblica non presti attenzione, i mercati stanno riaccendendo i riflettori sul tema. Il nostro punto di vista è che un’eventuale uscita senza accordo rappresenterebbe principalmente un rischio specifico per gli asset britannici e, in uno scenario estremo, un rischio per la tenuta politica dell’Ue (che in tempi normali si sarebbe abbattuto sugli spread dei titoli di stato periferici dell’Eurozona). Nel contesto attuale entrambi i rischi sono sfumati dalla recessione globale, che potrebbe diluire gli effetti specifici anche di una Brexit dura, almeno nel breve. Tuttavia, non si può escludere che questo fattore guadagni rilevanza nelle prossime settimane tra le preoccupazioni degli operatori causando volatilità su alcune asset class. Per quanto riguarda i portafogli, crediamo che il nostro approccio diversificato contribuirà a tenere sotto controllo questo fattore di rischio.

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Sassoli: Profondamente preoccupato per la mancanza di progressi nei negoziati sulla Brexit

Posted by fidest press agency su martedì, 15 settembre 2020

Dichiarazione del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, a seguito dell’incontro con il capo negoziatore dell’UE Michel Barnier“Tra poco più di tre mesi, il diritto comunitario non sarà più applicabile nel Regno Unito. Il tempo non è dalla nostra parte e francamente sono profondamente preoccupato, considerando la mancanza di progressi nei negoziati in questa fase avanzata. L’UE rispetta la sovranità del Regno Unito e ci aspettiamo che il Regno Unito rispetti i nostri principi fondamentali su cui siamo stati trasparenti e chiari fin dall’inizio. Pur non volendo un accordo ad ogni costo, esortiamo il Regno Unito a lavorare con noi in maniera costruttiva e a trovare dei compromessi che siano nell’interesse di entrambe le parti. Per quanto riguarda l’attuazione dell’accordo di recesso, la fiducia e la credibilità sono fondamentali. Ci aspettiamo che il Regno Unito rispetti pienamente gli impegni che ha negoziato e sottoscritto l’anno scorso – soprattutto per quanto riguarda i diritti dei cittadini e l’Irlanda del Nord. Pacta sunt servanda. Qualsiasi tentativo da parte del Regno Unito di minare l’accordo avrebbe gravi conseguenze. L’Unione, con le sue istituzioni e gli stati membri, sono impegnati e profondamente uniti pe un accordo giusto in favore dei cittadini europei e britannici. Confermiamo tutto il nostro sostegno e la nostra fiducia nel negoziatore Michel Barnier”.

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Stati Uniti d’Europa. Regno Unito, Brexit e pandemia. Dove vanno i britannici?

Posted by fidest press agency su mercoledì, 10 giugno 2020

Essere stato. E’ l’infinito passato del verbo essere e ci ricorda il Regno Unito. Un tempo era l’Impero Britannico, esteso dalle Americhe all’Australia, dall’Egitto al Sud Africa, dall’India all’Irlanda. Oggi si limita al Regno Unito, minato da fermenti autonomistici della Scozia e dell’Irlanda del Nord.Il Regno Unito rappresenta il 3,2% del Pil mondiale, a fronte di colossi quali gli Usa, la Cina e la stessa Unione europea ma, quattro anni fa, si svolse il referendum per la Brexit, i cui negoziati sono ancora in corso per definirne le modalità e il tutto è complicato dall’impatto della pandemia sul tessuto sociale ed economico britannico che, per tre quarti, è dato dal settore dei servizi.Quali scelte geopolitiche ed economiche per il Regno Unito? Gli Usa dell’America First? La Cina espansiva di Xi? Un ritorno in ambito europeo? O una posizione indipendente, memore dei fasti antichi, ma che deve fare i conti con la realtà? Non ci pare che l’attuale dirigenza politica britannica, in particolare del premier Boris Johnson, abbia la capacità di trovare spazi per una posizione indipendente. Si è visto da come ha affrontato la pandemia e abbiamo serie perplessità sulla capacità di affrontare quella economica.Dicevano, nel Regno di Sua Maestà, che la nebbia sulla Manica isolava l’Europa, ora, per volontà britannica, ha isolato il Regno Unito. Primo Mastrantoni, segretario Aduc

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“Un focus sugli impatti della Brexit per le imprese e per i commercialisti”

