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Burundi: bilancio a tinte fosche per i diritti umani a un anno dall’escalation della violenza

Posted by fidest press agency su sabato, 23 aprile 2016

burundi1A un anno dall’esplosione della violenza a sfondo politico in Burundi, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) stila un triste bilancio sulla situazione dei diritti umani nel paese africano. Solamente questa settimana sono state uccise sette persone in atti di violenza politica mentre da aprile 2015 ad oggi sono morte 700 persone. Almeno 4.300 persone sono state arrestate per motivi politici, centinaia di persone sono sparite nel nulla, la tortura e l’intimidazione sono diventate pratiche comuni. La violenza in Burundi è scoppiata dopo che lo scorso 25 aprile 2015 il presidente Pierre Nkurunziza aveva annunciato di volersi candidare al terzo mandato presidenziale nonostante le forti proteste.La comunità internazionale sembra non prendere atto della situazione nel paese africano, eppure succede ormai quotidianamente che persone apertamente contro il governo vengano uccise davanti agli occhi di tutti, nei locali pubblici o in strada. Altrettanto frequenti sono gli omicidi di sostenitori di gruppi armati opposti al governo. Secondo l’APM questo circolo vizioso di violenza e impunità può essere interrotto solamente dalla maggiore presenza di forze di sicurezza internazionali. In gennaio 2016 il governo del Burundi ha categoricamente rifiutato la presenza di 5.00 soldati dell’Unione Africana (UA), ma ora le Nazioni Unite stanno valutando l’invio di un contingente di polizia delle Nazioni Unite con il compito di fermare e almeno ridurre gli atti di violenza. Mentre le Nazioni Unite vorrebbero inviare nel paese africano un contingente internazionale composto da almeno 3.000 poliziotti, il governo del Burundi si dice d’accordo solo per 20 poliziotti che dovrebbero fungere da consiglieri per la polizia locale. Considerata la terribile situazione i cui versa il paese, l’invio di solo 20 poliziotti equivarrebbe, secondo l’APM, a una farsa. Se la comunità internazionale vuole effettivamente adempiere alla propria responsabilità di proteggere la popolazione civile dai crimini contro l’umanità perpetrati in Burundi deve insistere per l’invio di tutti i 3.000 poliziotti.L’APM inoltre critica fortemente l’impegno dimostrato finora dalla comunità internazionale per prevenire la crisi in Burundi. Secondo l’APM, i segnali della probabile escalation di violenza non sono mancati, ma presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ogni decisione è stata bloccata da Cina, Russia e alcuni paesi africani. La passività di fronte a quanto succede in Burundi caratterizza anche l’Unione Africana che si trova nella morsa degli interessi opposti dei paesi vicini del Burundi.

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Burundi: il governo boicotta la continuazione dei colloqui di pace

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 gennaio 2016

burundi_mapL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede alla comunità internazionale di esercitare maggiore pressione sul governo del Burundi affinché riprenda il colloqui di pace mediati dall’Unione Africana (AU) in Tanzania. Il boicottaggio del dialogo con i movimenti di opposizione peggiora la crisi del paese. Il dialogo avviato autonomamente dal governo del Burundi è invece una farsa. Già da tempo nel paese non è possibile esprimersi liberamente senza dover temere l’arresto o peggio, l’assassinio. Il governo del Burundi ha annullato l’incontro con i movimenti di opposizione previsto per oggi ad Arusha (Tanzania) senza indicare una nuova possibile data. Le parti avrebbero dovuto cercare una soluzione politica alla crisi che da aprile 2015 ha già causato 400 vittime nel paese africano.Il boicottaggio dei colloqui di pace rappresenta un grave contraccolpo per il lavoro di mediazione fatto dall’Unione Africana. I governi africani e il Consiglio di sicurezza devono far capire al governo del Burundi che non vi è alcuna alternativa ai colloqui di pace tenuti all’estero. Il governo burundese preferirebbe infatti dialoghi tenuti nel proprio paese ma è illusorio pensare che questi possano essere reali se le opposizioni non possono esprimersi liberamente, si sentono minacciate e hanno paura di rappresaglie.La catastrofica situazione dei diritti umani in Burundi evidenzia l’impossibilità di un dialogo libero nel paese. Da tempo chi critica il regime subisce persecuzioni sistematiche e viene isolato. Negli ultimi due anni più di 100 giornalisti sono fuggiti dal Burundi. Da aprile 2015 ad oggi 13 importanti organizzazioni per i diritti umani sono state chiuse dalle orze dell’ordine e molti dei collaboratori delle organizzazioni sono dovuti fuggire all’estero.

