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Perché gli extraterrestri dovrebbero essere piccoli e brutti?

Posted by fidest press agency su giovedì, 9 agosto 2018

Vi assicuro che ne ho incontrato uno a mia somiglianza e al quale nessuno avrebbe potuto notare una qualche diversità sia fisica sia comportamentale nella sia pure variegata vetrina delle figure umane. E abbiamo avuto anche il tempo di parlare. Di cosa? Dell’uomo e della sua avventura terrena. Percorremmo, in tal modo, le fasi cruciali della storia dell’umanità. Furono, per lo più, fatti e circostanze che io ebbi modo di apprendere dai libri di storia o dai saggi d’alcuni critici, ma che non sempre collimavano dalle notizie attinte da altre fonti compulsate in anni successivi e che il mio interlocutore vi appariva ben addentro. Queste discrepanze più arretravano nel passato e maggiormente lasciavano dei dubbi di autenticità. Il mio interlocutore me lo fece notare, anche se riesumandole, avevo preferito una versione in luogo di un’altra probabilmente perché ero riuscito a conservarne un ricordo più vivido.
Se do per scontato sull’aspetto di questi eventi contraddittori, ne consegue che gli storici, pur riandando alle vicende umane che hanno lasciato una così indicativa impronta, non hanno saputo trasfondere, in pari tempo, se non marginalmente, l’essenza delle cose e il significato più profondo che da esse promanava e tale da indurci a una maggiore comprensione di ciò che rappresentava.
Abbiamo saputo, vice versa, più facilmente lasciare una traccia delle nostre personali antipatie, dei luoghi comuni, dell’avidità di un popolo o di una famiglia e degli abusi e delle angherie perpetrate da un sovrano in luogo di un altro, di un sultano al posto di un pascià o di un mandarino, piuttosto che indagare sul perché si compievano taluni atti e non altri e quale motivo recondito e inconfessabile animasse l’autore di queste gesta. Ci soffermammo, nello specifico, sull’età moderna, diciamo intorno al XVIII secolo. Allora furono particolarmente intense le tensioni di tutti gli stati europei che andavano per la maggiore: Spagna, Portogallo, Olanda, Francia, Gran Bretagna mentre le altre identità territoriali restavano inespresse perché non ancora in grado di far sentire il loro peso sullo scacchiere internazionale. Pensiamo all’Italia, sul finire del Settecento e agli inizi dell’Ottocento. Era una penisola divisa in tanti piccoli Stati e persino la sua identità culturale era umiliata dai diversi distinguo. Seeley, lo storico dell’impero britannico nel tratteggiare la storia coloniale europea, sul finire dell’età moderna, scriveva: “Fra i cinque Stati in competizione con il Nuovo Mondo, il successo ha coronato gli sforzi non di quello che abbia dimostrato dall’inizio la maggior vocazione colonizzatrice, né che abbia superato gli altri in audacia, immaginazione o energia, ma di quello che si è meno lasciato invischiare nelle complicazioni del Mondo Antico”.
In pratica la Gran Bretagna aveva fatto, sin d’allora, una scelta fondamentale preferendo, alle “beghe europee”, per un territorio da conquistare sul continente, la navigazione lontana e la colonizzazione delle nuove terre.
Così si presentava ai postmoderni lo scenario europeo: la Francia e l’Inghilterra a Occidente, a Oriente la Russia, che nel frattempo aveva occupato il posto già tenuto dalla Svezia, e al centro l’Austria, più importante che temibile. Intanto, sempre in quest’ultima area, si avvertirono i primi segni dello sviluppo della potenza prussiana e che marcò significativamente il suo ruolo, nei due secoli successivi, portandoci sino al nostro tempo. E così procedendo a macchia di leopardo ci ritrovammo seduti in due distinte poltroncine a qualche metro di distanza da un caminetto che dai ciocchi messi ad ardere faceva schizzare qualche lapillo di fuoco. Sorridemmo e chiudemmo gli occhi. Il futuro era lì pronto a ghermirci. (Riccardo Alfonso)

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I belli ed i brutti, i simpatici e gli antipatici, telegeticamente parlando, tra i politici italiani

Posted by fidest press agency su martedì, 11 luglio 2017

televisioneSbattere in prima pagina dei quotidiani o dei rotocalchi o nelle sequenze di una trasmissione televisiva il volto di un politico lo sottopone, volente o nolente, ad una valutazione “estetica” della sua immagine da parte di chi in quel momento lo osserva. Ed è soprattutto la televisione a colpire la nostra visione e ad indurci a dei giudizi di merito che non escludono, ovviamente, l’aspetto fisico, anzi per taluni ha un valore prioritario. Lo sanno bene gli esperti se di tanto in tanto si lasciano prendere la mano con sondaggi orientati alla conoscenza del livello di gradimento popolare da parte dei telespettatori. Non è possibile, ovviamente, riscontrare il rapporto tra l’essere bello e fotogenico ed il proprio successo elettorale ma forse un giorno ci arriveremo e non mancherà, in proposito, qualche sorpresa. Oggi che non siamo più condizionati da un forte legame ideologico che ci faceva apparire bello, ad esempio, un Togliatti solo perché era un leader politico carismatico ed altrettanto brutto ai suoi oppositori per la stessa ragione. Oggi i distinguo sono più sfumati e senza dubbio hanno perso la loro “caratura” ideologica. E forse proprio per questo motivo abbiamo un Berlusconi che pur non essendo, nel senso classico della parola, un bell’uomo, sa sprigionare simpatia, anche a dispetto dell’età che avanza inesorabile, ogni volta che le telecamere lo riprendono. Non si può dire la stessa cosa del suo “alter ego”, Romano Prodi che le vicende politiche lo ripropongono in questi giorni come a voler riprendere una nota rivalità di 20 anni fa. Ha una faccia troppo ingombrante, non sa sorridere, non ha il senso dell’umorismo e dell’autoironia, non riesce a vedere il lato positivo delle cose e sembra destinato a riprodurre nel nostro inconscio un senso di angoscia per il futuro, che non ci aiuta a reagire. Entrambi, purtroppo, mostrano una loro immagine non reale ma fittizia, eppure sufficiente per suscitare sentimenti contrastanti. Qualcuno ha pensato di contrapporre ad essi “personalità” più accettabili. Pensiamo all’ex Presidente del consiglio Matteo Renzi per quanto rivela una faccia che non riesce a nascondere la sua aria da furbetto che non sempre suscita simpatie. Se si dovesse scegliere una candidatura da opporre a Berlusconi il centro sinistra giocherebbe al meglio la sua carta con Franceschini o Calenda, e non solo per ragioni di fotogenia. E così accade che mentre nel centro-destra diversi possono essere chiamati “divi di successo” in una platea internazionale quali Meloni, Salvini, Zaia, sull’altro versante le immagini restano più sfocate e meno credibili. Per il momento l’unico suggerimento possibile sarebbe quello di mandare in pensione Prodi e lasciar perdere Berlusconi. Partiamo dai volti nuovi che ci propongono Cinque Stelle, semmai. Se non altro sono facce pulite, poco navigate nei meandri della politica ma non dovrebbe essere un difetto, semmai una virtù, dati i tempi. (Riccardo Alfonso Direttore centro studi politici e sociali della Fidest)

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