Posted by fidest press agency su domenica, 17 maggio 2020

E’ il documento pubblicato dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti. “Un focus sugli impatti della Brexit per le imprese e per i commercialisti”. Il lavoro è una ricognizione dello scenario economico, finanziario e legislativo connesso all’attuazione della Brexit, una guida operativa in relazione alle principali tematiche toccate dal cambiamento in corso. I cambiamenti che scaturiranno, anche in funzione delle tempistiche e delle modalità definitive di uscita dalla UE, appaiono di enorme rilevanza non solo per i professionisti interessati per attività professionale in loco o perché seguono direttamente clientela UK in Italia o italiana in UK, ma anche per chi affianca imprese italiane, anche di minori dimensioni, che hanno flussi import-export con il Regno Unito. Non da ultimo per chi svolge compiti di revisione e/o incarichi sindacali in società che – direttamente od indirettamente – subiscano impatti di compliance e/o di mercato dalla Brexit stessa.Tra le principali problematiche operative, le modifiche alla regolamentazione, alla decorrenza e alle modalità di adempimento degli obblighi ai fini doganali, IVA e Intrastat, la “passaportabilità” delle licenze finanziarie/assicurative e delle certificazioni farmaceutiche, nonché quelle legate alla regolamentazione della sicurezza sui prodotti. Attenzione anche alle tematiche riguardanti il diritto di stabilimento per ragioni di lavoro e la reciproca tutela dei cittadini all’estero e quelle relative agli impatti della Brexit nelle valutazioni di risk management e di audit per le imprese italiane coinvolte. Il documento include una significativa raccolta di normativa e link a documentazione istituzionale e/o di commento al processo attuativo delle decisioni bilaterali UK/UE.

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Stati Uniti d’Europa e Brexit. Il passaporto e le nuove politiche dell’UK. Lezione per l’Ue

