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Quotidiano di informazione – Anno 32 n° 250

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Fisco: Unc, si a calo Iva, ma non generalizzato

Posted by fidest press agency su giovedì, 25 giugno 2020

“Siamo molto contenti che il Governo stia valutando la riduzione dell’Iva, considerato che lo stiamo proponendo, inascoltati, dall’11 marzo. Siamo stati gli unici ad averlo chiesto ufficialmente, presentando alla Camera le osservazioni al Cura Italia. Ma devono essere cali mirati, per rilanciare i settori più in crisi, non una riduzione generalizzata dell’aliquota Iva ordinaria” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Non solo perché sarebbe un onere finanziario che lo Stato in questo momento non può oggettivamente permettersi, ma anche perché, in questo periodo di recessione, il rischio è che un calo generico ed indistinto dell’aliquota, ad esempio dal 22 al 21 per cento, non si traduca in un abbassamento dei prezzi a vantaggio del cliente finale, vista anche l’esiguità della riduzione, ma non solo in minori introiti per lo Stato” prosegue Dona.
“Per questo avevamo proposto una riduzione dell’IVA sul gas al 10% sull’intero consumo e non solo sui primi 480 Smc annuali, e poi, solo per i settori maggiormente in crisi, come quello turistico, una riduzione dell’Iva rilevante, al 5%, sia per gli alberghi che per i pacchetti turistici, ma per un periodo limitato, fino alla fine dell’anno” aggiunge Dona.”Insomma, come avviene durante il periodo dei saldi, un forte sconto temporaneo, stavolta a carico dello Stato, così da invogliare le famiglie che se lo possono permettere a partire per le vacanze, aiutando albergatori ed agenzie turistiche in difficoltà” conclude Dona.

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Rc auto: aprile nuovo calo da record (-15%)

Posted by fidest press agency su venerdì, 8 maggio 2020

Con l’avvio della Fase 2 e il graduale ritorno alla normalità molti automobilisti dovranno rinnovare l’RC auto. La buona notizia, come emerge dall’osservatorio di Facile.it, è che le tariffe stanno continuando a calare e dopo il -8,05% su base annua rilevato a marzo 2020, aprile ha fatto segnare un nuovo record, con un eloquente -15%. In valori assoluti significa che, lo scorso mese, per assicurare un veicolo a quattro ruote occorrevano, in media, 463,74 euro, vale a dire 82 euro in meno rispetto ad aprile 2019.Il trend, però, potrebbe invertirsi a breve se, come prevedibile, con l’interruzione graduale della quarantena e i nuovi limiti imposti al trasporto pubblico, il numero delle auto in circolazione – e con esso quello dei sinistri – tornerà ad aumentare. L’analisi dei dati a livello territoriale ha rilevato cali a doppia cifra in tutte le regioni, in una forbice compresa tra il -20,98% rilevato in Toscana e il -10,95% in Basilicata.

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I prezzi dei carburanti calano, ma con il contagocce

Posted by fidest press agency su sabato, 2 maggio 2020

Secondo i dati del ministero dello Sviluppo Economico appena pubblicati, rispetto a settimana scorsa, il prezzo della benzina si abbassa di poco meno di 2 cent al litro (1,965 cent), così come il gasolio per auto (1,937 cent).”Anche se è andata molto meglio rispetto a settimana scorsa, i prezzi sono scesi di circa il doppio rispetto alla precedente rilevazione, non è comunque accettabile, dopo i ripetuti tonfi delle quotazioni del petrolio, che la benzina costi ancora 1,392 euro al litro ed il gasolio 1,287 euro. Le giustificazioni stanno a zero. E’ vero che, secondo i dati di oggi, accise e Iva incidono sul prezzo finale della benzina per il 70,4%, 66% per il gasolio auto. E’ decisamente troppo, ma è sempre stato così. Il fatto che gli italiani paghino troppe imposte sui carburanti, non vuol dire che non ci siano ampi margini per una ulteriore riduzione del prezzo finale” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Il fatto, poi, che la domanda dei carburanti sia precipitata, in un libero mercato dovrebbe portare ad una diminuzione del prezzo, non ad un blocco per tamponare la flessione dei ricavi” prosegue Dona.
“Rispetto a settimana scorsa, su un pieno di 50 litri di carburanti si risparmia meno di 1 euro, 98 cent per la benzina e 97 cent per il gasolio. E’ un calo ancora insufficiente, anche se rispetto a due settimane fa, il risparmio è di 1,53 euro per la benzina e di 1,43 euro per il gasolio ” conclude Dona.

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Attenzione a provare a speculare sul calo del petrolio

