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Buoni fruttiferi postali: per Poste Italiane arriva un’altra batosta dal Tribunale di Lecce

Posted by fidest press agency su sabato, 3 novembre 2018

Altro importante risultato dello “Sportello dei Diritti”, sull’annosa questione dei Buoni Fruttiferi Postali di vecchia emissione. È stato pubblicato lo scorso 30 ottobre dal Tribunale di Lecce, nella persona del magistrato togato dottor Sergio Memmo, un decreto ingiuntivo a carico di Poste Italiane per l’esorbitante importo di più di 60mila euro, oltre interessi e spese, a seguito del deposito del ricorso di due utenti possessori di buoni fruttiferi postali in vecchie lire non ancora riscossi appartenenti ad un prossimo congiunto deceduto da tempo. Alla scadenza prevista, figlio e madre novantenne si recavano presso lo sportello di Poste Italiane per chiedere il pagamento dell’importo che doveva essere liquidato alla scadenza che sarebbe dovuto essere pari ad un controvalore in euro di 61.277,84. Il direttore dell’ufficio, come accade ormai abitualmente, opponeva la disponibilità a liquidare solo la metà dell’importo, in ragione del famigerato decreto ministeriale 148 del 1986, noto come Gava-Goria, secondo cui con effetto retroattivo e in spregio a quanto indicato nei Buoni Fruttiferi, venivano dimezzati rendimenti anche per quelli emessi dal 1974 in poi. Come tanti altri cittadini, quindi, i due beneficiari non demordevano e si rivolgevano allo “Sportello dei Diritti”, che da anni continua ad affrontare una battaglia di giustizia e legalità per la tutela dei risparmiatori che hanno optato per l’acquisto di Buoni Fruttiferi Postali contro l’ingiusta e illegittima volontà manifestata da Poste Italiane di pagare importi solo pari alla metà di quelli previsti alla sottoscrizione. Il giudice del tribunale di Lecce ha ritenuto fondate le motivazioni addotte dai risparmiatori assistiti dall’avvocato Donato Maruccia e ha, di fatto, condannato Poste Italiane a pagare l’intero importo di euro 61.277,84, oltre ad interessi, onorari e spese di procedura a fronte del modesto investimento in lire, versate all’atto della sottoscrizione. Per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, si tratta di un altro precedente molto significativo non solo per il notevole importo dell’investimento, sicuramente tra i più elevati a livello nazionale sinora mai riconosciuti dall’autorità giudiziaria, ma anche perché rende giustizia a coloro che si sono sacrificati una vita per risparmiare somme anche molto ingenti e non si sono visti rimborsare quanto promesso allo scadere con gli interessi effettivamente maturati. Al contempo, continueremo ad invitare tutti coloro che sono in possesso di Buoni Fruttiferi Postali scaduti, a non perdere tempo perché, come abbiamo ripetuto più volte: «vi è il concreto rischio di perdere per sempre gli investimenti di una vita se non si agisce entro il giusto termine perché la prescrizione del diritto è dietro l’angolo e né Poste Italiane né Cassa Depositi e Prestiti avviseranno voi o i vostri, nonni, genitori e vecchi zii che quel foglietto di carta conservato in un cassetto indicante una cifra in vecchie lire può rappresentare un tesoretto che perderete per sempre». (fonte: sportello dei diritti)

