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La durata della vita delle piante

Posted by fidest press agency su lunedì, 10 gennaio 2011

Per i rampicanti si aggira sui cento anni. Il loro spessore può raggiungere quello della gamba di un uomo. Vi sono delle piante carnose chiamate bromellacee (ce ne sono da 2000 a 3000 specie) che vivono aggrappate ai rami e ai tronchi degli alberi più alti. Esse svolgono una funzione molto rilevante. Sono degli ecosistemi in miniatura e d’importanza vitale per le molte creature che vivono nello strato superiore della giungla. Queste bromellacee, appartenenti alla famiglia delle ananas, hanno, al centro della rosetta delle foglie, una piccola ma profonda pozzanghera di acqua piovana. Essa permette agli uccelli tropicali, il colibri e il trogone, ai ranocchi e ad una miriade di altri animali, dall’opossum ai coleotteri, dal serpente arboricolo alle formiche, dalle libellule alle lumache e salamandre di bere, bagnarsi ed allevare la prole. All’interno di queste “pozzanghere” soggiornano stabilmente non meno di 300 specie diverse tra  vermi, granchi, larve di zanzare, microbi e protozoi.  Ma gli alberi anche da “morti” non cessano di sorprende¬rci. Un albero caduto ha la corteccia ancora intatta. E’ una con¬dizione che muta assai presto man mano che i coleotteri scavano i loro tunnel nella corteccia. Preparano le gallerie riempendole anche di funghi e batteri che serviranno da cibo e da nitrogeno per i futuri invasori. Successivamente la corteccia diventa spugnosa e i tessuti vengono divorati nel giro di qualche anno. Il turno successivo spetta all’alburno, che quando l’albero era vivo ospitava le strutture che conducevano l’acqua in tutta la pianta, dette xilemi. In questa fase è notevole l’attività delle formiche. La loro dieta include farfalle e melata di afidi. Inoltre le termiti, con i loro corpi sgranocchiatori di legno, digeriscono la cellulosa ed i batteri che catturano il nitrogeno contenuto nell’atmosfera. Si entra così nel terzo stadio allorché la corteccia si stacca ed altre piante metteranno le loro radici. I loro semi in fase di germogliazione invadono l’alburno e il tronco comincia a rom¬persi in grossi pezzi ancora solidi. L’alburno soccomberà agli insetti e ai funghi nel giro di dieci-venti anni sebbene la  corteccia rimarrà ancora in giro per dei secoli. Al quarto stadio il durame, composto da xilemi morti che formano il grosso del tronco dell’albero, si frantuma in blocchetti più soffici man mano che le radici lo invadono. In tale fase, la più lunga del processo di decadimento, l’albero ospita le quantità maggiori di fauna di tutti i generi, compresi acari, centipedi, lumache, salamandre, topi ragno e campagnoli ecc.
Gli scheletri degli acari a loro volta servono da incubatrici per le spore dei funghi  e questi ultimi provvedono al sostentamento di altri invasori costituiti da piante ed animali. Il ragno è fra i molti artropodi che vivono in queste condizioni. Esso costruisce un tunnel di un materiale simile alla seta, all’interno di una delle molte crepe dello strato esterno dell’albero morto. I topi, inoltre, si nutrono principalmente  di funghi, licheni e tartufi. A loro volta insieme agli scoiattoli vengono cacciati dal gufo maculato e da altri carnivori.
Subentra alla fine un ultimo stadio dove non rimane altro che una semplice massa polverosa ma ricca di sostanze nutrienti. I funghi invasori sprigionano gli enzimi che liberano il nitrogeno degli alberi per consentire l’utilizzazione ad altri organismi. I batteri, a loro volta, forniscono altro idrogeno estraendolo dall’aria. Seguono i piccoli organismi che abitano nel ceppo lo fertilizzano con i propri escrementi. E tanto per completare l’opera, ad arricchire l’albero morto di so¬stanze nutritive, ci pensano le foglie secche e le piogge che cadono dal tetto della foresta.
