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Posts Tagged ‘cambiamento climatico’

Clima: circa il 90% del peso delle malattie attribuibili al cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su martedì, 28 maggio 2019

In occasione del secondo Global Strike for Future (oggi), l’UNICEF ricorda che i cambiamenti climatici hanno un impatto sproporzionato sui bambini e i giovani – circa il 90% del peso delle malattie attribuibili al cambiamento climatico ricade sui bambini sotto i 5 anni.I cambiamenti climatici comportano un aumento dell’impatto delle calamità sui più vulnerabili. Circa 530 milioni di bambini vivono in aree con una frequenza di inondazioni estremamente alta. Le inondazioni compromettono la fornitura di acqua sicura e danneggiano le strutture igienico-sanitarie, aumentando il rischio di diarrea e altre epidemie di malattie a cui i bambini sono più vulnerabili. Eventi meteorologici estremi, come una maggiore frequenza e intensità di siccità, inondazioni, ondate di calore e altre condizioni climatiche gravi, causano distruzione e contribuiscono alla crescente diffusione delle condizioni più letali per i bambini, come malnutrizione, malaria e diarrea.Anche l’inquinamento atmosferico è strettamente legato ai cambiamenti climatici. Circa 300 milioni di bambini vivono in aree in cui l’inquinamento atmosferico è almeno 6 volte maggiore rispetto ai limiti internazionali fissati dall’OMS, di conseguenza respirano aria tossica e ciò mette a rischio la loro salute e il loro sviluppo cerebrale.I cambiamenti climatici comportano inoltre un aumento dello stress idrico dei più vulnerabili. Circa 160 milioni di bambini vivono in aree ad alta o estremamente alta intensità di siccità, principalmente in Africa e Asia. La siccità può portare a cattivi raccolti e all’aumento del prezzo del cibo, che comporta insicurezza alimentare e deprivazione nutrizionale per i più poveri, che possono a loro volta avere un impatto lungo tutta la vita per i bambini.Il tempo sta per scadere: le ultime ricerche indicano che abbiamo solo meno di 11 anni per attuare i cambiamenti necessari ad evitare l’impatto peggiore dei cambiamenti climatici. Questa è la prima volta nella storia che una generazione globale di bambini crescerà in un mondo reso molto più pericoloso e incerto a causa dei cambiamenti climatici e della degradazione dell’ambiente. Dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per ridurre le emissioni e l’inquinamento. Dobbiamo anche ridurre il rischio di calamità investendo nella preparazione alle emergenze e fare in modo che i servizi da cui dipendono i bambini siano resilienti ai cambiamenti climatici.I bambini e i giovani sono gli attori principali del cambiamento, la loro partecipazione e il loro coinvolgimento sono elementi fondamentali per la risposta collettiva globale ai cambiamenti climatici: secondo un sondaggio condotto dall’UNICEF fra più di 5.000 bambini e adolescenti in oltre 60 paesi, circa l’80% di loro considera i cambiamenti climatici la problematica più urgente che affrontano oggi. Sempre più bambini e giovani nel mondo stanno agendo, anche i governi devono fare la loro parte. sito web: http://www.unicef.it

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Il cambiamento climatico impatterà sui mercati azionari?