Posted by fidest press agency su mercoledì, 29 aprile 2020

Commento a cura di Roberto Rossignoli, Portfolio Manager di Moneyfarm. La notizia finanziaria della settimana è senza alcun dubbio la volatilità che ha riguardato il prezzo del petrolio. In particolare, ha fatto scalpore la notizia che il valore dei contratti future sui barili di petrolio WTI in consegna a maggio sia andato in negativo.Le ragioni, su cui si è discusso, al nocciolo, riguardano la dinamica della domanda e dell’offerta. La prima è andata a picco a causa della recessione globale. Quando i produttori di alcune regioni non hanno compratori per stoccare le merci di solito mettono le scorte da parte aspettando momenti più propizi. Il problema per quanto riguarda il petrolio e che non è esattamente semplice da stoccare.Per capire quanto sta succedendo bisogna appunto considerare che non tutto i produttori sono affetti dallo stesso tipo di problematiche. Una dinamica di prezzo particolare può derivare da difficoltà logistiche incontrate da un certo tipo di produttori rispetto ad altri.Se andiamo a valutare la valutazione del Brent, che offre una panoramica migliore sul valore globale del petrolio, vediamo che ha mantenuto prezzi più elevati. Il prezzo del WTI si riferisce soprattutto al petrolio estratto onshore negli Stati Uniti di cui una quantità rilevante transita per l’hub di Cushing in Oklahoma. Il petrolio che transita in questo hub ha difficoltà di stoccaggio maggiori, non avendo, per esempio, un rapido accesso allo stoccaggio in mare. Come si può notare dal grafico, la maggior parte della crescita delle scorte mondiali è da attribuirsi all’hub di Cushing.La seconda cosa da capire è che l’inversione del prezzo, oltre che nei fondamentali, trova la sua giustificazione anche nella dinamica tecnica. Per quanto riguarda il mercato del petrolio, il commercio di coloro che effettivamente desiderano comprare la materia prima per utilizzarla è semplicemente una frazione di coloro che scelgono di acquistarla per motivi di trading o semplicemente per esprimere un posizionamento sull’andamento del prezzo.
Non è un caso che il crollo sia arrivato proprio nel giorno di scadenza del future, quando molti strumenti di risparmio collettivo, tra cui gli ETF operativi sulla commodity, hanno operato il “rollaggio” dei contratti rispetto a quelli del mese successivo, facendo effettivamente saltare l’equilibrio da domanda e offerta. Al di là di queste considerazioni, la dinamica sottostante è piuttosto chiara, con le capacità di stoccaggio che in certe regioni sta andando verso l’esaurimento.Per gli investitori retail è dunque importante capire quale possa essere la dinamica di questa materia prima nei prossimi mesi e nel lungo termine. Come dimostrano i flussi in forte crescita molti investitori stanno puntando sul petrolio, convinti di poter speculare su un eventuale rimbalzo. In realtà l’opportunità potrebbe rivelarsi molto più complessa di come possa sembrare all’apparenza.Nel breve periodo il calo del prezzo del petrolio ha avuto un effetto negativo sui mercati finanziari. A ben guardare l’effetto non ha riguardato tutti i settori allo stesso modo. I titoli peggiori sono quelli ovviamente del comparto e della filiera energetica, che però non ha molto peso nei listini.Un altro potenziale effetto negativo da tenere d’occhio è quello sulle prospettive dei mercati emergenti esportatori. In questo caso l’effetto potrebbe essere combinato con un ritracciamento delle prospettive commerciali e una riorganizzazione delle catene del valore che potrebbe pesare negativamente sulle prospettive di questi Paesi.In generale, al di là della volatilità di breve termine, un effetto di medio termine rilevante potrebbe essere quello sull’inflazione. Il prezzo del petrolio che rimane moderato per un periodo sufficientemente lungo è sicuramente una notizia positiva per le banche centrali e i governi, che si troveranno a mettere in campo importanti espansioni di liquidità. Ricordiamo che in generale il prezzo del petrolio basso è un segnale positivo per molti settori dell’economia e per i Paesi esportatori e c’è da aspettarsi che il mercato sconti questo fattore (in un contesto di fondo che resta comunque recessivo).Prendendo una prospettiva di più lungo termine, non è scontato che il petrolio riesca a riproporre presto i prezzi a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, anche in una fase di ripresa.D’altronde, se guardiamo al valore del petrolio in prospettiva i prezzi degli ultimi anni rappresentano più l’eccezione alla regola e un ritorno ai livelli di prezzo superiori ai 60 dollari al barile, oltre che dalla ripresa economica, non potrà prescindere da un ritrovato interesse da parte degli investitori che potrebbe tardare ad arrivare.Molti produttori potrebbero andare definitivamente fuori dal mercato e non è detto che l’intervento pubblico o il ricorso al credito siano efficaci, in una situazione economica caotica come quella attuale. Nel 2015 i produttori Usa furono tenuti a galla dal mercato del credito che in una situazione attuale potrebbe non essere altrettanto responsivo. Questa situazione potrebbe avvantaggiare i produttori di energia alternativa e il processo di transizione verso questo settore. Il grafico mostra come l’andamento dell’indice MSCI Global Alternative Energy si sia mosso negli ultimi anni in direzione opposta rispetto al prezzo del greggio.Per gli investitori, dunque, che nelle ultime settimane hanno riversato su questa asset class molta liquidità, il consiglio è quello di essere cauti. Anche se un recupero di prezzo è in qualche modo prevedibile, ad oggi non è assolutamente scontato che il percorso verso le soglie pre-crisi nel medio periodo sarà lineare.La volatilità di questi giorni ha insegnato che l’investimento su strumenti collettivi, che operano una rollaggio dei contratti offre comunque maggiori garanzie dell’acquisto diretto di derivati e il valore del sottostante.I principali ETF sul petrolio seguono oggi la dinamica, comunque negativa, dei contratti future relativi alle consegne di giugno e sono riusciti in qualche modo a limitare le perdite che hanno subito coloro che hanno puntato sul derivato. Attenzione però: per chi volesse entrare ora ci sarà da scontare il sovrapprezzo dell’Etf rispetto al sottostante derivato dalla dinamica tecnica dei flussi (come evidenzia l’analisi dei flussi sugli ETF United States Oil Fund LP).E soprattutto, dato lo stress sul mercato fisico e il comportamento molto diverso delle varie parti della curva, è necessario fare una due diligence molto approfondita sullo strumento che si sceglie per l’esposizione: brent o WTI? Contratti più a breve o contratti con scadenze più lunghe? Futures diretto oppure ETF? Insomma, il campo non è mai stato minato come in questi giorni.