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Burundi: Mancato impegno dei governi africani nella gestione della crisi in Burundi

Posted by fidest press agency su sabato, 19 dicembre 2015

burundi_mapL’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) esorta i governi africani a impegnarsi maggiormente per una soluzione politica della crisi in Burundi e per la tutela della popolazione civile dalle violazioni dei diritti umani. Non mancano certo gli appelli alla pace e al dialogo delle organizzazioni non governative e dei singoli politici, ma sia l’Unione Africana (UA), sia la Comunità dell’Africa orientale (EAC) sia la Conferenza Internazionale sulla regione dei grandi laghi sembrano muoversi con troppa esitazione, senza molte idee e con poca coerenza. Gli interessi nazionali , la concorrenza tra di loro e la mancante neutralità così come la mancanza di volontà politica e la divergenza di opinioni in questioni basilari intralciano ogni tentativo di trovare una soluzione politica per la crisi in Burundi. I governi africani hanno perso un’occasione per mostrare responsabilità in una situazione di crisi.Il fallimento dell’EAC è probabilmente l’esempio più eclatante della mancata assunzione di responsabilità dei governi africani. Nel vertice dell’EAC previsto per lo scorso 30 novembre 2015 la presidenza dell’organizzazione sarebbe dovuta toccare al Burundi. Per evitare discussioni interne e non urtare il discusso governo del Burundi scegliendo un altro paese per la presidenza, l’EAC ha semplicemente rimandato il vertice a data da definire. L’atteggiamento con cui si è scelto di mettere la testa nella sabbia piuttosto che affrontare i problemi, certamente non può contribuire in modo costruttivo alla risoluzione della grave crisi che scuote il Burundi.Anche l’Unione Africana (UA) ha per mesi mantenuto una posizione di attesa. Il presidente ugandese Yoweri Museveni incaricato dall’UA di mediare per un dialogo in Burundi sembra invece essere occupato più con la propria campagna elettorale che con la crisi in Burundi e la sua non sembra essere una posizione neutra. Il dialogo in questo modo non fa progressi. Inoltre nei colloqui finora tenuti sulla crisi in Burundi non si è mai tenuto conto della situazione della popolazione civile. Nonostante l’UA abbia deciso delle sanzioni contro il Burundi e il Consiglio di Sicurezza dell’Unione Africana abbia in ottobre 2015 proposto di prepararsi a un intervento delle truppe di pace africane, tale intervento rischia di creare maggiori tensioni per la mancata neutralità dei paesi vicini del Burundi. Inoltre non è chiaro se la missione di pace africana voglia far impiegare le truppe dell'”African Capacity for Immediate Response to Crises (ACIRC)” o dell'”African Standby Force (ASF)”. Non manca certo il sostegno finanziario a entrambe le truppe, ma loro efficienza in situazioni di crisi è più che dubbia.