Posted by fidest press agency su giovedì, 2 maggio 2019

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm. Durante le ultime vacanze di Pasqua, a Londra, si è venuta a creare una situazione quasi paradossale. Mentre molti in città godevano delle inaspettate temperature nei parchi e nei giardini (è stato il fine settimana di Pasqua più caldo che si ricordi, in quello che per adesso è uno degli anni più caldi che si ricordi), migliaia di persone occupavano le vie del centro con rivendicazioni piuttosto radicali contro il cambiamento climatico. Il dibattito sul tema ha recentemente preso piede anche in Italia e in altri Paesi europei, in America l’ala sinistra del Partito Democratico ha lanciato il “Green New Deal”, mentre i sondaggi per le prossime elezioni europee danno i partiti verdi in forte ascesa un po’ ovunque. Nel frattempo, la questione climatica sembra aver rilanciato un tema di confronto-scontro generazionale. Quella del cambiamento climatico si appresta a diventare una delle questioni potenzialmente più divisive dei prossimi anni.Per tutte queste ragioni ritengo utile cominciare a ragionare su quale potrebbe essere l’impatto sui mercati finanziari. Ma prima è importante una precisazione: non credo che polarizzare eccessivamente il discorso con posizioni estreme, chiudendo gli occhi sulla complessità del tema e sulle controversie – anche emotive e generazionali – che porta con sé, sia particolarmente utile ai fini del nostro ragionamento. Allo stesso tempo non intendo puntare il dito contro questo o quello stile di vita: mi piace pensare all’inquinamento come a un esito non intenzionale (un’esternalità negativa) delle attività umane (della società). La responsabilità ultima è quindi collettiva (politica) e non individuale, fermo restando che ognuno può adottare gli stili di vita più conformi alla propria sensibilità.Fatte queste dovute precisazioni, assumiamo che il cambiamento climatico esista e sia causato dall’uomo (non tutti sono d’accordo ma la maggior parte della comunità scientifica è concorde su questo punto). Ci immaginiamo quindi che nel lungo periodo la transizione climatica possa pesare sulla profittabilità delle aziende in molti modi: maggiori costi di produzione, maggiore regolamentazione. Probabilmente, come in ogni transizione, emergeranno dei vincitori e delle nuove tecnologie, ma le aziende che riempiono oggi i nostri indici saranno probabilmente destinate nei prossimi anni a vivere il cambiamento climatico come un costo.
Quanto sono lungimiranti i mercati azionari?
Ovviamente si tratta di trend lontani nel futuro. Ma ciò offre uno spunto per una riflessione interessante. Quanto lontano nel futuro si estende la valutazione dei mercati finanziari? In altre parole, a oggi fino a che punto il prezzo del cambiamento climatico è incluso nelle valutazioni di mercato? Per rispondere a queste domande propongo un esperimento. Il valore di un asset finanziario, semplificando, equivale al valore attuale dei rendimenti che esso è in grado di generare: per le obbligazioni la cedola, per le azioni i dividendi. Il problema è che nessuno conosce con esattezza né il valore futuro né il valore attuale di questi rendimenti.Facciamo un esempio: poniamo che un’azione paghi ogni anno intorno al 3,5% del suo valore in dividendi (più o meno questa è la media di quanto paga un’azione a livello globale). Questo vuol dire che se il valore dei dividendi non cambia, il prezzo dell’azione viene rifinanziato completamente in 29 anni (senza peraltro perdere l’azione alla fine del periodo). Si è detto però valore attuale e non valore futuro: il dividendo pagato tra 29 anni non può avere lo stesso valore del dividendo pagato oggi. Immaginate di dover scegliere tra ricevere 1.000 euro oggi o 1.100 euro tra 30 anni. Cosa scegliereste?Per questo il valore dei dividendi nel tempo deve essere via via scontato. Considerando lo sconto quindi, ottenere il valore attuale di un’azione solo attraverso i dividendi potrebbe richiedere più di un secolo. Anche senza essere catastrofisti è ragionevole pensare che entro orizzonti temporali di questo tipo il cambiamento climatico diventerà qualcosa di concreto e che quindi esso dovrebbe essere in qualche modo scontato nel valore delle azioni.
Lo scenario più catastrofico è ovviamente negativo per i valori azionari. Il pianeta diventerà via via più complicato da abitare e chi più ne ha più ne metta. In questo caso, forse, le valutazioni azionarie diventerebbero l’ultimo dei problemi. È uno scenario realistico? Non mi spingerò a discuterlo, ma anche la remota possibilità di uno scenario del genere ci ricorda quanto è importante pianificare finanziariamente il proprio futuro.Nei prossimi anni lo sforzo per fronteggiare il cambiamento climatico crescerà gradualmente, questo implicherà costi e nuove regolamentazioni per le aziende. Con i valori azionari piuttosto elevati ciò ci fa pensare che il rischio sia più al ribasso che al rialzo.Le persone cambieranno gradualmente il proprio stile di vita, riducendo i consumi, e la pressione demografica scenderà. Anche in questo caso, probabilmente, molti settori pagheranno le conseguenze del cambiamento climatico.Gli sforzi della specie faranno fiorire innovazione e ricerca, contribuendo alla rivoluzione economica e industriale (si pensi al possibile sviluppo di alcuni settori come l’aerospaziale o le energie alternative).
La realizzazione della maggior parte di questi scenari potrebbe avere nel medio-lungo periodo un impatto sulle valutazioni azionarie che, come detto, sono determinate da proiezioni anche di lunghissimo periodo. Tuttavia, si tratta solamente di tendenze e probabilmente nel futuro assisteremo a un graduale comporsi di tutti questi scenari.
Parliamo di dinamiche di lungo termine, ma proprio per questo motivo sarà nostro compito nei prossimi anni valutare con attenzione gli effetti dei fenomeni ambientali sul portafoglio degli investitori. I mercati azionari sono più lungimiranti di quanto ci piace immaginare, spesso anche dei governi.