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Covid19: per le imprese italiane fatturati in calo fino a 650 miliardi di euro

Posted by fidest press agency su giovedì, 19 marzo 2020

Le imprese italiane potrebbero perdere tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21 a causa della diffusione del Covid19, probabilmente il più importante shock che ha colpito il nostro sistema economico nel Dopoguerra. Una “forbice” che varia a seconda della durata dell’epidemia e della velocità di reazione che avrà il nostro sistema. E’ lo scenario che emerge dal nuovo Cerved Industry Forecast, l’analisi che Cerved, tra i principali operatori italiani nell’analisi e nella gestione del rischio di credito, ha dedicato agli impatti dell’epidemia in corso attesi su oltre 200 settori dell’economia italiana, inclusa una stima delle ricadute a livello regionale.
La contrazione sarebbe particolarmente violenta nell’anno in corso, con conseguenze senza precedenti per alcuni settori, come le strutture ricettive e la filiera dell’automotive. Nel 2021 si prevede invece un “rimbalzo” che riporterebbe i ricavi vicini e, in alcuni casi, al di sopra dei livelli del 2019, ma le perdite sarebbero comunque rilevanti considerato che quest’anno ci si attendeva una crescita dell’1,7% e il prossimo del 2%. Le stime sono state elaborate grazie a modelli statistici di previsione dei bilanci di cui dispone Cerved e applicati a una base di circa 750 mila società di capitale.
Sono stati disegnati due scenari: uno scenario base, secondo il quale l’emergenza terminerebbe a maggio 2020 e sarebbero necessari due mesi per tornare alla normalità, e un secondo scenario pessimistico, che prevede la durata dell’epidemia fino alla fine del 2020, sei mesi per tornare alla normalità e un completo isolamento dell’economia italiana. In entrambi i casi si prevedono importanti sostegni pubblici a favore di imprese e famiglie e la tenuta dei mercati finanziari.
Lo scenario base – In uno scenario di rapido rientro dell’emergenza, le imprese italiane perderebbero il 7,4% dei propri ricavi nel 2020, per poi riprendersi nell’anno successivo, in cui è previsto un aumento del 9,6%. Questo riporterebbe i fatturati di nuovo oltre i livelli del 2019. Rispetto a uno scenario senza epidemia, la perdita sarebbe comunque molto rilevante, pari a 220 miliardi nel 2020 e a 55 miliardi nel 2021.
Quasi la metà della perdita del 2020 sarebbe concentrata tra le imprese che hanno sede in Lombardia (-62 miliardi) e nel Lazio (-47 miliardi), ma in termini percentuali la caduta sarebbe più pesante per la Basilicata (-11,1%) e per il Piemonte (-9,6%), penalizzate dalla specializzazione nella filiera dell’automotive. Dal punto di vista settoriale, le perdite maggiori ricadrebbero su alberghi, agenzie di viaggio, strutture ricettive extra-alberghiere, trasporti aerei, organizzazione di eventi, produzione di rimorchi e allestimento di veicoli, concessionari auto, che vedrebbero una riduzione di oltre un quarto dei propri ricavi. Viceversa, alcuni settori potrebbero beneficiare dell’emergenza, come il commercio online (+26,3%), la distribuzione alimentare moderna (+12,9%) e gli apparecchi medicali (11%).
Nel caso di durata prolungata dell’emergenza, la caduta dei ricavi delle imprese nell’anno in corso sarebbe molto consistente: -17,8%, pari a una perdita di 470 miliardi rispetto a uno scenario senza epidemia, in base al quale i ricavi sarebbero aumentati dell’1,7%. Nel 2021 si prevede un “rimbalzo” che farà aumentare i ricavi del 17,5%: non abbastanza per recuperare i livelli del 2019 e in perdita di altri 172 miliardi rispetto alla stima tendenziale. I settori più colpiti sarebbero sostanzialmente gli stessi individuati nello scenario base, ma con impatti in alcuni casi drammatici: gli alberghi perderebbero nel 2020 quasi tre quarti dei propri ricavi, le agenzie di viaggi e le strutture extra-alberghiere quasi due terzi, l’automotive e i trasporti circa la metà.

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In calo la fiducia nell’informazione

Posted by fidest press agency su lunedì, 25 novembre 2019

La difficoltà di accedere a informazione di qualità sembra preoccupare gran parte degli europei: il 59% di essi è infatti preoccupato per la diffusione delle fake news. Lo rivelano i dati dell’indagine sulla fiducia nell’informazione commissionata a livello europeo da Readly[1], dai quali emerge anche che il 63% degli italiani teme di non poter accedere a un’informazione veritiera – contro il 56% degli intervistati in Germania e il 48% in Svezia.In particolare, il 33% degli italiani intervistati ritiene di essere esposta “spesso” a notizie false; il 12% “molto spesso”. Queste percentuali aumentano tra i giovani tra i 18 e i 34 anni: il 41% di essi si ritiene “spesso” esposto alle fake news; il 19% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni ritiene di esserlo “molto spesso”. Nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni solo 1 giovane su 100 ritiene di non essere in alcun modo esposto alle fake news.
Secondo la ricerca commissionata da Readly, la fiducia nell’informazione appare compromessa a livello globale: gli intervistati, tuttavia sembrano avere a cuore la ricerca di fonti di qualità per garantire che ciò che stanno leggendo sia veritiero.Oltre un terzo dei lettori (38%) ha dichiarato di verificare personalmente la veridicità delle notizie, e questa percentuale sale al 49% tra i giovani dai 18 ai 24 anni. Il 40% degli italiani intervistati afferma di ritenere che una notizia sia vera se riportata da una piattaforma affidabile, come un’app di riviste, o da un autorevole organo di stampa (38%); la percentuale sale al 42% tra i giovani dai 18 ai 24 anni. In media, infine, un quarto degli intervistati ritiene di essere sicuro che il contenuto sia attendibile se è firmato da un giornalista noto (24%).Marie-Sophie von Bibra, Head of Growth per l’Italia di Readly, ha commentato: “Le fake news continuano a essere un problema, ma – soprattutto i giovani – sembrano sempre più attenti a selezionare e a verificare le notizie. I nostri lettori stanno mettendo in atto misure intelligenti per riconoscere e selezionare i contenuti: questo potrebbe spiegare perché anche in Italia, come in Europa, stiamo assistendo a una fruizione delle riviste digitali sempre più ampia e con cadenza regolare sulla piattaforma Readly”.Nel considerare l’approccio all’informazione, il 9% degli italiani intervistati ha dichiarato di avere attualmente accesso a un giornalismo verificato e di qualità tramite servizi a pagamento; il 35% ritiene di essere disposto a pagare in futuro per accedere a contenuti editoriali garantiti da un editore ed evitare di incappare in notizie false. Questa percentuale sale al 40% tra i giovani dai 18 ai 24 anni, così come nella fascia di età tra i 45 e i 50 anni. La ricerca commissionata da Readly ha dimostrato che le aspettative future in termini di veridicità dell’informazione sono basse: quasi i due terzi (63%) degli italiani intervistati ritengono che le notizie false aumenteranno nei prossimi due anni. Tre su quattro giovani nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni (74%) affermano di essere preoccupati per la difficoltà nell’accedere a contenuti verificati. Il 17% degli intervistati ritiene che non sia possibile smascherare una fake news.Readly è un servizio di abbonamento digitale che consente di avere accesso illimitato “all you can read” a migliaia di riviste nazionali e internazionali in una app, sia in streaming che in assenza di internet.Readly è stata lanciato in Svezia nel 2013 e l’app è disponibile a livello globale; è attualmente attivamente commercializzata in Svezia, Regno Unito, Germania, Austria, Svizzera, Paesi Bassi, Stati Uniti, Irlanda e Italia.