Posted by fidest press agency su venerdì, 28 febbraio 2020

Cosa succede in UK per i nuovi passaporti? Tornano al vecchio colore blu pre-1988 e con grande entusiasmo dei sovranisti di Oltremanica, ma con un particolare: saranno fatti in Polonia da una ditta francese che ha vinto un appalto (311 milioni di euro per undici anni) sconfiggendo un concorrente britannico che ha dovuto, di conseguenza, licenziare 170 dipendenti. Situazione che ha provocato un tweet umoristico che sta circolando sulla stampa britannica non filo-Brexit: “Tutti coloro che hanno votato per la Brexit sapevano esattamente per cosa stavano votando. Aspettare tre volte di più al controllo passaporti, con un passaporto che ha creato posti di lavoro in Polonia e licenziamenti in Gran Bretagna”.
E’ noto che l’Uk non comunitaria si appresta a diventare una sorta di Singapore in terra europea. E già questo ci lascia perplessi sui messaggi che sono stati inviati agli elettori per convincerli sulla bontà della Brexit, che avrebbe dovuto essere una sorta di “Uk first” (per parafrasare l’“America first” di Donald Trump)… un sovranismo economico che si basa sul “off shore” del proprio territorio e delle proprie politiche… non ci sembra proprio quanto previsto e promesso. Ma, dirà qualcuno, c’è il Commonwealth che avrà il suo peso…. Ma a parte che c’era anche quando l’Uk era nell’Unione Europea, dubitiamo che possa essere alternativo e migliorativo (politicamente ed economicamente) rispetto alla nostra Ue. Comunque, tutto è possibile, vedremo.Lasciando l’Uk al proprio orgoglio del passaporto identitario, questo episodio non va sottovalutato per capire, non tanto i nostri cugini britannici, ma le politiche della nostra Unione europea.
Una domanda: possibile che gli elettori britannici si siano fatti convincere a lasciare l’Ue anche in virtù del colore del proprio passaporto? Cos’è che non ha funzionato tra Ue e Uk e, di conseguenza, cosa potrebbe anche e ancora non funzionare tra l’Ue e gli altri Stati membri, a partire da quelli che mentre di giorno dicono di voler lasciare l’Unione, di notte lavorano per starci meglio e prendere più sussidi possibile?
La risposta “semplice” che forniamo è “la tangibilità”, cioè la percezione che per ogni Stato membro l’Unione valga “2+2=5”, rispetto al “2+2=3” che varrebbe non facendoci parte. A parte gli addetti ai lavori e i beneficiari diretti di varia tacca, se si prova a chiedere ad un cittadino medio perché appartenere all’Unione fa sì che 2+2 faccia 5 piuttosto che 4, crediamo che saremo travolti da sguardi che si perdono nel vuoto o frasi di un generico sfiancante.
In Italia più che altrove… e infatti, non a caso, buona parte dei fondi comunitari che sono messi a disposizione dall’Unione per la nostra economia, tornano a destinazione perché inutilizzati. Perché? Forse perché anche noi italiani siamo legati al colore del passaporto come alcuni politici britannici? Un po’ è vero, perché nella terra dell’ignoranza un simbolo (per quanto marginale possa essere, come il passaporto) può svolgere un ruolo determinante. E questo accade perché il nostro Paese, e non solo, non è un primatista nella cosiddetta educazione civica… che già è praticamente inesistente per le istituzioni nazionali, figuriamoci per quelle comunitarie. Quale lezione ricaviamo dal rinato passaporto britannico e dalla nostra non-educazione civica? Certamente non dirci che dobbiamo essere più bravi, incisivi, attenti, professionali, etc. E’ da sempre che ce lo diciamo, e torniamo sempre allo stesso punto morto (dove l’assalto ai supermercati in questi giorni di coronavirus sono solo l’ultima espressione del nostro minimalismo civico, e logico). Da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno di aiuto. E questo non ci può che arrivare dall’Unione, di cui siamo fondatori. E la questione non riguarda solo l’Italia, ma anche, per esempio, Polonia e Ungheria e tutti quegli elettori che nei propri Paesi danno consensi ai partiti sovranisti che, mediamente, sono tutti antieuropeisti.
Il messaggio civico che rivolgiamo all’Ue è proprio questo: dacci migliori e più intense occasioni per farci partecipi e protagonisti della nostra Unione. E’ questo il messaggio che rivolgiamo alla prossima (dal 9 maggio). Se l’Unione non si impegnerà per una maggiore democrazia, trasparenza e sovranità post-nazionale, i cittadini europei non avranno scrupoli ad abbandonare il multilateralismo e l’integrazione regionale per le politiche dei nazionalisti. Come gli elettori hanno fatto nel 2016 nel Regno Unito, grazie anche alla nostalgia del colore del loro passaporto… e se poi ci si renderà conto che il colore del passaporto può essere una sorta di trappola rispetto al dover tener fede al proprio appartenere all’economia di mercato, è bene che se ne abbia consapevolezza già da ora e non dopo. Il tempo non gioca a favore. Anzi. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Polizze, non tutta la Brexit viene per nuocere: il recesso senza penali

Posted by fidest press agency su mercoledì, 26 febbraio 2020

Sono circa dieci milioni, per l’esattezza 9,7, gli italiani in possesso di una polizza emessa da una delle 53 compagnie con sede legale nel Regno Unito operanti in Italia, di cui appena sei nel ramo vita e le restanti nel ramo danni, per una raccolta annua di circa 1,7 miliardi di euro. Dati dell’Ivass, Authority del settore, che lo scorso anno ha dedicato uno studio agli effetti della Brexit nel comparto. Brexit che, sebbene ancora in alto mare riguardo i metodi, è avvenuta lo scorso 1 febbraio. Da quel giorno le imprese britanniche sono a tutti gli effetti considerate imprese non comunitarie, la loro licenza è decaduta e per continuare a svolgere l’attività assicurativa in Italia hanno dovuto costituire una sede stabile nell’Unione Europea e ottenere la relativa autorizzazione. E’ stata prevista un’apposita norma per consentire alle società in via transitoria di proseguire l’attività fino all’ottenimento delle nuove licenze. Nessun timore per gli assicurati, poiché i contratti in essere continueranno ad essere validi fino alla scadenza e senza modifica alcuna alle condizioni. Non occorre quindi sottoscrivere nuovi contratti, né tanto meno estinguere quelli esistenti. Particolare attenzione dovrà porre chi possiede polizze di investimento all’estero, dato che dalla dichiarazione dei redditi 2021 i proventi saranno considerati di origine non Comunitaria, come lo saranno le stesse polizze anche ai fini della compilazione del Modello RW.A proposito di licenze comunitarie, molte compagnie stanno aggirando l’ostacolo cedendo i contratti ad una società del gruppo residente in un Paese dell’Unione, specie Lussemburgo e Paesi Bassi.La cessione dei contratti è sottoposta al vaglio di un Tribunale inglese chiamato a pronunciarsi su eventuali opposizioni, e diviene definitiva dopo l’omologazione.I termini e le condizioni contrattuali continuano ad essere validi fino alla scadenza e senza modifica alcuna alle condizioni, ma vi è un particolare aspetto che viene incontro ai tanti sottoscrittori “incastrati” nei prodotti. La normativa prevede infatti che, dopo l’approvazione del trasferimento tramite il Bollettino di vigilanza Ivass, la compagnia invii al cliente una raccomandata per avvisarlo della facoltà di recedere senza penalizzazioni entro 60 giorni dalla pubblicazione. Per i tanti sottoscrittori di polizze con contenuto di investimento, si tratta di un’occasione per uscire dal prodotto senza sostenere le penali, che spesso sono molto elevate. Da notare che si riceve non il capitale investito, bensì il controvalore corrente senza appunto l’applicazione di penali. Importo che può essere investito in maniera più efficiente. (Anna D’Antuono, legale, consulente Aduc)