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Buoni postali

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2009

I buoni postali fruttiferi (BPF) sono strumenti interessanti (e spesso non compresi) che consentono di effettuare un investimento obbligazionario garantito dallo Stato anche a lungo termine (fino a 20 anni) senza esporsi al rischio di prezzo legato ai tassi d’interesse. Chi determina i rendimenti di questi buoni? L’emittente, ovvero la Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni a controllo pubblico che dipende dal Ministero per l’Economia e le Finanze. Secondo quali regole vengono determinati i tassi dei BPF? Attualmente, la norma di riferimento è il Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 6 Ottobre 2004 che all’articolo 5 (Costo della raccolta sotto forma di buoni postali fruttiferi) specifica che: “Il costo della raccolta sotto forma di buoni postali fruttiferi deve allinearsi al costo equivalente dell’indebitamento del Tesoro sul mercato.” In altre parole il costo per lo Stato, e quindi il rendimento per l’investitore, di un buono postale deve essere allineato a quello di un titolo di Stato equivalente. E’ ovvio che a parità di scadenza un BPF renderà meno di un BTP poiché per lo Stato garantire il rimborso, durante tutta la vita del buono, del capitale e degli interessi pattuiti ha un costo maggiore. Il problema è che da un po’ di tempo i tassi dei BPF sembrano essere impazziti.
Tutto è cominciato con la complicazione di questo strumento. Sulla “scia” delle obbligazioni strutturate che tanto andavano di moda qualche anno fa (per ragioni non certamente legate ai vantaggi per gli investitori) la Cassa Depositi e Prestiti ha iniziato ad emettere buoni postati il cui rendimento è legato ad indici azionari. Di questi buoni, francamente, nessuno ne sentiva la mancanza. Poi sono nati i Buoni indicizzati all’inflazione. Questi strumenti, invece, sono potenzialmente molto interessanti per gli investitori se i tassi fossero in linea con quelli di mercato ma non sempre è così (Abbiamo già evidenziato il problema in questo articolo: “Buoni postali indicizzati all’inflazione: chi scommette contro l’inflazione attesa dalle Poste?”). Da un po’ di tempo hanno introdotto anche una sorta di rendimento premio per chi incrementa l’investimento dei buoni in un anno di più del 35%. Questi “premi”, solitamente, in finanza sono fregature… ovvero da una parte tolgono e dall’altra, se succede qualcosa, ridanno quello che hanno tolto chiamandolo “premio”… Uno dei pregi principali dei buoni postali era la semplicità. Chi sottoscriveva un buono postale sapeva che prestava i soldi allo Stato e che lo Stato gli riconosceva un interesse equo, in linea con quello dei titoli di Stato pur potendolo rimborsare in qualsiasi momento avendo gli interessi pattuiti. Da un po’ di tempo le cose sono cambiate. Sottoscrivere un BPF non è più così lineare. Alcune emissioni sono interessanti, altre lasciano perplessi. Attualmente un buono postale ordinario (serie B61) ha un rendimento nominale effettivo lordo a 10 anni pari all’1,49%. Sottoscrivendo un buono dedicato ai minori a pari scadenza si ha un rendimento del 3,37%. Il rendimento in emissione dei BTP a settembre (ultimo dato disponibile sul ministero del Tesoro) è stato pari al 4,03%. I conti non tornano. Un differenziale del 2,5% di rendimento fra un BPF ed un BTP assimilabile è difficilmente giustificabile. Chi sottoscrive un Buono Postale Ordinario oggi, con un rendimento lordo dell’1,49%, corre seri rischi di rimetterci in termini reali. Fra 10 anni con buona probabilità (ipotizzando un’inflazione di periodo del 2%) avrà un capitale inferiore ad oggi in termini di potere di acquisto. Da quando le Poste (che distribuiscono i BPF) hanno iniziato a vendere prodotti finanziari, hanno iniziato anche a screditare questi buoni postali dicendo che rendevano poco (il che era parzialmente vero, poiché mediamente rendevano quanto dovevano rendere, considerato il minore rischio dello strumento). Con questa scusa, sconsigliavano di rinnovare i buoni postali in scadenza orientando i risparmi verso prodotti largamente inefficienti (polizze vita, fondi comuni d’investimento, ecc.). Ci domandiamo: non è che qualcuno ha interesse a rendere sempre meno interessanti Buoni Postali Fruttiferi? C’è una “regia” dietro questa complicazione dello strumento? Chi ci guadagna? (Alessandro Pedone, responsabile Aduc per la tutela del risparmio)

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