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Riso: prezzi in calo nel secondo trimestre del 2019

Posted by fidest press agency su lunedì, 12 agosto 2019

Secondo trimestre dell’anno all’insegna dei ribassi per i prezzi del riso scambiato nel mercato italiano. I cali hanno riguardato praticamente tutte le varietà di risone – ovvero il riso greggio – quotate nei listini delle Camere di Commercio, risentendo di uno scenario di mercato segnato da scambi limitati. Poche le eccezioni osservate nel trimestre, tra cui i rialzi registrati per il Roma, il S. Andrea e il Selenio. Selenio che ha chiuso l’annata 2018/19 raggiungendo la soglia dei 500 €/t, ai massimi storici. Sono alcuni dei dati contenuti nell’analisi trimestrale sul mercato risicolo realizzata dalla Camera di Commercio di Pavia in collaborazione con BMTI.A circa due mesi dal nuovo raccolto, e con prospettive di un possibile ritardo nelle operazioni di raccolta, si può tracciare intanto un bilancio sull’andamento dei prezzi nell’attuale annata commerciale. In particolare, il confronto con l’annata 2017/18 mostra rialzi per la quasi totalità delle varietà di risone quotate nei listini camerali. Tra i risoni del gruppo Tondi spicca il Selenio, il cui prezzo medio nell’attuale campagna 2018/19 registra un incremento del +63%. Prezzi in crescita anche per alcune delle principali varietà da consumo interno, con un +41% per l’Arborio-Volano, un +39% per il Carnaroli, un +32% per il Roma e un +30% per il S. Andrea. Meno accentuato l’aumento per gli Indica, le cosiddette varietà da esportazione, con un +11% rispetto alla precedente annata registrato per il Thaibonnet. Estendendo il confronto alle annate precedenti, lo scenario appare però decisamente meno roseo. Confrontando il prezzo medio rilevato nell’annata 2018/19 con la media delle cinque annate precedenti, è infatti il segno “meno” a prevalere, soprattutto per alcune delle classiche varietà da risotto, con un -13% per il Carnaroli, un -9% per l’Arborio e un -6% per il Roma.Intanto, sul fronte del commercio estero, i primi mesi del 2019 hanno registrato una forte ripresa delle importazioni italiane. Dopo la frenata avvenuta nel 2018, i volumi importati dall’Italia di riso greggio, riso semigreggio, riso lavorato e rotture di riso hanno messo a segno nei primi quattro mesi del 2019 un balzo del +62% rispetto allo stesso periodo del 2018. Una dinamica diametralmente opposta a quella registrata per l’export, con le spedizioni di riso dirette all’estero in calo del 5% su base annua. http://web.bmti.it/flex/risone

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Industria:calo della produzione

Posted by fidest press agency su domenica, 4 agosto 2019

In questi mesi l’andamento della produzione industriale è stato caratterizzato da un andamento decisamente discontinuo, in cui aumenti e diminuzioni si sono alternati pressoché ogni mese. I dati pubblicati oggi dall’Istat parlano di un calo del – 0,2% su base mensile e addirittura di una flessione del -1,2% rispetto allo scorso anno.
La diminuzione della produzione non è che l’ennesimo segnale di una crisi che, purtroppo, continua a strozzare la nostra economia, con conseguenze spesso disastrose sui bilanci familiari dei cittadini. Le famiglie continuano a dover affrontare gravi situazioni di difficoltà economica e faticano a sostenere le spese quotidiane anche perché, non ci stanchiamo di ribadirlo, le retribuzioni non crescono in misura proporzionale rispetto al costo della vita.Sulle vendite al dettaglio l’Istituto di Statistica registra invece un aumento del +1,9%, un dato che non solo è opposto a quello della produzione ma che, anche in questo caso, fa emergere un trend discontinuo, poiché solo il mese scorso la stessa voce risultava in diminuzione.“L’inutilità degli interventi realizzati al solo scopo di raccogliere consensi politici appare sempre più evidente, così come è lampante la necessità di azioni concrete finalizzate a far uscire il Paese dalla crisi e dall’incertezza” – dichiara Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori Nazionale.In questo quadro rinnoviamo la richiesta al Governo di mettere in campo misure efficaci per il lavoro e per la crescita, in modo da rilanciare in modo stabile e duraturo la domanda interna e da fornire una solida base ad una nuova fase economica.

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Vendite al dettaglio in calo. Problemi?