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Le insolvenze commerciali nel Regno Unito potrebbero crescere ancora

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 febbraio 2020

Si prevede che le insolvenze continueranno a crescere nel Regno Unito, con un aumento del 7% o maggiore nel 2020. Allo stesso modo, è atteso un aumento delle insolvenze in gran parte dell’Europa, sebbene a un ritmo più moderato. Le insolvenze nel Regno Unito sono cresciute in modo significativo dal 2018, aumentando di un altro 8% su base annua nel 2019. Il settore del commercio al dettaglio continua a registrare un numero maggiore di insolvenze a causa della minore fiducia dei consumatori e delle dinamiche proprie del settore. Data la forte dipendenza dalle opportunità stagionali, i rivenditori spesso guardano alle vendite di dicembre per migliorare il fatturato. Purtroppo le vendite al dettaglio sono complessivamente diminuite a novembre e dicembre, secondo il British Retail Consortium.Per i settori che dipendono dalle importazioni, in particolare l’alimentare e l’agricoltura, la Brexit continua a rappresentare una minaccia di maggiori costi di importazione e logistici che potrebbero essere difficilmente assorbiti. Il settore delle costruzioni, a sua volta, è già colpito da investimenti alquanto deboli, e la minaccia dell’aumento dei costi per attrarre lavoratori, insieme alla perdita di manodopera qualificata composta da cittadini europei che lavorano nel Regno Unito, potrebbero aumentare ulteriormente il rischio di insolvenza.Impatto più moderato sull’UE, ma aumentano i rischi al ribasso. Nel resto d’Europa, invece, l’impatto sulle insolvenze sarà più moderato, a parte quei Paesi con legami commerciali più stretti con il Regno Unito, come l’Irlanda, che hanno maggiori probabilità di essere esposte al rischio. L’impatto sulle insolvenze per altri importanti partner commerciali come Belgio, Paesi Bassi e Danimarca, e per il resto dell’Europa, dovrebbe essere visibile ma più limitato. Per quanto riguarda l’Italia, l’impatto diretto della Brexit sarà verosimilmente più limitato rispetto ad altri partner commerciali, data la minore incidenza dell’interscambio commerciale e degli investimenti.Comunque, il clima rimane instabile e, nel complesso, il rischio di fallimenti aziendali è più elevato rispetto alle probabilità di un impatto più modesto. Si prevede che i settori industriali con una forte dipendenza dalle esportazioni nel Regno Unito, come quello automobilistico, tessile e dei beni ad alto valore tecnologico, subiranno un impatto più significativo.Mentre le previsioni economiche generali rimangono modeste, le singole imprese continuano a conseguire successi, e quindi non deve essere sottovalutata l’opportunità di crescita commerciale, sia durante che oltre il periodo di transizione. Una delle chiavi del successo è una solida strategia di gestione del rischio, che combina l’accesso a una business intelligence affidabile per consentire un processo decisionale consapevole e la capacità di proteggere l’azienda dai rischi commerciali.