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Sono mancate le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici

Posted by fidest press agency su domenica, 30 dicembre 2018

“L’anno che si avvia alla conclusione ci lascia insoddisfatti perché, a livello globale, è mancato di un vero scatto in avanti rispetto alle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici e alla difesa della biodiversità che, come dimostrano i dati presentati dal WWF con il Living Planet Report continua ad essere in rapido declino in tutto il mondo: in soli 50 anni è scomparso più del 20% della superficie delle foreste dell’Amazzonia, mentre gli ambienti marini del mondo hanno perso quasi la metà dei coralli negli ultimi 30 anni. Nemmeno il preoccupatissimo allarme lanciato dall’ultimo rapporto sul cambiamento climatico pubblicato dall’IPCC è riuscito a fare aprire gli occhi ai decisori politici segnalando l’urgenza di un cambio di paradigma nel modo in cui gestiamo l’energia, i suoli, l’industria, le costruzioni, i trasporti e le città”. Lo dichiara la presidente del Wwf Italia Donatella Bianchi facendo un consuntivo dell’anno che si avvia alla fine.
“Anche per l’Italia il 2018 è stato un anno in cui, spesso, alle attese non sono seguiti i fatti. Da un lato c’è stata finalmente una presa di coscienza contro il nemico dei mari e delle spiagge: la plastica. Si tratta di un tema su cui il WWF si è speso molto nel 2018 (ricordiamo il Tour Spiagge Plastic Free che ha coinvolto 1000 volontari in 41 appuntamenti, la petizione che ha raccolto più di 600.000 firme e il Report Mediterraneo in Trappola) e continuerà ad impegnarsi a fondo anche nel 2019 con tantissime iniziative tra cui la collaborazione con il Jova Beach Party (il tour 2019 di Jovanotti) che supporterà la nostra campagna di contrasto all’inquinamento da plastiche. Su questo tema vanno segnalate le iniziative assunte dal Ministero dell’Ambiente sul tema, anche grazie alla spinta propulsiva del ministro Costa. È stato, invece, un anno da dimenticare per la biodiversità italiana. A causa dei calendari venatori e altri provvedimenti sulla caccia varati dalle regioni, il 2018 può essere considerato come un vero e proprio annus horribilis. Il WWF ha difeso i nostri animali selvatici nei tribunali con ben 12 ricorsi di cui 9 andati a buon fine”, continua la leader dell’associazione.“Nonostante il 2018 fosse cominciato con la sottoscrizione in campagna elettorale del Patto per l’ecologia, proposto dal WWF per rilanciare sul piano nazionale ed internazionale il Ministero dell’Ambiente, da parte di tutte le maggiori forze politiche (un segnale che avevamo colto con fiducia) purtroppo nella parte finale abbiamo assistito ad un clamoroso dietrofront, con il decreto Genova, divenuto il contenitore di alcuni provvedimenti gravissimi, come quelli sul condono di Ischia e sullo spandimento dei fanghi in agricoltura.
Per le nostre aree protette restano aperte tutte le criticità messe in luce dal Check-Up Parchi pubblicato a settembre dal WWF con i Parchi Nazionali che necessitano di un serio rilancio e le Aree marine protette che non solo non possono continuare ad essere ‘aree protette di serie B’ ma che devono acquisire dignità a livello economico e gestionale. Anche il 2018 ha messo in evidenza come il nostro territorio sia particolarmente esposto ai fenomeni estremi che con i cambiamenti climatici tendono ad aumentare in frequenza e intensità. È necessario che gli investimenti annunciati per affrontare il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza diventino subito concreti e reali. Infine, le bonifiche: devono uscire dalla carta su cui rimangono da decenni e diventare realtà”.
“Il 2019, sia a livello globale che nazionale dovrà essere un anno di svolta. È necessario porre le basi per un Global Deal, un accordo globale, ambizioso ed efficace per la natura e la biodiversità. E serve il coraggio dei governi per concretizzare l’Accordo di Parigi sul clima e assumere impegni adeguati all’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. A livello nazionale, oltre ai provvedimenti che indichino un reale e rapido percorso di decarbonizzazione del nostro sistema energetico ed economico, ci aspettiamo un cambio di passo netto e concreto nelle politiche ambientali. A cominciare dall’approvazione della legge contro il consumo del suolo (provvedimento essenziale contro la cementificazione, per la sicurezza del territorio e di migliaia di famiglie) che dal 2012 vaga per le aule del Parlamento alla ricerca dei voti che la facciano diventare qualcosa di più che una promessa”, conclude Donatella Bianchi.