Posted by fidest press agency su venerdì, 12 luglio 2019

L’Istat ha comunicato le sue stime sulle vendite al dettaglio del mese di maggio. Piccole performance, visto che le percentuali di calo sono 0,7 in valore assoluto e 0,8 in volume. Poi ci sono le differenze per settore e tipologie di venditori, con la grande distribuzione che regge (+0,4%) (difficile pensare al contrario) e i piccoli esercizi in calo (4,8%). Per i settori, e anche in questo caso era difficile pensare al contrario, numeri molto positivi per informatica ed elettrodomestici e un po’ negativi per abbigliamento, alimentari & co.
Sostanzialmente la risposta dei consumatori regge ai vari presumibili smottamenti politici ed economici. Presumibili perché, a parte alcune valutazioni politiche negative sulle scelte economiche del nostro Parlamento e del nostro Esecutivo, è troppo presto per avere dati certi su cui poter dire con certezza che ci sono responsabilità di qua o di là. I danni o i meriti – a parte le intuizioni, le analisi e i riscontri immediati …. che spesso colgono il segno – li vedremo fra un po’ di tempo. Certo, se si prendono misure assistenziali credendo in una loro benefica ricaduta (reddito di cittadinanza e quota 100, per esempio), è probabile che, se come contraltare non ci sono politiche di consumi e produttive che ne beneficiano di conseguenza… è probabile che le cose vadano male. La politica e l’economia hanno bisogno di tempo per dimostrare i loro risultati ma alcune avvisaglie si possono individuare prima di ritrovarsi disarmati (e qui si distinguono i bravi politici e i bravi economisti).
Questa non è quell’economia del quotidiano di cui un’associazione come Aduc dovrebbe occuparsi, ma riteniamo opportuno fare alcune valutazioni per ridimensionare quella sorta di allarmismo che anche in questo caso ammanta la diffusione di questi dati. La nuova situazione non implica chissà quali sconvolgimenti delle nostre abitudini e delle nostre tendenze, ma solo un piccolo campanello d’allarme che potrebbe servire perché ogni consumatore si comporti, nella sua libera scelta, a ragion veduta e con le precauzioni del caso. Inoltre sono dati del mese di maggio, è bene tenerlo presente, ed oggi siamo a luglio: a maggio c’era ancora l’incognita delle elezioni europee che probabilmente ha reso più timorosi e indecisi i consumatori. (Vincenzo Donvito, presidente Aduc)

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Istruzione: Spesa in calo fino al 2040, lo dice il Def: dal 3,9% del 2010 al 3,1% del 2040

Posted by fidest press agency su giovedì, 18 aprile 2019

Altro che cambiamento e avvicinamento all’Europa: la scuola figura tra i comparti pubblici con cui i Governi continuano a fare cassa. Il dato tendenziale in riduzione è contenuto nel Documento di economia e finanza 2019, presentato dal Governo ed ora sotto la lente delle commissioni del Senato: rispetto al Prodotto interno lordo, si legge a pagina 115 del documento, l’investimento pubblico per il settore della formazione risulta in discesa di 8 punti percentuali. L’impegno economico per la scuola tornerà a salire (al 3,3%) solo nel 2045. Nel frattempo, la forbice rispetto all’Europa, dove si spende in media il 4,9%, con punte del 7%, diventerà sempre più larga. Marcello Pacifico (Anief): Quello che fa pensare è che negli stessi decenni il Def ci dice che la spesa socio-assistenziale e sanitaria si indicano in crescita, passando rispettivamente dall’1,0 all’1,3 e dal 7,1 al 7,6. Ma che fine hanno fatto le promesse dei partiti di Governo sull’investimento nel settore della Conoscenza, con tanto di impegno di assunzione dei precari e di assegnazione di stipendi finalmente europei? L’alveo scolastico è destinato ancora più a ridimensionarsi: “la proiezione della spesa per istruzione in rapporto al PIL – si legge nel Def 2019 presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri – è coerente con l’aggregato di spesa definito in ambito EPC WGA. Il rapporto spesa/PIL presenta un andamento gradualmente decrescente che si protrae per circa un quindicennio. A partire dal 2022, tale riduzione è essenzialmente trainata dal calo degli studenti indotto dalle dinamiche demografiche”. In base a quello che è dichiarato nel Def, quindi, il Governo non avrebbe alcuna intenzione di lasciare inalterati gli organici del personale scolastico, pur in presenza di una sensibile riduzione degli iscritti. La proiezione degli economisti del Governo stride con “i principali obiettivi programmatici dell’azione di Governo”, all’interno dei quali vi sarebbe anche “il sostegno all’istruzione scolastica e universitaria e alla ricerca attraverso misure atte a finanziarne lo sviluppo, con particolare attenzione al capitale umano e infrastrutturale”. Ma quali sarebbero questi progetti di sviluppo dell’istruzione pubblica? Il Def elenca una serie di punti, tra i quali spicca la volontà di “promuovere la ricerca, l’innovazione, le competenze digitali e le infrastrutture mediante investimenti meglio mirati e accrescere la partecipazione all’istruzione terziaria professionalizzante”.
Inoltre, “importanti risorse sono state stanziate con un decreto di novembre 2018157 per l’ampliamento dell’offerta formativa: 16,7 milioni destinati, oltre che a migliorare l’offerta formativa – con il coinvolgimento dei territori – anche allo sport e alle emergenze educative”. Per “la lotta alla dispersione scolastica, obiettivo fondamentale del Paese nel quadro europeo, passa anche per un incremento delle opportunità formative sul territorio. In questo senso sono state avviate, per il tramite dei Fondi Europei, una serie di misure per il potenziamento delle competenze di base e per la lotta alla dispersione”. Tra gli investimenti, figurano anche “circa 23 milioni per l’ampliamento dei percorsi formativi degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) per l’anno 2018/2019”. Al fine di migliorare l’offerta formativa, inoltre, saranno avviate “misure per assicurare il reclutamento dei docenti con titoli idonei all’insegnamento della lingua inglese, della musica e dell’educazione motoria nella scuola primaria anche utilizzando, nell’ambito delle risorse di organico disponibili, docenti abilitati all’insegnamento per la scuola primaria in possesso di competenze certificate”. Altre azioni del Governo riguardano “il sistema integrato di educazione ed istruzione. La precocità d’ingresso nel sistema di istruzione è riconosciuta come misura capace di accrescere il successo formativo nel corso della vita: in tal senso per garantire il successo formativo di ciascuno studente si presterà maggiore attenzione alle esigenze della fascia 0-3 anni”.
Nel Documento di economia e finanza, si parla anche di razionalizzazione di spesa: “Con il disegno di legge sulle semplificazioni, approvato dal Governo a febbraio 2019, è prevista una delega nel settore dell’istruzione finalizzata a razionalizzare enti, agenzie, organismi e a modificare la disciplina degli organi collegiali territoriali della scuola, per eliminare sovrapposizioni di funzioni e definire chiaramente compiti e responsabilità”.
Nessun riferimento, invece, viene fatto alle condizioni che muteranno per giustificare il sensibile calo di investimenti per il comparto. Viene da sé che si tratterà, in primis, di una riduzione di spesa legata agli organici del personale, approfittando della riduzione delle nascite e quindi del numero di alunni: facendo in questo caso decadere il sogno della riduzione del numero di alunni per classe e la cancellazione delle non poche classi “pollaio”, tra l’altro caldeggiata anche dal primo partito di Governo con un apposito disegno di legge in discussione nelle commissioni parlamentari di competenza.
Rispetto all’Europa, se si guarda agli ultimi dati Eurostat – riferiti al 2015 e calcolati sul totale di risorse destinate al segmento “education” dai governi nel perimetro dell’Unione – l’investimento dell’Italia per l’Istruzione si delinea quindi ancora di più in chiave negativa: la media di spesa nel vecchio Continente, sempre rispetto al Pil, è infatti del 4,9%. Peggio del Belpaese fa solo la Romania (3,1%), mentre investono circa il doppio Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). È poi tutto dire che il governo tedesco mette sul piatto quasi il doppio di noi, 127,4 miliardi di euro contro i 65,1 miliardi dell’Italia.
“Ogni commento ai contenuti del Def 2019, almeno per quel che riguarda la scuola – precisa Marcello Pacifico – è quasi superfluo: i numeri parlano da soli. Quello che ci sentiamo di dire a chi ci governa è solo di avere un minimo di coerenza rispetto agli impegni presi con i cittadini italiani: il programma di Governo non prevedeva un tracollo di investimenti per la scuola, né la riduzione di posti di docenti e personale Ata. La scuola non è in grado di sopportare un altro dimensionamento, si rischierebbe il default del sistema formativo pubblico”.