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Burundi: Il Giubileo della riconciliazione

Posted by fidest press agency su martedì, 15 dicembre 2015

burundi«Il Giubileo della Misericordia rappresenta una grande opportunità per il Burundi. Senza il perdono e la misericordia non può esserci alcun tipo di riconciliazione e la riconciliazione è quanto di più ha bisogno il nostro paese». Così dichiara ad Aiuto alla Chiesa che Soffre Monsignor Joachim Ntahondereye, vescovo di Muyinga in Burundi, che ieri ha aperto la Porta Santa della Cattedrale di Muyinga.Il presule ha raccontato ad ACS come nel paese africano il clima resti acceso. Le tensioni hanno avuto inizio nell’aprile scorso, la decisione del presidente Nkurunziza di correre per un terzo mandato ha innescato numerose proteste in tutto il paese. La Costituzione e gli accordi di pace di Arusha limitano infatti a soli due mandati di 5 anni il periodo in cui un presidente può rimanere in carica.
La Chiesa locale ha sin da subito denunciato l’irregolarità della candidatura di Nkurunziza. «Noi vescovi abbiamo scritto due lettere pastorali – ricorda monsignor Ntahondereye – sottolineando l’importanza di lavorare per una vera democrazia, che non escluda nessuno e si prefigga il raggiungimento del bene comune e della giustizia sociale». Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nello scorso maggio, il presule ritiene che non vi sia pericolo di un nuovo golpe, «specie perché i maggiori esponenti dell’opposizione hanno dovuto riparare all’estero». «Vi è tuttavia l’alta burundi1probabilità di una ribellione, che potrebbe replicare in Burundi quanto già accaduto in Centrafrica».
«Questo succederà se non si lavora per la riconciliazione», afferma monsignor Ntahondereye, notando come questo ambito rappresenti la principale sfida per la Chiesa locale, le cui diocesi hanno tutte recentemente tenuto un sinodo sul tema. Grande in tal senso è anche il contributo delle Commissioni diocesane di Giustizia e Pace che operano quotidianamente e su tutto il territorio per insegnare alla popolazione a superare i conflitti senza ricorrere alla violenza. «Molto importanti sono i comitati di riconciliazione, cui la gente fa riferimento per risolvere le controversie. Si tratta di comitati composti da membri di varie religioni, a cui si rivolgono anche i musulmani».Il pensiero del presule va poi ai circa 200mila rifugiati burundesi che si trovano oggi in Tanzania, Ruanda e repubblica Democratica del Congo. «Non possiamo trascurarli, dobbiamo comprenderli e confortarli. E impegnarci per creare le condizioni di pace che permettano loro di tornare a casa».Un’altra delle attuali sfide della Chiesa Burundese è la formazione dei laici. «Solo loro possono permettere alla Chiesa di incidere sulla realtà politica e sociale. Oggi, guardando ai nostri politici in maggioranza cattolici, non possiamo fare a meno di chiederci perché non testimonino la loro fede anche in ambito politico, lasciandosi ispirare da valori cristiani quali la giustizia, la verità e la ricerca del bene comune». (foto: burundi)

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Falliti i colloqui per il Burundi a Bruxelles

