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Burkina Faso: nuovi progetti di ACS per rispondere al terrorismo islamico

Posted by fidest press agency su mercoledì, 20 maggio 2020

In Burkina Faso da diversi anni la regione del Sahel è colpita da attacchi terroristici che hanno come obiettivo la totale e coattiva islamizzazione dell’area. Particolarmente minacciata è Dori, capitale dipartimentale e sede di diocesi, presente in un’area a schiacciante maggioranza islamica. I cristiani, cattolici e protestanti, rappresentano infatti solo l’1,8%. La parte orientale della diocesi ha recentemente sperimentato due drammatiche incursioni, la prima il 10 febbraio, la seconda sei giorni dopo. Il bilancio complessivo è stato di 30 persone massacrate, fra le quali il laico catechista Philippe Yarga e 4 dei suoi 7 bambini.La figura dei laici catechisti è particolarmente rilevante, perché in questo contesto socialmente lacerato sono loro a tenere viva la fede della piccola comunità cristiana. Oltre alla formazione religiosa assicurano cibo e medicine, insegnamento scolastico di base e sostegno psicologico ai nuclei familiari più vulnerabili. Ordinariamente impegnati in aree difficilmente raggiungibili dai sacerdoti, sono divenuti proprio per questo obiettivi dei terroristi islamici.Diciotto di questi coordinatori pastorali oggetto di aggressioni, insieme alle famiglie, sono stati costretti alla fuga dalla loro parrocchia di Sebba e sono stati accolti a Dori. «E’ una autentica sfida per la diocesi di Dori, finanziariamente devastata e pesantemente colpita dagli attacchi terroristici a partire dal 2015», riferisce ad ACS il vescovo locale Laurent Dabiré. Dopo aver accolto i catechisti e le loro famiglie ora è necessario «garantire che abbiamo un minimo per vivere dignitosamente per il tempo della loro permanenza a Dori», aggiunge il prelato.A fronte di questa diffusa crisi la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha appena approvato un progetto per sostenere questi diciotto laici catechisti di Sebba insieme alle rispettive famiglie. Un finanziamento del valore di 30.000 euro permetterà loro di ricevere assistenza sanitaria, sostegno psicologico, cibo e istruzione scolastica per i minori. Consentirà inoltre di istituire un fondo per le famiglie, affinché possano in prospettiva autosostenersi con iniziative produttive di reddito, come ad esempio l’allevamento e l’orticoltura.In considerazione della crescente minaccia terroristica islamista manifestatasi negli ultimi cinque anni in Burkina Faso, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha deciso inoltre di finanziare altri sette progetti per un totale di 100.000 euro. Essi riguardano la formazione di 83 futuri sacerdoti delle diocesi di Dori, Kaya, Fada N’Gourma e Tenkodogo, sostegni per 10 religiose della già citata diocesi di Dori, e un’iniziativa pastorale a livello nazionale attraverso lo strumento radiofonico a beneficio dei numerosi sfollati interni delle regioni minacciate.

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La carenza cronica di risorse contribuisce a una nuova crisi in Burkina Faso