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Scuola: Calo demografico

Posted by fidest press agency su lunedì, 15 aprile 2019

Ai microfoni di “Italia Stampa”, durante la trasmissione radiofonica Promossi e bocciati, il presidente nazionale Anief, prof Marcello Pacifico, ha rilasciato un’intervista che parte dal calo d’iscrizione, per poi toccare diversi punti controversi dell’istruzione pubblica italiana. Il calo demografico si ripercuote pure sulle nostre aule, dove finalmente c’è la possibilità di superare le classi pollaio, formate da oltre 30 iscritti. I numeri sono eloquenti: in pratica, sono stati 45 mila gli alunni in meno tra il 2015 e il 2016 e a settembre prossimo se ne perderanno altri 70 mila. Questo gioco a ribasso non si arresterà, fino a toccare, dicono le stime, i 369 mila alunni in meno nei prossimi 5 anni. La discesa sarà maggiore al Sud. Ma invece di cercare risposte adeguate alle necessità, territorio per territorio, valorizzando finalmente la didattica e l’offerta formativa, si sta facendo di tutto per imporre la regionalizzazione. È questo, assieme al mancato rinnovo del contratto e la supplentite in aumento, uno dei motivi alla base dello sciopero del prossimo 17 maggio, proclamato unitariamente dai sindacati. Il presidente nazionale Anief, Marcello Pacifico, afferma che “la situazione è grave e lo sciopero vuole gridare che non si può riformare la scuola senza ascoltare chi ci lavora”. Il sindacalista spiega che lo sciopero “ci vede tutti uniti contro la regionalizzazione proposta, che non tiene conto di ciò che di fatto accade nelle scuole e neanche dell’Istruzione di tutti i cittadini italiani: dopo quasi 4 anni, per la prima volta, così come accadde per la Buona Scuola, la manifestazione vede tutti i rappresentanti dei lavoratori della scuola chiedere al governo di essere ascoltati”. Nel frattempo Anief chiede al ministro Giulia Bongiorno l’atto di indirizzo con cui poter certificare definitivamente la rappresentatività, poiché il sindacato ha già pronta una piattaforma contrattuale con diversi punti su cui lavorare, che prevede anche incrementi stipendiali, di circa 200 euro, per docenti e Ata. “Invitiamo dunque il ministro Bongiorno a permetterci di avviare le normali attività sindacali al più presto”, ha detto Pacifico. Parlando poi di organici, “per quanto riguarda i 100mila posti del sostegno, il ministro Marco Bussetti deve prendere atto del fatto che molti dei posti in deroga sono da inserire in organico di diritto. Come Anief abbiamo deciso di impugnare la prossima Circolare degli organici, perché continua a destinare lo stesso numero di posti di sostegno, poco più di 100 mila, a fronte di circa 160 mila docenti che vengono chiamati per seguire i nostri ragazzi. Attraverso i ricorsi abbiamo avuto ragione e certamente non ci fermeremo”. Per quanto riguarda il personale Ata, il presidente del sindacato autonomo ha ricordato che “la mobilità verticale rimane purtroppo bloccata. Eppure ogni 4 anni dovrebbe essere previsto per legge una progressione professionale. Anief ha portato avanti una vera e propria battaglia legale, per far in modo che assistenti amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici possano fare carriera: continuiamo a far valere le nostre ragioni, poiché lottiamo sempre #perunascuolagiusta.