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Approccio ingegneristico al cambiamento climatico

Posted by fidest press agency su sabato, 8 luglio 2017

Philippine climateParma Lunedì 10 luglio con inizio alle 9.30 si svolgerà, al Centro Congressi del Plesso Didattico-Congressuale del Campus Scienze e Tecnologie dell’Università di Parma (via Langhirano), il Seminario “Approccio ingegneristico al cambiamento climatico: esperienze nazionali e internazionali”.L’evento è organizzato da Maria Giovanna Tanda, Marco D’Oria e Chiara Cozzi, del gruppo di ricerca sui cambiamenti climatici del Dipartimento di Ingegneria e Architettura – Unità di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Parma, insieme ad Alberto Montanari, docente del Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali dell’Università di Bologna.Il seminario si propone di promuovere uno spazio di riflessione e confronto per gli ingegneri professionisti sul cambiamento climatico attraverso la presentazione di alcune significative esperienze in ambito nazionale e internazionale. In particolare, verranno mostrati alcuni degli strumenti e degli approcci metodologici già adottati e a cui i professionisti potranno fare riferimento per tradurre gli obiettivi di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico in specifici criteri di progettazione.Dei numerosi campi dell’ingegneria interessati al cambiamento climatico, nel seminario si tratteranno prevalentemente le problematiche relative all’ingegneria delle acque nei diversi aspetti, quali la disponibilità delle risorse idriche, il drenaggio urbano, le piene fluviali, le alluvioni e le ricadute sui piani di adattamento al cambiamento climatico che gli Amministratori sono chiamati a mettere a punto.La partecipazione al Seminario è gratuita; per gli ingegneri sono riconosciuti 4 CFP come deliberato dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Parma. Iscrizioni dal portale dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Parma entro mercoledì 5 luglio 2017. Gli studenti dei corsi di laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio e in Ingegneria Civile sono invitati a partecipare. L’evento è patrocinato dal Centro Acque–eu.watercenter dell’Università di Parma.