Posted by fidest press agency su domenica, 12 aprile 2020

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha reso noto che altre persone rischiano di perdere la vita nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, in Burkina Faso, dove centinaia di migliaia di persone in fuga, tra cui bambini piccoli, sono costrette a dormire all’aperto alla mercé delle intemperie.Si stima che siano 350.000 le persone che ora necessitano con urgenza di aver accesso ad alloggi e approvvigionamento d’acqua adeguati per sopravvivere alle condizioni di tipo desertico delle aree remote del Burkina Faso. L’acuirsi dell’insicurezza sta costringendo ogni giorno alla fuga un numero sempre più elevato di persone.L’UNHCR aveva già espresso apprensione in relazione al fatto che la carenza cronica di risorse minacciasse il verificarsi di una catastrofe umanitaria di proporzioni rilevanti. La pandemia da COVID-19 ora sta aggravando ulteriormente una situazione caratterizzata da un intreccio di crisi.Siamo in corsa contro il tempo per impedire che vi siano altre sofferenze umane. Nelle aree remote le persone hanno un disperato bisogno di trovare un riparo e devono far fronte a condizioni climatiche molto dure. L’UNHCR esorta tutti gli attori umanitari a incrementare le risorse.Attualmente, la crisi in corso in Burkina Faso rappresenta l’esodo col più rapido ritmo di crescita su scala mondiale, con quasi 840.000 persone sfollate dal conflitto e dalla siccità negli ultimi 16 mesi. Sono quasi 60.000 quelle costrette a fuggire nel solo mese di marzo.Nonostante il dispiegamento di un numero crescente di forze di sicurezza, gruppi armati continuano a compiere devastazioni nelle regioni del Centro-Nord e del Sahel, aggredendo allo stesso modo polizia e militari, civili, scuole, ambulatori, insegnanti e personale sanitario.Il personale dell’UNHCR raccoglie regolarmente testimonianze strazianti dai sopravvissuti in fuga. Raccontano con dettagli orripilanti gli attacchi condotti ai danni dei loro villaggi, durante i quali uomini e ragazzi vengono uccisi, le donne stuprate, le case saccheggiate e le scuole, insieme ad altre infrastrutture, distrutte.
L’UNHCR sta lavorando con le autorità locali e i propri partner umanitari per consegnare quanto prima ulteriori alloggi e forniture di emergenza agli sfollati, ma date le crescenti condizioni di insicurezza e le risorse limitate, sarà difficile raggiungere tutte le persone che necessitano di assistenza. Molte vivono in condizioni disperate in aree sovraffollate. Molte dormono e vivono sotto alberi.
Il costante peggioramento della sicurezza sta producendo un impatto negativo sulla risposta umanitaria, dal momento che ostacola gravemente l’accesso degli operatori impedendo di raggiungere coloro che ne hanno bisogno: le persone costrette alla fuga e le comunità che le accolgono hanno tutte disperato bisogno di alloggio, cibo, acqua, protezione, salute e istruzione.
Il sistema sanitario del Burkina Faso è stato gravemente colpito, in un momento storico in cui il Paese deve far fronte anche agli effetti del COVID-19. I confini sono chiusi dalla settimana scorsa e gli spostamenti per e dai paesi o città in cui vi sono casi confermati di coronavirus hanno subito restrizioni. Nell’intensificare gli sforzi nel Sahel per garantire protezione alle persone in fuga dalle violenze, l’UNHCR, inoltre, sta adattando le operazioni di sostegno alla risposta nazionale all’emergenza di salute pubblica in modo da includere rifugiati, sfollati interni e comunità di accoglienza.Ad oggi, l’UNHCR ha garantito alloggio a circa 50.000 sfollati e continua a lavorare senza sosta per soddisfare tutte le esigenze rilevate.Nella regione del Sahel, la carenza di acqua rappresenta un’altra notevole criticità. L’UNHCR sta costruendo riserve per la conservazione di circa 15.000 litri di acqua vicino a Dori, nel Sahel, e continua a lavorare con le autorità locali per far sì che gli insediamenti siano collegati alla rete nazionale di approvvigionamento idrico.In coordinamento con le autorità burkinabé, stiamo inoltre esplorando le possibilità di trasferire alcuni sfollati al campo rifugiati di Goudoubo, a Dori, nella regione del Sahel – dal momento che alcuni degli sfollati vivono sia all’interno sia nei dintorni di questa città, a pochi chilometri di distanza. Il campo si è svuotato meno di due settimane fa, dopo che alcuni rifugiati maliani sono fuggiti per fare ritorno in Mali in seguito agli attacchi e all’ultimatum ricevuto. Nel campo, acqua, servizi igienico-sanitari e cure mediche sono già disponibili.

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Burkina Faso: “Il nostro paese rischia di scomparire”

