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Quotidiano di informazione – Anno 31 n° 259

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Carceri: muore Caino e muore Abele senza giustizia

Posted by fidest press agency su sabato, 23 luglio 2016

carcereNon è semplice raccontare come in questi ultimi cinquant’anni il carcere sia andato incontro a una vera e propria mutazione antropologica. Rammento poco e male un carcere che non c’è più, un agglomerato sub-urbano appiccicato a un’era cretacea.
Nelle mie pagine lo definisco un carcere analfabeta, dove il diritto era davvero un eufemismo.
Così ben descritto dai vari Alberto Sordi e Nino Manfredi, i descamisados sopra i tetti delle circondariali, tanti detenuti in canotta o torso nudo, a srotolare lenzuola bianche dell’Amministrazione, una sequela di scritte sgangherate- sgrammaticate, a gettare tegole in strada per richiamare la più piccola attenzione. Di rimpiazzo ecco arrivare il carcere degli scarponi chiodati, della polvere da sparo, dei colpi secchi, alle spalle, da una parte e dall’altra, il furore della lotta armata, degli anni di piombo (le nuove generazioni poco o nulla sanno, la memoria storica perde contatto con la sostanza delle cose, con la realtà circostante, la fa da padrona quella virtuale che appanna ogni prospettiva) una vera e propria guerra combattuta non soltanto nelle piazze, nelle strade, nelle periferie delle città, ma anche e soprattutto nei passeggi, nelle celle di tante galere.
Un corpo a corpo privo di adiacenze al cuore, se non quello dello Stato da abbattere costi quel che costi, un’arena dove niente e nessuno veniva risparmiato, neppure l’ultima volontà di un perdono.
Anni di rumori sordi e di rinculi repentini, un’intera generazione andata al macero, scomparsa, annientata.
Un’apnea asfissiante sotto vuoto spinto dall’ideologia, i morti e in feriti caduti sotto il piombo sparato in fretta, oppure garrotati senza un fremito nei cortili circondati dalle alte mura.I colpevoli smisero i panni delle prime linee alla sconfitta, gli innocenti accatastati uno sull’altro, gli uni e gli altri colpevoli e innocenti sovrapposti e dimenticati dalla storia.
Finchè fece capolino un altro carcere ancora, quello della grande Riforma Penitenziaria, ideale innovativo e nobile per tentare di umanizzare quella sorta di terra di nessuno, dove nessuno intende-va guardare, per tentare di rendere la prigione, uno spazio, sì, di castigo, ma anche un tragitto di vita possibile, un laboratorio per favorire una nuova condotta sociale.
Una Riforma Penitenziaria sbrigativamente ed erroneamente licenziata come la Legge Gozzini, infatti, fu sì vergata dal Sen. Mario Gozzini, ma voluta, condivisa e votata dall’intero arco costituzionale.
E come ogni grande riforma, ogni nuova era di rinnovata civiltà e diritto, perché possa resistere all’urto e al fastidio degli eventi, abbisogna di interventi e di investimenti professionali, finanziari, non di meno di una onesta e corposa volontà politica, non soltanto di parole retoriche, di slogans di conio obsoleto, oppure delle solite reiterate narrazioni tossiche.
Di quella legge non è rimasto molto in piedi nel corso degli anni, perché continuamente tagliata, rabberciata, sospesa, fino a bollarla come una legge sbagliata, addirittura iper buonista, che premia-va i Caino a dispetto degli Abele.
Invece, per vincere la recidiva, la noia mortale persistente che logora e incancrenisce le esistenze, la violenza insita in ogni angolo di cella, l’illegalità diffusa, quella legge sospingeva avanti l’intenzione a prendersi carico delle proprie responsabilità, la propria fatica a intravedere un pezzo di futuro, creando le condizioni per una sana revisione critica del proprio passato, senza rimanere contusi dalla crisi di panico derivante dal sopravvenuto mutamento interiore, fino a giungere in prossimità, sull’uscio di un nuovo orientamento esistenziale.
Forse, con più onestà intellettuale, quella legge più semplicemente non ha mai potuto essere correttamente applicata, non s’è mai voluto che desse i frutti desiderati, se non con il senno del poi, comprenderne a pieno l’importanza, di come l’impegno, il lavoro, il patto sociale concordato, riducessero drasticamente la reiterazione dei reati.
Senza troppi affanni, eccoci dirimpetto al carcere che n’è seguito, ben più malsano e inverecondo, puzza-va di deflagrazioni, di grandi botti a perdere, esplosione dopo esplosione, bombe una dietro l’altra, giudici in mille pezzettini, scorte di uomini e donne polverizzate per aria, l’antistato alle prese con i propri interessi messi alla berlina, lo Stato al cospetto dei propri fantasmi.