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Il cambiamento climatico minaccia gli uccelli

Posted by fidest press agency su domenica, 27 dicembre 2009

Il ventesimo e il ventunesimo secolo, secondo Stephen Willis, dell’Università di Durham, hanno fatto registrare, a causa delle attività umane, un improvviso incremento del tasso di estinzione delle specie animali e vegetali: dalle 5.000 alle 25.000 ogni anno sono infatti condannate ogni anno all’estinzione. Allo sfruttamento eccessivo delle risorse, alla caccia e all’introduzione di specie esotiche, si sono aggiunte nel tempo, ad aggravare la situazione, la frammentazione e la perdita di habitat e, soprattutto negli ultimi 30 anni, i cambiamenti climatici. Secondo le stime elaborate al 2100, l’estinzione colpirà tra il 15 e il 37% delle specie di uccelli nel mondo. In Europa è minacciato tra il 4 e il 7% delle specie di uccelli endemiche del vecchio continente. Le variazioni climatiche, infatti, sposteranno la geografia del cosiddetto “spazio o nicchia climatica” dove vivono gli uccelli, condannando all’estinzione chi di loro non riuscirà ad adeguarsi. Inoltre il cambiamento climatico minaccerà la disponibilità di insetti di cui si nutrono gli uccelli, soprattutto durante la fase della nidificazione, con gravi rischi di sopravvivenza per le specie. I cambiamenti climatici rischiano inoltre di rendere vani gli sforzi delle tradizionali politiche di conservazione della natura: se le specie animali saranno costrette a spostarsi per seguire il proprio “spazio climatico”, ciò provocherà un esodo di specie al di fuori dei parchi e dalle aree protette, con la conseguenza che le specie “emigrate” si troveranno facilmente in territori non soggetti a protezione, magari degradati o urbanizzati dall’uomo. Per Franz Bairlein, dell’Institute of Avian Research, gli uccelli migratori che coprono distanze lunghe sono più vulnerabili degli uccelli che coprono distanze più brevi. Questo perchè la migrazione dei primi è maggiormente programmata rispetto ai secondi, che hanno più occasioni di sostare e che dunque risultano essere più adattabili ai cambiamenti climatici esterni. Inoltre gli uccelli che coprono il loro tragitto migratorio in più tappe possono difendersi meglio da eventuali variazioni del clima rispetto a quelli che coprono la distanza in un’unica tappa. Secondo Niklaus Zbinden, dello Swiss Ornithological Institute di Sempach, che si è concentrato sulle dinamiche in atto nella regione alpina, l’aumento delle temperatura minaccerà soprattutto le specie che vivono nei climi freddi, come la Pernice bianca. Anche la diminuzione di conifere sta mettendo a rischio specie come il Picchio tridattilo e il Crociere. Ma non c’è solo il clima a causare la perdità di biodiversità: l’abbandono dei pascoli, che causa un ritorno della vegetazione, l’intensificazione dell’agricoltura, che, dopo aver colpito la pianura si è estesa anche alla fascia prealpina, lo sviluppo delle attività turistiche degradano fino a far scomparire l’habitat dove vivono specie come Fagiano di monte, Coturnice, Re di quaglie, Ortolano, Zigolo giallo e Succiacapre.

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Nucleare: Al consumatore non conviene

Posted by fidest press agency su sabato, 12 dicembre 2009

Nucleare? Al consumatore non conviene, vale a dire che il costo dell’energia elettrica che si paghera’ sulla bolletta non subirà variazioni. I costi di costruzione, smantellamento, allocazione delle scorie, sistemi di sicurezza e gestione sono tali che alla fine non ci sara’ un vantaggio economico per l’utente finale. In questi giorni circola la tesi che la decisione che porto’ al blocco del programma nucleare 22 anni fa fu dettata dalla paura e quella di 50 anni fa dagli interessi dei petrolieri. Già, solo che il nucleare non e’ alternativo al petrolio, semmai lo e’ alle fonti rinnovabili, infatti, in Francia, patria del nucleare, si consuma più petrolio della Germania. C’e’ il problema del cambiamento climatico, si dice. Si dimentica di aggiungere che il nostro nucleare produrrà solo 4,5% del fabbisogno energetico e quindi non inciderà sulla questione climatica. Non possiamo dipendere da fonti energetiche “estere”, si dice; si dimentica di aggiungere che non abbiamo miniere di uranio. Insomma, il nucleare ci sembra un bell’affare, pubblico e privato, il che significa che il classico cerino rimarrà tra le dita del consumatore.