Posted by fidest press agency su giovedì, 10 dicembre 2015

burundi_mapDopo il fallimento dei colloqui di Bruxelles tra i rappresentanti del governo del Burundi e l’Unione Europea per l’individuazione di una soluzione politica alla crisi in atto nel paese africano, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha invitato il Consiglio di Sicurezza dell’ONU a impegnarsi maggiormente in Burundi per evitare una guerra civile. Secondo l’APM ormai solo l’intervento del Consiglio di Sicurezza può interrompere la spirale di violenza in corso e convincere il governo di Bujumbura che la crisi potrà essere risolta unicamente grazie al dialogo politico con l’opposizione e la società civile. Come risposta al fallimento dei colloqui, l’Unione Europea molto probabilmente taglierà la cooperazione internazionale allo sviluppo con il Burundi.Poco prima dei colloqui con l’UE, il presidente burundese Pierre Nkurunziza ha sfidato l’Unione africana (UA) rifiutandosi di ricevere il presidente del Benin Thomas Boni Yayi designato dall’UA come mediatore tra le parti in causa nel conflitto. Il governo burundese evidentemente non teme l’isolamento politico del paese. Secondo l’APM ormai solo il Consiglio di sicurezza dell’ONU può ricordare al presidente Nkurunziza che la sovranità nazionale finisce laddove inizia la deliberata istigazione al conflitto, all’odio e alla violenza etnica e viene messa in pericolo la pace nella regione.L’APM inoltre chiede la pubblicazione di un esauriente rapporto del Commissario per i Diritti Umani dell’ONU. Secondo l’APM ci sono dati credibili che fanno supporre che il numero delle vittime finora registrate in Burundi sia notevolmente più alto di quanto finora stimato. Mentre l’ONU conta 277 morti dall’inizio della crisi politica nella primavera 2015 diverse organizzazioni locali riportano numeri più alti. L’Organizzazione per i diritti umani burundese Iteka ha pubblicato la settimana scorsa un rapporto che elenca 507 omicidi politici avvenuti tra gennaio e ottobre 2015, 991 arresti arbitrari e 2.203 denunce e condanne arbitrarie.Attualmente ogni settimana più di 1.000 persone lasciano il Burundi per paura dell’aumento della violenza. Secondo i dati forniti dal Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, il 59% dei profughi sono bambini e adolescenti, un vero e proprio esodo di un’intera generazione che lascerà indietro il Burundi per decenni.

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Burundi president lights slow fuse to ethnic war

Posted by fidest press agency su mercoledì, 4 novembre 2015

Bujumburaby GIS Guest Expert. President Pierre Nkurunziza’s decision to seek a third term has plunged Burundi into chaos, reversing a decade of progress towards ethnic reconciliation and economic growth. While the present conflict is political in origin, triggered by the president’s ambitions, the climate of violence and repression it has fostered may revive ethnic tensions that could potentially spark a conflict of regional dimensions. In a continent where entrenched presidents-for-life are often the main obstacle to building democracies, Burundi’s crisis will have broad reverberations in African politics. It could be an inspiration or a warning for these ageing leaders, depending on the outcome.
Burundi and neighbouring Rwanda share a similar ethnic composition, with a Hutu majority (about 85 per cent of the population) and a Tutsi minority (about 14 per cent). Before independence, both countries were colonised under a divide and rule strategy that favoured the Tutsi minority over the majority Hutus. After independence, this colonial legacy made ethnicity central to politics, leading to civil war and humanitarian tragedies in both countries.Unlike in Rwanda, where Paul Kagame and the Rwandan Patriotic Front chose to banish ethnicity from the public sphere after the 1994 genocide, in Burundi the reconciliation process was based on its explicit recognition. The 2005 constitution introduced a system of quotas under the principle of majority rule and minority inclusion. The ethnic integration that this system imposed significantly reduced tensions between Hutus and Tutsis.Burundi’s economy, one of the least developed in the world, also benefited from the peace dividend. Economic growth has averaged 4 per cent since 2010, according to data from the African Development Bank. While the country’s poverty rate is still estimated at 66.9 per cent, development indicators improved thanks to the relative political stability and bigger inflows of foreign aid.This positive trajectory was interrupted in April when President Nkurunziza announced he would run for a third term, in defiance of the constitution and the Arusha accords of August 2000 that helped end the civil war. In the next three months, at least 100 people died and as many as 200,000 fled the country as protests shook Bujumbura, the capital, and a coup attempt was made against the president.This positive trajectory was interrupted in April when President Nkurunziza announced he would run for a third term, in defiance of the constitution and the Arusha accords of August 2000 that helped end the civil war. Following several delays and failed attempts at international mediation, Mr Nkurunziza won re-election on July 21, 2015 with 69 per cent of the vote. Turnout was low, after opposition parties called for a boycott. In the elections’ aftermath, the government continued to crack down on protesters and the media. Even so, the violence has continued, including a rocket attack on August 2 that killed Mr Nkurunziza’s top security aide, General Adolphe Nshimirimana, and the killings of several leading opposition politicians.
Burundi was far from being a fully fledged democracy even before the recent troubles. The country was scored at 5, or ‘partly free,’ in a 2014 survey of civil and political rights by Freedom House. This year, that status declined to ‘not free,’ as the government cracked down on the opposition and muzzled critics.The current crisis in Burundi appears to be driven by political, rather than ethnic divisions. The country is split between those who support President Nkurunziza’s third term and those who don’t. The cleavage crosses ethnic lines, with significant opposition coming from Mr Nkurunziza’s fellow Hutus. Both sides acknowledge the centrality of the constitutional issue, especially because the two-term limit and other curbs on the ruling majority’s power were crucial to the compromise that ended the civil war.The president’s loyalists claim that since he was appointed by parliament to his first five-year term, it should not count against the two-term limit for elected presidents. Burundi’s seven-member constitutional court upheld this interpretation in a controversial decision on May 5.The decision was made under duress, according to the court’s vice president, Sylvere Nimpagaritse, who fled to Rwanda on the eve of the ruling. He claimed that senior government officials had threatened some judges with death if they did not go along. Whatever the truth, the verdict did not give Mr Nkurunziza the domestic or international legitimacy he needed to rule the country. (Photo: Bujumbura)