Come possiamo ben notare gli alberi morti e le foreste ancora in vita diventano elementi fondamentali per il conteni¬mento del calore della crosta terrestre. Infatti un albero morto lasciato sul terreno della foresta trattiene il carbonio che contiene per decenni, persino per secoli. Non succede la stessa cosa se viene tagliato.  In tal caso subisce vari processi per farlo diventare carta o legno da combustione. Diventa in tal modo una logica di sfruttamento che esce dal corso normale degli eventi e si carica di artificiosità. James Seddel, un biologo acquatico, condusse anni fa un interessante esperimento. Furono tagliati 800 grossi alberi e de¬posti, un anno dopo, nell’acqua dei fiumi in prossimità delle correnti. L’operazione consentì di ripristinare gli habitat necessari alla sopravvivenza dei salmoni “coho” e della trota argentata. Ciò avviene in quanto il contatto dell’acqua con un grosso tronco crea attorno una piccola piscina naturale dove rimane intrappolato altro legno. Si forma così una poltiglia di detriti. I pesci si rifugiano dentro la piscina per ripararsi sia dal freddo invernale che dalla siccità estiva.
Vi è poi un altro aspetto, questa volta determinato dagli alberi in “vita” per lo più sottovalutato. Il fatto, ad esempio, che gli alberi lasciano cadere le foglie non è stato visto come una conseguenza del loro modo di controllare naturalmente l’ambiente circostante. In effetti i prodotti derivanti dalla loro decomposizione sono ingredienti indispensabili dell’humus ma ne derivano anche sostanze antibiotiche ed ormonali esterne che possono impedire a piante competitrici di venire ad insediarsi troppo vicino. Nelle foglie che si staccano vengono inoltre con¬centrate delle sostanze di rifiuto dell’attività biochimico-fisiologica della pianta e soprattutto, come si è visto recentemente, vengono scaricate così delle concentrazioni di metalli pesanti diventati pericolosi all’interno dell’organismo vegetale. E’ un modo come espellere “escrementi” così come fanno, per altri versi, gli animali.
Ma non sempre. Nelle piante annuali e biennali questa operazione ha delle componenti materne. In questo modo una pianta madre restituisce al suolo, facendo morire le sue foglie e poi se stessa, le sostanze nutrienti indispensabili per lo sviluppo della generazione successiva. D’altro canto la caduta delle foglie in autunno si è evoluta come adattamento ad ambienti molto mutevoli. Il tappeto di foglie può difendere il terreno da un eccessivo dilavamento delle piogge. Il riciclaggio dell’azoto è determinante negli ambienti che ne siano intrinsecamente poveri e le foglie finiscono con il mettere progressivamente in ombra le piante e compromettere la fotosintesi. In tal modo le foreste  diventano non solo una miracolosa fonte energetica e di conservazione di sostanze vitali per la sopravvivenza delle specie animali e vegetali, ma al loro interno riescono a stabilire un equilibrio biologico delicato che non deve essere turbato e che, normalmente, si calmiera con la catena alimentare. L’uomo è forse l’unico a pretendere di volersi sottrarre da queste logiche esistenziali. Assistiamo, ad esempio, agli effetti distorsivi delle emigrazioni di massa e che tendono a concentrarsi nelle grandi città.
Una siffatta massiva invasione e consolidamento in un’area circoscritta, anche se meglio organizzata rispetto alle altre, determina come prima conseguenza diffusi fenomeni di incompatibilità ambientale facendo esplodere conflitti di varia natura. Lo dobbiamo alla disoccupazione e alle varie ragioni di sopravvivenza che portano a devianze  quali l’incremento della delinquenza, l’intolleranza razziale ecc. In effetti già oggi il progresso, come moltiplicazione di macchine e sovrabbondanza di beni, rischia continuamente l’auto-fagocitazione e la paralisi.
Se mettiamo un campo a coltura, se tagliamo gli alberi, se costruiamo le città, noi finiamo con l’annul-lare gli ecosistemi causando la distruzione degli habitat naturali e le specie che vi vivono sono condannate all’estinzione. E’ un problema serio se consideriamo che le diverse forme di vita interagiscono con l’atmosfera e gli oceani nella re¬golazione del clima, per ripulire l’acqua dagli inquinamenti e nel mantenere un bilanciamento microbico e controllare gli agenti patogeni dan¬nosi. (dal libro di Riccardo Alfonso “L’ultima frontiera” Edizioni fidest)

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