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Europa: le sfide di Copenhagen

Posted by fidest press agency su venerdì, 13 novembre 2009

Chiari (Brescia)14 novembre 2009 – ore 10,30 Sala dello Zodiaco, Villa Mazzotti Viale Giuseppe Mazzini, 39  L’Ufficio a Milano del Parlamento Europeo invita al Foro dei cittadini “Territorio chiama Europa: le sfide di Copenhagen”, sabato 14 novembre 2009 a Chiari (Brescia). Sarà presente l’eurodeputato Vittorio Prodi, membro della Commissione Ambiente, Sanità Pubblica e Sicurezza Alimentare, che dialogherà con studenti e  cittadini. In vista del vertice sul clima, che si terrà a Copenhagen dal 7 al 18 dicembre 2009, questa sarà l’occasione per riflettere su come combattere insieme inquinamento e cambiamento climatico. All’incontro, organizzato dall’Ufficio a Milano del Parlamento Europeo e dalla Fondazione Cogeme Onlus, interverranno, oltre all’Onorevole Vittorio Prodi, Gianluca Delbarba, presidente Cogeme e  Stefano Dotti l’Assessore provinciale all’ambiente. Coordina Maria Grazia Cavenaghi Smith, direttrice dell’ufficio a Milano del Parlamento europeo. L’iniziativa è inserita nel ricco calendario di appuntamenti della Rassegna della microeditoria italiana, in programma dal 13 al 15 novembre 2009 a Chiari (Brescia) e dedicata quest’anno alla grande poetessa Alda Merini, recentemente scomparsa. I protagonisti dell’evento saranno soprattutto i libri, pubblicati da piccole case editrici. Inoltre sono in programma tre giorni in cui si susseguiranno: presentazioni, interviste, readings e iniziative culturali.  La Rassegna, che raggiunge la settima edizione, è organizzata dall’associazione culturale “L’Impronta” e dal Comune di Chiari, con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia, della Provincia di Brescia e dell’Universita’ Cattolica di Milano, in collaborazione con il Parlamento Europeo, il Sistema Bibliotecario Sud Ovest Bresciano, la Fondazione Cogeme Onlus e il Centro Giovanile 2000 per valorizzare la produzione della piccola editoria italiana e per dare al pubblico l’opportunità di conoscere questa realtà attraverso i volti dei suoi protagonisti. http://www.rassegnamicroeditoria.it

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Cambiamenti climatici : 375 milioni di persone a rischio

