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Dipendenti comunali di Roma: Buste paga decurtate

Posted by fidest press agency su mercoledì, 28 gennaio 2015

campidoglioLa vicenda del salario accessorio dei dipendenti capitolini, nelle mani del Sindaco Marino e del Vice Sindaco Nieri, ha assunto connotazioni inaccettabili. Lo dichiara in una nota il Segretario Generale UIL FPL Giovanni Torluccio.. Dai primi mesi del 2014, senza mai cercare soluzioni realmente condivise con le organizzazioni sindacali, sul capo dei lavoratori è stata fatta gravare la mannaia di un atto unilaterale senza alcuna condivisione con le parti sociali. Mentre alcuni Comuni hanno avuto il buon senso di sospendere le delibere emesse fino a sottoscrizione di un nuovo contratto condiviso, la massima concessione del Sindaco Marino e del suo staff si è concretizzata nella concessione di un mese di dilazione applicativa, che si è rivelato del tutto inutile.Ora arrivano – continua Torluccio-le prime conseguenze dell’atto unilaterale, ossia drastici tagli nelle buste paga di Gennaio dei dipendenti capitolini, che si aggirano tra i 150 e i 250 euro. E’ evidente il mancato rispetto degli impegni pubblici assunti relativamente al mantenimento dei livelli salariali .Il falso buonismo di Marino e Nieri rivela tutte le incongruenze denunciate dalla UIL FPL, a partire dal pretesto delle indagini del MEF come punto obbligato di partenza nella definizione della nuova disciplina contrattuale. “Per quale motivo- prosegue Torluccio- se tutto si genera dai rilievi posti dal MEF, ancora non si è proceduto ad alcun ridimensionamento dei compensi d’oro degli alti dirigenti dell’ente? Eppure proprio lo stesso MEF aveva posto l’indice su questi stipendi. Attendiamo ancora risposte.Nel frattempo – conclude- il Segretario Generale Uil Fpl- si continua a far ricadere sui lavoratori, con stipendi medi di 1200 euro, le responsabità e le inefficienze dell’Amministrazione Capitolina, incapace di adottare misure concrete volte ad abbattere i tanti sprechi e sperperi, risultato della cattiva gestione della macchina amministrativa.

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Buste paga gonfiate

Posted by fidest press agency su sabato, 22 gennaio 2011

È un fenomeno tristemente noto e diffuso a livello nazionale quello dei datori di lavoro che obbligano i propri dipendenti a sottoscrivere buste paga “gonfiate”. Da oggi, però secondo Giovanni D’Agata, Componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”con la sentenza n. 1284/11 della seconda sezione penale della Cassazione i datori che si comportano in tal modo sono passibili di condanna per il reato di estorsione di cui all’articolo 629 del codice penale, se minacciando il licenziamento, impongono la firma di buste-paga superiori alla prestazione lavorativa effettivamente espletata.  I giudici hanno precisato che integra tale fattispecie delittuosa anche nel caso in cui i lavoratori non si siano fatti intimidire e si siano rivolti ai sindacati e al giudice del lavoro, purché la condotta del datore tenda a coartare la volontà altrui mediante la paura.
Sulla scorta della consolidato principio giurisprudenziale (Cass. 36642/07, 16656/10, 656/09, 48868/09) secondo il quale: “integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato di lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringa i lavoratori, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, e più in generale condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi” i giudici di piazza Cavour hanno ribadito quanto sostenuto dalla Corte d’Appello di Catanzaro che nel confermare la sentenza di condanna di un datore di lavoro da parte del Tribunale di Castrovillari aveva ritenuto che “per configurarsi il reato di estorsione è sufficiente che la minaccia sia tale da incutere una coercizione dell’altrui volontà ed a nulla rileva che si verifichi un’effettiva intimidazione del soggetto passivo” escludendosi che manchi l’elemento materiale della minaccia e lo stato di soggezione del lavoratore laddove di fronte alla condotta datoriale i lavoratori si siano comunque rivolti alle organizzazioni sindacali e al giudice del lavoro.

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