Posted by fidest press agency su lunedì, 16 marzo 2020

«Le armi non bastano. Il nostro Paese rischia di scomparire se non ci difendiamo insieme contro i terroristi, attraverso la preghiera, l’unità e la solidarietà. Soltanto così potremo combattere il terrorismo». Così ha dichiarato padre Pierre Claver Belemsigri, segretario generale della Conferenza Episcopale di Burkina Faso e Niger ad una delegazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre che includeva il direttore di ACS-Italia Alessandro Monteduro e che ha visitato il Burkina Faso nei giorni scorsi.La situazione nel Paese sta rapidamente precipitando e non si arresta la serie di attacchi jihadisti che ha già causato la morte di decine di cristiani e ha costretto centinaia di migliaia di burkinabé alla fuga. Secondo l’ultimo bilancio ufficiale del 12 febbraio scorso, sarebbero infatti 765.517 gli sfollati interni. 89.783 famiglie sono ripartite in 169 campi di accoglienza. Tra i profughi vi sono 369.139 bambini.Padre Claver nota come negli ultimi venti o trent’anni l’Islam in Burkina Faso si sia andato trasformando a causa delle correnti fondamentaliste provenienti dalla penisola arabica. «I giovani si recano lì per lavorare o studiare e quando ritornano riportano in patria una diversa visione dell’Islam che ha un impatto sulla convivenza e la coesistenza tra le diverse religioni».I numerosi attacchi di matrice islamica non sono mai rivendicati e colpiscono indistintamente cattolici e cristiani di altre denominazioni, così come i musulmani contrari all’interpretazione dell’Islam dei fondamentalisti. «Vi sono dei terroristi burkinabé o stranieri che, pistola alla mano, vogliono far sì che l’intera Africa diventi islamica. Vogliono perfino introdurre la sharia nel nostro Paese».Il dramma del Burkina Faso si sta purtroppo consumando nell’indifferenza mondiale e sono pochissime le realtà caritative internazionali presenti in loco. La Chiesa cattolica – sostenuta anche da ACS – è in prima linea nel sostenere la popolazione e soprattutto le centinaia di migliaia di sfollati. «Stiamo valutando come affrontare questa sfida – continua padre Claver – Abbiamo in programma di organizzare un grande forum quest’anno dedicato alle questioni pastorali e a quelle relative alla sicurezza. Sarà un’occasione per riflettere su come essere cristiani e vivere la fede in un nuovo contesto di grave insicurezza segnato dagli attacchi ai nostri luoghi di culto». Nonostante la persecuzione i cristiani del Burkina Faso non rinnegano la propria fede. «Al contrario gli attacchi terroristici contro la nostra comunità hanno rafforzato la nostra fede. Nonostante la loro vita sia minacciata, i fedeli sono fieri di essere cattolici».

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Le violenze in corso in Burkina Faso costringono i rifugiati maliani a fare ritorno a casa