Posted by fidest press agency su giovedì, 23 aprile 2009

Siracusa. Il riscaldamento globale rischia di inaugurare una nuova era di disastri naturali. Nel 2015, potrebbero essere 375 milioni le persone colpite ogni anno da calamità legate al cambiamento climatico, con un aumento di almeno il 50% rispetto alla media attuale di 250 milioni l’anno. E’ la stima contenuta nel rapporto “Diritto alla sopravvivenza – La sfida umanitaria del ventunesimo secolo” di Oxfam International, partner dell’Ong italiana Ucodep, diffuso oggi in occasione del G8 dei ministri dell’ambiente di Siracusa. Il calcolo è effettuato utilizzando i dati più affidabili relativi a 6.500 disastri climatici a partire dal 1980. Secondo la proiezione così effettuata, potrebbero essere ben 133 milioni in più, tra sei anni, le persone colpite da catastrofi naturali improvvise provocate dal riscaldamento globale, che aumenteranno per numero e intensità. Una cifra che non include i disastri non legati al clima, come terremoti, guerre ed eruzioni vulcaniche. Pur riconoscendo la difficoltà di elaborare una stima precisa, avvertono Oxfam International e Ucodep, la previsione contenuta nel nuovo rapporto rivela che l’aumento delle vittime delle calamità naturali è ormai una certezza. Lo rivela il rapporto “Diritto alla sopravvivenza – La sfida umanitaria del ventunesimo secolo” realizzato da Oxfam International e diffuso in Italia da Ucodep  Per questo, Oxfam International e Ucodep chiedono ai ministri dell’Ambiente del G8 di stabilire obiettivi misurabili di riduzioni delle emissioni nel medio termine e di stanziare risorse necessarie per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi al cambiamento climatico, che Oxfam International stima equivalenti ad almeno 50 miliardi di dollari l’anno (38,4 miliardi di euro). In particolare, è necessario stabilire obbiettivi di riduzione delle emissioni entro il 2020, scegliendo in modo chiaro un anno come base di riferimento. La riduzione per i paesi industrializzati dovrebbe essere di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990. Ogni punto percentuale al di sotto di questa soglia metterà popolazioni più povere del mondo a rischio, aumentando la probabilità di nuove catastrofi naturali. L’obiettivo di riduzione del 50% delle emissioni, emerso dal G8 del 2008 in Giappone entro il 2050, è inadeguato ad affrontare la sfida del riscaldamento globale. Per di più, nello stabilire questo traguardo i leader del G8 non hanno chiarito quale sia l’anno di riferimento per il calcolo percentuale della riduzione. Per la fase post-Kyoto, è inoltre necessario fornire ai paesi più vulnerabili risorse sufficienti per l’adattamento ai cambiamenti climatici che siano addizionali e stanziate secondo una precisa tabella di marcia. Secondo i calcoli di Oxfam International, la messa all’asta di una parte dei diritti di emissione e una regolamentazione delle emissioni legate ai trasporti marittimi ed aerei potrebbe generare le risorse necessarie per l’adattamento dei paesi in via di sviluppo senza pesare sulle casse dello Stato e sulle tasche dei cittadini.

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Crisi alimentare

Posted by fidest press agency su sabato, 18 aprile 2009

La crisi alimentare impone di prendere subito decisioni coraggiose. I prezzi mondiali dei cereali, infatti, sono aumentati del 71% rispetto al 2005, mentre la FAO ha avvertito che una nuova impennata dei prezzi è probabile durante il 2009. Le persone più povere, che spendono dal 50% all’80% del loro reddito in cibo, dovranno quindi affrontare fame e malnutrizione. Gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, nel frattempo, non stanno beneficiando dell’aumento dei prezzi perché non hanno accesso ai mercati. Il cambiamento climatico avrà inoltre un grande impatto sull’agricoltura, specialmente nei paesi più poveri. Si stima che la riduzione dei raccolti per mancanza di piogge, in Africa e in altre parti del mondo, spingerà altre 170 milioni di persone sull’orlo della fame.  Per contro, i paesi del G8 hanno stanziato meno di un quinto dei 20 miliardi di dollari (15,3 miliardi di euro) in aiuti per l’agricoltura promessi al vertice FAO sull’agricoltura tenutosi a Roma nel 2008. Inoltre, non è ancora chiaro se questi fondi saranno addizionali rispetto all’aiuto allo sviluppo già stanziato. Secondo la FAO c’è bisogno di 30 miliardi di dollari (23 miliardi di euro) ogni anno per sostenere gli agricoltori nei paesi in via di sviluppo. Oxfam e Ucodep chiedono ai paesi del G8 di impegnarsi a stanziare aiuti a lungo termine e prevedibili per i piccoli produttori dei paesi in via di sviluppo. I leader dei paesi più industrializzati devono inoltre far sì che gli agricoltori poveri abbiano voce in capitolo nelle discussioni sulla crisi alimentare e per la riforma delle politiche commerciali, agricole e finanziarie che hanno contribuito a creare la crisi.

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