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La produzione dell’olio in Italia è in calo

Posted by fidest press agency su lunedì, 28 gennaio 2019

La crisi che sta attraversando la produzione dell’olio (- 36,9% secondo i dati ISTAT relativi al 2018) sta mettendo in ginocchio uno degli alimenti cardine del made in Italy e dell’intera cucina mediterranea. Come è noto – dichiara in una nota il presidente nazionale Confeuro, Andrea Michele Tiso – a pregiudicare gravemente la produzione dello scorso anno è stata la diffusione del batterio della Xylella in Puglia, ma questo non significa che nel resto del Paese la situazione del comparto olivicolo non vivesse gravi difficoltà.
Un aspetto di cui bisogna necessariamente tenere conto – continua Tiso – è che la tutela dell’olio rappresenta diversi elementi fondanti della cultura italiana: tra cui la valorizzazione delle tipicità territoriali, la salvaguardia della genuinità degli alimenti e la tutela dell’agricoltura contadina e familiare. Come Confeuro – conclude Tiso – crediamo fermamente che il rilancio della produzione dell’olio d’oliva non sia un’opzione, ma un obbligo storico e culturale per un brand come quello italiano; ed è per questo che, dopo il piano per debellare la Xylella, auspichiamo l’approvazione di una strategia che coinvolga e rilanci l’intero settore olivicolo.

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Calo di produzione di olio extravergine italiano

Posted by fidest press agency su giovedì, 6 dicembre 2018

“Per l’evo italiano il 2018 è stato un anno nero e l’incubo peggiore potrebbe finire sulle tavole degli italiani. Secondo i dati di Coldiretti, si registra un calo del 65%, dovuto alle avverse condizioni climatiche che hanno messo a repentaglio il raccolto. A farne le conseguenze sono anche i consumatori. La minaccia sarebbe rappresentata da olio extra-comunitario, venduto a prezzi troppo bassi, realizzati con olive non italiane e di qualità inferiore. Ciò di per sé rappresenta una minaccia al Made in Italy che è opportuno bloccare facendo attenzione alle etichette”.A parlare è Savino Muraglia, produttore di olio da cinque generazioni nel frantoio di famiglia, e presidente di Coldiretti Puglia, che a proposito del calo di produzione chiarisce: “L’anno scorso su 500.000 Tonnellate di evo prodotto, 200.000 erano prodotte in Puglia, seguita da Calabria e Sicilia. Si spera che l’anno prossimo sia migliore, ma il gelo di quest’anno ha causato gravi danni a diverse piante, soprattutto in Puglia, nel barese. Questo comporta che anche il raccolto dei prossimi tre anni potrebbe essere minacciato”.

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Germania: PMI in calo

Posted by fidest press agency su martedì, 27 novembre 2018

A cura di Antonio Cesarano, Chief Global Strategist, Intermonte SIM. Il PMI (indice che riassume le prospettive dichiarate dai direttori area acquisto) preliminare di novembre tedesco è risultato ancora in calo. La componente manifatturiera è arrivata al minimo da 32 mesi, risultando inferiore alle attese.
Leggendo i dettagli del report emerge che il calo è dovuto soprattutto ad un forte ridimensionamento delle esportazioni di beni durevoli. Dal dato pertanto emerge la possibilità che, dopo il calo del PIL del terzo trimestre (-0,2% a causa principalmente di un ridimensionamento delle esportazioni ma anche dei consumi, in base ai dati pubblicati oggi), anche il quarto trimestre possa registrare una crescita intorno allo 0%, nel qual caso la crescita 2018 si attesterebbe all’1,4%, con possibilità che nel 2019 la crescita del PIL tedesco 2019 si attesti nel range 1-1,3%. Gli operatori stanno reagendo aumentando le probabilità attribuite ad una nuova TLTRO. A testimonianza di ciò, il deprezzamento dell’euro e il rafforzamento ulteriore del BTP a 2 anni, con tasso sotto lo 0,90% e pendenza Btp 2-10 anni vicino ai 250 pb! Il dato di oggi dà effettivamente una carta in più in mano a Draghi per definire l’attuale rallentamento non temporaneo ma strutturale, al punto da cambiare la dizione sui rischi sulla crescita: non più bilanciati ma orientati al ribasso. Di conseguenza le probabilità di una Tltro già il 13 dicembre aumentano, malgrado il fatto che il governatore Visco non sarà votante nella prossima riunione. Ieri le minute della Bce hanno segnalato che alcuni membri han denunciato il fatto che potrebbero esservi tensioni sulla liquidità legate alle scadenze della Tltro precedente a metà 2020.

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Calo della produzione industriale in Italia

Posted by fidest press agency su giovedì, 15 novembre 2018

Secondo i dati resi noti dall’Istat, la produzione industriale a settembre scende dello 0,2% su base mensile e sale dell’1,3% su base annua.”Dati negativi! Unica magra consolazione è che, dopo due cali tendenziali consecutivi, si registri un incremento della produzione annua, anche se il rialzo si deve al comparto dell’energia. I beni di consumo, infatti, vera cartina di tornasole della condizione delle famiglie, scendono dello 0,8%, e quelli durevoli precipitano del 4,6%” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. “Se poi confrontiamo i dati di oggi con quelli pre-crisi del settembre 2007, la produzione industriale è ancora inferiore del 20,3%, ossia si è perso un quinto della produzione. I beni di consumo durevoli hanno una voragine record da colmare, un gap del 33,2 per cento. Va meglio per i beni di consumo non durevoli, anche se permane una distanza del 7,7 per cento” ” conclude Dona.

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Scuola: Stipendi, da gennaio in calo per 600 mila docenti e Ata

Posted by fidest press agency su sabato, 15 settembre 2018

Ai dati sconfortanti pubblicati nelle ultime ore dall’Ocse, con i compensi del personale scolastico diminuiti costantemente tra il 2010 e il 2016, si aggiungono le ombre sul sistema di perequazione garantito solo fino al 31 dicembre 2019: ad oggi il Governo non ha infatti ancora trovato le risorse. E crescono i dubbi pure sul mantenimento degli 80 euro netti del Governo Renzi, rivolti alle fasce stipendiali annue fino a circa 26mila euro che con la Legge di Bilancio potrebbero avere altre destinazioni. Una beffa che si aggiunge a quella della mancata validità per il TFS/TFR dei già ridicoli incrementi ottenuti con l’ultimo contratto, pari al 3,48% con l’inflazione salita però nel frattempo di oltre l’8%.

