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Curare le lesioni ai tendini e ai legamenti per tornare a camminare

Posted by fidest press agency su venerdì, 11 marzo 2016

scuderi1Roma dal 9 all’11 marzo 2016 sesto Congresso C.O.R.T.E. presieduto dal prof. Nicolò Scu-deri presso il Palazzo dei Congressi di Roma Eur. Intervento del prof. Raoul Saggini.I tendini e i legamenti sono tessuti fibrosi specializzati che svolgono principalmente una funzione meccanica: i primi permettono la trasmissione delle forze dal muscolo all’osso per generare il movimento, i secondi garantiscono la stabilità tra le giunture ossee che collegano.
Gravi lesioni di tali strutture sono associate all’insorgere di problematiche a livello motorio. Il fatto inoltre di non poter andare incontro a rigenerazione spontanea ha portato a ricercare modalità alternative per la loro ricostruzione. La strada degli innesti allogenici e xeno genici, finalizzati alla rigenerazione tissutale, è stata abbandonata per una serie di motivi: difficoltà nella coltura cellulare in vitro, prolungata risposta infiammatoria in vivo, tempi troppo lunghi per l’impianto. L’utilizzo di scaffold, ovvero ‘impalcature’, supporti in 3D realizzati con materiale sintetico (acido poliglicolico) o naturale (collagene) per ospitare la crescita di cellule adeguate, sembra invece un approccio molto promettente. Il laser per trattare le lesioni delle cartilagini del ginocchio. Uno studio ha valutato gli effetti del trattamento laser Nd:YAG ad alta intensità su pazienti con lesioni cartilaginee a livello del ginocchio. I pazienti sottoposti al trattamento laser hanno mostrato una buona rigenerazione delle aree danneggiate, con un’integrazione dei tessuti circostanti, soprattutto nei pazienti più giovani. Il trattamento con laser Nd:YAG ad alta intensità, sembra dunque favorire la rigenerazione del tessuto cartilagineo in tempi brevi (45-60 giorni) nel trattamento delle lesioni cartilaginee. I risultati ottenuti hanno un notevole significato clinico; il trattamento terapeutico con Nd:YAG ad alta intensità, non invasivo e senza effetti collaterali, sembra dunque promettente per la cura delle lesioni cartilaginee nell’uomo. La chirurgia per ‘rigenerare’ i tessuti. Il campo della medicina rigenerativa ha compiuto molti progressi verso lo sviluppo di applicazioni in grado di migliorare le tecniche chirurgiche fino ad ora utilizzate per la rigenerazione di tessuti danneggiati. In campo ortopedico le ricerche attualmente in corso, sono incentrate sul perfezionamento delle strategie impiegate nella riparazione delle lesioni cartilaginee ed osteo-cartilaginee e ad estenderne le applicazioni. La cartilagine articolare può subire una serie di alterazioni dovute ad eventi di tipo traumatico che sono responsabili della sua degenerazione. Per questo gli interventi di ricostruzione articolare sono da sempre oggetto di studio e negli ultimi anni si sono identificate strategie terapeutiche alternative che permettono la rigenerazione di nuovo tessuto. L’uso del concentrato midollare potrebbe rappresentare una valida alternativa alle tecniche tradizionali in quanto consente di trapiantare in un unico atto chirurgico ‘l’intero potenziale rigenerativo’ espresso dalla componente cellulare e dalle cellule accessorie necessarie al corretto mantenimento del microambiente circostante.
Ekso, il robot per tornare a camminare. Tornare a deambulare in autonomia, a vedere il mondo dall’alto e non da una sedia a rotelle, tornare ad essere autonomi. E’ quanto promette Ekso (della Ekso Bionics di Richmond California) un robot indossabile che permette ai pazienti di stare in piedi sulle proprie gambe. Verrà utilizzato presso i centri di Riabilitazione e le unità spinali. Questo concentrato di tecnologia si indossa come una tuta sopra gli indumenti e viene attivato grazie al bilanciamento del corpo. La struttura di acciaio e carbonio è attivata da quattro motori elettromeccanici alimentati da due batterie che gli danno un autonomia di circa 4 ore. Indossato l’esoscheletro, 16 sensori riconoscono le intenzioni dell’utente in tempo reale calcolando e compiendo i movimenti corrispondenti. L’esoscheletro nel paraplegico, può essere utilizzato con l’ausilio di un telecomando o con l’aiuto di un fisioterapista per coordinare i movimenti; in una prima fase dell’utilizzo occorre essere coadiuvati, nella seconda fase quando si è presa confidenza con l’apparecchio, si deambula da soli grazie all’utilizzo di un deambulatore o due stampelle intelligenti. Nell’emiplegico, il paziente viene accompagnato dai fisioterapisti, facendo riscoprire al paziente la facilità del cammino e il piacere dello stare in piedi, con notevoli vantaggi dal punto di vista cognitivo e riabilitativo. Ekso è regolabile in altezza, da 1 metro e 50 centimetri a 1 metro e 90 centimetri, il peso massimo che supporta è di 100 chilogrammi. Può essere adattato nel giro di pochi minuti da una persona all’altra. Per poter applicare la tecnologia anche ad ulteriori patologie, migliorando la riabilitazione dell’ictus, tetraplegie e paraplegie incomplete, sclerosi multipla, atassia e di tutte quelle patologie demielinizzanti, è stato sviluppato un sistema chiamato Variable Assist. Questo sistema, permette di rilevare la forza residua dell’arto del paziente, compensando il gap mancante per il normale ciclo del passo. Questa opzione, applicabile ad uno o ad entrambi gli arti, è un valido aiuto per tutte quelle patologie invalidanti che necessitano un training riabilitativo agli arti inferiori.