Posted by fidest press agency su domenica, 15 marzo 2020

La situazione di insicurezza in Burkina Faso sta costringendo un numero sempre maggiore di persone a fuggire dalle loro case per mettersi in salvo in altre aree del Paese o a rifugiarsi in Mali. Allo stesso tempo, un numero preoccupante di rifugiati maliani ritiene sia più sicuro fare ritorno a casa piuttosto che restare in Burkina Faso.In soli 17 giorni, circa 14.000 persone sono fuggite dalle proprie case in Burkina Faso portando il numero totale di sfollati interni a 780.000. Le recenti violenze hanno anche costretto oltre 2.035 persone a rifugiarsi nel vicino Mali. Le condizioni di insicurezza, inoltre, rendono particolarmente difficile la situazione dei rifugiati maliani che avevano cercato protezione in Burkina Faso e rischiano di porre fine agli interventi volti a permettere loro di cominciare una nuova vita. Il Burkina Faso accoglie più di 25.000 rifugiati dal Mali, molti dei quali stanno scegliendo di fare ritorno a casa nonostante i rischi a cui sarebbero esposti una volta rientrati.L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime nuovamente apprensione per il drastico aumento del numero di persone costrette alla fuga nel Sahel e rinnova l’appello ad assicurare la protezione delle popolazioni civili e di quanti si stanno sottraendo alle violenze in corso. Agli operatori umanitari deve essere garantito accesso in condizioni sicure per poter prestare assistenza. Il potenziamento della risposta attuata dall’UNHCR prevede che siano assicurate, soprattutto, protezione e forniture d’emergenza a quanti sono costretti a fuggire e alle comunità che li accolgono, in particolare alloggi, istruzione e contrasto alla violenza sessuale e di genere, limitando, allo stesso tempo, l’impatto sull’ambiente.
Lo scorso novembre, l’UNHCR era stata costretta a trasferire temporaneamente il proprio personale da Djibo, nel nordest del Paese. Da allora, la distribuzione degli aiuti, tra cui cibo, destinati ai 7.000 rifugiati del campo di Mentao è avvenuta sporadicamente.
Nel corso di questo mese, si sono verificati allarmanti episodi di violenza nell’area di Dori, un paese anch’esso nel nordest. Campi e villaggi sono stati attaccati, gli abitanti non hanno più accesso ai mercati e alle scuole e si sono ridotte le opportunità di realizzare attività per sostenere le famiglie. Anche la salute è a rischio, dato che l’unica ambulanza operativa nel campo è stata rubata a inizio mese. Circa il 70 per cento degli 8.781 rifugiati che vivono a Goudoubo ha scelto volontariamente di abbandonare il campo per ritornare in Mali (57 per cento) o per essere trasferito in altre aree del Burkina Faso (13 per cento).Quasi 700 rifugiati maliani sono già partiti su camion diretti alla regione di Gao, nel Mali settentrionale. I rifugiati che intendono fare ritorno ricevono un Modulo di rimpatrio volontario (Voluntary Repatriation Form/VRF), documento che permette loro di viaggiare, e una somma unica di denaro per coprire i costi di trasporto e l’acquisto di beni di prima necessità. Inoltre, vengono dettagliatamente informati in merito alla situazione d’instabilità nei propri luoghi di origine o in altre aree di loro preferenza, prima che compiano volontariamente la scelta di fare ritorno. Né gli operatori umanitari né le forze di difesa maliane hanno accesso ad alcuni villaggi delle regioni di Ntilit e di Ngossi.In Mali, mentre sono cominciati i primi rimpatri, l’UNHCR e i partner stanno rafforzando la propria presenza nelle aree di N’tillit, Gossi, Gao e Timbuctu. Sono stati individuati 28 punti di registrazione per il monitoraggio della situazione presso i varchi di ingresso e i siti di accoglienza. Una volta registrate, le persone di ritorno ricevono assistenza in denaro contante volta a facilitarne la reintegrazione in condizioni dignitose e a ridurne la vulnerabilità.Mentre i rifugiati maliani fuggono dall’attuale situazione di insicurezza del Burkina Faso, i nuovi rifugiati burkinabè sono fuggiti verso Koro, circondario di Bankass, nella regione di Mopti. Il personale dell’UNHCR è impegnato sul campo insieme alle autorità locali per registrarli, valutarne le esigenze e assicurare una risposta rapida.

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Burkina Faso: Attacchi a villaggi Fulani causano massacro con 43 morti

Posted by fidest press agency su giovedì, 12 marzo 2020

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede con determinazione il perseguimento dei responsabili del massacro di 43 persone avvenuto lo scorso 9 marzo durante gli attacchi armati ai villaggi di Barga und Dinguila, abitati da persone appartenenti al gruppo dei Fulani di fede musulmana. Per l’APM, è evidente che la cosiddetta guerra al terrorismo venga utilizzata per commettere gravi violazioni dei diritti umani e vendicarsi di vicini presunti nemici. Non è accettabile che singoli gruppi etnici vengano in toto accusati di terrorismo. In Burkina Faso i Fulani vengono sempre più spesso sommariamente accusati di sostenere il terrorismo di stampo islamico e sono quindi vittime di attacchi da parte di autoproclamate milizie di autodifesa come le Koglweogo. Queste milizie si sono formate tra gli agricoltori e gli allevatori di bestiame e da anni vengono accusate di commettere gravi violazioni dei diritti umani contro la popolazione civile. Con il pretesto della lotta al terrorismo e l’inefficacia delle forze di sicurezza statali nel proteggere la popolazione da aggressioni jihadiste, queste milizie di fatto godono dell’impunità. Nel gennaio 2020 il parlamento del paese africano ha approvato una legge che sostiene in modo mirato le “organizzazioni volontarie per la protezione della patria” e in tal senso le milizie di autodifesa possono ricevere armi e i loro volontari possono ricevere un addestramento militare di due settimane.Ma, commenta l’APM, quando uno stato rinuncia al monopolio della violenza a favore di milizie auto-proclamate, la violenza e le violazioni dei diritti umani ne sono la ovvia conseguenza. Il Burkina Faso deve urgentemente rivedere la sua strategia nella lotta al terrorismo e garantire la tutela della popolazione civile con le forze di sicurezza statali. L’APM si rivolge anche all’Unione Europea chiedendo di impostare la cooperazione con il Burkina Faso ponendo la tutela e il rispetto dei diritti umani come questione prioritaria. Attualmente in Burkina Faso almeno 560.000 persone sono in fuga dalle violenze, soprattutto nel nord del paese. Nel 2019 sono stati registrati 588 aggressioni armate che hanno causato la morte di complessivamente 1.082 persone.