Morto dopo morto, botta al plastico dopo botta al plastico, la grande maturità raggiunta dalla stragrande maggioranza della popolazione detenuta, venne rispedita al mittente senza tanti complimenti.
Infine siamo rinculati al cospetto del carcere attuale, che non può assolutamente esser chiamato carcere, perché si tratta più tragicamente di un contenitore di cose, oggetti, numeri, corpi accatastati uno sull’altro, spesso, sempre più spesso di carne morta.
Un carcere prigioniero di se stesso, che vive sopravvivendo a se stesso, nel sovraffollamento, nell’ingiustizia, nell’illegalità, nella violenza di tutti i giorni.
Un carcere in cui contenere, punire, rieducare, che però non si piega a nessuna utilità e scopo, a cui incredibilmente è chiesto a gran voce di rimanere baluardo insormontabile di sicurezza per l’intera collettività.
Un carcere che si contorce in una sorta di irridente ortopedia penitenziaria, dove etimologicamente l’arto leso dovrebbe essere trattato sensibilmente per ritrovarlo a ben camminare, nell’accezione attuale l’illusione di condurre l’uomo detenuto dentro un percorso socialmente condivisibile per ben camminare e raro cadere, appunto.
Ma cosa c’è di socialmente condivisibile nella recidiva che permane al 70%, dimenticando volutamente e politicamente come le misure alternative, basate sul lavoro, sull’impegno, sulla proposizione di un patto sociale da rispettare, riducano drasticamente quella feroce recidiva abbassandola al 11%.
Cosa c’è di socialmente condivisibile nell’uomo della pena costretto a sopravvivere in un tempo bloccato, permanentemente inchiodato al momento dell’arresto, che non passa, perchè si rimane lì, stritolati da una noia mortale, a una chiusura ermetica dove l’obbligatorietà sta nel non fare nulla, unica possibilità stra-parlare, chiacchierare, ripetere giorno dopo giorno, tra compagni di cella, nello spazio ridotto sub-umano causato dal sovraffollamento, la sequenza di quel maledetto giorno dell’ammanettamento, sul come fare per non incorrere più negli stessi ferri ai polsi, alzando tragicamente il livello di scontro, alla ricerca spasmodica di una impunità che invece non ci sarà.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una carcerazione che non rispetta la dignità di alcuno, bensì la contorce in una caduta rovinosa, alla fine della sua corsa, il detenuto arriverà persino a convincersi di essere innocente di esser colpevole, una sorta di infantilizzazione pericolosissima, nella consapevolezza di avere scontato non soltanto la pena erogata dal suo giudice naturale in sentenza, ma altre pene aggiuntive non contemplate da alcun codice penale, soprattutto mai condivise dalla nostra Costituzione.
Cosa c’è di socialmente condivisibile in una pena che non riesce ad accorciare le distanze con una libertà che comunque prima o poi ritornerà nelle gambe e nel cuore di ciascun uomo ristretto, perché volenti o nolenti la pena prima o poi avrà un termine.
Inducendo la persona che avrà terminato di scontare la propria condanna, a pensare davanti a quel cancello blindato finalmente spalancato: bene, eccomi nuovamente libero, ora ho pagato quanto mi è stato chiesto, ho pagato anche di più, assai di più, ora non devo più niente a nessuno, ora nessuno può chiedermi altro, ora posso finalmente ritornare a fare quello che voglio.
In questo delirio del niente imparato e appreso, mi ritorna in mente quanto accade ogni qual volta mi reco in un’aula scolastica per incontrare tanti giovani studenti, i quali alla domanda che spesso faccio loro a bruciapelo: “ Ma per te cos’è la libertà? Cosa significa per te essere un uomo libero? La risposta che ricevo di primo acchito è: la libertà è fare tutto quello che voglio.
Penso davvero che qualcosa di socialmente condivisibile invece c’è da fare, necessita fare, è urgente e non più rinviabile fare, e sta nell’accompagnare quel detenuto di fronte a quel portone aperto nella consapevolezza che proprio in quei primi passi, uno dopo l’altro, alla luce, con il viso in alto di chi spera, dovrà avere compreso che proprio in quel preciso istante inizieranno gli esami veri, i conti quotidiani nei gesti ripetuti con la propria coscienza. Un carcere socialmente condivisibile non è rappresentato dalla vendetta statuale o sociale di per sé impresentabile, bensì è uno spazio in cui sarà possibile scontare con dignità la propria pena, in cui imparare il valore della libertà per quello che è : RESPONSABILITA’. (Vincenzo Andraous)