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Sesto Congresso C.O.R.T.E.

Posted by fidest press agency su mercoledì, 9 marzo 2016

scuderiRoma dal 9 all’11 marzo 2016 si tiene il sesto Congresso C.O.R.T.E. (studio e ricerche su ulcere piaghe, ferite e riparazioni tessutali) presieduto dal prof. Nicolò Scuderi presso il Palazzo dei Congressi di Roma Eur. Il prof. Scuderi è Direttore della 1° chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Università ‘La Sapienza’ di Roma e Direttore della UOC di Chirurgia Plastica presso il Dipartimento “Pietro Valdoni” del Policlinio Umberto I. ll prof. Scuderi è attualmente responsabile della conduzione di importanti protocolli di sperimentazione internazionali, in particolare nel settore dei nuovi materiali protesici biocompatibili, ed è stato coordinatore locale e nazionale di numerosi progetti di ricerca del CNR e del MURST.
In questo congresso il prof. Scuderi affronta, nello specifico, il tema riguardante le ulcere, le piaghe e le ferite difficili. “E’ – egli afferma – un problema “trasversale” che interessa i medici afferenti a decine di specialità mediche. Al punto tale che a ‘CO.R.TE., aderiscono oltre 70 tra enti e Società scientifiche – da quelle chirurgiche a quelle di medicina interna – tutte interessate alla scoperta di nuove medicazioni e interventi per scongiurare l’epidemia delle piaghe, delle ulcere e più in generale delle ferite difficili.” “Soprattutto nei pazienti ultra75enni – sottolinea il professor Nicolò Scuderi, – i tessuti cutanei subiscono modificazioni significative, diventando ipotrofici, meno elastici e caratterizzati da maggior fragilità capillare. Non solo: l’età ‘asseconda’ altri fattori di rischio intrinseci, rappresentati dalla limitata mobilità dei soggetti per cause diverse quali fratture ossee o sedazione farmacologica e dalla presenza di malattie con compromissione neuromotoria, come diabete, sclerosi multipla, miastenia, coma o lesioni spinali che, comportando ridotta o nulla sensibilità cutanea e assenza di percezione di sensazioni fastidiose o dolorose, impediscono la reazione motoria del paziente favorendo la comparsa delle lesioni cutanee”. E soggiunge: “Uno dei problemi più frequenti nel trattamento delle ferite viene dalla loro infezione: una vera e propria ‘epidemia’ – quella della deiscenza delle ferite che improvvisamente si riaprono o non si chiudono proprio – accompagnata dalla presenza in molti casi di germi resistenti o dal biofilm, quel sottile strato di materiale che viene elaborato dai batteri in attiva replicazione e che appare aderente al letto della lesione, e che contribuisce a ritardarne la guarigione. In presenza di biofilm, infatti, si creano le condizioni affinché i singoli microrganismi interagiscano scambiandosi reciprocamente nutrienti e metaboliti e costituendo vere e proprie comunità batteriche organizzate. I biofilm rappresentano perciò focolai protetti di infezione e di resistenza batterica all’interno della ferita, offrendo protezione ai batteri dall’azione degli agenti antimicrobici (antibiotici e antisettici)”.
Policlinico La Sapienza RomaPer il come si “affronta” il biofilm il prof. Scuderi precisa: “Una medicazione avanzata utilizzata per eliminare il biofilm presente nelle ulcere è una medicazione sterile antimicrobica a base di argento, composta da soffici fibre idrocolloidali di carbossimetilcellulosa sodica pura contenenti ioni argento. Questa medicazione assorbe e trattiene elevate quantità di essuda-to e di batteri e a contatto con l’ulcera crea un soffice gel che si conforma al letto della feri-ta, mantenendo l’ambiente umido necessario a favorire i processi di riepitelizzazione e aiutando nella rimozione dei tessuti non vitali della ferita senza danneggiare il nuovo tessuto. L’argento ionico distrugge i batteri, lieviti e muffe presenti nel biofilm. Tale presidio contribuisce a creare un ambiente antimicrobico rimuovendo il biofilm e prevenendone la riformazione aumentando l’efficacia dell’azione antisettica dell’argento. La medicazione crea così una barriera antimicrobica. Un recente dispositivo utilizzato per la rimozione del biofilm è costituito da una soluzione di acido-ossidante da utilizzarsi nello sbrigliamento, nell’irrigazione, nel lavaggio e nell’umidificazione di ferite acute e croniche come le ulcere del piede diabetico. Tale soluzione contiene acido ipocloroso, un