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L’insicurezza ostacola l’accesso alle popolazioni sfollate nel nordest del Burkina Faso

Posted by fidest press agency su mercoledì, 27 novembre 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e i suoi partner stanno incontrando serie difficoltà nell’accedere alle popolazioni rifugiate e sfollate in Burkina Faso a causa dell’insicurezza che attanaglia le regioni nordorientali del Paese.Mentre il numero di sfollati è ormai arrivato a quasi 500.000, la recente recrudescenza di attacchi violenti perpetrati dai militanti nei confronti di militari e civili stanno costringendo alla fuga altre migliaia di persone per salvarsi. Sono circa 300.000 le persone che sono dovute fuggire solo negli ultimi quattro mesi. Il numero di sfollati potrebbe arrivare a 650.000 entro la fine dell’anno.Le persone in fuga dalle violenze riferiscono di attacchi nei villaggi perpetrati da estremisti che spesso reclutano con la forza i cittadini maschi sotto la minaccia delle armi, uccidendo quanti oppongono resistenza. I militanti, inoltre, hanno fatto razzìa di bestiame e altri possedimenti. Terrorizzati dagli attacchi, i residenti sono fuggiti, molti cercando rifugio a Dori – un paese di circa 20.000 abitanti vicino al confine col Mali e col Niger.L’UNHCR rimane molto preoccupata per l’incolumità e le condizioni di sicurezza dei residenti e dei 26.000 rifugiati maliani colpiti dai recenti attacchi violenti perpetrati dai militanti nella regione burkinabè del Sahel.La sorte di coloro che vivono a ridosso del confine nordorientale nella città di Djibo – compresi i circa 7.000 rifugiati del campo di Mentao – costituisce particolare motivo di apprensione. Le vie di accesso sono chiuse da inizio novembre in seguito a una serie di attacchi a opera dei militanti. Gli aggressori hanno assassinato il sindaco, distrutto le case e gettato nel caos la vita quotidiana.All’interno del campo di Mentao i rifugiati vivono nella paura. Tutte le scuole sono state chiuse e l’accesso umanitario al campo è divenuto sempre più problematico, ostacolando seriamente la distribuzione degli aiuti, comprese le scorte alimentari. L’UNHCR si è vista costretta a trasferire temporaneamente il proprio personale da Djibo per lavorare a distanza.L’UNHCR collabora coi propri partner per fornire aiuti a coloro che si trovano ancora a Djibo e per assicurare assistenza anche ai cittadini e ai rifugiati che sono giunti a Dori, Bobo Dioulasso e Ouagadougou.Le famiglie sfollate hanno disperato bisogno di ricevere alloggio, acqua potabile e cibo. Molte dormono all’aperto, dal momento che prendere in affitto dai residenti le piccole abitazioni in muratura rappresenta una spesa non sostenibile. L’UNHCR sta distribuendo tende speciali – conosciute come unità abitative per rifugiati (Refugee Housing Units/RHU) – dotate di maggiore ventilazione, porta con serratura e un piccolo pannello solare sul tetto che permette di illuminare l’interno o ricaricare le batterie dei telefoni.Si stima che, attualmente, solo il 10 per cento delle necessità di alloggio delle persone sfollate in Burkina Faso sia soddisfatta. L’UNHCR sta intensificando il proprio intervento al fine di acquistare con urgenza ulteriori alloggi, oltre alle 3.335 unità già distribuite e alle 1.880 attualmente in fase di costruzione sia nel Sahel sia nelle regioni centrosettentrionali. Per le comunità locali e per quanti sono costretti alla fuga, l’accesso ai documenti di identità è essenziale per potersi vedere garantita libertà di movimento. Per gli sfollati interni, l’UNHCR ha facilitato e finanziato il rilascio di carte d’identità, nonché di certificati di nascita e di altri documenti necessari per dimostrare l’identità, circolare liberamente o richiedere assistenza.L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati chiede maggiori sforzi volti a garantire la sicurezza della popolazione civile e l’accesso umanitario a tutte le persone colpite nella regione. A settembre di quest’anno, Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger hanno adottato le “Conclusioni di Bamako” riaffermando il loro impegno per proteggere i civili. Attualmente, tutte le 13 regioni del Burkina Faso accolgono persone in fuga dalle violenze. La regione del Centro-Nord accoglie il numero più esteso – oltre 196.000 persone nella sola provincia di Sanmatenga – seguita dalla regione del Sahel – con quasi 133.000 persone nella provincia di Soum.