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Insolvenze: possibili scenari post-Brexit secondo Atradius

Posted by fidest press agency su mercoledì, 5 febbraio 2020

Amsterdam. A oltre tre anni dal voto per la Brexit, Regno Unito e Unione Europea si sono separati con un accordo strutturato di recesso. Venerdì 31 gennaio 2020 a mezzanotte (CET), l’uscita del Regno Unito è diventata realtà. Mentre ora l’attenzione si rivolgerà alle future relazioni commerciali tra il Regno Unito e l’Europa, gli impatti economici a breve termine per il Regno Unito continuano a creare difficoltà alle imprese.Archiviata la Brexit, il Regno Unito può ora iniziare a negoziare nuovi accordi commerciali, il più importante dei quali riguarda le future relazioni commerciali con l’UE. Gli attuali accordi restano in vigore fino al 31 dicembre 2020. Tuttavia, i tempi stretti rendono come più probabile solo un accordo limitato, che potrebbe potenzialmente comportare una tormentata revisione nel 2021. Inoltre, se le due parti non riuscissero a negoziare un accordo commerciale entro la fine del periodo di transizione, rischierebbero di ricadere sotto regole del WTO. Le pressioni sul contesto economico e le incertezze sottostanti continuano a mettere a dura prova il Regno Unito e tutti i mercati dell’UE.Il lungo periodo di incertezza ha creato un sentimento negativo, che persisterà probabilmente nel 2020 in assenza di indicazioni certe sulle future relazioni commerciali tra Regno Unito e UE. Dopo la stagnazione nel 2019, prevediamo che gli investimenti delle imprese nel Regno Unito rimangano stabili anche quest’anno, a causa della bassa fiducia e l’elevata incertezza. La crescita economica del Regno Unito dovrebbe rallentare all’1,0% nel 2020, in parte attenuata dal sostegno fiscale e monetario delle banche centrali. Molte imprese già significativamente debilitate da condizioni di volatilità iniziate con il referendum 2016, rimangono soggette al rischio insolvenza.

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Brexit, gli impatti su assicurazioni auto, sanitarie e di viaggio

Posted by fidest press agency su domenica, 2 febbraio 2020

La Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione europea. Facile.it, in collaborazione con il giornalista Paolo Fiore, si è chiesto cosa cambierà per gli italiani che viaggeranno e guideranno nel Regno Unito, ed ecco cosa abbiamo scoperto.
La prima notizia è che non scatteranno grandi cambiamenti dall’oggi al domani, ma anche per quanto riguarda le assicurazioni ci sarà un periodo di transizione, che dovrebbe scadere il 31 dicembre 2020. Modifiche più consistenti potrebbero invece scattare dal Capodanno 2021. Ma la loro entità dipende dall’esito dei negoziati in corso.
I cittadini dell’Ue potranno continuare a viaggiare verso la Gran Bretagna con le stesse regole. “Quest’anno non ci sono modifiche nei documenti di viaggio”, spiega il governo britannico. Per ora, quindi, niente visto. Basteranno un passaporto valido o la carta d’identità. Quest’ultima potrebbe non essere più accettata dal 2021. Se così fosse, Londra avviserà comunque i viaggiatori, indicando con ampio anticipo la data in cui le regole cambieranno. Gli automobilisti in possesso di una patente europea potranno continuare a guidare in Gran Bretagna anche dal primo febbraio. Non serve, al momento, una licenza internazionale. Se si percorrono le strade britanniche con il proprio veicolo, l’auto deve essere chiaramente assicurata. Si deve dare prova che lo sia portando materialmente con sé la “carta verde”, sulla quale devono essere indicati nome dell’assicurato, targa dell’auto e periodo della copertura assicurativa.
Dal 2021 potrebbero esserci alcuni cambiamenti. Improbabile che, in linea generale, venga richiesta a tutti gli automobilisti una licenza internazionale. È possibile però che, al termine del periodo di transizione, ci sia uno scenario più frammentato: gli accordi sulle licenze di guida potrebbero dipendere infatti da accordi con i singoli Stati e variare da Paese a Paese. Per chi viaggia verso la Gran Bretagna, resta valida la tessera europea di assicurazione malattia. Consente di accedere più agevolmente alle cure mediche, ma non copre tutte le spese. Le autorità britanniche raccomandano quindi di sottoscrivere, in ogni caso, un’assicurazione sanitaria che copra l’intera durata della permanenza. Dal 2021, la tessera europea potrebbe non essere più valida. Ma, ancora una volta, dipende dalle intese che verranno raggiunte. Il governo britannico ha fatto sapere che “l’obiettivo è sottoscrivere accordi di assistenza sanitaria reciproca con l’Ue o con singoli Paesi”, in modo da “fornire cure mediche a un costo ridotto o, in alcuni casi, gratuite”.
Il 25 giugno 2018 l’Eiopa (l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali) ha richiamato l’attenzione sulla necessità che le imprese di assicurazione e gli intermediari assicurativi europei informino i clienti “sul possibile impatto della Brexit sui contratti assicurativi in essere” e “sulle misure adottate per garantire, dopo la Brexit, la continuità del servizio e l’esecuzione dei contratti stipulati”. Nel corso del 2020, quindi, le compagnie dovrebbero inviare ai clienti comunicazioni nel caso in cui cambiassero alcune condizioni legate alle polizze in essere.