noto agente antimicrobico, che agisce da conservante, inibendo la crescita di microorganismi all’interno della soluzione e prevenendo la contaminazione delle ferite esercitando un effetto antimicrobico locale negli strati superficiali delle ferite. Grazie alle sue proprietà fisico-chimiche e riducendo gli effetti dovuti alla presenza di microrganismi, questa soluzione crea un micro-ambiente ideale a supporto del processo fisiologico di guarigione, particolarmente rilevante nelle ferite croniche, favorendo l’eliminazione del biofilm e un’ottimizzata guarigione delle lesioni. Un nuovo trattamento per il biofilm è costituito da un liquido semi-viscoso opaco di colore violaceo per uso topico, da applicare localmente sulle ulcere cutanee. Esso contiene composti fenolici solfonati ed acido solforico in soluzione acquosa ed utilizza la caratteristica igroscopica dello zolfo presente in soluzione per assorbire l’acqua contenuta nel biofilm essiccandolo. Senza acqua i polimeri organici che formano la spina dorsale del biofilm precipitano, e una volta seccatosi può essere eliminato facilmente”. “Molto recentemente sono state realizzate speciali apparecchiature biomediche che servono ad eradicare il biofilm. Tali macchine usano la rivoluzionaria piattaforma tecnologica ‘BioFotonica’ e offrono una soluzione completamente nuova per il trattamento delle ferite che sfrutta la proprietà di rimodulare l’attività cellulare e la proprietà battericida della fluorescenza e dell’ossigeno. Questa sinergia innesca un effetto a cascata di reazioni biologiche che ripristinano e rimettono in moto il processo di guarigione. I cromofori contenuti in tale macchina sono illuminati con una luce multiled. Questo gel foto-convertitore della luce, per uso topico, è arricchito di cromofori fluorescenti, che in presenza di un ossidante e della luce innescano la terapia BioFotonica. La luce multiled stimola una reazione di trasformazione dei cromofori che raggiungono uno stato di energia più elevato. I cromofori attivati ritornano a uno stato di energia più basso, emettendo fotoni con livelli d’energia inferiori. Sfruttando le proprietà benefiche dell’ossigeno e le diverse lunghezze d’onda della luce, i fotoni penetrano nel tessuto sottostante a varie profondità creando un effetto ad ampio spettro. Tale meccanismo modula l’infiammazione (colori giallo e arancio-ne), favorisce la proliferazione dei fibroblasti (colori giallo e arancione), promuove la produzione di collagene (colore verde), promuove la modulazione dei fattori di crescita (colori giallo, arancione e piede diabeticoverde) ed infine elimina batteri ed altri microrganismi (ossigeno più luce).
Il piede diabetico costituisce la complicanza più invalidante dell’iperglicemia cronica trascurata. Si tratta di uno stato patologico che condiziona negativamente la qualità di vita del paziente, tanto da richiedere una scrupolosa e costante igiene dei propri piedi supportata da frequenti controlli medici. Un piede diabetico malcurato o sot-tovalutato espone il malato ad ulcere, piaghe sanguinanti ed infezioni che, a lungo andare, possono diffondere nei tessuti limitrofi e procurare cancrena. Obiettivo principale del tratta-mento del piede diabetico è senza dubbio prevenire l’ulcera plantare e, nel caso d’infezione in corso, arginare l’insulto patogeno entro il più breve tempo possibile. Il biofilm è una aggregazione complessa di microrganismi in una matrice adesiva e protettiva. La formazione di un biofilm inizia con l’ancoraggio di microrganismi liberamente fluttuanti ad una superficie. Quando un gruppo di batteri si accumula su di una superficie e raggiunge una particolare densità cellulare, inizia a secernere una sostanza polimerica che si compone di polisaccaridi, proteine e DNA, la quale associandosi alle molecole di acqua libere nell’ambiente circostante, dà origine ad una matrice in cui le cellule batteriche sono fortemente radicate. Le conseguenze della presenza della matrice è la quasi impossibilità di rimuovere con le sole procedure meccaniche il biofilm da una superficie cutanea. Inoltre è sempre la presenza di questa matrice che aumenta la resistenza dei batteri a disinfettanti e antibiotici sia topici che sistemici. Attualmente nuovi presidi medici e macchinari sono stati utilizzati per eradica-re e ridurre tale biofilm”.

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