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Burkina Faso: la perdurante situazione di insicurezza ostacola gli aiuti umanitari

Posted by fidest press agency su domenica, 17 marzo 2019

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, esprime viva apprensione per la perdurante situazione di insicurezza, specialmente nella regione settentrionale del Burkina Faso, che colpisce i civili, fra i quali sfollati interni e rifugiati.Dal 2015, il Burkina Faso è teatro di una crescente situazione di insicurezza, segnata da una serie di attacchi di inaudita gravità nella capitale Ouagadougou e dal moltiplicarsi delle rivolte nelle regioni settentrionali e orientali del Paese.Nonostante le misure di sicurezza e il dispiegamento di forze militari, alcune parti del Paese hanno assistito a un incremento vertiginoso delle violenze a partire dal 2018. Tali violenze, che sempre più prendono di mira anche gli operatori umanitari, riducono la capacità della comunità internazionale di assicurare assistenza cruciale nelle aree colpite. In seguito agli incidenti più recenti, vi sono ora oltre 115.000 sfollati interni, mentre più di 11.000 persone sono state costrette a fuggire dal Burkina Faso per cercare rifugio nei Paesi confinanti. Le violenze hanno inoltre seriamente ostacolato l’accesso della popolazione sfollata nel Burkina Faso agli aiuti umanitari.L’UNHCR teme che altri civili possano divenire vittime di ulteriori violenze e, insieme ad altri partner umanitari, chiede che siano assicurati la loro sicurezza e il rispetto della neutralità degli operatori umanitari, al fine di poter assistere ininterrottamente quanti necessitano di protezione.Oltre il 90 per cento degli sfollati interni sono accolti da comunità locali. Circa il 70 per cento si trova nella regione del Sahel, di cui il 30 per cento nella sola città di Djibo. L’UNHCR è presente con due uffici nel Sahel, uno a Djibo e l’altro a Dori.Il Burkina Faso attualmente accoglie circa 25.000 rifugiati provenienti dal Mali, anch’essi colpiti dal conflitto. Le violenze hanno limitato le nostre possibilità di accesso a migliaia di rifugiati insediati fuori dai campi nelle province di Soum e Oudalan nella regione del Sahel, in prossimità del confine con il Mali. L’UNHCR esorta i rifugiati presenti in queste aree a spostarsi verso campi in cui l’Agenzia e i partner potranno assicurare loro protezione e l’accesso ai servizi sociali di base. Tuttavia, è necessario raccogliere ulteriori fondi. Nel 2018, solo il 26 per cento dei 27,3 milioni di dollari USA necessari per il Burkina Faso è stato finanziato.
8.500 dei 10.000 burkinabé fuggiti in Mali vivono ora a Gossi, Timbuktu, N’Tilit e Gao, aree anch’esse segnate da instabilità. Si ritiene che solo quest’anno circa 3.000 rifugiati siano fuggiti in Mali. L’UNHCR, attualmente, sta registrando e assistendo questi nuovi arrivati.Circa 300 persone, inoltre, si sono recate in Ghana, dopo essere state costrette a fuggire dalla regione settentrionale del Burkina Faso, in seguito al conflitto fra capitribù scoppiato a Zoaga.