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Burundi: Aumentano i rifugiati

Posted by fidest press agency su sabato, 16 Mag 2015

burundi_mapIl tentativo di colpo di stato in Burundi è stato sventato, ma la situazione nella capitale Bujumbura rimane tesa, con sporadici episodi di violenza, come quello segnalato questa mattina. Oltre 105.000 persone sono già fuggite dal paese per raggiungere la vicina Tanzania (70.187), il Rwanda (26.300) e la provincia del Sud Kivu (9.183) nella Repubblica Democratica del Congo.
In Tanzania, il numero dei nuovi arrivi è aumentato notevolmente nel corso degli ultimi giorni. Le autorità locali responsabili dell’immigrazione riferiscono che oltre 50.000 burundesi – forse anche di più – vivono all’addiaccio a Kagunga sulla riva del lago Tanganica. Ci sono anche notizie di almeno 10.000 persone in attesa di attraversare il confine con la Tanzania.
Kagunga è un piccolo villaggio al confine tra Burundi e Tanzania, essendo circondato da una ripida catena montuosa sul lato della Tanzania, è più facilmente raggiungibile in barca. Il 3 maggio, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha noleggiato il vecchio traghetto MV Liemba e ha iniziato il trasferimento dei rifugiati da Kagunga a Kigoma. Il traghetto può trasportare solo 600 persone per volta e l’intero processo di trasferimento richiede fino a 10 ore. Poiché l’imbarcazione è troppo grande per poter attraccare a Kagunga, i rifugiati vengono trasbordati al traghetto con delle barche da pesca più piccole e ci vogliono fino a due ore per farli salire tutti a bordo. Il percorso in barca richiede 3 ore per raggiungere Kigoma, dove, come in partenza, è necessario utilizzare barche più piccole per far sbarcare le persone. Attualmente, l’UNCHR ha identificato una seconda nave che può trasportare fino a 300 persone, ma che non sarà in grado di operare di notte. L’Agenzia sta inoltre valutando un sentiero di montagna che potrebbe essere percorso dai rifugiati che vogliono lasciare Kagunga. Questo comporterebbe 4 ore di cammino per arrivare a Kalinzi, dove l’UNHCR allestirà un centro di transito per permettere ai rifugiati di trascorrere la notte. Il giorno seguente, verranno portati in autobus al campo rifugiati di Nyanrugusu.
A Kaguma è in crescita il numero di persone in arrivo e le condizioni di vita sono diventate estremamente difficili. Molte persone sono riuscite a portare con sé un po’ di cibo ed è possibile pescare nel lago, ma la mancanza di acqua potabile, latrine e alloggi rende la vita molto difficile. I servizi sanitari del villaggio sono fortemente sotto pressione. Attualmente l’UNCHR sta allestendo un centro di accoglienza per far fronte alle necessità più urgenti. L’Agenzia sta anche avviando una procedura accelerata per il trasferimento a Kigoma di donne incinte, bambini, rifugiati anziani e malati.
A Kigoma, le autorità hanno attrezzato lo Stadio del lago Tanganica per accogliere le persone prima che partano per il campo rifugiati di Nyarugusu. Con l’aiuto di partner locali, l’UNHCR ha rapidamente trasformato lo stadio in un grande centro di transito. I rifugiati rimarranno alcuni giorni presso i centri di transito, per sottoporsi a controlli medici, vaccinazioni – se necessarie – e per registrarsi, prima di essere trasferiti nel campo rifugiati. Diciassette camion con migliaia di tende, teli di plastica, zanzariere, coperte, set da cucina, taniche per l’acqua, lampade solari e altri oggetti di prima necessità, sono stati prelevati dai magazzini regionali dell’UNHCR e il loro arrivo è previsto per domenica, mentre l’UNHCR e i suoi partner si stanno organizzando per affrontare un’emergenza su larga scala. Ad oggi più di 18.000 persone sono state trasferite nel campo rifugiati.
I rifugiati burundesi continuano anche ad arrivare in Rwanda, nonostante il tasso di arrivo sia diminuito nel corso delle ultime due settimane. I rifugiati riferiscono che le autorità del Burundi hanno reso difficile la fuga dal paese. Secondo coloro che sono riusciti a raggiungere il Rwanda negli ultimi giorni, ci sono blocchi stradali e checkpoint dove la polizia o le milizie impediscono alle persone in fuga di continuare il loro viaggio verso il Rwanda.
Attualmente il Rwanda ospita oltre 26.300 rifugiati burundesi, la maggior parte dei quali vive nel campo rifugiati di Mahama. Inoltre, un numero imprecisato di burundesi si è stabilito in aree urbane. L’UNHCR inizierà la loro registrazione la prossima settimana.