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Dispersione scolastica in calo ma non basta

Posted by fidest press agency su venerdì, 2 febbraio 2018

pacifico-marcelloSecondo uno studio nazionale, realizzato dalla rivista Tuttoscuola, il numero di abbandoni si è ridotto, ma rimane comunque molto alto. Ben oltre la soglia del 10% indicata oltre 15 anni fa dall’UE. Tutta la questione, oltre a provocare un danno indelebile nella formazione e nel futuro dei giovani che lasciano i banchi di scuola, si ripercuote anche sulle casse dello Stato che perde sotto tutti i punti di vista, sia economici che culturali. Preoccupa anche la crescente problematica dei “Neet”, ragazzi che né studiano né lavorano. Anief torna a proporre la strada da intraprendere, nella speranza che stavolta il nuovo Governo vi dia seguito. Marcello Pacifico (Anief-Cisal): Per quale motivo non si è dato seguito alla nostra proposta, motivata anche a livello pedagogico, di anticipare di un anno l’inizio della scuola dell’obbligo, introducendo un’annualità ‘ponte’? La sua introduzione avrebbe anche sopperito al problema dell’assorbimento dei maestri della scuola dell’infanzia non inglobati nel potenziamento degli organici che ha invece toccato tutti gli altri ordini. Perché non si porta l’obbligo formativo a 18 anni, come suggerì lucidamente quasi vent’anni fa l’allora Ministro Luigi Berlinguer? È ovvio che in questo modo in nostri giovani, che oggi lasciano in alto numero alle superiori, sarebbero più coinvolti nei progetti formativi. Non guasterebbe, infine, rivedere i contenuti dei cicli scolastici, rendendoli anche più stimolanti per le nuove generazioni.

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Piccoli negozi: vendite ottobre -1% su mese, -2,1% su anno

Posted by fidest press agency su martedì, 12 dicembre 2017

istatSecondo i dati Istat resi noti oggi, ad ottobre le vendite in valore diminuiscono dell’1% su settembre 2017 e del 2,1% su ottobre 2016.”Dati pessimi! Di male in peggio. Non c’è un solo valore in crescita, né su mese né su anno, né per gli alimentari né per i non alimentari, né per la grande distribuzione né per i piccoli negozi, né in valore né in volume. Persino i discount, gli unici a tenere in questi anni di crisi, registrano un calo annuo delle vendite dell’1%” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori.”Rispetto a 10 anni fa, poi, ossia rispetto ai valori pre-crisi, si amplia l’abisso da colmare, specie per i piccoli negozi. Dall’ottobre 2007 ad oggi, per i piccoli negozi le vendite in valore sono diminuite del 15,7%, -16,8% per gli alimentari e -15,6% per i non alimentari” conclude Dona.

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Istat: a novembre fiducia consumatori in calo

Posted by fidest press agency su martedì, 28 novembre 2017

istatSecondo i dati Istat resi noti oggi, a novembre la fiducia dei consumatori scende, passando da 116 a 114,3.”Brutta notizia in previsione del Natale. I dati di oggi confermano la bontà di quello che abbiamo sempre detto in occasione degli ultimi 5 precedenti rialzi, ossia che, anche se eravamo di fronte ad un aumento della fiducia complessiva, era presto per cantare vittoria, dato che le componenti che più influivano sui consumi, come quelle sulla situazione economica della famiglia, restavano negative o altalenanti” afferma Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori
“Desta, quindi, preoccupazione il crollo del giudizio sulla situazione economica della famiglia da -23,9 a -26,9, pur se se attenuato dal miglioramento delle attese. Anche perché peggiora sia l’opinione sul bilancio familiare sia quella sull’opportunità attuale di acquisto di beni durevoli che non induce certo a previsioni ottimistiche sui prossimi consumi di Natale” conclude Dona.

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Il drastico calo della sicurezza percepita è innegabile

Posted by fidest press agency su venerdì, 26 maggio 2017

tribunale“E ciò che più di tutto ha contribuito a questo calo è la mancata certezza della pena”. E’ quanto ha affermato il procuratore generale presso la Corte d’appello di Roma Giovanni Salvi, nel corso di un dibattito sulla Sicurezza nell’ambito del congresso nazionale del COISP – il Sindacato Indipendente di Polizia, in corso nella Capitale. “Nell’opinione pubblica c’è ormai la consapevolezza che il modello
della sicurezza non è più basato solo sull’ordine pubblico o solo sulla repressione, ma è un concetto globale. Io guardo con preoccupazione – ha aggiunto Salvi – all’incapacità della categoria dei giudici di intendere la nostra funzione come una funzione che deve guardare al risultato. Un magistrato come Falcone convinceva perché non aveva alcun problema ad ‘aprire’ alla conoscenza di tutti il proprio sistema, a condividerlo. Noi invece oggi siamo sempre più chiusi in una ‘torre d’avorio’, con una sorta di autoreferenzialità sterile, senza che si guardi al risultato, che invece è e resta la cosa più importante. C’è poi l’altro aspetto del mancato contrasto dell’illegalità diffusa, di cui è un esempio perfettamente calzante il fenomeno degli immobili abusivamente occupati che non vengono liberati, che certamente incide profondamente sulla vita dei cittadini e sulla sicurezza percepita. Non voglio parlare di tolleranza zero, ma è importante che venga recuperato bene il concetto della legalità quotidiana, e se non riusciamo a legarlo alla giustizia quotidiana allora non lavoriamo per la percezione della sicurezza. Il giudice deve tornare a riflettere sul fatto di recare un servizio, e che essere ‘terzo’ non significa essere indifferente a ciò che certe questioni significano per il cittadino. Ecco, i giudici hanno queste responsabilità. Dall’altra parte, occorre anche considerare quale è stata l’amministrazione della giustizia negli ultimi 20 anni, che non ha neppure previsto un numero adeguato di assunzioni che ci garantissero di tenere testa alla mole di lavoro. E di altro ci sarebbe da parlare. E’ una vergogna ad esempio che Roma non abbia un palazzo di giustizia degno di questo nome”.

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