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Regione Piemonte e Fondazione Slow Food insieme per il Riso Rosso del Burkina Faso

Posted by fidest press agency su domenica, 22 gennaio 2017

regione piemonteTorino martedì 24 gennaio ore 12.00 Sala Stampa della Regione Piemonte piazza Castello 165. Cira Mahingou è il nome in lingua locale di una varietà di riso rosso coltivata in Burkina Faso soprattutto dalle donne, nella provincia di Comoé, nel Sud-Ovest del Paese. È un riso della specie Oriza glabérrima con chicchi di piccole dimensioni e di colore rosso. Nel Sud- Ovest del Burkina Faso la coltura del riso rosso è ancorata alle tradizioni locali. Non esiste, infatti, pranzo o cena organizzati per un battesimo, matrimonio o funerale in cui non venga servito il Cira Mahingou. Tuttavia molti villaggi hanno abbandonato il riso rosso per il più produttivo e comune riso bianco. Il rischio di estinzione del Cira Mahingou è reale. Un progetto della Regione Piemonte e della Fondazione Slowfood vuole valorizzare questo prodotto, per salvaguardarne la biodiversità. Martedì 24 gennaio alle ore 12.00 presso la Sala Stampa della Regione Piemonte in piazza Castello a Torino verrà presentato il percorso che ha portato il Riso Rosso del Burkina Faso a diventare un presidio Slow Food.
Interverranno alla conferenza stampa:
Monica Cerutti, assessora alla Cooperazione Decentrata della Regione Piemonte
Roberto Burdese, presidente onorario di Slow Food Italia

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Church in Mali urges international help as crisis unfolds

Posted by fidest press agency su venerdì, 18 gennaio 2013

English: Bamako Cathedral, Mali

English: Bamako Cathedral, Mali (Photo credit: Wikipedia)

The president of Caritas Mali, Archbishop Jean Zerbo of Bamako, has asked for a humanitarian corridor to be opened in his war-torn country. He also appealed to the global Caritas network and the international community to help those affected by the conflict currently being fought. French and African troops are trying to prevent Islamic rebels who have taken control of northern Mali from advancing further. Archbishop Jean Zerbo of Bamako said, “A new period of suffering is beginning for the people of Mali. We would welcome support so that we can help the increasing number of displaced and refugees.” Reports say up to 400,000 people have fled their homes either to southern Mali or to neighbouring countries since the rebels began advancing from the north last year. Some 18 million people lived through a severe food crisis in the region last year. It is feared that influxes of refugees will deplete low food supplies in some countries.“People will increasingly need food, drinking water, hygiene kits, anti-malarials and other items to cover their basic needs as the situation worsens. Here we’re in the cold season, and it is also damp. This makes the humanitarian situation even more complicated,” says Archbishop Zerbo. Caritas Mali continues to work with Catholic Relief Services (a US member of the Caritas network) on development projects in unaffected areas and has been monitoring the situation. Insecurity means that it is extremely difficult for humanitarian agencies to operate. The Caritas office in Mopti has been closed for the past week because of intensive fighting in the surrounding area.French airstrikes started in the north of Mali a week ago. A ground offensive has now begun with the help of African troops. The UN says that at least 30,000 people have abandoned their homes over the past few days. A small percentage have gone to Niger, Burkina Faso and Mauritania. Ninety percent of those fleeing are women.

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Al Burkina Faso per insegnare medicina

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 aprile 2010

Empoli. Monica Batisti e Francesca Calella, rispettivamente infermiera e medico presso l’unità operativa di gastroenterologia dell’Asl 11 di Empoli, si sono recate nel Burkina Faso, aderendo ad un progetto educativo sull’endoscopia digestiva a favore del personale sanitario locale. L’ospedale si trova presso il Cma (Centro medico con antenna chirurgica) di Nanoro, una struttura costruita e gestita dai Padri Camilliani, che attualmente comprende un dispensario, un reparto di degenza medica e chirurgica, una farmacia interna, un centro per la rialimentazione dei bambini che soffrono di malnutrizione, un reparto di ostetricia, un laboratorio analisi, un blocco operatorio, una radiologia e un servizio ambulatoriale infermieristico e medico. Durante la loro permanenza, Monica Batisti e Francesca Calella hanno effettuato, pur tra mille difficoltà, circa 60 esami endoscopici. Si tratta di un numero rilevante tenuto conto che l’attività era stata appena avviata, che le risorse erano limitate e che il personale locale doveva ancora essere istruito. “Si è trattato di un’esperienza straordinaria dal punto di vista professionale e umano – hanno commentato Monica Batisti e Francesca Calella – dove abbiamo avuto la possibilità di insegnare qualcosa agli altri, ma anche di riappropriarci di quella serenità nel lavoro che spesso i nostri ritmi occidentali ci fanno perdere. Non possiamo tralasciare la gratitudine delle persone che siamo riuscite ad aiutare espressa con parole, con gesti, con piccole lettere. (personale)