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Caino: cattivo e colpevole per sempre

Posted by fidest press agency su giovedì, 26 maggio 2016

cainoBy Carmelo Musumeci. Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno tolti?» Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi. (foto caino)

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Abele e Caino contro la “Pena di Morte Viva”

Posted by fidest press agency su giovedì, 1 agosto 2013

I Radicali, a venticinque anni dalla morte e a trenta dall’arresto di Enzo Tortora, ci riprovano e il “Comitato Promotore dei Referendum” presieduto da Marco Pannella ha depositato presso la Corte di Cassazione una serie di quesiti referendari per una “Giustizia Giusta”, fra cui l’abolizione dell’ergastolo.Da alcuni anni è nato fra gli uomini ombra (gli ergastolani ostativi, come si chiamano fra loro) un vero e proprio movimento, spontaneo e autonomo, che lotta per l’abolizione della “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo l’ergastolo ostativo, che ti vieta qualsiasi possibilità di liberazione se non collabori, mettendo un altro in cella al posto tuo). E in questa battaglia di civiltà e di diritto gli uomini ombra e i radicali lotteranno insieme.Ecco alcune dichiarazioni di Carmelo Musumeci, uno degli uomini ombra che da anni combatte per fare conoscere in Italia (Patria del Diritto Romano e della Cristianità) la “Pena di Morte Viva”:Imprigionare una persona per sempre è come toglierle tutto e non lasciarle niente, solo la sofferenza e la disperazione, perché con l’ergastolo la vita diventa una malattia. La “Pena di Morte Viva” supera i limiti della ragione e fa diventare gli uomini esclusivamente corpi parlanti.L’ergastolano non può guardare in faccia il futuro. Può solo guardare il tempo che va via. Per questo molti di noi se potessero scegliere preferirebbero morire subito, adesso, in questo momento, piuttosto che nel modo orribile, progressivamente e infinitamente spaventoso, di morire un po’ tutti i giorni.Gli ergastolani più fortunati riescono ancora a sognare: i nostri sogni sono le uniche certezze della nostra vita e spesso sogniamo di riuscire ad avere un fine pena.Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma non ci fermiamo solo qui, siamo anche per la certezza della fine della pena, per avere un calendario in cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano.Molti di noi non sanno più chi sono, dove sono, né dove stiamo andando: non abbiamo nessun domani, solo un passato che non passa e corriamo verso la morte. Aiutateci a fermarci, aboliamo l’ergastolo, fate vivere anche noi.

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Tra Abele e Caino

Posted by fidest press agency su lunedì, 29 agosto 2011

E’ così difficile pensare che tutti gli esseri umani sono nati uguali e che questo principio non è solo il frutto di un pensiero religioso? L’attuale sistema economico e finanziario manipolato dal Nord industrializzato a danno del Sud è la classica dimostrazione di quanta indifferenza si coglie in questo rapporto incompreso. Ne consegue la marginalizzazione economica e finanziaria di molte regioni e l’impoverimento di interi popoli. E’ un modo come spingere in un vicolo cieco milioni di disperati e costringerli a passare sotto le forche caudine dell’emigrazione. E diventa un esodo biblico, ma confuso, irrazionale, disperato che può generare altri tipi di reazione e non solo di gratitudine nei confronti degli ospitanti dato che a loro volta sono anch’essi divisi in aree di benessere e in quelle dell’emarginazione. D’altra parte l’emigrante, e non ci riferiamo ovviamente a quelli che non hanno un’istruzione o conoscono un mestiere, sono anche coloro che hanno una formazione superiore, ma per mancanza d’impiego nel paese d’origine, sono costretti a cercarne uno altrove. Si tratta di una vera fuga di cervelli che indebolisce ulteriormente il potenziale di sviluppo di tali paesi ma che solo marginalmente arricchiscono l’ospitante per l’assurdità delle leggi esistenti, guarda caso in Italia, dove l’iniziativa, ad esempio, di qualche anno fa di favorire l’immigrazione di infermieri è fallita dato che non era possibile, formalmente, riconoscere il titolo professionale acquisito all’estero. La verità è che si stanno negando due fondamentali diritti dell’uomo sia quello di restare nel proprio Paese sia quello di emigrare. Tutto questo perché non esiste una stabilità politica generalizzata, non esistono relazioni internazionali impostate su criteri di maggiore equità, è fatiscente la lotta contro il sottosviluppo. Si tratta di una sfida che ci coinvolge tutti, religiosi e laici, perché non si costruisce un mondo migliore senza che ogni uomo, senza eccezione di razza, di religione e di nazionalità, possa vivere, nel suo paese, una vita pienamente umana, libera dalla schiavitù da altri uomini e dall’incubo di cadere vittima di una natura non adeguatamente controllata. (Riccardo Alfonso http://www.fidest.it)

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Nessuno tocchi Caino

Posted by fidest press agency su martedì, 15 dicembre 2009

Padova 17 e 18 dicembre IV congresso nella casa di reclusione di Padova.  IV Congresso di Nessuno tocchi Caino  I lavori inizieranno alle ore 14 di giovedì 17 dicembre e proseguiranno il 18 dicembre a partire dalle ore 9, per concludersi intorno alle ore 17.30. Per la prima volta un congresso – non solo di un’associazione Radicale, ma in assoluto – avrà come teatro dei propri lavori un penitenziario. La scelta è caduta a ragione sulla Casa di Reclusione di Padova, perché proprio nel generalmente disastrato pianeta carcerario italiano negli ultimi anni si è manifestata una realtà particolarmente viva e attenta alle questioni del carcere, della pena e della risocializzazione dei detenuti. Ne è esempio e dimostrazione l’esperienza di “Ristretti Orizzonti”, l’associazione di detenuti e di volontari che da anni assicura un’opera straordinaria di informazione, riflessione e proposta sul tema della detenzione e che, anche per questo, ha deciso di collaborare con Nessuno tocchi Caino alla buona riuscita del Congresso.

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