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Quotidiano di informazione – Anno 33 n° 348

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C’è chi pensa di fare affari mentre il pianeta brucia

Posted by fidest press agency su sabato, 30 ottobre 2021

Alcuni tra i principali Paesi produttori di carbone, petrolio, carne e mangimi animali stanno cercando di far eliminare dal prossimo rapporto dell’International Panel on Climate Change (IPCC) informazioni e conclusioni che minaccerebbero gli interessi delle loro aziende. È quanto rivela un’inchiesta realizzata da Unearthed, il team di giornalismo investigativo creato da Greenpeace UK, sulla base di decine di migliaia di documenti, normalmente secretati, con commenti da parte di governi, aziende, scienziati sulle bozze del prossimo rapporto dell’IPCC “Working Group III”.Gli esperti dell’IPCC non hanno alcun obbligo di accettare questi commenti, che sono sottoposti a una rigorosa analisi scientifica sulla base dei dati disponibili. Tuttavia, alcuni commenti analizzati da Unearthed svelano le inquietanti posizioni assunte, dietro le quinte, da alcuni Paesi importanti. L’analisi di questi documenti, pubblicata a pochi giorni dall’inizio di un vertice cruciale come la COP26 sul clima che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre, mostra infatti come alcuni Paesi – tra cui Brasile, Argentina, Australia, Giappone, Arabia Saudita e gli Stati membri dell’OPEC – stiano cercando di annacquare il prossimo rapporto IPCC.Ad esempio, Paesi come Australia, Arabia Saudita, e l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC), stanno facendo pressioni sull’IPCC per eliminare o indebolire la parte conclusiva del report che afferma che dovremmo rapidamente cessare l’estrazione di fonti fossili come carbone, petrolio e gas fossile. Tutto questo, mentre continuano a reclamizzare soluzioni fasulle come la cattura e lo stoccaggio sotterraneo della CO2 (CCS). Una tecnologia costosa e fallimentare di cui al momento, su tutto il pianeta, esiste un solo impianto in funzione, peraltro con efficacia ben al di sotto dell’atteso.Vari governi hanno inoltre chiesto di eliminare le critiche alle attività di “carbon offsetting”, la compensazione delle emissioni di gas serra tramite schemi di protezione forestale. A dispetto della mole crescente di evidenze che dimostrano l’inutilità e la pericolosità di queste pratiche, Paesi come Regno Unito, Canada e Stati Uniti hanno contestato la posizione dell’IPCC su questi progetti (come il noto REDD+, utilizzato anche da ENI), sfruttati come “un greenwashing a basso costo”.Brasile e Argentina – tra i maggiori produttori di carne e mangimi – hanno invece fatto pressione sull’IPCC per eliminare alcuni passaggi sui benefici per il clima della riduzione del consumo di carne, e la promozione di diete con ridotto consumo di prodotti di origine animale.

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Anche quest’anno l’Italia brucia

Posted by fidest press agency su mercoledì, 2 settembre 2020

Dall’incendio scoppiato sul Gran Sasso a inizio mese, per il quale è stato chiesto lo stato di emergenza, ai roghi del palermitano, passando per Campania e Calabria, anche questa estate presenta il conto di aree boschive danneggiate o perdute a causa degli incendi. In generale, le principali cause sono il progressivo abbandono di aree agricole e di pascolo, la mancanza di gestione del territorio e un approccio che si concentra principalmente sulla lotta agli incendi attivi piuttosto che sulla loro prevenzione. La situazione è destinata a peggiorare: i cambiamenti climatici causeranno sempre più spesso condizioni meteorologiche estreme che predispongono la vegetazione a bruciare.Negli ultimi anni nel bacino mediterraneo si è assistito a incendi sempre più vasti e severi, con grandi superfici percorse e perdite di vite umane. Dal 2000 al 2017 le aree interessate da incendi sono state 8,5 milioni di ettari, circa tre volte e mezzo la Sardegna.È quello che emerge dal rapporto “Un Paese che brucia. Cambiamenti climatici e incendi boschivi in Italia”, pubblicato oggi da Greenpeace Italia e Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (SISEF) con l’obiettivo di spiegare il legame fra questi due fenomeni, offrendo raccomandazioni e proposte.I cambiamenti climatici e le foreste sono strettamente connessi. Da un lato, le foreste trattengono e assorbono carbonio, svolgendo quindi un ruolo determinante nel mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Dall’altro, l’aumento delle temperature medie annuali, l’alterazione delle precipitazioni e il verificarsi di eventi meteorologici estremi (per forza e frequenza) mettono a rischio funzionalità e salute delle foreste, diminuendone la capacità di fornire servizi ecosistemici, ed esponendole ulteriormente a tempeste, siccità e incendi sempre più frequenti.
Oltre a Luca Tonarelli, i membri SISEF che hanno collaborato alla stesura del rapporto sono Giorgio Vacchiano, Ricercatore in gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano; Davide Ascoli, Ricercatore in selvicoltura e pianificazione forestale presso l’Università degli Studi di Torino; Giuseppe Mariano Delogu, Comandante regionale del Corpo Forestale e di Vigilanza Ambientale dal 2007 al 2009 e docente presso l’Università di Sassari; Valentina Bacciu, Ricercatrice presso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici.