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Burkina Faso, solidarietà per la ricostruzione

Posted by fidest press agency su sabato, 30 gennaio 2010

L’Associazione Progetto Famiglia  sostiene il progetto di ricostruzione promosso dalla Santa Sede, dopo le devastanti alluvioni che hanno colpito lo scorso settembre diverse regioni del Burkina Faso. La Chiesa, attenta anche alle emergenze che hanno una scarsa eco mediatica, ha promosso un progetto per la ricostruzione di abitazioni ad Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dopo le inondazioni che lo scorso settembre hanno messo in ginocchio uno dei paesi più poveri del mondo. Da un primo bilancio diffuso dal Governo emerge una situazione drammatica: nella capitale sono 150mila le persone che dopo il disastro sono rimaste senza una casa.  Mons. Vito Rallo, Nunzio apostolico in Burkina Faso e in Niger, a nome della Santa Sede, ha cercato di dare una risposta a questa emergenza, promuovendo, oltre alla ricostruzione, l’edificazione ex novo di 35 casette destinate ai lebbrosi. Il progetto, che prevede una spesa complessiva di 47mila euro, è stato accolto con  fervore dall’Associazione Progetto Famiglia che ha effettuato una donazione di 2mln di F Cfa (circa 3mila euro). Lo sviluppo del progetto è affidato a padre Vincenzo Luise, camilliano napoletano.  Don Silvio Longobardi coordinatore delle attività di cooperazione di Progetto Famiglia commenta: “è davvero il caso di dire che in Burkina piove sul bagnato! Un paese già martoriato da un’allucinante miseria non può risollevarsi da solo dopo simili catastrofi. Per questo, come associazione, abbiamo accolto l’iniziativa sostenuta da Mons. Rallo donando un nostro piccolo contributo”. Progetto Famiglia, presente in Burkina Faso dal 2003, oltre a far fronte alle emergenze causate dalla fame e dalle malattie, porta avanti una serie di progetti di sviluppo integrale in diversi villaggi del Paese.

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Spettacolo africano del Burkina Faso

Posted by fidest press agency su martedì, 10 novembre 2009

Le TigreBologna 12 Novembre alle ore 21, al  Teatro Tivoli, via Massarenti 428,  la Compagnia Théâtre Evasion del Burkina Faso, presenta “Le tigre”, da “La storia della tigre” di Dario FO. Regia di Luca G. M. FUSI e Ildevert Meda. Assistente alla regia Noël Minoungou. Con: Charles Wattara e Gérard Ouedraogo. Lo spettacolo è in lingua francese. Un eccezionale autore italiano Due attori – conteur burkinabé La lingua francese, italiana, bambarà La pantomima, il gesto  Una regia intercontinentale   Un cocktail strepitoso per uno spettacolo seriamente esilarante. Siamo in una Cina immaginaria, un luogo lontano, come tutti i luoghi che si raccontano nelle fiabe e nei proverbi, un paese afflitto da una guerra terribile. Si parla della Cina, ma possiamo essere in Liberia, Costa d’Avorio, Afghanistan, Bosnia, Darfour… insomma, un qualsiasi luogo ove uomini sparano su altri uomini, dove si massacrano innocenti, dove donne e bambini diventano obiettivi militari.  Dario Fo ci fa guardare attraverso gli occhi di un soldato, ferito, che viene lasciato indietro dai suoi commilitoni e rimane solo, sofferente, in una terra che non conosce. Un terribile acquazzone lo costringe a rifugiarsi in una grotta, apparentemente disabitata. Il testo di Dario Fo è un assoluto capolavoro: esilarante, concreto, poetico e mai banale. La messa in scena ne segue pienamente i canoni e gli avvenimenti, ma ne sviluppa le immagini in pantomima adattando lo spettacolo ad un immaginario africano.  Lo spettacolo racconta una storia improbabile, come improbabile è la storia del nostro incontro, Luca e me; un incontro che si può già raccontare attraverso le sue peripezie, collaborazioni, scambi, leggendolo nell’impronta indelebile che ha lasciato nelle nostre anime. (le tigre)

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