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Redistribution of seats in the European Parliament after Brexit

Posted by fidest press agency su domenica, 2 febbraio 2020

As of 1 February, the number and distribution of seats in the Parliament changes following the UK’s withdrawal from the EU.
From 1 February, the European Parliament will have 705 seats, compared with 751 (the maximum allowed under the EU treaties) before the UK’s withdrawal from the EU on 31 January 2020.Of the UK’s 73 seats, 27 have been redistributed to other countries, while the remaining 46 will be kept in reserve for potential future enlargements.Who are the new MEPs? All new MEPs were elected at the May 2019 European Elections. Depending on national rules, some names have already been confirmed, while others are still pending. You can find all current MEPs on the European Parliament’s dedicated webpage.

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Stati Uniti d’Europa. Brexit: lasceremo una candela accesa

Posted by fidest press agency su sabato, 1 febbraio 2020

Roma. Lasceremo una candela accesa alla finestra, affinchè il popolo britannico possa ritrovare la casa comune che è l’Europa.
Lo facciamo dal 1 febbraio 2020, quando il Regno Unito ha abbandonato l’Unione europea.Il “valzer delle candele”, cantato ieri dai parlamentari europei, non è quello dell’addio ma quello dell’arrivederci, perché solo con una Europa unita si è potuta evitare una Terza guerra mondiale e in questi tre quarti di secolo, dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha raggiunto livelli di benessere mai conosciuti prima.Il nazionalismo, oggi mascherato da sovranismo, ha portato alle tragedie del secolo scorso. E’ bene ricordarlo.
La libera circolazione di persone, di merci, di servizi e capitali è stata alla base di una unione fra sistemi economici.
Il varo del Parlamento europeo, prima come Assemblea comune nel 1952, poi definitivamente con le elezioni a suffragio universale nel 1979, costituisce un altro traguardo per arrivare a una federazione degli Stati europei. L’introduzione dell’euro è stato un ulteriore passo per l’integrazione comunitaria.Altri traguardi ci attendono: una politica estera e una difesa comune, la unificazione delle norme fiscali e dei codici civili e penali, sono mete da conquistare.Lo faremo insieme, oggi con 27 Paesi, domani con altri che vorranno aderire o ritornare. (Primo Mastrantoni, segretario Aduc)

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A weaker post-Brexit Britain looks to America

Posted by fidest press agency su sabato, 1 febbraio 2020

The titans of Brexit have a tendency to gush over Britain’s bond with America. Before the referendum in 2016, Boris Johnson—now prime minister, then mayor of London—predicted that, outside the European Union, the thriving British would be “even better and more valuable allies of the United States”. Britain’s relationship with America had long been “special”, enthused Liam Fox as trade secretary in 2018. But Brexit provided a “once-in-a-generation opportunity to raise it to a new level”. Yet in the week that Britain actually leaves the eu it finds itself at loggerheads with America on tax, trade and technology. If the British government persists with plans for a digital-services tax that would hit tech giants, America has said it will retaliate with punitive tariffs on British car exports. And despite heavy American lobbying and suggestions that the countries’ intelligence-sharing could be at risk, Mr Johnson decided on January 28th to allow Britain to buy 5g telecoms kit from Huawei of China. Mike Pompeo, America’s secretary of state, had warned against letting China “control the internet of the future”. (font: The Economist)

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