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“Un obolo per il Burundi”

Posted by fidest press agency su lunedì, 21 dicembre 2009

Catania 22 dicembre ore 18 un convegno al quale prenderanno parte  padre Gerard Ndajireie, i professori Carmelo Nicosia e Giuseppe Ingaglio e padre Santino Salamone e alle  ore 19 mostra benefica. (fino al 7 Gennaio 2010) Museo Diocesano. Sono gli artisti di domani, ma intanto oggi donano le proprie opere perché il ricavato possa trasformarsi in mattoni e cemento con cui costruire una scuola per i bambini del Burundi. Accade al Museo Diocesano di Catania dove il direttore, Padre Santino Salamone, ha “reclutato” due docenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania, Maurizio Mangione e Salvo Russo, che stavano già lavorando con i propri allievi al tema del presepe nell’arte contemporanea perché le opere da loro realizzate confluissero in una mostra, appositamente allestita al Diocesano, destinata a contribuire al grande progetto di solidarietà per i bambini africani. L’esposizione di beneficenza, intitolata “Un obolo per il Burundi”, comincia il 22 dicembre e si conclude il 7 gennaio. Quaranta i giovani artisti che hanno aderito all’appello. “Non ce lo siamo fatto ripetere due volte – raccontano i due docenti, Mangione e Russo – l’idea di Padre Santino ci ha coinvolto da subito e così è stato per i nostri alunni che hanno accolto con entusiasmo l’opportunità  di visibilità offerta da un prestigiosa vetrina come quella del Museo Diocesano di Catania che si aggiunge alla gioia di fare qualcosa di concreto, seppur con pennelli e colori, per i bambini africani che non hanno luoghi fisici dove ritrovarsi e studiare è stata elettrizzante e contagiosa”. (roberta mannino)

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