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IQOS: Fda Usa autorizza vendita sigaretta che non brucia

Posted by fidest press agency su sabato, 4 Maggio 2019

La Food and Drug Administration (Fda) statunitense ha dato il via libera alla vendita di Iqos, il dispositivo che scalda il tabacco senza bruciarlo prodotto dalla Philip Morris.
“Una decisione vergognosa! Un autogol dell’Fda, che non tiene conto del principio di precauzione e che è in netta controtendenza con quanto stanno facendo altri Paesi, come l’Australia ed il Regno Unito” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Purtroppo il nostro ministero della Salute sta dormendo su questa questione. Da mesi abbiamo presentato un esposto, chiedendo di pronunciarsi su Iqos, a tutela della salute dei consumatori. Ma ad oggi non abbiamo ancora avuto alcun riscontro” prosegue Dona.
“Il fatto che, per l’Fda, con Iqos si producano meno tossine o in quantità minore rispetto alle sigarette combustibili, non vuol dire che siano aria fresca di montagna” conclude Dona.

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Il Mediterraneo brucia

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 febbraio 2011

Negli ultimi decenni, dalla crisi internazionale degli anni settanta ad oggi, con particolare intensità negli episodi della guerra del Golfo, Bosnia e Afganistan, la questione dell’integralismo islamico si è imposta all’ordine del giorno quale fattore politico. Nasce come risposta nazionalistico-borghese contro l’imperialismo occidentale, si propone come lotta tra borghesie all’interno del mondo islamico e trascina con sé consistenti settori del proletariato e del sotto proletariato che di questa ideologia religiosa e politica finiscono per essere oggetti di manovra, strumenti di giustificazione del potere, in nome della vera libertà coranica o di un presunto anti imperialismo. Il primo problema da risolvere consiste nel comprendere le ragioni non tanto della nascita delle prime organizzazioni che si sono richiamate all’integralismo islamico, sorte agli inizi del secolo scorso, quanto della intensa proliferazione e del radicamento sociale che questi movimenti hanno prodotto negli ultimi anni. In termini grossolanamente deterministici possiamo dire che il fenomeno del ritorno alla tradizione religiosa e sociale, compresi i rapporti tra le classi, va di pari passo con l’evolversi della crisi capitalistica internazionale. I due fenomeni sono intimamente connessi al punto che il primo può trovare giustificazione solo se rapportato alle drammatiche conseguenze economiche e di aggressione bellica del secondo. La cosiddetta globalizzazione, intesa come il mezzo che il grande capitale utilizza per realizzare i propri interessi di accumulazione in una fase di saggi del profitto sempre decrescenti, si è imposta due obiettivi assolutamente irrinunciabili.1. Il primo è quello di avere a disposizione, ovunque, una forza lavoro flessibile, a basso costo, con garanzie sindacali decrescenti, assumibile e licenziabile a seconda dell’andamento economico dell’impresa. Come corollario si procede allo smantellamento dello stato sociale colpendo e privatizzando le pensioni, la sanità e l’educazione in quanto spese non più compatibili con gli attuali margini di profitto, attaccando cioè, come mai era accaduto nel capitalismo moderno, la classe lavoratrice sia sul terreno salariale e normativo, sia su quello assistenziale sia della prevenzione che dei diritti conquistati.2. Il secondo, centrato sull’esasperazione della concorrenza, è quello di ottenere in tutti i modi, guerre comprese, il controllo dei mercati internazionali delle materie prime (petrolio), commerciali, finanziari e della forza-lavoro. Gli Usa, che di questo processo imperialistico sono la punta avanzata, hanno imposto l’egemonia del dollaro sui mercati finanziari, hanno realizzato il controllo del petrolio nel Golfo Persico e stanno ottenendo, dopo la guerra in Afganistan, quello del Caspio.Le due azioni combinate garantiscono al governo di Washington quota parte della rendita petrolifera parassitaria; in più gli Usa hanno imposto la loro gestione della forza lavoro di interi continenti, che va dal sub continente americano all’Asia, passando dall’India al Pakistan, dal Medio Oriente al sud est asiatico, a seconda delle necessità del decentramento produttivo che a sua volta dipende dal basso costo della forza lavoro locale. Per quanto riguarda le popolazioni e i proletariati di queste aree, gli effetti sono stati devastanti. Alle loro già precarie condizioni di vita e di lavoro si sono sommate quelle ancora più disumane e affamanti derivanti dal processo di globalizzazione.I paesi islamici, in particolare quelli direttamente interessati alla questione petrolifera, come in Medio Oriente, Golfo Persico e attorno al Mar Caspio, sono stati investiti più duramente dall’aggressività della globalizzazione, che ha coinvolto tutte le classi sociali, da quella borghese, non direttamente legata alla rendita petrolifera, a quella proletaria, passando per la piccola borghesia imprenditoriale e di ceto professionale che è stata letteralmente proletarizzata sia in termini economici sia di status sociale. A questo processo vanno sommate le conseguenze nefaste degli imperialismi pregressi, sia nella versione ” democratica” occidentale che di quella del “socialismo” orientale. I due modelli della modernizzazione si sono rivelati per quello che erano, due metodi di colonizzazione apparentemente diversi nelle forme, assolutamente uguali nei meccanismi di sfruttamento e di spoliazione.Ecco perché il fondamentalismo prima, e l’integralismo poi, hanno trovato il giusto terreno di coltura in tutti quegli ambienti nazionalistici che da sempre hanno sofferto la presenza del colonialismo prima, e dell’imperialismo poi. La terza via, il ritorno alle origini come strumento di fuga e di risposta all’imperialismo, è apparso nella tradizione musulmana come l’ancora di salvezza, come il punto da cui ripartire per un processo di rinnovamento e di progresso, al di fuori e contro i falsi modelli dell’occidente “corrotto e corruttore”, nella prospettiva di amministrare in proprio risorse e ricchezze o, più semplicemente, quelle opportunità economiche che hanno a disposizione. Con un quadro di riferimento che non è più quello di un capitalismo in salute, ma al contrario debilitato da saggi del profitto sempre più bassi, finanziariamente parassitario e con problemi crescenti sul terreno del processo di accumulazione. (Rosario Amico Roxas)

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